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OGGETTIVITÀ RAZIONALE TRA BUONISMO E RAZZISMO

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Il Dossier Statistico Immigrazione, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in partenariato con il Centro Studi Confronti e in collaborazione con l’UNAR ci offre una diversa narrazione rispetto alla contrapposizione  tra “buonisti” e “ razzisti” sul dibattito dell’immigrazione.

Una narrazione razionale data dall’oggettività di dati e statistiche che rispetto alla percezione, spesso volutamente indotta, di una invasione straniera ci da una lettura reale dal punto di vista demografico, economico, occupazionale e socio-culturale.

Avere consapevolezza sui dati di un fenomeno, quale è l’immigrazione, ci offre la possibilità di affrontare con la dovuta serenità un argomento che, trattandosi di essere umani, merita di giungere a decisioni sui provvedimenti di gestione dello stesso nel pieno rispetto dei diritti universali dell’uomo.

2016: NON SOLO SBARCHI

Al 31 dicembre 2016 il numero dei cittadini stranieri residenti in Italia (5.047.028) è aumentato di appena 20.875 persone rispetto al 2015; eppure tra sbarchi, altri flussi in arrivo e cancellazioni anagrafiche, i movimenti migratori hanno interessato quasi 1 milione di persone. L’esiguo aumento netto di questa popolazione è stato anche determinato dal gran numero di acquisizioni della cittadinanza italiana. Tra i 5 milioni di residenti stranieri, 3.509.805 sono i non comunitari. Tuttavia, l’archivio dei permessi di soggiorno ne attesta 206.866 in più, costituiti soprattutto da nuovi arrivati, ancora in attesa di essere registrati come residenti. Tenuto conto del divario tra arrivi regolari e registrazioni anagrafiche, che riguarda anche i cittadini comunitari, la stima della presenza straniera regolare complessiva è – secondo il Dossier – di 5.359.000 persone. Da notare che gli italiani all’estero sono 5.383.199 secondo le Anagrafi consolari (aumentati di oltre 150mila unità rispetto al 2015). Sono invece 2.470.000 le famiglie con almeno un componente straniero (in 7 casi su 10 nuclei con soli stranieri), che nel 50% dei casi sono unipersonali e per un altro 30% sono coppie con figli (a loro volta, nella metà dei casi, monoreddito).

Tra il 2007 e il 2016 la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di 2.023.317 unità e nel solo 2016 sono state 262.929 le persone registrate in provenienza dall’estero. 

Oltre agli ingressi temporanei, sono continuati i flussi in entrata per insediamento stabile: il maggior numero di visti è stato rilasciato per motivi familiari (49.013), studio (44.114), lavoro subordinato (17.611), motivi religiosi (4.066), adozione (1.640) e residenza elettiva (1.274) e, in totale, sono stati rilasciati 131.559 visti nazionali che autorizzano a una permanenza superiore ai 3 mesi. Seppure estremamente ridotte, le quote programmate per i nuovi lavoratori non comunitari sono state 13.000 per gli stagionali e 17.850 per tutti gli altri comparti, in larga misura (14.250) riservate a cittadini già presenti in Italia e interessati a convertire il proprio titolo di soggiorno (ad esempio, da studio a lavoro).                                                   Intanto, gli arrivi in Italia via mare sono passati dai 153.842 del 2015 ai 181.436 del 2016 (+17,9%) e le richieste d’asilo, secondo Eurostat, da 84.085 a 122.960 (+46,2%). L’Italia si colloca a livello mondiale subito dopo la Germania, gli Stati Uniti, la Turchia e il Sudafrica per domande d’asilo ricevute (Unhcr).

In particolare tra gli sbarcati, i minori non accompagnati sono stati 25.843, mentre sono 6.561 quelli che, censiti, si sono poi resi irreperibili.

Si sono invece trasferiti all’estero, cancellandosi dalle anagrafi comunali, 42.553 cittadini stranieri e 114.512 italiani. In entrambi i casi si tratta di una sottostima dei movimenti reali. L’Istat ha cancellato d’ufficio (in quanto irreperibili) altri 122.719 stranieri, mentre, sulla base degli archivi dei paesi nei quali si sono indirizzati in prevalenza gli emigrati italiani (Germania e Regno Unito), il Dossier stima che, complessivamente, nel 2016 siano espatriati almeno 285.000 italianiSono poco meno di 200 le nazionalità degli stranieri residenti in Italia. I cittadini comunitari sono il 30,5% (1.537.223, di cui 1.168.552 romeni, che hanno in Italia il loro maggiore insediamento), mentre 1,1 milioni provengono dall’Europa non comunitaria. Africani e asiaticisono, rispettivamente, poco più di 1 milione. Solo 13 paesi hanno più di 100.000 residenti: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, India, Moldavia, Bangladesh, Egitto, Pakistan, Sri Lanka e Senegal.

 

ANDAMENTO DEMOGRAFICO E IMMIGRAZIONE

Nel 2016, tra i cittadini italiani le morti sono prevalse sulle nascite di 204.675 unità (tendenza in corso da diversi anni). Anche l’intera popolazione residente (italiani e stranieri) è diminuita (-76.106) seppure in maniera più contenuta grazie alla compensazione assicurata dai nuovi arrivi (per quanto meno numerosi rispetto al passato) e alle nascite da genitori stranieri (69.379, il 14,7% del totale).                                              Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, tale scenario caratterizzerà l’intero periodo 2011-2065. L’ipotesi più probabile (scenario mediano) prevede 300mila ingressi netti annui dall’estero all’inizio del periodo e 175mila alla fine. Nel corso di questo mezzo secolo la dinamica naturale sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi e 5,9 milioni di uscite). Il margine d’incertezza finale è tutto sommato contenuto: le entrate si collocano tra i 16,7 milioni nell’ipotesi bassa e i 19,3 milioni nell’ipotesi alta, mentre le uscite tra i 5 e i 7 milioni. Complessivamente, la popolazione residente non diminuirà e si assesterà sui 61,3 milioni, ma sarà molto diversa la sua composizione: l’incidenza degli ultra65enni sfiorerà il 33%, si ridurranno i minori e le classi di popolazione in età lavorativa, aumenterà l’incidenza degli stranieri. Alla fine del periodo potranno essere 14,1 milioni i residenti stranieri e 7,6 milioni i cittadini italiani di origine straniera: nell’insieme più di un terzo della popolazione. Alla luce di queste precisazioni a preoccupare maggiormente dovrebbe essere la scarsa capacità dell’Italia di attrarre e integrare i cittadini dall’estero.

 

MERCATO OCCUPAZIONALE

Il Dossier 2017 offre dei focus su alcuni comparti occupazionali:                                                                              • agricoltura: i 345.015 lavoratori nati all’estero hanno svolto il 25% di tutte le giornate lavorative dichiarate in questo ramo di attività nel 2016. Il settore resta però esposto allo sfruttamento, nonostante per contrastarlo sia stata varata una legge più severa (n. 199 del 2016);

• lavoro domestico: 739mila gli occupati, di cui i tre quarti stranieri. Nell’ultimo biennio, mentre gli stranieri sono diminuiti di 54.000 unità, vi è stato un lieve aumento del personale italiano (12.000);

• settore turistico: presso le 312mila imprese complessivamente operanti nel comparto si contano 1,7 milioni di posti di lavori diretti e 900mila nell’indotto; gli occupati nati all’estero in alberghi e ristoranti (242.447) hanno inciso per il 23,2% su tutti gli occupati del settore (ma per oltre il 28,5% sui nuovi assunti). Tra gli occupati stranieri il 13,4% svolge un lavoro autonomo-imprenditoriale (tra i cinesi il 50,4%). Alla fine del 2016 sono 571.255 le imprese a gestione immigrata (+3,7% in un anno rispetto a -0,1% delle imprese gestite da italiani, da anni in diminuzione); di queste, 453.000 sono a carattere individuale.

L’incidenza sul totale sfiora il 10% (9,4%), ma sale al 16,8% tra le nuove imprese. È alta anche la percentuale di imprese immigrate su quelle che nell’anno hanno cessato l’attività (12,0%), per cui, nell’insieme, si evidenzia una maggiore vitalità e un più elevato turn over. Nonostante il positivo andamento, soprattutto in diversi territori metropolitani del Mezzogiorno (Napoli, Reggio Calabria e Palermo, in primis),sono le regioni del Centro-Nord a segnalarsi per consistenza dell’imprenditoria immigrata.

Le collettività più coinvolte sono, nell’ordine, Marocco, Cina, Romania e Albania, con sensibili differenziazioni nella distribuzione per settori di attività.                                                                                                                       Nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, vale a dire l’8,8% della ricchezza complessiva, e hanno dichiarato in media redditi di 11.752 euro annui a testa, pari a un totale di 27,3 miliardi di euro. Essi hanno versato Irpef per 3,2 miliardi di euro, in media 2.265 euro a testa (gli italiani 5.178 euro).

È in continua crescita anche l’inserimento bancario degli immigrati. Per il Cespi nel 2015 erano 2.515.100 i conti correnti intestati a cittadini immigrati presso le banche italiane e BancoPosta, con il coinvolgimento del 73% della popolazione adulta (nel 45% dei casi donne). L’evoluzione è stata positiva anche per quanto riguarda altri prodotti bancari, creditizi e assicurativi.

Continua a essere notevole il beneficio finanziario assicurato dagli immigrati ai conti pubblici, compreso tra 2,1 e 2,8 miliardi di euro a seconda del metodo di calcolo. Si tratta di una valutazione condotta da diversi anni dagli esperti di IDOS e della Fondazione Leone Moressa. Considerata la più giovane età degli immigrati, l’Italia potrà contare ancora per molti anni su questo vantaggio.

A livello mondiale i migranti, con le loro rimesse verso i paesi in via di sviluppo (429 miliardi di dollari nel 2016, 11 miliardi in meno rispetto al 2015) sostengono circa 800 milioni di familiari (ben 1 su 7 tra tutti gli abitanti nel mondo); in Italia i 5,6 miliardi di euro inviati nel 2016 risultano in diminuzione da 6 anni consecutivi (erano stati di 7 miliardi nel 2011). Circa la metà di questo flusso va nelle aree rurali, quelle più povere.

Altri dati si possono trovare cliccando a questo link del pdf completo del Dossier Statistico IMMIGRAZIONE 2017

 

 

Vittorio Feltri è un pagliaccio – L’ennesima puntata della ignobile farsa italiota chiamata “giornalismo”

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Il più asservito dei pennivendoli italiani, vero e proprio insulto vivente al concetto di Giornalismo, dà alle stampe (virtuali) una nuova squallida puntata della sua vicenda professionale.

Sappiamo già che Feltri ed i suoi scrivono nelle pause fra una salamelecco ed un inchino ai propri padroni, e che la frustrazione di questi signori si traduce spesso in isteriche arringhe destituite di ogni fondamento razionale o documentale. Non ci stupisce dunque che l’articolo di oggi si presenti come un coacervo delle solite scemenze, delle consuete imprecisioni, delle note inesattezze, della ridicola bile e dell’immancabile razzismo di marca Feltriana.

Si parla di Napoli Autonoma. Passi il fatto che il fogliaccio in questione sia così disinformato da non citare MO! Unione Mediterranea e Flavia Sorrentino in merito al progetto: le dinamiche dell’informazione sono rigide e concentrarsi sulla reale paternità della proposta sarebbe risultato in una disamina forse un po’ farraginosa. Questa concediamogliela: in via Majno preferiscono le boiate alla precisione giornalistica, lo sappiamo bene.

C’è altro su cui concentrarsi. Non si capisce, ad esempio, da dove queste penne eccelse desumano un’alleanza così stretta fra i soggetti coinvolti (De Magistris, De Luca, Scotto) e la Lega. Per certa gente, evidentemente, condividere la contingenza di un singolo progetto politico equivale ad apparentamento. L’idea che invece si tratti di Politica (ovvero compromesso, anche col peggiore avversario, in vista di un bene maggiore), non sfiora questi soggetti. Ci viene il sospetto che di Politica, sti personaggi, non capiscano un fico secco.

Come se non bastasse questa cantonata, il funambolismo logico prodotto riesce a legare la volontà di rinunciare a 259 milioni di euro (in cambio dell’autonomia amministrativa) con la fantasiosa elezione di Napoli a “Capitale Italiana degli sprechi”. Non si capisce il senso del passaggio. Non si leggono dati dai quali è dedotto questa presunto “primato” partenopeo. L’unica cosa che passa è il solito squallido razzismo antimeridionale, basato sul nulla. Ma si sa: la pattumiera (scusateci, ma non troviamo altri modi per definire la redazione di Libero) è ubicata a Milano. E’ arcinoto che la limpida aria della “Capitale Morale” possa dare alla testa. L’atmosfera, a quelle vette di onestà, è rarefatta. Expo non si vede quasi, da quelle altezze vertiginose!

Ecco qui l’opera d’arte (nel caso in cui aveste voglia di farvi venire l’ispirazione per una sana pernacchia)

Noi i negri non li vogliamo – I Cuneesi dalla memoria corta

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Soffrono di una vera e propria amnesia, o è semplicemente un caso estremo di memoria selettiva quello che spinge i Cuneesi a dimenticare il “grande esodo” che li rese protagonisti, tra il 1876 e il 1914, di una massiccia emigrazione verso paesi quali la Svizzera, la Germania, la Francia e l’Argentina. Erano boscaioli, roncatoli di terra, pastori, mendicanti che quando la crisi agraria colpì il settore contadino preferirono abbandonare le loro terre per sfuggire alla precarietà e alla miseria.

Nel 1876, sul totale dei 34.509 emigranti italiani diretti in Francia, 21.233 provenivano dal Piemonte, in particolare dalle province di Torino e Cuneo. Tra il 1901 e il 1913 partirono alla volta dell’Argentina ben 151.030 piemontesi. Lo sa bene Papa Francesco, figlio di emigranti piemontesi, cosa significa sentirsi lontani dalle proprie radici, e dal Forum su migrazioni e pace lancia l’appello “proteggere i migranti è un imperativo morale”. Ma l’Argentina non accolse i cuneesi con cartelli intimidatori pregni di parole d’odio e razzismo quali “questo non è un consiglio, ma una minaccia, noi i PIEMONTESI non li vogliamo”; l’Argentina decise che gli immigrati dovevano essere integrati attraverso la scuola, l’istruzione e la conoscenza della lingua.

Si vede che la pancia piena rende la memoria corta, e la notizia che la casa delle opere parrocchiali avrebbe ospitato una ventina di migranti è bastata a scatenare un’ondata di odio in due piccole frazioni della provincia di Cuneo (Roata Canale e Spinetta), espressa in modo becero e gretto, attraverso fogli A4 dal contenuto inqualificabile, affissi un po’ ovunque dal portale della chiesa di Roata Canale alle pensiline dei bus, fino ad essere imbucati nelle caselle di posta dei referenti del comitato di quartiere, perché il messaggio fosse chiaro e diretto.

La vicenda è, come sempre, una storia di odio e di egoismo, perché la casa delle opere parrocchiali era stata costruita, anni fa, anche con i soldi degli abitanti delle frazioni per essere adibita ad asilo, poi il Comune ne costruì uno poco lontano e per decenni a causa della mancanza di fondi lo stabile era rimasto inutilizzato. Ora gli abitanti rivendicano il diritto di decidere chi è meritevole di assistenza e di aiuto. I bambini piemontesi sarebbero stati degni di occupare quegli spazi, ma i migranti no, non hanno pari dignità, non sono esseri umani in difficoltà, non rappresentano una risorsa o un arricchimento, ma solo un problema da evitare.

E potremmo pensare che l’iniziativa di pochi non sia sufficiente ad etichettare un intero paese come razzista, ma il problema è che non si tratta di “pochi singoli ottusi”. Il Vescovo di Cuneo, Monsignor Piero Delbosco, il 30 aprile ha incontrato circa 400 cittadini in un’assemblea pubblica e dopo circa due ore di dibattito dai toni accesi, in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, l’incontro si è concluso con un secco: “Non li vogliamo”.

Ma se da una parte questa situazione sta mostrando a tutti le miserie di una comunità quanto meno poco solidale, dall’altra un messaggio di ottimismo e conforto ci viene dalle dichiarazioni del medico locale Corrado Lauro che opera in chirurgia generale all’ospedale Santa Croce di Cuneo. Il 25 aprile giorno della Resistenza dal nazifascismo, il Dott. Lauro, per condannare i toni inaccettabili dei manifesti razzisti, ha minacciato di non garantire l’assistenza sanitaria agli abitanti delle due frazioni di Cuneo, se non in caso di immediato rischio vita. E’ vero, sempre di dichiarazioni si tratta, ma non a caso il manifesto razzista è anonimo, mentre la presa di posizione contro l’egoismo e l’indifferenza porta un nome, un cognome e una faccia, e questa faccia a noi di Unione Mediterranea piace, e pure tanto!!!!

Da Cantù all’UE: non chiamatela sottocultura, si chiama razzismo

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di Pierluigi Peperoni

Troppo semplice definire il razzismo meridionale sottocultura, sminuire il problema non servirà a risolverlo. Non fino a quando tale razzismo sarà funzionale a un sistema fatto di intrecci tra politica e interessi economici. Ma andiamo con ordine…

Da Bizzozero (sindaco di estrazione leghista di Cantù) a Dijsselbloem (Presidente Eurogruppo), in questi giorni siamo stati costretti ad assistere a un rigurgito anti-napoletano e anti-meridionale.

Ecco cosa ha scritto Bizzozero sulla propria pagina FB:

Il web si indigna, ma nessun esponente del mondo politico invoca dimissioni, né annuncia iniziative contro il sindaco settentrionale. Lo stesso Salvini, che pure ha affermato di essere interessato a difendere il mezzogiorno, ha pensato di tacere.

Ecco che a distanza di poche ore Jeroen Dijsselbloem, olandese Presidente dell’Eurogruppo, dichiara in un’intervista:

Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto

In questo caso c’è stata un’immediata reazione da parte degli europarlamentari spagnoli prima, italiani poi che ne hanno chiesto dimissioni. Eppure Dijsselbloem è un socialista e in quanto tale dovrebbe fare della solidarietà il centro della propria azione politica, o almeno questo è quello che pensa il suo elettorato. Peccato che lo stesso Dijsselbloem è stato tra i più intransigenti quando la crisi del debito pubblico ha toccato il proprio apice, soprattutto a danno delle nazioni economicamente più deboli.

Definire il razzismo antimeridionale semplice sottocultura è sbagliato e pericoloso. Si rischia infatti di non dare il dovuto rilievo agli occhi dell’opinione pubblica a questo genere di episodi, innescando così un processo che tende a legittimare queste uscite e dà la possibilità a chi dovrebbe intervenire di evitare scomode prese di posizione. Difficile credere che questo possa succedere davvero: il razzismo è ancora funzionale a ottenere i voti dei settentrionali.
Un po’ come accade nel movimento di Beppe Grillo, con il leader dei 5 stelle che definisce “geneticamente modificati” gli onesti (e ingenui) meridionali del suo movimento, mentre gli attivisti napoletani presentano mozioni a spiccato contenuto meridionalista.

È il bispensiero della politica dei partiti nazionali, dettato dall’opportunismo e dalla necessità di far cassa (o meglio, far voti) facendo leva sulle differenti sensibilità degli elettorati a cui si parla.

Ecco perché a sud bisogna capire che ci dobbiamo difendere da soli, con i liberatori abbiamo già dato.

Il solito vecchio vizio

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Il solito vecchio vizio. E’ una delle locuzioni che campeggia sulla prima pagina di un noto quotidiano “nazionale”.

Libero, il giornaletto diretto da Vittorio Feltri, titola a nove colonne usando la peggiore retorica neolombrosiana. Dispiace, nel 2017, leggere che qualcuno vive ancora di stereotipi gretti ed insulsi. Ma conosciamo il nostro pollo. Feltri è un poveraccio che campa di sovvenzioni statali, frustrato dall’insostenibile confronto con la nobile scuola giornalistica che lo ha preceduto, e che lui scimmiotta indebitamente da anni. Capiamo che vendere qualche copia in più, nello stato psicologico in cui si trova il buon Vittorio possa rappresentare un toccasana, e quindi paternamente comprendiamo.

Ma dato che la presente genialata ci costringe, nostro malgrado, ad occuparci di questa “scorreggia di pulce”, lasciateci fare qualche considerazione in merito. Vogliamo parlare anche noi del “solito vecchio vizio”. Ma di quale vizio vogliamo parlare?

Semplice. Parliamo del vizio tutto itaGliano di fare finta che certi fenomeni siano rintracciabili esclusivamente a determinate latitudini. Latitudini, beninteso, parecchio distanti da quelle della “capitale morale” dove ha – casualmente – sede il fogliaccio in questione. Parliamo naturalmente della Milano di Belsito, di Expo 2015, di Formigoni e del padrone di Vittorio Feltri, il non proprio limpidissimo ex-Cavalier Silvio Berlusconi.

Il vizio di alimentare pregiudizi ridicoli adottando semplificazioni talmente sgangherate da rasentare la dabbenaggine. Per rendersene conto basta leggere l’articoletto propinatoci e fare un po’ di fact checking. Si parla, infatti, di assenteismo come se Napoli fosse la capitale mondiale del dipendente vacanziero. Eppure l’Inps smentisce categoricamente questa fantasiosa distribuzione geografica. Per inciso, la realtà vede il Nord-Ovest in testa e comunque la Lombardia precedere la Campania. Si passa poi ai dipendenti pubblici. Ne avrebbe di più la Campania rispetto alla Lombardia. I poverini di Libero si dimenano come tonni nel tentativo di far sembrare Napoli un parcheggio per fancazzisti mantenuti a spese nostre. Eppure si dimenticano, nella loro attentissima analisi, di riportare i criteri del confronto. I paladini dell’efficienza meneghina prendono la percentuale di dipendenti pubblici rispetto al totale dei lavoratori e confrontano i valori delle due regioni. Queste volpi della statistica teleguidata ignorano (non sappiamo quanto volutamente) che limitarsi al brutale risultato aritmetico esclude – da quello che dovrebbe essere un ragionamento serio – la considerazione secondo la quale al meridione il lavoro privato scarseggia e che quindi la percentuale dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati è destinata ad essere più alta a Sud, dove c’è minore occupazione. Cornuti e mazziati, in pratica.

Ma di cosa ci stupiamo? Il vizio di stuprare la statistica per favorire il Nord è effettivamente vecchio. Si vedano i funambolismi escogitati in merito al federalismo fiscale di marca Leghista.

Così come è vecchio (anche se non vecchissimo) il vizio di scambiare le bobine da ciclostile per un grossi rotoloni di carta igienica sui quali sprecare inchiostro, mentre gente del calibro di Montanelli si rivolta nella tomba. E’ disgustoso rilevare come, grazie alla pochezza ed alla bassezza di Vittorio Feltri e della sua redazione, una polemica che origina in ambito calcistico (e della quale non ci degniamo neanche di curarci), sia riuscita a trasformarsi nell’ennesima porcheria all’italiana. Il disprezzo stupido e mai sopito – anche se dissimulato ad usi elettorali – nei confronti dei “fratelli d’italia di serie B” quali noi Meridionali siamo considerati è vivo e vegeto e lo dimostra questa squallida intemerata colma di inesattezze e dal taglio politico criminale.

MO! – Unione Mediterranea è già da anni titolare di una querela nei confronti del giornalino in questione. Pietro Senaldi, in un editoriale del 5 settembre del 2014, si era prodotto in una serie di scemenze che sono state ritenute, su segnalazione del nostro movimento, degne dell’attenzione degli inquirenti. Il procedimento è tuttora in corso.

Ebbene, abbiamo detto che comprendiamo ma – a tutela dei Nostri Interessi – pensiamo che sia ora di ripetere l’esperienza e di querelare nuovamente questo bugiardino da lassativi che qualcuno si ostina ancora a chiamare, indebitamente, “giornale”.

Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO! – Unione Mediterranea

La parola e le parole

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di Mariano Palumbo

Nella comunicazione l’uomo non si consuma, ma si manifesta. In tale realtà la sua umanità -cosa che va oltre, più su, la sua animalità- raggiunge e si “accorda” con le altre umanità…, perchè siamo una sola umanità. Abbiamo molti e diversi modi di sentire e percepire la realtà, ma le cose vere… -che sono sempre persone!- hanno, abbiamo, come un sol cuore, un sol cielo, una comune esigenza di vita e di vita bella, di vita ricca di relazioni, di amore.

Quando l’uomo dice il vero, il vero profondo di se stesso, arriva a toccare le corde intime dell’essere. E’ l’accordo dell’umanità, che come le corde (accordate) di uno strumento vibrano bene, in armonia. La verità dell’uomo vibra sempre nell’intimo di ogni uomo, perché l’accordo della memoria e della Storia ci ha resi edotti che se si dimentica l’uomo inevitabilmente si allargano i cimiteri!

Va accordato, oggi più che mai, in questo tempo di “tregua” la memoria e la Storia, la responsabilità e il futuro…, ecco che è urgente trattenere il nostro mondo dall’impazzimento delle coscienze e delle parole, dal perdere cioè il senno e il senso delle cose…, o meglio della persona.

Chi non ricorda il dramma del XX secolo? E in quel tempo ci sono state parole-programma che hanno condotto il mondo al disastro, alla distruzione. Le parole vanno vigilate, vanno tenute nel recinto degli uomini, non possono essere allevate come cani d combattimento…, perchè la parola uomo è l’unica che ha senso e deve avere futuro futuro radicale e assoluto!

Le parole spesso sono più che vocaboli e verbi, sono prospettiva, progetto, ma anche incubo, brivido, terrore… come quello vissuto da Anna Frank a 12 anni, nel 1941. Viveva “nel terrore di non sapere quello che da un momento all’altro ci sarebbe potuto accadere”. E accadde che le parole diverse da uomo, la raggiunsero lì dove viveva, nascosta per la paura delle parole diverse e disumana, senza cuore…, e la deportarono a morire.

Matteo Salvini in un discorso pubblico ha detto: «Ci vuole una pulizia di massa via per via, quartiere per quartiere, e con le maniere forti se occorre». Tutto ciò per prospettare ai suoi seguaci ordine e sicurezza…; ma già Pertini ci ammoniva: “Le dittature si presentano apparentemente più ordinate, nessun clamore si leva da esse. Ma è l’ordine delle galere e il silenzio dei cimiteri. (Sandro Pertini, Messaggio di fine anno agli Italiani, 1979)

Le parole di Salvini vanno respinte e ricacciate nelle fogne della storia criminali di governi corrotti e massacratori. Quelle parole sono senza parola… uomo! Parole che fanno correre un brivido e un fremito… . Parole che devono provocare un sussulto morale, di coscienza, una ribellione!
“Irresponsabile e imbecille, parole di odio che spero non verranno ascoltate, gli italiani sono fortunatamente più intelligenti”, questa la definizione di un collaboratore di Emergency.

Le parole di Salvini sono l’orrore della storia riproposte in questo tempo di cambiamento d’epoca, dove -forse- il rischio che “la tregua” si rompa, che la memoria scordi (ex-cor), porti fuori dal cuore, quanto fu, quando accadde, e i peggiori orrori si ripresentino. Tutto ciò deve allertarci tutti, tutti! Nessuno si tiri indietro, nessuno addolcisca la parole: mai, mai più parole senza l’uomo, parole pazze, parole disumane e assassine del futuro, dell’uomo, unico vero futuro da coltivare. Senza parole, con l’unica parola da dire: questo uomo, questo devo salvare, ora, domani e sempre!

Disapprendimento ed emancipazione

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di Antonio Lombardi

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2016, viene dato alle fiamme un campo rom a Casalnuovo. Nel dare la notizia, un sito internet di informazione scrive nel titolo, a grossi caratteri, “a Napoli” e solo nel sottotitolo, decisamente con minore evidenza grafica, chiarisce che si tratta invece del comune di Casalnuovo. Un utente di Facebook rilancia e commenta la notizia, commettendo lo stesso errore: “A # Napoli danno fuoco al campo # Rom, ecco cosa è successo..”.

A quel punto io commento: “L’incendio si è verificato a Casalnuovo, perché nel post c’è scritto a Napoli?”.

Preferisco la forma interrogativa a quella affermativa (“Non è accaduto a Napoli ma a Casalnuovo”), perché è più utile all’altro ad evitare posizioni difensive di chiusura e ad interrogarsi a sua volta.

La risposta non arriva dall’autore del post, ma da un’altra signora (napoletana), che evidentemente si sente sollecitata ad intervenire. È da manuale di colonizzazione mentale: “Perché Casalnuovo non è conosciuta come Napoli … ed è cmq in provincia di Napoli… ma non capisco perché vi soffermate sul particolare e non sul fatto in generale. …”.

Dunque, secondo questa napoletana, l’obiettivo di dare risalto alla notizia o almeno di aiutare i lettori ad identificare la zona dell’evento, giustificherebbe la citazione impropria e denigratoria della sua città. E le risulta incomprensibile il fatto che qualcuno (c’è anche un altro commento che avanza la stessa precisazione) dia peso a questo particolare della località dove si è verificato l’evento, invece di focalizzare tutta l’attenzione sull’evento stesso: come se l’informazione non dovesse rispondere a criteri di verità, correttezza, non discriminazione. Questo suo commento riceve, nel giro di alcune ore, ben 5 “mi piace”: uno dal Veneto, uno dalla Calabria e tre da Napoli!

Io rispondo: “È con tanti piccoli particolari, ripetuti in maniera martellante in una miriade di notizie (anche il titolo dell’articolo riporta l’errore), che si costruisce l’immagine sociale deviata di una città. Gettandole addosso ogni croce che capita sotto le mani. Il problema è proprio non farci più caso”.

Mi mantengo sul piano del confronto sul tema della correttezza dell’informazione e delle sue conseguenze.

La controreplica della signora è un capolavoro: “Sono in parte d’accordo con te , capisco il fastidio di sentirsi criticare la città di Napoli , vivo in un’altra città da 6 anni e spesso sento battutine sulla Campania in generale … però se permetti non puoi dividere Napoli dal resto dei comuni … I problemi che ci sono a Casalnuovo Arzano Casoria ecc sono gli stessi che ci sono a Napoli Città con la differenza che lì c’è anche il teatro San Carlo, la chiesa di San Domenico Maggiore , la certosa di san martino , piazza del Gesù ecc… allora facciamoci conoscere anche x questo e cambiamo determinati atteggiamenti e forse fra centinaia di anni Napoli non verrà ricordata solo per rifiuti tossici e camorra … Ribadisco non puoi dividere napoli dai suoi comuni altrimenti è come il “nordico” che vuole dividere l’Italia in due non so se sono stata chiara …”.

In pratica distinguere il capoluogo da un altro comune della zona, sostiene, è roba da secessionisti (e per lei ciò è chiaramente negativo ed appannaggio dei soli settentrionali: non ha mai sentito parlare dell’ampio e serio movimento autonomista o indipendentista che si sta sviluppando al Sud?). E a questa tesi comunque assurda (distinguere i comuni è uguale a dividere l’Italia) aggiunge una contraddizione: intanto è lecito attribuire a Napoli tutti i mali della provincia, ma inoltre la città stessa ha la colpa della sua cattiva fama che potrà essere modificata solo fra centinaia di anni. Qui c’è da riflettere sul fatto che il colonizzato mentale non solo si sente in dovere di giustificare l’azione vessatoria di denigrazione gratuita cui è sottoposta la sua terra, ma vi aggiunge l’attribuzione della colpa e la sfiducia nelle possibilità del riscatto d’immagine, sfiducia espressa attraverso l’iperbolica affermazione del tempo necessario a raggiungere il cambiamento: fra centinaia di anni. Senza contare la seguente implicita incoerenza: come fa la città a farsi conoscere per i suoi monumenti, se i media la rappresentano preferibilmente per i mali suoi e persino degli altri territori circostanti e non è lecito contestare tali media?

La mia risposta a questo punto si pone su un piano del tutto diverso. È evidente che la mia interlocutrice non ha consapevolezza del processo di apprendimento che soggiace al suo modo autolesionistico di valutare la cattiva informazione. Cerco, allora, di aiutarla a riflettere sulla genesi del suo modo di leggere e giustificare la faziosità del fare informazione in modo gratuitamente denigratorio.

Dunque, io scrivo: “Se incendiano un campo rom ad Abbiategrasso, nessuno scrive che l’hanno incendiato a Milano, anzi è normale e giusto che ogni comunità si senta responsabile di quello che accade sul proprio territorio. Perché a noi, invece, hanno insegnato a sentirci in dovere di accollarci sempre tutto?”.

La conversazione si chiude qui: questo cambio di piani generalmente fa sì che il dialogo cambi corso o si interrompa, ma comunque apre potenzialmente l’altro ad uno spiazzamento che può, eventualmente, generare una salutare introspezione riferita non all’oggetto della conoscenza (che cosa sto vedendo), ma al proprio modo di conoscere (perché sto vedendo così).

Ecco il punto. A noi meridionali, in particolare a noi Napoletani, l’Italia “unita” ha insegnato a ritenere normale e giusto usare il nome della nostra terra per rendere più sensazionali le cattive notizie. Normale e giusto darci in pasto all’opinione pubblica come carne da macello: ma carne sempre putrida, mai emendabile, inguaribilmente verminosa e perciò degna di essere calpestata a piacere.

L’annientamento dell’autostima, dell’identità e del senso critico del popolo duosiciliano va avanti efficacemente da 155 anni. La colonizzazione mentale è, come in tutti i regimi coloniali, l’operazione più efficace tesa a mantenere in stato di assoggettamento un popolo ad un altro, attraverso l’educazione al senso di inferiorità che diventa il punto di forza, il sostegno collaborativo inconsapevole al potere che lo schiaccia.
Educare all’identità, come consapevolezza del proprio valore e della propria ricchezza culturale e come capacità concreta di smettere di collaborare con l’oppressore, è una pratica di liberazione. Aiutare a disapprendere il consenso acritico è la pratica emancipatrice fondamentale.