Il rottamatore è stato rottamato…dal Sud.

Il popolo ha rifiutato nel merito una riforma pasticciata e neo centralista, un rifiuto politico che delegittima il governo più anti-meridionale di sempre. Il rottamatore è stato rottamato. Soprattutto al Sud con picchi di sfiducia nelle isole. La Sicilia e la Sardegna si attestano capitali del NO insieme alla Campania. In Calabria, Puglia e Basilicata le percentuali superano il 65% e la provincia di Napoli raggiunge punte del 70%. Il No ha vinto ovunque tranne che in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano.

La risposta negativa al Sud è stata netta e ha fatto la differenza. Solo chi è legato o orientato dai partiti nazionali può affermare che questo risultato non rappresenti un segnale di grande insofferenza sociale verso politiche discriminatorie e nord-centriste che hanno condannato, mai come in questi anni, i territori meridionali a subalternità politica ed economica. L’esecutivo Renzi ha sbagliato tutto con il Mezzogiorno: non accorgersene riduce la dialettica politica contingente ad una versione di favore di chi non non tiene conto (o non sa interpretare) il sentimento di rabbia e ribellione che sta montando al Sud.

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell’aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferrovie grazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano “Connecting Europe Facility“ (Meccanismo per collegare l’Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L’Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l’ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l’istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l’evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan “Prima il Nord“.

Il referendum costituzionale era il banco di prova per il futuro indirizzo politico del Governo. Il SI lo avrebbe reso imbattibile ed incontrastabile; il NO lo ha esautorato.

La Costituzione non può mai essere uno strumento di affermazione del potere nè un’arma di ricatto sociale. Chi è in grado di attuarla ora che il popolo si è pronunciato? Il dopo Renzi è quasi più temibile di Renzi se si osserva il panorama partitico italiano.

Il voto del 4 Dicembre segna il punto di partenza di un nuovo protagonismo collettivo in grado di rimettere al centro dei processi decisionali gli interessi delle persone e dei territori, la loro autodeterminazione e sovranità. Se c’è ancora una speranza, coincide con una visione meridiana del cambiamento, fatta di donne e uomini liberi proiettati in direzione ostinata e contraria alla deriva leghista, populista e corrotta dell’Italia di ieri e di oggi.

Il riconoscimento dei diritti della nostra terra è lotta popolare per la dignità. Attenzione perciò a non accostare o sminuire il segnale politico di resistenza che arriva dai territori meridionali alla vittoria di propaganda dei partiti nazionali: la battuta d’arresto del Governo è risposta di riscatto e autonomia dopo decenni di umiliazioni e depauperamenti.

Flavia Sorrentino

Il NO vince e stravince solo grazie al sud che s’è svegliato e mette l’Italia sull’attenti

La ripartizione territoriale del voto è da farsi meglio, ma una cosa appare chiara e inequivocabile, il No a Renzi ha stravinto solo grazie al Sud, al quale oggi possiamo felicemente aggiungere il Basso Lazio, storicamente meridionale, e la Sardegna, vittima anch’essa, ancor prima delle ex Due Sicilie, della politica coloniale del Nord. Queste regioni, insieme, hanno una corpo elettorale di circa 20 milioni, di questi sono andati a votare circa il 60%, una dozzina di milioni, i quali hanno detto No per il 70% , oltre 8 milioni. Se il Sud avesse votato come il Nord, avrebbe dato al Sì 2 o 3 milioni di voti in più, determinandone forse la vittoria.
Oggi l’Italia democratica deve dire grazie al Sud se la Costituzione è salva dagli insulti autoritari del potere renziano che, proponendo il “regionalismo differenziato”, con questo referendum ha provato a legalizzare lo status del Mezzogiorno, quale colonia interna, cui pure è stato ridotto di fatto.

Quel Sud che ha sofferto nella povertà e ha lottato nel silenzio dei media per salvare il salvabile della sua economia, l’agricoltura e il turismo, anch’essi pesantemente minacciati, dopo la distruzione del tessuto industriale, scientemente operata dal nord paraleghista negli ultimi trent’anni. Il Sud rinasceva e lottava con forza, nella Terra dei fuochi contro lo Stato-rifiuti&camorra, in Basilicata contro lo Stato-petrolio, in Puglia contro lo Stato-gas-carbone&xylella, in Calabria e Sicilia contro lo Stato-mafia. Tutto ciò mentre il Nord gonfio e tronfio di soldi pubblici e ricchezze private si corrompeva, mettendo da parte i valori di democrazia e di solidarietà, attribuendo al Sud colpe che non gli appartengono, poiché il degrado sociale della nostra terra, ha un solo responsabile: lo stato italiano fondato sullo sfruttamento, l’impoverimento e l’emarginazione del Mezzogiorno.

Un Sud oggi rinato anche culturalmente, con i suoi mille comitati popolari, i nuovi movimenti meridionalisti, i sindaci indipendenti alla De Magistris, il M5S prima forza politica e lo stesso PD spaccato dalle sacrosante emergenze del Sud, istituzionalmente rappresentate da Emiliano. Un Sud che ha accolto a calci nel sedere sia Renzi che la sua finta alternativa, quel Salvini capo di un partito intollerante, razzista e antimeridionale. Non sono bastati i giornali di potere a fregare ancora una volta il Sud, non sono bastati i soldi distribuiti a pioggia, ma ancora una volta più al Nord, per convincere i meridionali a vendersi per una frittura di pesce, versione opulenta del piatto di lenticchie.

Quella del Sud è innanzitutto una vittoria popolare e culturale, sganciata dal potere politico. Tutte le regioni meridionali sono in mano al Pd-Ncd, che nonostante abbia messo in moto la sua capillare macchina clientelare s’è dovuto fermare al 25-30% . Anche nella stessa “isola felice” salernitana, saldamente controllata dall’impresentabile Vincenzo De Luca, istigatore alla corruzione di 300 sindaci, per il Sì è stata una débâcle.
Di questa vittoria popolare il Sud può essere fiero, è la vera avanguardia progressista del paese, e possiamo andarne fieri anche noi che, grazie all’azione mediatica concessaci dal web e dalle pubblicazioni editoriali, abbiamo dato un grande contributo al suo risveglio culturale. La nostra pagina Terroni ha raggiunto con i suoi post oltre un milione di persone a settimana, e con noi pagine più importanti, come Briganti e altre.
Il Sud s’è svegliato, e mo’ sono cazzi per il potere finanziario e mediatico tosco-padano che lo schiaccia da 155 anni. Qualunque nuovo governo s’insedi, ora deve i conti con questo Sud che esiste e resiste. Un Sud che tuttavia deve trasformare il risveglio culturale in organizzazione politica, intesa nel senso migliore, quello della ricerca del benessere dei propri cittadini, e ciò si potrà fare solo con la consapevolezza che è il momento di dire basta allo status di cittadini di serie B, cui lo stato italiano, da oltre un secolo e mezzo, dà il 40% in meno che a un cittadino del Centronord, in termini di investimenti, di lavoro, di ferrovie, aeroporti, istruzione e quant’altro profonde ai “felici” cittadini del Nord.

di Raffaele Vescera

Il momento di votare è arrivato. Voteremo no, e lo faremo per noi.

Cominciano a tirarsi le somme degli ultimi giorni di campagna referendaria.
Mentre la ministra Boschi presenzia di programma in programma, entrando direttamente nelle case degli italiani, il premier Renzi impazza tra le piazze d’Italia e i pc degli italiani, attraverso le continue dirette Facebook.
Da tempo ormai non si assisteva ad un acceso dibattito politico; da anni non si verificava una divisione politica di tale entità.
L’agognata riforma costituzionale, menzionata dall’inizio dell’anno 2016 e  scorporata nelle sue sfaccettature negli ultimi mesi; eppure mai, come in questo caso, abbiamo assistito ad un’autentica informazione disinformatrice. L’ossimoro risulta calzante, poichè  se tra i sostenitori del sì, tanto si è parlato della “loro” riforma, altrettante volte lo si è fatto in maniera del tutto sibillina e fuorviante. Ci hanno servito un pacco regalo dalla carta lucida e l’interno vuoto, perché dietro la riduzione del numero dei parlamentari, si cela un senato ineleggibile; dietro il superamento del bicameralismo perfetto, si nasconde un bicameralismo confuso; dietro la semplificazione politica, vi in è in realtà una riforma che darà vita ad una struttura complessa e farraginosa.
Avvisaglie di novità rivestono punti oscuri di una manovra politica che vuol rendere l’Italia un paese accentrato:
– Le autonomie locali  soffocate da una clausola di supremazia che permetterebbe allo stato di imporsi anche in materie di pertinenza non statale;
– la partecipazione politica depotenziata, con un aumento di ben 800000 firme, per i referendum abrogativi;
– il principio di uguaglianza calpestato dalla dicotomia regioni virtuose- regioni inefficienti, all’interno della quale si nasconde una pericolosa discriminazione tra regioni ricche e povere, utilizzando come parametro di misura la ricchezza storica.
Difendiamo il nostro diritto alla libertà, alla partecipazione, all’uguaglianza.
Rivendichiamo il  diritto a decidere cosa fare in materia di ambiente, turismo, istruzione, beni culturali, gestione del territorio, ordinamento scolastico.
Il diritto all’uguaglianza, pietra angolare di ogni democrazia, non può essere denaturato da un disegno politico oligarchico.
Giorno 4 saremo chiamati ad esprimere la volontà di preservare la nostra sovranità popolare: non deludiamo chi, prima di noi, ha lottato affinché venisse riconosciuta.

Domenica non  andremo a dare un giudizio a Renzi o al suo governo, ma ad esprimerci sui nostri diritti e sul diritto di esercitare tali diritti.
Innalziamo lo sdegno verso chi ci vorrebbe cittadini di serie B, indigniamoci di fronte a coloro che vorrebbero dare vita ad una democrazia elitaria.
No presidente del consiglio, non riconduca il voto alla sua persona; abbiamo qualcosa di più importante su cui esprimerci e per cui lottare.
Tuteliamo la nostra terra, difendiamo le nostre libertà da questa tendenza oligarchica;  voteremo no, non per lei, Renzi, ma per noi.
I governi passano, caro presidente, ma la Costituzione resta.

Carmen Altilia

Napoli: ‘O Monumento per ricordare il genocidio del Sud

Si scrive ‘O Monumento, con l’apostrofo prima della “O”. Vero. Ma Facebook non lo permette. E allora va bene anche O Monumento. Basta che si faccia, che si possa iniziare insieme un’opera di “Rimemorazione”.
Il progetto è concreto. C’è l’artista – Domenico Sepe – disposto a realizzarlo gratis. C’è la localizzazione, nella zona della Ferrovia. C’è il consenso del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. C’è la promotrice, Annamaria Pisapia, con il sostegno di MO Unione Mediterranea e di tutti i gruppi che vorranno unirsi al progetto.
Ma ‘O Monumento sarà firmato dal “Popolo Napoletano” perché una simile iniziativa va a segno se raccoglie il consenso di tanti. Ecco perché apriamo una sottoscrizione pubblica per raccogliere la somma necessaria per le spese vive di realizzazione, trasporto e installazione del monumento: 3.000 euro. Presto comunicheremo le modalità per la raccolta fondi.

Perché ‘O Monumento?
Nel 1860 il popolo del Regno delle Due Sicilie venne massacrato, stuprato, derubato e infine colonizzato dalle truppe sabaude. L’oblìo fu il destino delle centinaia di migliaia di vittime che si opposero o anche solo subirono l’invasione piemontese. Pino Aprile in Carnefici fornisce cifre agghiaccianti. Di questo sacrificio vi sono tracce labili nella storia ufficiale. Nessun libro di scuola riporta quanto accaduto nella sua reale dimensione. Nessun monumento lo ricorda. Nessuna strada è intitolata alle vittime dell’invasione. Il grido di dolore di un popolo annientato è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. Nessuna elaborazione del lutto. Tutto doveva essere ed è stato cancellato, represso e con esso anche il dolore, per lasciare il posto a una macabra euforia da “liberazione”.
Da 155 anni il popolo del Sud vive in un limbo in attesa di una rimemorazione. Nei casi di genocidio, come quello avvenuto alle genti del Sud, il processo di identificazione è lacerato, rendendo quasi impossibile la percezione dell’importanza dell’identità. Identità che un popolo costruisce dalla memoria del suo passato, laddove identità e memoria sono interdipendenti, come ci ricorda la semiotica, ed entrambe ci consentono di proiettarci nel futuro.
Ed è a tal proposito che, da molti anni, persone come Annamaria Pisapia immaginano un doveroso riconoscimento alle vittime delle barbarie perpetrate dalle truppe piemontesi. Un’ opera che ne ricordasse il sacrificio, ma che nel contempo servisse come “Luogo della Memoria”. Ora, finalmente, l’intuizione di Annamaria, appoggiata da MO Unione Mediterranea, fatta propria nel progetto di Napoli Autonomia e Identità, a cui ha prontamente aderito il Comune di Napoli nella figura del Sindaco Luigi de Magistris e degli assessori Carmine Piscopo e Mario Calabrese, è stata accettata. Ma, che sia detto in modo esplicito, una simile iniziativa non è di una sola persona o di un solo movimento: è un’azione di popolo. E così sarà firmata.
Dopo 155 anni quel grido di dolore si libera e prende corpo attraverso l’opera unica dello scultore Domenico Sepe, già autore di sculture di notevole pregio presenti in Vaticano e in molte città d’Italia, che ha partecipato con enfasi al progetto, rinunciando a ogni compenso. Da adesso il Sud può cominciare a riscrivere la sua storia. Chi conosce il passato, merita il futuro.

Referendum: la clausola di supremazia che ci incatena tutti

Il nuovo art. 117, comma 4 stabilisce che “su proposta del governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Traduzione: il governo può intervenire liberamente anche nelle materie legislative dedicate alle Regioni se lo ritiene in qualche maniera necessario per la tutela dell’interesse nazionale.
Provvedimenti come quello dello sblocca italia, ovvero atti di forza giustificati con la formula “di interesse nazionale”, diventeranno più semplici.

Ad esempio se una trivella è interesse nazionale, si fa come decide il governo.
Un sito di stoccaggio scorie di interesse nazionale, si fa come decide il governo.

Nell’art. 70 si afferma che nel merito di quanto scritto sopra può esprimersi il Senato “nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.”

Cosa significa? Che il Senato “delle autonomie” scavalca le Regioni e deve esprimersi in tempi rapidissimi, forse fantascientifici per la burocrazia italiana: 10 giorni! Ma la immaginate tutta questa efficienza? Io no.
Ma questo è il meno.
L’altro aspetto più preoccupante è che alla fine la Camera può anche decidere di non conformarsi alle decisioni del senato.

Immaginiamo uno scenario: il governo decide che è necessario fare un certo tipo di intervento di forte impatto sul territorio. I cittadini devono eventualmente trovare il modo di orientare il senato (e non più la Regione). Se pure riescono a farlo il senato deve esprimersi nel merito in 10 giorni. Se pure riesce a farlo la camera può fregarsene.

di Pierluigi Peperoni

Ancora eccellenze portate via dal mezzogiorno

di Andrè Melluso

SICTA, così come il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center) e molti centri di ricerca nati e cresciuti a Sud e poi portati al Centro o al Nord (vedi anche qui), trasferirà le sue risorse (comprese quelle umane) alla sede di Roma.

SICTA nasce nel 1993 e si occupa di attività ingegneristiche come simulazioni e gestione del traffico aereo e dal 2012 è consorzio del gruppo ENAV. Il Consorzio coopera con le comunità scientifiche nazionali ed internazionali nei principali programmi e progetti di ricerca europei nell’ambito della gestione del traffico aereo (come SESAR, Horizon 2020). Insomma, una vera e propria eccellenza napoletana. Ma proprio ENAV ha preso l’infausta decisione di chiudere la sede della città d’origine e costringere i dipendenti a trasferte o trasferimenti a Roma, nonostante le loro proteste e richieste.

Ci stringiamo ai lavoratori e restiamo perplessi di fronte alla scelta di portar via il consorzio dalla città ricca di professionalità che ne ha permesso la crescita.

Cassa Sacra: come le Due Sicilie gestivano i terremoti

CASSA SACRA

Il 5 febbraio del 1783, alle ore 12.45, un rovinoso terremoto (gradi 11,00 della scala Mercalli- Cancani – Sieberg, corrispondenti a gradi 7,00 della scala Richter) con epicentro la Piana di Gioia Tauro sconvolse la Calabria Ulteriore causando la distruzione di molti centri abitati e la morte di 29451 persone (1041 uomini, 10829 donne, 8265 ragazzi, 204 religiosi e 112 religiose), oltre i quasi 1000 del messinese.
Altri 5000 persone morirono negli anni successivi per carestie, pestilenze e miseria per effetto delle continue scosse, durate per oltre tre anni.
Alla prima scossa ne seguirono altre minori (tra il VII e l’VIII grado della scala Mercalli): nella notte tra il 5 e il 6 febbraio nella zona aspromontana, alle 20.20 del 7 tra Monterosso e Soriano e tra il 28 febbraio e il primo marzo nella zona di Polia.
Con il terremoto si ebbero: crolli, frane, scivolamenti di intere colline, fenomeni di liquefazione, pestilenze, carestie e malattie di ogni genere.
Nella parte nord – ovest dell’Aspromonte e nella Piana di Gioia Tauro intere colline franarono precipitando nei fondovalle trascinando diversi centri abitati e ostruendo i corsi d’acqua, che di conseguenza formarono alcuni laghi.
Nel tratto di mare tra Bagnara Calabra e Scilla si verificarono pure fenomeni di tsunami con onde alte 8 m.
La notizia dell’immenso disastro fu data al governo borbonico il 14 febbraio dal comandante della nave militare S. Dorotea, partita da Messina e di passaggio dalle coste calabresi proprio nel momento del sisma.
Secondo lo scrittore ed economista Achille Grimaldi il valore approssimato del danno fu di circa 31.250.000 ducati (per avere un’idea reale del disastro si pensi che in quel periodo un muratore costava circa 0.50 ducati).
Il governo borbonico, subito dopo aver appreso la notizia, impose un’imposta straordinaria di 1.200.000 ducati e il re Ferdinando IV inviò nelle zone interessate del sisma, in qualità di Vicario Generale il maresciallo Francesco Pignatelli, principe di Strongoli.
Dopo il terremoto il geologo francese Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu, gli accademici partenopei e il cavaliere Hamilton (inviato straordinario e ministro di S.M. Britannica alla corte delle Due Sicilie), su incarico dei reali di Napoli, fecero le relative relazioni sui danni.
Pure l’ambasciatore d’Inghilterra a Napoli, su una “speronata” noleggiata appositamente, visitò attentamente le zone colpite dal sisma, sbarcando spesso sulla costa per rendersi conto personalmente dei danni.
I 391 paesi della Calabria Ulteriore furono suddivisi in base ai danni in: interamente distrutti e da riedificare in nuovo sito (33), interamente distrutti e da riedificare nello stesso sito (150), in parte distrutti ed in parte non abitabili (91), parzialmente distrutti o lesionati (44), inabitabili perché gravemente lesionati (14), lesionati ma abitabili (26), poco lesionati (18), parzialmente distrutti (8) e rimasti illesi (7).
Gli esperti inviati dal governo centrale misero in risalto le antiche e gravi condizioni economiche della Calabria, peggiorate a causa dal terremoto.
Gli stessi proposero un moderno sistema economico e amministrativo capace di eliminare la prepotenza dei baroni, le gravose tasse dovute alla manomorta, la povertà e la corruzione.
Interessanti furono le norme emanate dal governo borbonico per la ricostruzione, le quali suggerivano la forma delle città, la regolarità degli edifici, la larghezza delle strade (la strada principale doveva essere diritta e larga 8 metri per le città minori, da 10 a 13 per quelle più importanti; le strade secondarie, larghe da 6 a 8 metri, diritte e ortogonali tra loro) e le regole per eseguire le strutture degli edifici adottando, il cosiddetto sistema delle case baraccate, che prevedeva la costruzione di case non oltre i due piani di altezza, le strutture portanti in legno all’interno delle murature, capaci di resistere alle sollecitazioni sismiche e l’eliminazione dei tetti spingenti.
Il reali di Napoli, per sostenere le gravose opere della ricostruzione e per favorire i coloni a diventare proprietari della terra, emanarono una serie di dispacci tra il 15 maggio e il 4 giugno del 1784.
Nel “dispaccio” del 15 maggio, trasmesso dal Vicario Generale maresciallo Francesco Pignatelli, si dispose l’abolizione degli enti ecclesiastici della Calabria Ultra e l’utilizzazione dei loro beni per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto, si dispose altresì che tutti i religiosi fossero trasferiti in altre province e le religiose inviate alle case paterne o presso famiglie agiate.
Nel “dispaccio” del 4 giugno vennero emanate le “norme istitutive” della Cassa Sacra, necessarie per riscuotere tutte le rendite ecclesiastiche ed amministrarle in attesa di essere utilizzate per il recupero delle opere più urgenti. Si stabilì anche che la stessa fosse gestita da una giunta, con sede in Catanzaro, composta da 4 Ministri: Don Francesco Pignatelli Strongoli, il vescovo di Catanzaro Don Salvatore Spinelli, Don Andrea de Leone e Don Domenico Ciaraldi.
La Cassa Sacra aveva la facoltà di vendere, affittare o censire i beni dei monasteri soppressi o sospesi. I beni invenduti, inoltre, dovevano essere concessi in enfiteusi con l’obbligo del versamento di un corrispettivo annuo in censo liquido o in derrate.
Col “dispaccio” reale del 29 maggio 1784 furono allargati gli espropri già previsti con la confisca delle rendite delle abbazie, dei benefici dei patronati laicali, delle cappelle laicali e gentilizie vacanti e delle rendite che costituivano la dote dei monti frumentari.
Nel febbraio 1785 furono incamerate le proprietà delle congreghe laicali, la quarta e quinta parte delle rendite delle abbazie, le rendite dei vescovati vacanti, il terzo delle rendite dei vescovati non vacanti ed infine lo spoglio dei vescovi defunti.
Gli enti ecclesiastici colpiti dai provvedimenti della Cassa Sacra furono diversi: alla fine del settecento, in Calabria Ultra, vi erano 450 parrocchie e 250 conventi (120 francescani, 17 basiliani, 40 domenicani, 17 agostiniani, 10 carmelitani; inoltre cistercensi, certosini e benedettini).
Nonostante il pronto intervento e l’impegno fattivo del governo borbonico per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma e per aiutare i coloni, le cose non andarono come previsto.
Infatti, le proprietà ecclesiastiche della Calabria, già deturpate da borghesi e contadini fin dal periodo angioino ricevettero un colpo mortale con l’avvento della Cassa Sacra,.
I “riformisti” non hanno tenuto conto che nei secoli la proprietà ecclesiastica hanno consentito prestiti massicci alle famiglie importanti e piccole anticipazioni ai ceti poveri.
Il patrimonio ecclesiastico ha esercitato quindi, pur con alcuni aspetti negativi, un importante “calmiere” sociale.
La Cassa Sacra, riforma rivoluzionaria e coraggiosa, fallì quasi completamente i propri obbiettivi; il pagamento in contanti delle terre ecclesiastiche favorì gli avidi ricchi a discapito dei coloni che non potevano disporre di somme così cospicue.
Così i contadini, che avevano in fitto le terre, o dovettero cambiare padrone o addirittura furono cacciati.
Nel 1790, dopo una denuncia anonima dettagliata, pervenuta al governo borbonico sulle prepotenze e sugli arricchimenti di alcuni calabresi, si recò in Calabria in veste d’ispettore generale il cavaliere Luigi De Medici che, dopo minuziose indagini, inviò al governo borbonico il 15 maggio dello stesso anno una lettera da Monteleone: “talune delle persone che vi si nominano sono veramente ricche e prepotenti; ma per bene intendere la parola prepotenti fa duopo sapersi il significato che vi danno i calabresi. Qui si dicono prepotenti taluni ricchi che proteggono gli inquisiti per via di grosse contribuzioni che di continuo fanno ai subalterni ed ufficiali dell’udienza, ed a questo modo sì fatta gente ribalda resta per sempre, o almeno per lungo tratto, impunita. Questi ricchi di maltalento si servono di questi protetti facinorosi per rendersi autorevoli presso della povera gente su della quale esercitano, specialmente ne’loro negoziati, le maggiori avarie”.
Inoltre, secondo il De Medici, esistevano dei problemi gravi sulla città di Catanzaro dove erano fiorenti le idee della massoneria
Infine, secondo il De Medici, la Cassa Sacra era servita solo a poche persone in quanto il previsto acquisto delle terre ecclesiastiche da parte dei coloni era svanito.
Contemporaneamente i riformisti calabresi più importanti: De Filippis, De’ Mari, Del Toro, Muscari, Spiriti, ecc. misero in risalto il fallimento della riforma e ne indicarono i rimedi necessari per fare uscire la regione dalla miseria.
Nella primavera del 1792 Giuseppe Maria Galanti, in qualità di visitatore ufficiale, percorse la Calabria traendone pessimistiche notizie. Lo stesso scrisse una relazione al sovrano per la segreteria delle finanze dove si elencavano i motivi che hanno causato la povertà della Calabria.
La cruda e reale relazione del Galanti impensierì il re; la preoccupazione aumentò dopo che lo stesso ricevette dal vescovo di Mileto, mons. Enrico Capace Minutolo, una relazione sullo stato precario della propria diocesi e dopo che l’arcivescovo Giuseppe Rossi, incaricato dal re, mise in risalto il fallimento della riforma e la povertà della Calabria Ulteriore.
Così il 16 gennaio 1796, il governo borbonico decretò finalmente la soppressione della Cassa.

Bibliografia

BRASACCHIO G., Storia economica della Calabria, Chiaravalle Centrale1977
CIRILLO D., Squillace e la Diocesi prima e dopo il terremoto del 1783, Squillace 1983
GIUSTINIANI L., Memorie istoriche degli scrittori del regno di Napoli, Napoli 1787
PLACANICA A., L’Iliade funesta, storia del terremoto calabro messinese del 1783
PLACANICA A., Alle origini dell’egemonia borghese in Calabria, Salerno 1979
PRINCIPE I., Città nuove in Calabria nel tardo settecento, Chiaravalle Centrale 1976
SERRAO E. , Dei tremuoti di Castelmonardo e della nuova Filadelfia in Calabria, Chiaravalle Centrale 1974
VIVENZIO G., Istoria dei tremuoti, Napoli A. S.

 

di Francesco Antonio Cefalì

Perché ci sono veleni e veleni

Le istituzioni e i cittadini della provincia di Catanzaro sono in fermento per le note vicende portate in risalto dalla cronaca nazionale con il programma delle Iene circa la presunta presenza di sostanze pericolose, radioattive, sulla spiaggia di Calalunga di Montauro.

La mobilitazione mediatica  ha portato  immediatamente  sul posto  i nuclei speciali dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri per  effettuare un sopralluogo, con contestuali misurazioni radiometriche e, da subito, dagli accertamenti effettuati, non venivano  evidenziati parametri al di fuori della norma.

Il Commissario dell’Arpacal, chiamato direttamente in causa dal Prefetto, ha  dichiarato  che la vicenda, di cui si e’ occupata la trasmissione televisiva, era stata oggetto di diverse verifiche nel corso degli anni 1995, 1996 e 2002; le analisi condotte sulle spiagge, sulle acque costiere e sui sedimenti, nonche’ su alcuni campioni del pescato non hanno mai rilevato la presenza di radionuclidi di origine antropica nell’ambiente costiero catanzarese. Gli esiti degli studi condotti dall’Anpa e dall’Apat nel 2002 sono pubblicati sui siti dell’Arpacal e dell’Ispra.

Nei giorni successivi sono state  nuovamente  ripetute le misurazioni e i prelievi da parte del fisico Dott. Salvatore Procopio dipendente Arpacal  ed incaricato dalla Procura della Repubblica di Catanzaro per questo specifico problema ad effettuare le analisi. Anche  queste rilevazione hanno dato esito negativo: non vi sono tracce tali da dover procedere con provvedimenti drastici.

A questo punto  le domande che ci poniamo sono diverse e talune inquietanti.

Sappiamo che i paesi di quel tratto di costa hanno appena fatto richiesta di bandiera blu. Il dubbio sorge spontaneo,potrebbe trattarsi  forse di una forma di  boicottaggio? le nostre meravigliose spiagge, riconosciute tali da tutti i visitatori, danno forse fastidio? Danneggeremo forse qualche nota spiaggia del nord? Non è forse vero che strumenti per  rilevazione così delicate non possono , seppur certificati ,  essere utilizzati da chiunque  per elaborare teorie e mettere in subbuglio un’intera regione? E potremmo continuare a lungo con gli interrogativi che ruotano intorno a questa vicenda.

Ricordiamo che  i dati statistici  del  turismo in Italia sono confortanti sia per il 2015, cosi come le proiezione del 2016 e per il futuro.

Infatti secondo lo studio e ricerche Enit “L’Europa – che si conferma l’area più visitata del mondo – ha raggiunto quota 607,7 milioni di arrivi, con 27,5 milioni di turisti in più rispetto al 2014; l’aumento è apprezzabile anche nell’Europa Meridionale/Mediterranea con 10,4 milioni di arrivi in più (+4,8%)”

Per questo e tanti altri motivi, in sostanza, i Calabresi vogliono che si faccia chiarezza sulla vicenda  a tutto tondo  per sgomberare ogni possibile dubbio residuo. Da tempo si chiede con forza che venga istituito un registro tumori che faccia una mappatura reale della incidenza di tale malattia e che individui anche eventuali dirette ed indirette cause ambientali, dove ve ne fossero.

Danno di immagine, per le inevitabili conseguenze negative sul turismo che è la base della nostra economia costiera, e procurato allarme: sono questi i reati eventuali che verranno utilizzati dal sindaco di Montauro, Pantaleone Procopio, a tutela della collettività che presiede qual’ora se ne stabilissero i presupposti.

La vicenda appare quindi non del tutto conclusa e ci  auguriamo che ciascuno  riesca a fare serenamente il proprio lavoro senza sconfinare, talvolta e frettolosamente,  nelle competenze dell’altro generando il caos mediatico.

di Lucia Gatto

Qualche precisazione per Ulisse di Alberto Angela

Al sia pur ottimo servizio di Alberto Angela “Ulisse” andato in onda sabato su Napoli, mancavano alcune precisazioni che mi sono premurata di fargli avere. Sicura che prossimamente ne terrà conto.
“Caro Alberto Angela, da tempo apprezzo il suo lavoro, la sua onestà intellettuale. Rivedo sempre con grande piacere ed emozione le puntate di “Ulisse”, in particolar modo quelle dedicate a Napoli. Traspare il grande lavoro e che nulla è lasciato al caso. Tutto è curato nei minimi particolari. Per questo sono sicura che accoglierà positivamente qualche precisazione riguardo alla replica di Ulisse di ieri sera dedicata a Napoli, che so esserle molto cara, sicura che ne terrà in conto nelle prossime occasioni.

1) La pizza margherita non nacque nel 1889, in onore di Margherita di Savoia, in quanto preesistente. Si legge in “Usi e Costumi di Francesco de Bourcard nel 1858 a firma di Emanuele Rocco: “ Le pizze più ordinarie dette coll’aglio e l’oglio condite con strutto e cosparse di foglioline di basilico… altre sono cosparse di formaggio grattugiato… alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, alle seconde delle fettine sottili di mozzarella. Talora si fa uso di pomidoro…” Inoltre la pizza, più in generale, era ben nota alla corte dei Borbone. Salvatore Di Giacomo in “Taverne famose Napoletane riporta l’intervista fatta al figlio di Domenico Testa, famoso pizzaiolo, e di quando nella sua pizzeria in Via Santa Teresa non era raro vedere tra gli avventori Ferdinando IV di Borbone. Anche Ferdinando II amava frequentare la pizzeria. E fu proprio durante una di queste visite che suo padre venne invitato alla Reggia di Capodimonte per approntare un forno per le pizze. Il forno fu fabbricato nel bosco di Capodimonte, ed è ancora lì, e furono preparate pizze per il Re, la Regina e una ventina di persone della corte. Quella stessa sera Domenico Testa ottenne il riconoscimento di Munzù, alto riconoscimento per uno chef.

2) Francesco II di Borbone non fuggì da Napoli, ma per evitare alla capitale Napoli un bagno di sangue partì per Gaeta, dove insieme alla eroica Regina Sofia contrastò con ogni mezzo la distruzione del Regno delle Due Sicilie. L’attacco ordinato dal macellaio Cialdini procurò oltre 5000 morti, dopo oltre 102 giorni di assedio . Gaeta subì un attacco feroce incessante, oltre 250 cannoni la rasero al suolo. Notevole, per essere un “inconsistente”. Tenendo conto della sua giovane età e dei pochi mesi di regno dall’insediamento.

3) Napoli Magna Grecia dall’VIII secolo a. c. non fu mai plasmata dai romani. Fu vero il contrario.

4) su “Napoli città maledetta capace di essere sublime”, battuta infelice del narratore slegata dal contesto descrittivo e del tutto fuori luogo.

5) Su Carlo III, con questo titolo non fu mai Re di Napoli e addirittura sembrerebbe che i Borbone abbiano rappresentato una “dominazione” ( che non è) e che non fossero italiani, anzi napoletani, dopo Carlo. In conclusione: la puntata di ieri era un camèo a cui mancava solo un ultimo tocco di incisione e sono sicura che l’apprezzerà. E comunque grazie ad una persona dall’animo napoletano”

di Annamaria Pisapia

Una lettera d’amore per la propria città.

Ho ricevuto una lettera, scritta pubblicamente. La condivido qui. E’ a firma di Ivan Lorito, che non ho mai conosciuto, ma che conosce il progetto di #Napolicittàautonoma. Vi invito a leggerla: è una dichiarazione d’amore per Napoli da parte di chi, per lavoro, è andato oltreoceano.
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“Ciao Flavia,
ti scrivo dal mare. Nel senso che sono un marittimo e ti sto scrivendo da una nave (abbiamo appena iniziato la traversata dell’Oceano Atlantico per raggiungere il Sud America.)
Sono di Napoli e ho come unico ideale Napoli.
Istintivamente fin da bambino ne ho sempre compreso lo spessore smisurato e ho sempre sofferto per quella mano invisibile che continuamente tenta di opprimerla. Mi sono accorto crescendo come una una folta schiera di personalità faziose o meno siano ostinate nel volere o sapere Napoli a “capa a sott”…

Ma io conosco Napoli, la conosco per istinto, per cui non mi potrei mai sbagliare. So bene che è una città anguilla che non si è mai fatta acchiappare. Ho addirittura partorito idee bizzarre sul fatto che persino i mali della città siano fisiologici meccanismi di autodifesa della stessa Partenope. Non abbiamo mai avuto un Sindaco a Napoli, fino a che è arrivato un grande uomo “Luigi de Magistris”. Ho avuto il piacere di stringergli la mano mentre si faceva i suoi soliti chilometri a piedi per la città. Un uomo d’amore e di immenso spessore umano e professionale. Figlio ed espressione di una Napoli che elegge un Magistrato che con la sua “Anarchia” sacrosanta, difende il territorio e la Costituzione.

Sono Fiero!
Sono fiero della Napoli degli ultimi tempi.
Fiero della rivoluzione culturale che stiamo attraversando.
Fiero del fatto di essere puliti, liberi e indipendenti come movimento.
Sono Fiero che si parli di AUTONOMIA.
Sono fiero di questa esigenza forte di volerci liberare dalle tante palle al piede che ha Napoli. Le palle al piede sono tutti quelli che non muovono un dito per la Città e che la usano per interessi personali. Palla al piede è tutto quel mondo politico-intellettuale che è ostinato a tenere Napoli “a capa a sott”…Palle al piede sono i media…sciacalli dell’informazione.
Napoli città autonoma, Napoli Capitale di se stessa, napoletano lingua ufficiale (non immagini quanti geni della linguistica si ingegnino a voler il Napoletano un vernacolo e non una lingua).

Bisogna assolutamente portare avanti questo progetto di NAPOLI CITTÀ AUTONOMA. Napoli scritto con la N barocca, con i ciuffi alla Elvis.

Fiero di aver visto sui social il video del Sindaco de Magistris conferirti l’incarico a titolo non oneroso di coordinare il progetto.

Non c’e’ un giorno che non pensi a Napoli.
Dicono che i marinai hanno un amore in ogni porto ma questa è una grande bugia. Il mio unico amore è la CITTÀ. Non c’e’ un giorno che non pensi a lei, che non la promuova, che non la difenda. Per cui ti chiedo di non mollare! Sappi che quello che fai rende onore a tanti: ci accende il fuoco in petto e qualcosa in più. Non mollate!
Sarei orgoglioso di poter contribuire alla causa quando sarò tornato a Napoli da quest’altra missione di lavoro.

Un abbraccio fraterno a te, al Sindaco de Magistris e a tutti quelli che credono nella città, nonostante chi fa di tutto per tenerla a “capa a sott”.”

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