Revisione e modifica della toponomastica risorgimentale di Reggio Calabria

Al Sindaco dott. Giuseppe Falcomatà,

al Prefetto dott. Michele Di Bari,

alla Commissione Toponomastica

del Comune di Reggio Calabria

Oggetto: revisione e modifica della toponomastica risorgimentale della città

Il movimento politico meridionalista “MO! – Unione Mediterranea”, in seguito all’annuncio di revisione della toponomastica cittadina, rivolge un appello al Comune di Reggio Calabria affinché prenda in considerazione la possibilità di sostituire i nomi dei personaggi risorgimentali delle vie della città, con i nomi di coloro che davvero hanno impegnato tutta la vita a favore del capoluogo reggino.

A tal proposito, è stata studiata l’organizzazione della toponomastica ed eseguita una mappatura di quelle vie che, in pieno centro storico, sono intitolate a patrioti dell’Unità, ad episodi (date e luoghi) legati al Risorgimento, nonché a politici e generali.

Nella sola zona della Stazione Centrale troviamo “via Nino Bixio”, “Via Fratelli Cairoli” e “via Guglielmo Pepe”, oltre alle immancabili “via Cavour” e “via Mazzini”; la piazza su cui si affaccia la Stazione Centrale è intitolata a Giuseppe Garibaldi, così come il Corso che è la via principale della città. Si arriva quindi a “piazza Vittorio Emanuele II” (nota come “piazza Italia”) per la statua del Larussa che vi si trova al centro, simbolo dell’Unità nazionale e che venne a sostituire la statua di Ferdinando I, fatta a pezzi nei moti del 21 agosto 1860 (fonte http://www.convittorc.it/documenti/strade.pdf).

Si vuole quindi portare all’attenzione il ruolo che ebbero alcuni di questi personaggi nella storia del nostro Paese: in particolare, è importante concentrarsi su Nino Bixio, generale che si contraddistinse per il famoso eccidio di Bronte nell’agosto del 1860, per la battaglia in Piazza Duomo a Reggio Calabria, la repressione di Santa Croce Camerina (in provincia di Ragusa) e tante altre cruente battaglie in cui la ferocia fu il tratto distintivo. A lui vengono attribuite una serie di citazioni, tra le quali: “Al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento”.

Ci si chiede anche quale ruolo possano aver avuto personaggi come Cavour, Mazzini e Garibaldi nella crescita della città di Reggio Calabria, se non quello di essere stati iniziatori di un declino inesorabile della nostra terra con la nascita della famosa “questione meridionale”, mai affrontata – per negligenza – da centinaia di anni. È storicamente provata la nascita della Camorra e delle altre mafie del Sud Italia proprio nel 1861, quando si organizzarono come vere e proprie associazioni criminali; è anche noto come nell’operazione della Dda di Milano nel 2014 (in cui vennero arrestati 40 presunti ‘ndranghetisti), i carabinieri del R.O.S. abbiano registrato un video in cui gli affiliati, riuniti in cerchio, giuravano nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/11/18/ndrangheta-in-lombardia-filmato-dellaffiliazione-riferimenti-a-mazzini-e-garibaldi/312973/). Senza addentrarsi in questioni riguardanti massoneria e mafia, ci si limita ad esporre perplessità sull’organizzazione della toponomastica cittadina.

Non è tutto: la parallela superiore del “Lungomare Falcomatà” è “Corso Vittorio Emanuele III”, nipote del primo Re d’Italia e monarca nel periodo fascista, promulgatore delle leggi razziali contro gli ebrei.

Sempre in zona Stazione Centrale, le vie intitolate a date e luoghi del Risorgimento sono numerose da “via Aspromonte” a “via Caprera” (l’isola che fu dimora e luogo del decesso di Giuseppe Garibaldi e che non ha nulla a che fare con Reggio Calabria), “via Gaeta” (assediata ferocemente dai piemontesi nel 1860-1861 e che dovremmo commemorare anziché celebrare), “via Marsala” (luogo in cui sbarcarono i mille garibaldini), via Plebiscito, via “2 settembre 1847” (data di inizio dei moti rivoluzionari di Reggio Calabria, in cui Domenico Romeo fu giustiziato dal governo borbonico), “via 21 agosto 1860” (data della famosa battaglia in Piazza Duomo che vide contrapposti i garibaldini all’esercito borbonico).

La toponomastica di Reggio è organizzata in periodi storici, che caratterizzano ciascuna zona della città. Tuttavia, ciò non vieta di inserire tra le vie principali i nomi di luoghi e personaggi in sostituzione di quelli citati sopra, perché appunto non riconducibili alla storia millenaria della nostra città. Di seguito verranno proposti alcuni suggerimenti.

Partendo dalla fondazione dell’antica “Rhegion”, come non ricordare i coloni di stirpe ionica provenienti da Calcide, nell’isola greca Eubea, tutt’ora esistente come comune di circa 90 mila abitanti. I calcidesi furono fondatori di Reggio e di tante altre colonie della Magna Grecia, e a questa città sono dedicate vie in numerose località siciliane, ma non a Reggio. Le fonti sulle origini della nostra città risalgono in particolare allo storico Tucidide e al suo capolavoro storiografico, La Guerra del Peloponneso, che costituisce una delle opere principali attraverso la quale gli storici moderni hanno ricostruito alcuni eventi legati alle origini dell’antica Grecia. È curioso sapere che addirittura a Milano sia presente una via intitolata allo stesso Tucidide, e non a Reggio Calabria.

Sempre restando nel periodo greco, è d’obbligo citare il giurista catanese Caronda, autore delle leggi della sua città e della nostra Reggio, prima di tante altre colonie della Magna Grecia: sono presenti vie dedicate a Caronda in molte località siciliane ma, appunto, non a Reggio.

Proseguendo con il periodo romano, non vi è traccia né ricordo dell’antica Via Popilia, meglio conosciuta come Via Capua – Regium, che collegava Roma con l’estrema punta della penisola italica. In altri capoluoghi di provincia, come Vibo Valentia e Cosenza, è presente via Popilia, mentre è scomparsa da Reggio che era la città principale da collegare attraverso quella strada. È come se tra qualche millennio non venisse ricordata la Salerno-Reggio Calabria, autostrada fondamentale per il collegamento tra Reggio ed il resto della penisola.

Un altro ruolo importante fu quello assunto da Gioacchino Murat, Re di Napoli agli inizi del 1800 dopo la sottrazione del trono ai Borbone. Nonostante sia ancora oggi considerato un personaggio ambiguo, nel breve periodo in cui dominò l’Italia meridionale lasciò tracce visibili ancora oggi in molte località, tra cui Pizzo Calabro, Scilla, Bari, Brindisi, Potenza. A lui vengono dedicate vie persino a Milano, oltre alla statua situata all’ingresso di Palazzo Reale a Napoli. A Reggio Calabria, dove portò l’illuminazione pubblica, non è stata dedicata nessuna via del centro, nonostante sia presente il “Centro Studi Gioacchino e Napoleone”, da considerare forse come un’opera modesta rispetto al ricordo di un personaggio così illustre per la storia della città e di tutto il Sud Italia.

Nel corso della sua storia, infine, Reggio fu colpita da diversi terremoti che resero necessari ingenti lavori di ripristino degli edifici. Il ricordo più recente è quello del terremoto del 1908, in cui la città fu rasa al suolo e il piano di ricostruzione seguì le linee dettate dall’ing. Pietro De Nava, a cui è dedicata la biblioteca e da non confondere con Giuseppe De Nava a cui è dedicata l’omonima piazza di fronte il museo archeologico. Ma l’evento del 1908 non fu l’unico ad avere conseguenze catastrofiche: già nel 1783 la città fu in parte distrutta da un terremoto e ricostruita secondo il progetto dell’ing. Giambattista Mori, che diede alle strade di Reggio la tipica conformazione orizzontale e ortogonale. Tuttavia, di Giambattista Mori non vi è traccia nella toponomastica cittadina.

Il movimento politico “MO-Unione Mediterranea”, così come specificato nella sua Carta dei Princìpi, ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Il movimento ripudia mafia, violenza, razzismo e qualsiasi forma di discriminazione. Il fine della richiesta è quello di far recuperare l’identità dei cittadini di Reggio Calabria e del Sud Italia: vi è la ferma convinzione che solo riacquistando la propria memoria storica, un popolo possa sentirsi effettivamente coinvolto nella vita della città e quindi essere in grado di difenderla da chi non vuole il suo sviluppo e la sua libertà. La modifica della toponomastica, in tal senso, è sicuramente un’azione molto piccola ma concreta di recupero dell’identità: siamo infatti convinti che da queste piccole azioni possano scaturire grandi risultati. L’esempio più tangibile è ciò che sta facendo l’amministrazione comunale di Reggio Calabria che, con il duro lavoro e nel silenzio della stampa nazionale, sta letteralmente cambiando in positivo il volto della città.

Con l’auspicio che la nostra richiesta sia esaminata, e in attesa di una risposta, si porgono distinti saluti.

 

Reggio Calabria, 18 agosto 2016

La Portavoce Nazionale: Flavia Sorrentino

Il referente territoriale: Davide Abramo

Il sud cresce più del nord. E se ci fosse più comprasud?

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Secondo l’anticipazione del rapporto Svimez 2016, in quest’ultimo anno l’occupazione al Sud è cresciuta dell’1,6%, ben il doppio che al Nord. Il Mezzogiorno ha impiegato 94.000 lavoratori in più dell’anno precedente, giovani sottratti al triste mercato dell’emigrazione verso nord, ma è cresciuto solo nei settori del turismo e dell’agricoltura, che registrano un vero e proprio boom, più 8,6% il primo e più 5,5 l’altro.
Tuttavia, il numero totale degli occupati resta mezzo milione in meno del 2008, anno d’inizio della crisi, mentre il Nord ha già recuperato i livelli del 2008, a conferma che la crisi è stata scaricata sul Sud, il quale ha visto scendere paurosamente la sua produzione industriale. Scrive Svimez: “Elementi di preoccupazione sono il calo del lavoro nella manifattura in senso stretto (-1,6%), che porta il rapporto a parlare di «crescita senza industria e degrado dell’occupazione, sempre più concentrata su impieghi a bassa qualificazione. Le professioni cognitive altamente qualificate hanno perso, tra il 2008 ed il 2015, oltre 1,1 milione di unità in Italia (-12,8%), un calo che nel Mezzogiorno è stato molto più accentuato (-18,7%) rispetto al Centro-Nord (-10,8%).”

Vogliamo ricordare che la disoccupazione al Sud, dove quella giovanile raggiunge punte del 65%, resta il doppio che al Nord, e il reddito pro capite è circa la metà di quello del Nord. Una crescita senza industria, limitata ai settori agricoli e turistici è una crescita monca e strategicamente debole. Tuttavia i segnali positivi ci sono, analizziamoli. Nel turismo, è avvenuta grazie alla forte crisi dei paesi arabi sotto attacco terroristico, ma anche grazie al rilancio d’immagine di una terra, diffamata in patria dai media italiani, ma apprezzatissima all’estero, giudicata in America quale la più bella del mondo. Nel rilancio d’immagine del Sud, non è da trascurare l’azione decisiva dei gruppi meridionalisti che, attraverso il potente strumento del web, riescono a contrastare efficacemente il mantra di un Sud gomorra, diffuso a vantaggio di nordici interessi speculativi.

Il nostro Sud nel mondo è visto come un paradiso turistico, mare e paesaggi da favola, il museo a cielo aperto più grande del mondo, non solo per i siti archeologici ma anche per il romanico, il barocco e quant’altro. Ma anche montagne e boschi, la gastronomia, quella della dieta mediterranea, ritenuta la migliore al mondo, e poi insieme al sole, la musica, i colori, la vivacità, l’allegria di una terra che, per quanto provano a farla passare per infelice, prorompe di vitalità. Una terra in cui nessuno si sente mai solo e la criminalità, in tutt’altre vergognose faccende affaccendata, non pare un’evidente preoccupazione per i turisti. Grecia e Spagna non sono da meno, vero, ma le chances del Sud forse sono maggiori, considerando la complessità delle sue qualità.

Immaginiamo ora se la nostra bella terra avesse mezzi di trasporto più comodi e veloci per essere raggiunta, più aeroporti, uno ogni 300 km, mentre al Nord ve n’è uno ogni 40 km. Immaginiamo se avesse strade, autostrade e ferrovie come il Nord. Ma ciò ci è negato da uno Stato antimeridionale per suo elemento costitutivo. Mangiare a Mezzogiorno pare l’articolo uno della costituzione italiana, per dirla con Massimo Troisi.

Stessa cosa accade nel settore agricolo, dove la nostra produzione viene fortemente penalizzata e resa sconveniente dagli accordi scellerati europei, che liberalizzano le importazioni di prodotti esteri a costi miserabili in cambio di esportazioni di prodotti industriali e armi nei paesi poveri. Ciò nonostante, l’agricoltura al Sud cresce, ma ciò è dovuto alla nascita di molte imprese giovanili specializzate nella produzione di altissima qualità esportabile nel mondo. Molti dicono che questa crescita è dovuta soprattutto alla campagna del compra Sud sostenuta dai gruppi meridionalisti. C’è da credervi. Oltre il 90% dei prodotti acquistati dai meridionali è importato dal Nord, per un valore annuo di 70 miliardi di euro. Rafforzare il compra Sud, comprare prodotti lavorati dalla nostra gente è decisivo per sottrarre all’emigrazione centomila giovani ogni anno, che vanno via come avviene da troppo tempo. Questo sì sarebbe il vero terrore dei gruppi finanziari del Nord che detengono le leve del potere politico italiano.

Il compra Sud, oltre che l’agricoltura, fa crescere anche il settore industriale e quello terziario a essa collegati. Tra l’altro, la mutazione della questione meridionale annunciata nel libro “Mai più terroni” di Pino Aprile, sembra in pieno svolgimento. Con la rivoluzione informatica, la territorialità e la logistica perdono importanza a vantaggio della creatività innovativa delle proposte. In questo, i giovani del Sud non sono secondi a nessuno. Basti considerare la scelta della Apple per istituire a Napoli la sua prima scuola di formazione europea.

«L’apparato produttivo meridionale sopravvissuto alla crisi sembra essere in condizioni di restare agganciato allo sviluppo del resto del Paese e manifesta una capacità di resilienza, la presenza di un gruppo di imprese dinamiche, innovative, con un grado elevato di apertura internazionale e inserite nelle catene globali del valore». Commenta la Svimez.
Questo Sud può farcela a riscattarsi, dipende soprattutto da noi Meridionali, dal nostro vederci con i nostri occhi, piuttosto che con quelli del “padrone bianco”, ovvero dal nostro amore verso la nostra terra e la nostra gente.

Congresso 2016 di Unione Mediterranea

Cari Amici Mediterranei,

con la presente vogliamo comunicarVI le principali informazioni da sapere per il prossimo Congresso del nostro amato Movimento, in particolare indichiamo: le modalità di partecipazione, le linee guida che adotteremo durante l’evento e alcune indicazioni per facilitare la vostra partecipazione.

Modalità di partecipazione

1. Il 3° Congresso di Unione Mediterranea si terrà nei giorni 24 e 25 Settembre 2016 presso l’ Hotel Le Cheminee, Via Stadera 91, Napoli. La registrazione dei partecipanti è prevista dalle ore 9:00 alle 10:00.

2. La partecipazione con diritto di voto al Congresso è consentita a tutti coloro che si sono iscritti al Movimento entro la data del 2 Aprile 2016.

3. Per partecipare al Congresso è necessario pre-registrarsi via email entro il 17 Settembre 2016 scrivendo a congresso2016@unionemediterranea.info . Verrà inviata risposta di avvenuta pre-registrazione.

4. In sede Congressuale, hanno diritto di voto i soli utenti che si sono pre-registrati ai quali verrà consegnato loro il materiale per votare. Durante la fase di registrazione sarà richiesto di indicare la email con la quale si è effettuata la pre-registrazione.

5. Nessun iscritto al Congresso può essere portatore di più di una delega. Per delegare è necessario compiere la seguente procedura:

– pre-registrarsi indicando nella mail il proprio delegato;

– stampare, firmare e consegnare la mail di avvenuta pre-registrazione e la copia del documento d’identità al proprio delegato;

– il delegato li consegnerà al Congresso in fase di registrazione.

Mozioni e Candidati Segretari

6. Le mozioni generali e tematiche devono essere presentate entro il 10 Settembre 2016;

7. Esse devono essere presentante sul forum web del Movimento www.unionemediterranea.info/forum nelle corrispondenti sezioni:

Indice/Congresso2016/mozioni_tematiche, Indice/Congresso2016/mozioni_generali

8. Per inserire la propria mozione si raccomanda la seguente procedura:

– creare un nuovo argomento di discussione

– inserire il titolo della mozione seguito dal nome dell’autore

– inserire il testo numerando le sue principali parti per facilitarne l’emendazione

– per le sole mozioni di politica generale, è obbligatorio indicare almeno un promotore della mozione.

9. Saranno ammesse al Congresso solo le mozioni tematiche che riceveranno almeno 10 sottoscrizioni.

10. Saranno ammesse al Congresso solo le mozioni generali che riceveranno almeno 10 sottoscrizioni.

11. Per sottoscrivere una mozione basta rispondere sul forum scrivendo: «SOTTOSCRIVO»;

12. Per presentare un emendamento basta rispondere sul forum scrivendo: «EMENDAMENTO» seguito dal numero della sezione da emendare e dal testo modificato.

13. L’emendamento vale come sottoscrizione;

14. I promotori delle mozioni generali contano come sottoscrittori;

15. I candidati Segretari saranno automaticamente selezionati tra i promotori della mozione generale che ha ottenuto la maggioranza dei voti del Congresso.

Modifiche allo statuto

16. Le proposte di modifiche allo statuto devono essere presentate entro il 10 Settembre 2016;

17. Esse devono essere presentante sul forum web del Movimento www.unionemediterranea.info/forum nella sezioni: Indice/Congresso2016/proposte_modifiche_allo_statuto

n.b. per accedere al forum si deve essere tesserati e nella registrazione va utilizzata la stessa email con la quale si è iscritti al Movimento e si dovrà inserire come nickname “nome e cognome reali”.

18. Per inserire la propria proposta si raccomanda la seguente procedura: creare un nuovo argomento di discussione

– Inserire il titolo della proposta seguito dal nome dell’autore

– Inserire il testo numerando le sue principali parti per facilitarne l’emendazione

– Come richiesto dallo Statuto vigente, saranno ammesse al Congresso solo le proposte che riceveranno almeno 50 sottoscrizioni.

19. Le procedure di sottoscrizione e di emendamento sono identiche a quelle descritte per le mozioni.

Candidature Organi Statutari

21. Le candidature per gli organi statutari quali: Comitato di Coordinamento, Collegio dei Probiviri e Portavoce, devono essere presentate entro il 17 Settembre 2016;

22. Le candidature devono essere inviate all’email congresso2016@unionemediterranea.info ;

23. Si richiede ai circoli territoriali di garantire la presenza di almeno un candidato al Comitato di Coordinamento tra i propri iscritti.

Dibattiti e Votazioni su Mozioni e Proposte

24. Dopo che il Congresso ha dibattuto e votato la Mozione di maggioranza per alzata di cartellino, i promotori della stessa si confrontano esponendo il loro programma di attuazione e rispondono alle domande avanzate dal Congresso. Poi il Congresso vota i candidati Segretari per alzata di cartellino;

25. Per ogni mozione, proposta di modifica allo statuto ed emendamento ammessi, si adotterà questo schema dibattimentale:

a) Gli autori espongono sinteticamente il testo (con limite di tempo)

b) Si ascolta un elettore sfavorevole, se c’è.

c) Poi si ascolta una replica a favore

d) Si ripetono i punti b) e c) per una seconda volta, poi si passa al punto e).

e) Il Congresso vota per alzata di cartellino.

 

Buona estate mediterranea, il mese di Settembre sarà di svolta per il nostro Movimento!

MO-UM a difesa dell’ambiente, anche d’estate!

 

Di Andrea Melluso

MO – Unione Mediterranea si impegna per la difesa dell’ambiente anche nei piccoli comuni che vivono di turismo e che nei mesi estivi vedono la popolazione aumentare considerevolmente. Ciò costituisce una grande risorsa economica ma potrebbe anche creare problemi con la raccolta dei rifiuti.

Abbiamo cominciato dal Comune calabrese di S.Nicola Arcella (CS), dove è attiva la raccolta porta a porta, chiedendo l’istituzione di un’isola ecologica temporanea all’ingresso del paese e la creazione di punti di raccolta per gli oli esausti, dannosi per impianti di depurazione e per il mare.

 

Ecco la lettera inviata all’amministrazione comunale.

“All’ Amministrazione comunale di San Nicola Arcella,

Rivolgiamo un appello al consiglio comunale del bel Comune calabrese affinchè si attivi, nel caso non lo stesse ancora facendo, per consolidare i progressi in tema di igiene urbana e difesa del mare.

Su questo tema suggeriremmo di:
* Ospitare almeno nei pressi della sede comunale, un contenitore per la raccolta degli oli vegetali esausti (l’ olio che residua dalla frittura una volta raffreddato) e favorirne la dotazione in ristoranti, pub e pizzerie. Molte aziende offrono questo servizio a costo zero , guadagnando col riutilizzo del materiale recuperato.
Una ragione in più per spingere questo tipo di raccolta è l’ importanza economica; infatti lo smaltimento scorretto causa gravi danni alla rete fognaria ed agli impianti di depurazione oltre ad inquinare pesantemente il mare.
Ecco cosa scrive il sito greenme (http://www.greenme.it/informarsi/rifiuti-e-riciclaggio/1225-come-smaltire-e-riciclare-correttamente-lolio-esausto-della-frittura: “forse non tutti sanno che ciò che resta in padella, l’olio esausto, può far danni ancor maggiori se non smaltito correttamente. Dal lavandino, attraverso la rete fognaria, l’olio esausto raggiunge gli impianti di depurazione causandovi gravi danni dagli elevati costi economici. Versato in uno specchio d’acqua, un solo litro d’olio è capace di formare una pellicola inquinante grande quanto un campo da calcio riducendone pericolosamente l’ossigenazione e di rendere non potabile un milione di litri d’acqua (più o meno il consumo di acqua di un individuo per ben 14 anni). E’ capace, disperso nel suolo, di impedire l’assunzione delle sostanze nutritive da parte della flora e, rientrando nella catena alimentare come mangime per gli animali ad esempio, ha conseguenze nefaste anche sulla nostra salute.

* Istituire almeno per il mese di agosto, quando il paese vede moltiplicare il numero di presenze, un’ isola ecologica temporanea all’ ingresso dello stesso, così da consentire un recupero più agevole dei rifiuti anche da parte di chi deve partire o avesse bisogno di lasciare altri materiali, contribuendo a combattere l’ incivile abbandono di rifiuti, ingombranti e non, e salvaguardare i risultati raggiunti col porta a porta.

Distinti Saluti e buon lavoro”

Sud e sottosviluppo: costituiamo gli Stati Generali della Questione Meridionale.

 

Quest’anno, il destino del Sud è stato ancora più beffardo, triste e drammatico del solito.

Siamo oramai abituati a leggere di mezzogiorno, sui grandi media, soltanto d’estate, in genere in concomitanza del rapporto Svimez che certifica anno dopo anno la drammatica condizione di un Sud invischiato nella crisi, senza voce e senza rappresentanza istituzionale, dimenticato dai governi e dalla classe dirigente di questo paese.

Quest’anno non è così. Quest’anno, purtroppo, a parlare di “Questione Meridionale” si è arrivati a seguito di una tragedia, emblematica – al di là delle contingenze particolari – della condizione del Sud.

Quel binario unico della morte tra Andria e Corato, tra gli ulivi pugliesi, rappresenta il simbolo degli investimenti mancati, della sicurezza assente, del modello di sviluppo a trazione settentrionale che l’Italia e l’Europa hanno eretto a totem inviolabile delle scelte economiche da imporre ai territori, incapaci di concepirne le differenti condizioni.

Ma tutte le nobili voci che si sono alzate nei giorni successivi alla strage per denunciare l’isolamento del Sud hanno il difetto di essere voci singole, di non essere coro. Non unite da un comune sentire né da un comune vedere.

Non emerge in questo paese la capacità di imporre alla classe dirigente, politica, comunicativa, la Questione Meridionale come centro del dibattito  della sopravvivenza stessa dell’idea di nazione.

Eppure il Sud è vivo, a dispetto di tutti. C’è un Sud che si ribella, che non si arrende, un Sud che tenta nuove vie culturali, nuovi approcci antimafia, nuove strade imprenditoriali. Ma è afono, perché perso nella propria autoreferenzialità, incapace di fare rete e di costruire una visione comune, su sé stesso e sul suo ruolo nello scacchiere nazionale ed europeo.

Per questo motivo, il Sud avrebbe bisogno dei suoi Stati Generali. La chiamata a raccolta nelle sue migliori energie, dei sociologi, degli economisti, degli intellettuali, degli amministratori coraggiosi, dei giornalisti che non si sono arresi alle minacce, dei magistrati antimafia, dei giovani e dei meno giovani che curano i beni confiscati, dei poeti, dei contadini che non abbandonano la propria terra, dei precari, degli emigrati, dei migranti.

Gli Stati Generali della Questione Meridionale, anzi delle Questioni Meridionali, in cui aprirsi, confrontarsi e perfino scontrarsi, ma riuscire a concepire una via per il mezzogiorno.

Se, ad esempio, un sindaco come Luigi de Magistris, che fa della costruzione di un Sud Ribelle una sua prospettiva futura, chiamasse a raccolta profili politici e culturali, anche con idee differenti tra loro, persone come Domenico Lucano, Giusi Nicolini, Michele Emiliano, Franco Cassano, Rosaria Capacchione, Nicola Gratteri, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo, Erri De Luca, Franco Arminio, Goffredo Fofi, Vito Teti, Marco Esposito, Gianfranco Viesti, Vincenzo Boccia, Emiliano Brancaccio, Emanuele Macaluso, Pino Aprile, Alessandro Cannavale, Emanuele Felice, Aldo Masullo, Gerardo Marotta, Isaia Sales, Maurizio de Giovanni, assieme ai tantissimi altri che – ripeto – a Sud stanno faticosamente tentando di non arrendersi e non perdere la speranza, si potrebbe cercare una via d’uscita comune a quel senso d’impotenza che sentiamo ogni qualvolta le voci che si ergono a difesa del Sud ci appaiono flebili, perché isolate.

Scrive Emanuele Macaluso sul suo sito: “Non mi pare che vi sia una forza in grado di trasformare una tragedia così terribile, l’indignazione per il ‘binario unico’ come segno della condizione del Sud, la rabbia, la generosità dei soccorritori e dei volontari, in un modo politico affinché il Sud torni ad essere sulla scena politica e sociale nazionale”.

Ebbene, al nostro comune amore per il Sud dobbiamo l’impegno serio e costante affinché quella forza ci sia, un giorno non troppo lontano. Lavoriamo.

Salvatore Legnante

Disapprendimento ed emancipazione

di Antonio Lombardi

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2016, viene dato alle fiamme un campo rom a Casalnuovo. Nel dare la notizia, un sito internet di informazione scrive nel titolo, a grossi caratteri, “a Napoli” e solo nel sottotitolo, decisamente con minore evidenza grafica, chiarisce che si tratta invece del comune di Casalnuovo. Un utente di Facebook rilancia e commenta la notizia, commettendo lo stesso errore: “A # Napoli danno fuoco al campo # Rom, ecco cosa è successo..”.

A quel punto io commento: “L’incendio si è verificato a Casalnuovo, perché nel post c’è scritto a Napoli?”.

Preferisco la forma interrogativa a quella affermativa (“Non è accaduto a Napoli ma a Casalnuovo”), perché è più utile all’altro ad evitare posizioni difensive di chiusura e ad interrogarsi a sua volta.

La risposta non arriva dall’autore del post, ma da un’altra signora (napoletana), che evidentemente si sente sollecitata ad intervenire. È da manuale di colonizzazione mentale: “Perché Casalnuovo non è conosciuta come Napoli … ed è cmq in provincia di Napoli… ma non capisco perché vi soffermate sul particolare e non sul fatto in generale. …”.

Dunque, secondo questa napoletana, l’obiettivo di dare risalto alla notizia o almeno di aiutare i lettori ad identificare la zona dell’evento, giustificherebbe la citazione impropria e denigratoria della sua città. E le risulta incomprensibile il fatto che qualcuno (c’è anche un altro commento che avanza la stessa precisazione) dia peso a questo particolare della località dove si è verificato l’evento, invece di focalizzare tutta l’attenzione sull’evento stesso: come se l’informazione non dovesse rispondere a criteri di verità, correttezza, non discriminazione. Questo suo commento riceve, nel giro di alcune ore, ben 5 “mi piace”: uno dal Veneto, uno dalla Calabria e tre da Napoli!

Io rispondo: “È con tanti piccoli particolari, ripetuti in maniera martellante in una miriade di notizie (anche il titolo dell’articolo riporta l’errore), che si costruisce l’immagine sociale deviata di una città. Gettandole addosso ogni croce che capita sotto le mani. Il problema è proprio non farci più caso”.

Mi mantengo sul piano del confronto sul tema della correttezza dell’informazione e delle sue conseguenze.

La controreplica della signora è un capolavoro: “Sono in parte d’accordo con te , capisco il fastidio di sentirsi criticare la città di Napoli , vivo in un’altra città da 6 anni e spesso sento battutine sulla Campania in generale … però se permetti non puoi dividere Napoli dal resto dei comuni … I problemi che ci sono a Casalnuovo Arzano Casoria ecc sono gli stessi che ci sono a Napoli Città con la differenza che lì c’è anche il teatro San Carlo, la chiesa di San Domenico Maggiore , la certosa di san martino , piazza del Gesù ecc… allora facciamoci conoscere anche x questo e cambiamo determinati atteggiamenti e forse fra centinaia di anni Napoli non verrà ricordata solo per rifiuti tossici e camorra … Ribadisco non puoi dividere napoli dai suoi comuni altrimenti è come il “nordico” che vuole dividere l’Italia in due non so se sono stata chiara …”.

In pratica distinguere il capoluogo da un altro comune della zona, sostiene, è roba da secessionisti (e per lei ciò è chiaramente negativo ed appannaggio dei soli settentrionali: non ha mai sentito parlare dell’ampio e serio movimento autonomista o indipendentista che si sta sviluppando al Sud?). E a questa tesi comunque assurda (distinguere i comuni è uguale a dividere l’Italia) aggiunge una contraddizione: intanto è lecito attribuire a Napoli tutti i mali della provincia, ma inoltre la città stessa ha la colpa della sua cattiva fama che potrà essere modificata solo fra centinaia di anni. Qui c’è da riflettere sul fatto che il colonizzato mentale non solo si sente in dovere di giustificare l’azione vessatoria di denigrazione gratuita cui è sottoposta la sua terra, ma vi aggiunge l’attribuzione della colpa e la sfiducia nelle possibilità del riscatto d’immagine, sfiducia espressa attraverso l’iperbolica affermazione del tempo necessario a raggiungere il cambiamento: fra centinaia di anni. Senza contare la seguente implicita incoerenza: come fa la città a farsi conoscere per i suoi monumenti, se i media la rappresentano preferibilmente per i mali suoi e persino degli altri territori circostanti e non è lecito contestare tali media?

La mia risposta a questo punto si pone su un piano del tutto diverso. È evidente che la mia interlocutrice non ha consapevolezza del processo di apprendimento che soggiace al suo modo autolesionistico di valutare la cattiva informazione. Cerco, allora, di aiutarla a riflettere sulla genesi del suo modo di leggere e giustificare la faziosità del fare informazione in modo gratuitamente denigratorio.

Dunque, io scrivo: “Se incendiano un campo rom ad Abbiategrasso, nessuno scrive che l’hanno incendiato a Milano, anzi è normale e giusto che ogni comunità si senta responsabile di quello che accade sul proprio territorio. Perché a noi, invece, hanno insegnato a sentirci in dovere di accollarci sempre tutto?”.

La conversazione si chiude qui: questo cambio di piani generalmente fa sì che il dialogo cambi corso o si interrompa, ma comunque apre potenzialmente l’altro ad uno spiazzamento che può, eventualmente, generare una salutare introspezione riferita non all’oggetto della conoscenza (che cosa sto vedendo), ma al proprio modo di conoscere (perché sto vedendo così).

Ecco il punto. A noi meridionali, in particolare a noi Napoletani, l’Italia “unita” ha insegnato a ritenere normale e giusto usare il nome della nostra terra per rendere più sensazionali le cattive notizie. Normale e giusto darci in pasto all’opinione pubblica come carne da macello: ma carne sempre putrida, mai emendabile, inguaribilmente verminosa e perciò degna di essere calpestata a piacere.

L’annientamento dell’autostima, dell’identità e del senso critico del popolo duosiciliano va avanti efficacemente da 155 anni. La colonizzazione mentale è, come in tutti i regimi coloniali, l’operazione più efficace tesa a mantenere in stato di assoggettamento un popolo ad un altro, attraverso l’educazione al senso di inferiorità che diventa il punto di forza, il sostegno collaborativo inconsapevole al potere che lo schiaccia.
Educare all’identità, come consapevolezza del proprio valore e della propria ricchezza culturale e come capacità concreta di smettere di collaborare con l’oppressore, è una pratica di liberazione. Aiutare a disapprendere il consenso acritico è la pratica emancipatrice fondamentale.

Binario unico: il Sud fermo alla stazione Italia

Come spesso accade in questo paese, si deve attendere una tragedia affinché si possa far luce su quali siano i reali problemi di una parte di territorio che, ormai, si può definire “separata in casa” con l’altra metà che costituisce l’Italia. E allora tutti alla ricerca delle cause, tutti a fare ricorso ai “dati”. Un “dato” è una condizione quantità nota, ammessa come vera, di cui ci serviamo per risolvere un problema. Quindi un dato è sicuramente qualcosa da cui attingiamo quando serve e la maggior parte delle volte è lì a portata di mano. E siamo sicuri che sono anche a disposizione dei nostri politici, molto più bravi a fare le passerelle in elicottero che a controllare sulle loro scrivanie quali siano i dati sulle infrastrutture al Sud e come risolvere questa condizione coloniale, sempre che si voglia risolvere.

Ed ecco che anche noi attingiamo dai dati di Repubblica.it che guarda caso, dopo il tragico scontro dei due treni in Puglia su binario unico, ci informa su quale sia la condizione della rete ferroviaria prima in Italia e poi al Sud.

“Secondo Istat, l’Italia con i suoi 28,3 chilometri di rete ferroviaria ogni 100mila abitanti, è uno dei paesi dell’Ue meno attrezzati. La media europea si attesta sui 44 chilometri di rete, sempre ogni 100mila abitanti”.

Ma la parte più interessante è la fotografia fatta da RFI (Rete Ferroviaria Italiana): “una fitta rete che si estende per 16.673 chilometri lungo lo Stivale, ma che si dirada nelle regioni meridionali dove si contano 5.733 chilometri di rete: poco più del 34 per cento del totale. E anche la qualità del servizio cala al Sud. Perché se le linee a doppio binario in Italia rappresentano il 45 per cento del totale, nelle regioni meridionali i treni viaggiano spesso su un unico binario: nel 70 per cento dei casi. Per ovviare al maggiore rischio del traffico ferroviario sulle due direzioni nello stesso binario, RFI ha compensato con sistemi di controllo automatici che, se si presenta il caso, sono in grado di ovviare anche all’errore umano”. I sistemi di controllo automatici sono, ovviamente, più diffusi al Sud Italia in cui si cerca di compensare la mancanza di una rete ferroviaria degna di uno Stato civilizzato. Eppure si passa da regioni come la Calabria e Sicilia in cui questi sistemi coprono la quasi totalità della rete, a regioni come Abruzzo e Puglia che per buona parte sono scoperte.

Ora che è stata fatta la panoramica di quanto siamo in ritardo sul piano delle infrastrutture, ora che i dati hanno un peso maggiore rispetto a quando noi di MO-Unione Mediterranea denunciavamo senza sosta le condizioni delle ferrovie nel Sud Italia, pretendiamo che ci sia controllo sull’erogazione dei fondi ai singoli territori. Pretendiamo di vivere in un paese che ci metta in condizione di non viaggiare a binario unico, pretendiamo di non morire più d’Italia.

Davide Abramo

SI al completamento della Superstrada del Gargano

Di Matteo Parisi

Il Gargano è un degno rappresentante del più profondo problema del Mezzogiorno, la mancanza di infrastrutture!
Il territorio, primo in Puglia per il turismo, è stato escluso dal Piano regionale dei trasporti per quanto riguarda il completamento della Superstrada ignorando, ancora una volta, le istanze del Gargano.
Il completamento della superstrada è un’esigenza storica del Gargano non solo per dare dignità alla vocazione turista del territorio ma anche per garantire un importante servizio ai cittadini.

I comuni interessati dal completamento hanno più di 450 strutture ricettive censite con oltre 81mila posti letto che generano quasi 3milioni di presenze. Di queste, il 90% tra Peschici e Vieste, i due territori più lontani dalle principali arterie di trasporto e quindi
difficilmente raggiungibili per i turisti.
Il Gargano non è un territorio di serie B (come tutto il Mezzogiorno), il quale partecipa come tutti alla spesa pubblica del nostro Paese e di conseguenza i cittadini chiedono di reinserire tra le priorità del PRT (Piano Regionale Trasporti) il completamento della Statale 89 del Gargano nel tratto Vico del Gargano-Peschici-Vieste-Mattinatella.

I cittadini con l’aiuto del Gruppo Pro Superstrada e del movimento studentesco Giovani In Azione hanno presentato una petizione online tramite il sito Change.com.

Link della petizione in cui tutti i cittadini possono firmare:
https://www.change.org/p/regione-puglia-si-al-completamento-della-superstrada-del-gargano

Italiani brava gente…

Calabresi e Siciliani Mafiosi

Di Massimo Mastruzzo

In queste settimane le classiche vicende di scandalo all’italiana stanno tenendo banco su tutti i mass media: a Roma e Milano, corruzioni, raccomandazioni, tangenti… Niente di nuovo insomma. Come nessuna novità c’è nel “rafforzativo” legato esclusivamente alle regioni di provenienza di alcuni dei protagonisti; una sorta di aggettivo qualificativo “antropologicamente indicativo” destinato a Calabresi e Siciliani.

Abitudine giornalistica, criticata anche da Umberto Eco, che probabilmente è ereditata dal pregiudizio creatosi nel periodo post-unitario figlio delle false teorie Lombrosiane e dal concepimento della legge 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette”) – nota anche come legge Pica.

Così i mass media non lesinano nel sottolineare che, ad esempio, Raffaele Pizza è calabrese, mentre non vengono menzionate le origini degli altri interpreti della vicenda intercettazioni nella Roma Capitale che vedono coinvolti anche alcuni componenti della famiglia del Ministro Alfano.

Stessa cosa per le ultime disavventure che coinvolgono l’Expo nella capitale morale italiana: Milano. Sembra che cosa nostra si sia infiltrata tra i padiglioni dell’Expo in cerca di affari utili a finanziare cosche mafiose in Sicilia. Il GIP scrive di ” Gravi superficialità” ma ” Certamente anche grazie a convenienze” di “Soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni”. Il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, in conferenza stampa, aggiunge:” Le organizzazioni criminali sono riuscite ad inserirsi nelle partecipate pubbliche.” Il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini, dice che il commissariamento della Nolostand spa, società del gruppo Fiera Milano, attraverso cui gli arrestati sono accusati di aver ottenuto dalla Fiera di Milano 20 milioni di euro di appalti, è un messaggio che viene lanciato ai grossi gruppi e alle multinazionali per avvisarli che con i loro comportamenti colposi stanno consentendo infiltrazioni di associazioni mafiose…

Come si vede anche in questo caso l’aggettivo qualificativo “rafforzativo” indicativo della provenienza degli interpreti criminali che violano la legge è usato solo per alcuni degli interpreti: Siciliani mafiosi; per gli altri “attori” si suole dire: corrotti, colpevoli di comportamenti gravemente superficiali, comportamenti colposi che potrebbero portare al rischio di essere indagati per collusione. Solo per fare un esempio più chiaro: Crocetta, siciliano, potrebbe essere indagato per mafia; Maroni, lombardo, solo per collusione.

Quindi (non)rassegnamoci ancora una volta a questa conclusione che ci fregia di questo sgradito giudizio partorito da un antico pregiudizio: mafia e ndrangheta possono essere associate solo a siciliani e calabresi… Gli altri al massimo saranno dei “semplici” collusi.

Impressioni democrazia radicale Massa Critica

Di Dario Picciafoco

Mercoledì 6 Luglio, sulla scorta della promessa del sindaco di coinvolgere pubblicamente e attivamente la cittadinanza, parti di alcuni collettivi portano in piazza S.Domenico Maggiore circa 300 persone (tra realmente interessati e passanti) riunite classicamente nel cerchio dell’Agorà.

Come si riporta nella pagina fb del gruppo i punti emersi da questa seconda assemblea popolare sono:

1 – A Luglio 2016 avrà luogo un tavolo ufficiale con l’amministrazione comunale aperto a tutte le realtà di base coinvolte o coinvolgibili sul terreno della democrazia radicale, attraverso il quale costruire un primo metodo di cessione di sovranità alle assemblee di base su priorità, temi e temporalità dell’amministrazione cittadina (e non solo).

2 – A Settembre/Ottobre 2016 sperimentare un percorso di assemblee territoriali per costruire insieme agli abitanti di Napoli alcuni obiettivi prioritari per modellare i quartieri sui bisogni collettivi.

3 – Una serie di interventi hanno evidenziato criticità e questioni politiche da sciogliere per rendere attuabili forme di democrazia dal basso: a partire dalla temporalità verificabile degli impegni (Materdei) alla coerenza politica rispetto agli impegni presi (Bagnoli Libera) alle strategie per favorire il bilancio partecipato e forzare i vincoli dell’austerità (Sbilanciamoci)

4 – Durante l’assemblea in piazza è stato presentato l’appello per la scrittura plurale di una “Carta delle assemblee degli Abitanti”, con un metodo costituente che parta dall’apprendimento e dall’osservazione delle esperienze concrete. “Costruiamo una strada o apriamone una nuova”.

Gli interventi dei presenti si susseguono con una scadenza di circa 7 minuti tra di loro, quello iniziale di De Magistris è sicuramente il più propositivo: l’appello all’organizzazione e alla concretezza. E’ evidente infatti che queste riunioni sono in una fase decisamente embrionale, così come è tangibile la voglia di far nascere una struttura che non ripeta i grandi errori del passato (un obbiettivo dal valore piuttosto alto quanto vago in questo momento, al di là della presumibile retorica e della semantica usata). Sicuramente una prova concreta di fattibilità ci sarà stesso a Luglio 2016, a brevissimo praticamente, secondo il primo punto nato dall’assemblea di Mercoledì.

Il momento migliore, in termini di partecipazione e confronto, è stata sicuramente la “denuncia pubblica”, inerente una questione dell’ex nato di bagnoli, da parte di un ragazzo dei centri sociali con la pronta risposta da parte del sindaco che conferma e sottolinea la reale gravità del problema. Momenti come questi sono davvero belli da vedere, ma che succede se ci fosse un opposizione vera a porre una domanda scomoda? (Opposizione che, se non per attaccare il sindaco in campagna elettorale, è completamente assente in città).

Infatti, in una certa misura, si ha un impressione iniziale generale di una quasi nuova forma di “apparenza politica” (anche se le intenzioni sono dichiaratamente sostanziali) in cui ci si fa per lo più una “discussione in famiglia”.

Forse allo stato attuale è necessario così finché, passo dopo passo, non si arrivi quell’organizzazione per la nuova forma di governo tanto complessa quanto giusta, come quella fin’ora proposta e discussa nell’assemblea: la Democrazia Radicale.

“Radicale” con “Democrazia” è una accostamento provocatorio che può far storcere il naso ai più moderati, ma andando con ordine e seguendo il dibattito pubblico in piazza si scopre che è l’idea secondo cui le istanze vengono create, presentate e discusse direttamente dal basso. Una sostanziale differenza anche rispetto la democrazia partecipata, in cui la cittadinanza viene chiamata a partecipare molto più rispetto quella rappresentativa, ma sempre su argomenti calati dall’alto.

Sicuramente una forma di governo opposta a quella “radicalmente” liberista e democratica “solo per chi può” (dal verbo Potere). Sicuramente una forma di governo più concreta (le assemblee popolari di fatto sono partite e ci si avvia a muovere i primi passi verso un’idea di bilancio partecipato) di quella proposta e mai attuata, se non in via formale e solo internamente al loro movimento, dai 5Stelle.

Dai massimi sistemi cittadini alla realtà, in questa riunione c’è stata un po di dispersione, l’attenzione cala facilmente perché si è all’aperto e l’audio non è ottimale, fa caldo e non c’è un volantino che dia indicazioni in merito l’organizzazione e lo svolgimento effettivo dei punti all’ordine del giorno. Unico riferimento è facebook o il contatto diretto al momento. In compenso però, c’è quell’euforia e quell’energia data dalla possibilità di fondere realmente istituzioni e cittadinanza allo stesso livello, anche se filtrata in qualche modo da quelle strutture che attualmente si occupano dell’organizzazione.

A proposito degli organizzatori e degli altri relatori, quello che è certo è l’omogeneità e la provenienza politica e ideologica, spiccatamente, tradizionalmente e dichiaratamente di sinistra. Un domani ci sarà una opposizione concreta e forse si dovrebbe fare qualche esperimento “radicale” appena ci sarà qualche regola in più in merito: magari una sorta di mini parlamentini territoriali organizzati veramente per tutti: da quelli “antipatici” a quelli che comunque hanno una visione differente. Bisogna dimostrare che siamo veramente la capitale dell’amore (semicit. del sindaco).

E appunto se si considerano amorevolmente gli altri punti di vista mancanti, da osservatore esterno di parte, quello che decisamente non c’era è l’approccio (magari non la citazione) autonomista e identitaria: per esempio si è parlato dell’accesso ai fondi europei, ma non si è fatto cenno al problema dello squilibrio dei finanziamenti tra nord e sud. E’ un nodo cruciale da risolvere per la questione dell’autonomia (si spera anche in chiave, appunto, identitaria).

Forse non era l’assemblea giusta per argomenti di questo stampo, anche se si è parlato tanto in termini generali (anche di accesso ai finanziamenti), oltre a questioni strettamente territoriali e amministrative del passato inerenti il concetto applicato di Democrazia Radicale: l’esperienza del quartiere Materdei, citata al punto 4 stabilito nella riunione.

Comunque sperando (e in fondo sapendo) che le proposte, i pensieri e le critiche (e perché no le polemiche) non siano o diventino semplicemente strumentali, funzionali e calibrate piuttosto che ignorate rispetto chi governa e governerà. Noi identitari ci siamo e partecipiamo, magari mettendoci al lavoro per un intervento alla prossima assemblea o, in qualche maniera, presenziare al tavolo del primo punto stabilito nell’assemblea popolare di Mercoledì 6 Luglio scorso.

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