Dal mezzogiorno, un tranquillo ma convinto no al referendum costituzionale

Pubblichiamo integralmente l’appello per il no lanciato dal prof. Gianfranco Viesti e firmato da molti illustri figli del Sud tra cui Pino Aprile, Maurizio De Giovanni, Marco Esposito, Isaia Sales.

Ad avviso delle firmatarie e dei firmatari di questo documento, il 4 dicembre è opportuno votare NO se si hanno a cuore le prospettive di sviluppo di lungo periodo dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare.
Il progetto di riforma costituzionale è complesso. Già questo ne rende difficile la valutazione da parte dell’elettore.
Alcune modifiche sono apprezzabili, come sottolineato nel documento dei 50 costituzionalisti per il No (in cui ci riconosciamo ampiamente), a partire dal superamento del bicameralismo perfetto. Tuttavia, come gli stessi costituzionalisti sottolineano: “questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici”.
Due sono a nostro avviso particolarmente rilevanti.In primo luogo, la forte concentrazione e personalizzazione del potere esecutivo; che, fra l’altro, disporrà di una corsia preferenziale nel nuovo processo legislativo. Un processo affidato in gran parte ad una sola Camera saldamente controllata dal Premier, grazie alla nuova legge elettorale (per la quale gli annunciati propositi di cambiamento, oltre a essere poco credibili in caso di vittoria del Sì, non mutano in maniera sostanziale questo dato).
Siamo convinti, invece, che in un sistema democratico ben rappresentativo e ben funzionante debbano esservi più forti meccanismi di“controllo ed equilibrio” e un ruolo più rilevante per il Legislativo.
La capacità di governo non è minata oggi da fattori istituzionali, ma dalle debolezze della politica.
In secondo luogo, il forte accentramento nell’esecutivo nazionale dei poteri di governo del paese, a danno delle Regioni. Una forma di accentramento confusa e incoerente. Gli ingiustificati privilegi per le regioni a statuto speciale vengono lasciati intatti; mentre per le regioni più ricche, con i bilanci più sani, vi è la possibilità di tornare ad acquisire rilevanti competenze. Certo, le regioni non hanno dato buona prova (specie al Sud – anche se non sempre e non solo).
Ma, di nuovo, questo è un problema più politico che istituzionale. I Ministeri, del resto, non hanno dato miglior prova delle regioni. Una società articolata e multiforme,come la nostra, non si governa per decreti da Roma, ma attraverso un’indispensabile collaborazione fra livelli di governo e rendendo i cittadini partecipi delle scelte.
Il Sud è nel pieno della peggiore crisi della storia unitaria. Presenta tendenze assai preoccupanti. Per il suo futuro, e quindi per il futuro dell’intero paese, è indispensabile tanta buona politica e tante buone politiche:un forte rilancio degli investimenti e un ridisegno dei grandi servizi pubblici che ne accresca qualità, efficienza e sostenibilità economica. Occorre assicurare che i diritti di cittadinanza siano riconosciuti per tutte le italiane egli italiani, e che i
servizi ai cittadini (soprattutto in materia sociale) siano di livello elevato e il più possibile omogeneo in tutto il paese.
Ma la logica di “ricentralizzazione” che ispira la riforma non garantisce in alcun modo questo obiettivo: provvede solo a dare al Governo centrale la possibilità d’imporre ai territori le sue scelte, anche quelle potenzialmente dannose. Ciò è ancora più rilevante perché le scelte politiche già compiute negli ultimi anni – promosse dagli esecutivi senza un sufficiente dibattito parlamentare – stanno rendendo diritti e servizi diseguali, sempre più dipendenti dalla ricchezza dei territori; stanno accrescendo di più la pressione fiscale in quelli più deboli, concentrando i pochi investimenti nelle aree più forti del paese, ridisegnando sanità, scuola, welfare in misura diseguale, a danno del Sud. Specie con l’attuale esecutivo, ha preso forma ad esempio una profonda trasformazione e concentrazione del sistema universitario che avrà effetti gravissimi sul futuro civile ed economico del Sud.
Pensiamo che in Italia, specie al Sud, ci sia tanto da cambiare, da innovare. E in fretta. E, specie al Sud, facendo tesoro anche dei propri errori. Ma siamo fermamente convinti che nella nostra società le vere riforme – quelle che servono e poi funzionano davvero – possano nascere solo da un profondo confronto democratico, anche con un’attenta rappresentazione e composizione delle diverse esigenze territoriali; e dall’interazione tra più saperi, conoscenze, culture politiche. Il Principe illuminato – come frutto della riforma costituzionale – che guarisce un paese indebolito con le sue infinite conoscenze e le sue rapide azioni è, a nostro avviso, solo una pericolosa illusione.

Gianfranco Viesti e Onofrio Romano (Università di Bari). Aderiscono: Pino Aprile (saggista), Franco Arminio (paesologo), Piero Bevilacqua (storico), Nando Blasi (Popu) (musicista), Nicola Costantino (ex rettore Politecnico Bari), Maurizio De Giovanni (scrittore), Carmine Di Pietrangelo (Left, Brindisi), Marco Esposito (giornalista), Dino Falconio (Paradox, Napoli), Andrea Gargiulo (direttore orchestra), Enzo Lavarra (ex europarlamentare), Piero Lacorazza
(Consigliere Regionale Basilicata), Oronzo Martucci (giornalista), Luigi Masella (Fond Gramsci Puglia), Eugenio Mazzarella (ex parlamentare) Leonardo Palmisano (saggista), Ferdinando Pappalardo (ANPI Puglia), Corrado Petrocelli (ex rettore Univ Bari), Isaia Sales (saggista, ex sottosegretario), Antonio Stornaiolo (attore), Alessio Viola (scrittore), Alberto Baccini (Università di Siena), Ugo Ascoli (Università Politecnica delle Marche), Anna Simone (Università di Roma Tre), Giovanni Cerchia, Michele Della Morte, Alberto Tarozzi (Università del Molise), Melina Cappelli, Davide De
Caro, Paola De Vivo, Pompea Del Vecchio, Nicola Durante, Giuliano Laccetti, Alberto Lucarelli, Enrica Morlicchio, Fabio Murena (Università Federico II di Napoli), Maurizio Migliaccio (Università di Napoli-Parthenope), Giso Amendola, Davide Bubbico, Mimmo Maddaloni, Raffaele Rauty, Maria Antonietta Selvaggio (Università di Salerno), Paolo Fanti, Fara Favia (Università della Basilicata), Marco Barbieri, Aldo Ligustro, Irene Strazzeri (Università di Foggia), Giuseppe Campesi, Michele Capriati, Franco Chiarello, NicolaColonna, Tiziana Drago, Lea Durante, Fabrizio Fiume, Lidia Greco,
Raffaele Licinio, Isidoro Mortellaro, Luigi Pannarale, Ivan Pupolizio, Francesco Prota, Francesca Recchia Luciani, Stefania Santelia, Mario Spagnoletti, Carlo Spagnolo, Roberto Voza (Università di Bari), Giampaolo Arachi, Mario Castellana, Valentina Cremonesini, Stefano Cristante, Fabio De Nardis, Antonio Donno, Guglielmo Forges Davanzati, Nicola Grasso, Angelo Salento, Luigi Spedicato, Ferdinando Spina (Università del Salento), Domenico Cersosimo, Piero Fantozzi, Sonia Fiorani, Guido Liguori, (Università della Calabria), Ignazia Maria Bartholini (Università di Palermo), Fabio Mostaccio, Tonino Perna (Università di Messina), Maurizio Caserta (Università di Catania), Marco Pitzalis, Giuseppe Puggioni, Marco Zurru (Università di Cagliari), Antonio Moretti (CNR Bari), Angelo Gallo (dirigente scolastico, Napoli), Patrizia Perrone (insegnante, Napoli), Gioia Costa (Esplor/azioni Roma).

Napoli Autonoma: la risposta di Flavia Sorrentino a Saviano.

Roberto Saviano cita sulla sua pagina Facebook, il progetto di Napoli città autonoma. Riportiamo la risposta di Flavia Sorrentino, che compare sulla sua bacheca Facebook.

Definire protezionisti coloro che vogliono raccontare Napoli nella sua complessità, nel bene e non solo nel male, è una banalizzazione che l’autore di gomorra torna a commettere e sulla quale il mio pensiero è noto. Resto convinta che della città vada raccontata la piazza che spara e quella che spera, perché l’inchiesta che non è seguita da esempi positivi di ribellione è inutile. Sbilanciarsi affermando che sono “miopi egoisti spalleggiati dalla politica locale e nazionale” i veri nemici da combattere, è una affermazione priva di qualunque elemento di verità e fondatezza. Se ci siamo lanciati in una sfida così alta ed ambiziosa di riscatto è perché qui, dopo anni di consociativismo affaristico e politico, si sta sperimentando un laboratorio democratico di partecipazione dal basso e di governo cittadino che ha messo sbarre di legalità alla porta di accesso delle infiltrazioni camorristiche, rifiutando qualunque tipo di legame con la partitocrazia, che a sproposito viene citata. Solo chi è adagiato sul pregiudizio che vuole alimentare, è incapace di comprendere il processo di rinnovamento che il capoluogo partenopeo sta vivendo, dissetato culturalmente dalla riscoperta dell’identità e rappresentato politicamente dell’autonomia. Con l’autogoverno e la valorizzazione delle proprie potenzialità, Napoli torna ad essere leadership di pensiero, ecosistema sociale di cambiamento che impatta in positivo il mondo, faro della cultura e del progresso umano. Stiamo costruendo una società che pretende di essere rappresentata da una classe dirigente consapevole, che abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autodeterminazione che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui le classi dirigenti locali hanno acconsentito. Saviano dice che questa battaglia è nemica del riscatto di Napoli. Io dico che il senso di minorità imposto ed introiettato è uno dei grandi mali di cui liberarci, insieme a chi scommette sull’eterno fallimento della nostra terra.

Flavia Sorrentino.

Flavia Sorrentino delegata al progetto ‘Napoli Città Autonoma’

Napoli – Con decreto sindacale Luigi de Magistris ha conferito a Flavia Sorrentino di MO-Unione Mediterranea, la delega all’Autonomia. Sarà lei ad occuparsi, a titolo gratuito, del progetto ‘Napoli Città Autonoma’ che prevede la redazione di un manifesto per stabilire i diritti degli abitanti di Napoli.
“Questo progetto, che si è già estrinsecato nella nostra azione amministrativa, si è estrinsecato nel programma elettorale, si è estrinsecato in una proposta di legge in Parlamento, adesso si deve ancora di più estrinsecare in un progetto di autonomia fiscale, organizzativa, politica, amministrativa, organizzativa, politica ed istituzionale della città di Napoli” ha affermato Luigi de Magistris durante la conferenza stampa di presentazione del progetto.
Flavia Sorrentino, già portavoce nazionale di MO-Unione Mediterranea, forte del successo elettorale come candidata capolista alle scorse comunali napoletane nella lista “Na-Napoli Autonoma”, si appresta ad affrontare una nuova sfida. Spetterà a lei infatti il compito di portare a compimento “un manifesto”, come lo ha definito il Sindaco, per una “Napoli che crede fortemente nella una sua capacità di riscatto, attraverso l’autodeterminazione, l’autogoverno e la forte partecipazione popolare, in un’ottica forte di applicazione dell’art. 1 della Costituzione”.
Il progetto ‘Napoli Città Autonoma’ prevede anche la revisione storica della toponomastica cittadina. “Abbiamo cominciato a farlo in questi anni – ha detto de Magistris -, vogliamo continuare a farlo”. Questo progetto non è “contro qualcuno” ha ribadito il primo cittadino di Napoli, “ma è per un’Italia sì una e indivisibile, ma che valorizzi veramente le autonomie e le differenze”. Napoli sarà la “prima città del terzo millennio che ha l’obiettivo di ottenere l’autonomia piena”. Napoli sempre di più “Capitale del Mediterraneo”, ha ribadito de Magistris.

Riforma Renzi-Boschi: l’obiettivo è incrementare le differenze tra Nord e Sud.

In un momento storico-politico nel quale lo scollamento tra rappresentanza partitica e bisogni dei cittadini aumenta in maniera preoccupante, il confronto democratico e la partecipazione alla vita pubblica, determinano il ruolo di ciascuno di noi nei processi decisionali da cui dipendono i nostri diritti e quelli delle nostre terre.

La consultazione del 4 Dicembre non è una consultazione elettorale come le altre: si vota sulla modifica della Legge fondamentale dello Stato e su una riforma che cambia 47 articoli della Costituzione, incidendo profondamente sull’assetto ordinamentale istituzionale. E’ dovere di ciascun cittadino responsabile informarsi ed informare affinchè non prevalgano astensionismo e bandiere di appartenenza.

Se in questi decenni la Costituzione l’avessero applicata e non umiliata oggi non staremmo ad interrogarci sul perchè viviamo in un’Italia che corre a due velocità, con cittadini di serie A e cittadini di serie B e perchè il principio di eguaglianza formale e sostanziale disciplinato non trova riscontro effettivo nelle opportunità di sviluppo e nelle condizioni economiche, sociali e culturali del paese ma al contrario sono garantite in maniera profondamente difforme sul territorio nazionale. Se la Costituzione fosse rispettata e considerata un faro di garanzia per l’effettivo esercizio dei diritti della persona, sarebbe assecondato e non solo declamato l’art. 1 che definisce l’Italia una Repubblica fondata sul lavoro (salvo poi applicare politiche di indirizzo governativo che fanno macelleria sociale dei  diritti e delle tutele per i lavoratori); si riconoscerebbe l’importanza della scuola pubblica come bene comune di crescita e progresso della collettività; sarebbe protetta  e assicurata la sanità pubblica e tutelato l’ambiente. Se la Costituzione fosse applicata e non solo annunciata oggi sarebbero rispettate le autonomie locali e la sovranità, che appartiene al popolo.

La riforma Renzi-Boschi- si dirà, sbagliando – non modifica la prima parte della Costituzione. I diritti fondamentali e le procedure istituzionali sono legate da un rapporto di inscindibilità: le azioni politiche dei governi che decidono sui diritti, si generano e modellano nelle istituzioni: cambiando le procedure e le istituzioni disciplinate nella seconda parte della Costituzione, si modificano le priorità politiche di intervento e con esse il livello di garanzia dei diritti.

Ecco perchè la Carta Costituzionale non può diventare in nessun modo l’ennesimo strumento di divisione di un paese unito, di fatto, solo nella retorica delle celebrazioni formali ma privo di qualunque elemento di solidarietà nazionale e senso di appartenenza comune. Ed ecco perchè preoccupa il modo in cui si modifica il Titolo V.

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Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini non saranno più uguali. Anche oggi non lo sono, ma mai si era arrivati a mettere nero su bianco l’obiettivo di incrementare le differenze tra Nord e Sud. La riforma infatti toglie molti poteri alle Regioni, ma ne restituisce altrettanti alle Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare i conti. L’articolo 116 infatti, qualora vincesse il Sì, prevederà che solo le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese potranno chiedere maggiore autonomia legislativa su 13 materie delicate e strategiche per il governo del territorio:

1.  organizzazione della giustizia di pace

2.  disposizioni generali e comuni per le politiche sociali

3.  disposizioni generali e comuni sull’istruzione

4.  ordinamento scolastico

5.  istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica

6.  politiche attive del lavoro

7.  istruzione e formazione professionale

8.  commercio con l’estero

9.  tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici

10.   ambiente ed ecosistema

11.   ordinamento sportivo

12.   disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo

13.   governo del territorio.

Semplificando: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere come proteggere il proprio patrimonio paesaggistico; se consentire trivellazioni; prenderanno decisioni proprie su come organizzare l’istruzione scolastica, il turismo, i rapporti commerciali con l’estero e così via. La Calabria invece, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, la Campania, la Puglia, la Basilicata su materie come energia, attività turistiche, tutela dell’ambiente, dipenderanno in tutto e per tutto dalle scelte dello Stato Centrale. Nel caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive quale sito sceglierà? Quello di una Regione in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo?

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Lo illustrano bene i Consiglieri regionali del Pd dell’Emilia Romagna in un documento approvato a fine settembre: “Viene dato vita in sostanza ad un federalismo differenziato, selettivo e meritocratico, che punta a premiare le Regioni più virtuose”.

La virtuosità di un territorio non può dipendere dalla sua ricchezza, nè gli errori amministrativi da parte di alcune regioni del Sud possono coincidere con la privazione di autodeterminazone delle comunità locali. L’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) infatti è distribuita in maniera fortemente disomogena sul territorio italiano. Ad esempio: la Calabria ha a disposizione 310 euro per ciascun abitante della Regione, il Veneto 652; la Campania circa 371 mentre la la Lombardia 862. Raggiungere il pareggio di bilancio non è un merito, è un parametro di misurazione della ricchezza. Le Regioni settentrionali hanno un gettito fiscale alto e possono trovarsi più facilmente in condizione di equilibrio tra entrate e spese. Al Sud invece, il gettito fiscale non copre mai le risorse necessarie a garantire i servizi essenziali per i cittadini che hanno minore capacità contributiva. Con la modifica dell’art. 116 prende forma il regionalismo differenziato che sancisce autonomia decisionale su base economica.

Si consuma in tal modo il disegno monopolista dei commissariamenti e delle ricette nord-centriste applicate ai territori meridionali. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. La supremazia decisionista del potere politico di Roma è uno dei veri e più insidiosi pericoli di questa riforma. Le disquisizioni sul Senato, sul bicameralismo o sul Cnel sono tutte interessanti, ma qui si sta decidendo altrove il futuro della parte più debole e sacrificata del paese.

Il Mezzogiorno non viene messo in condizione di crescere quando bisogna prevedere investimenti e incentivi pubblici per lo sviluppo. Il Governo non ha mai individuato i Lep (livelli essenziali di prestazione concernenti diritti minimi civili e sociali); non ha mai stabilito la perequazione, finalizzata a distribuire finanziamenti utili per garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale; i fabbisogni standard vogliono introdurli direttamente in Costituzione, ma per fregare il Sud hanno già attuato stratagemmi che calcolano il riparto dei fondi sulla base della spesa storica e non sulla base del reale bisogno della popolazione.

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Andrebbero applicati i principi di eguaglianza e di coesione sociale atti a rimuovere gli squilibri economici territoriali o va stabilita per legge fondamentale dello Stato, l’inferiorizzazione meridionale?

Il 4 Dicembre andiamo a votare il potere di forza della nostra autodeterminazione e l’opportunità di costruire un modello di autonomia responsabile che faccia dell’ autogoverno la vera sfida politica del Sud. Io voto NO.

Flavia Sorrentino.

Referendum Renzi-Boschi: un NO dal Sud.

Non rappresenta una scelta casuale quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, di svolgere la propria campagna referendaria soprattutto nel sud Italia. Matera, Foggia, Catania, Bari, non si è mai visto un Matteo così infuocato e passionale nelle sue rotte meridionali. Eppure il motivo c’è, i sondaggi parlano chiaro: il meridione d’Italia voterà compatto per il no alla riforma costituzionale.

Credevano di esserci riusciti, che il sillogismo “ragioni virtuose sì, ragioni virtuose no”, avrebbe ben mascherato l’intenzione del governo di privilegiare le regioni del nord Italia;  lo stato di assuefazione politica nella quale ci hanno relegato in questi anni, avrebbe mantenuto la situazione sotto controllo. Così, propagandare l’abbassamento del numero dei parlamentari, la riduzione dei costi della politica, avrebbe messo in una  condizione di subordinazione  l’attenzione sulla  modifica del Titolo V della Costituzione.

Il premier non aveva però fatto bene i suoi conti con un Sud sempre più sveglio, sempre più indignato e guardingo.

Le modifiche degli articoli 116 e 117, segnerebbero la costituzionalizzazione dello status di colonia interna delle regioni meridionali, la continuazione di un filo rosso a cui si è dato inizio 155 anni fa.   Così recita il testo della Riforma: “Condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite alle regioni […] in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. E’ questa una disposizione fuorviante e discriminante, poiché, di fatto, le regioni del sud Italia non sono messe in condizione di raggiungere il pareggio di bilancio. L’Imposta Regionale sulle Attività Produttive, meglio conosciuta come IRAP, ossia l’ imposta sul Reddito prodotto dalle attività professionali e produttive, rappresenta una tassa trattenuta dalle regioni, ma non uniforme sul territorio nazionale. Le regioni settentrionali possedendo un gettito fiscale più alto, possono raggiungere più facilmente una condizione di bilancio, differentemente dal meridione che,  con una minore capacità contributiva,  potrebbero raggiungerla  solamente privando i cittadini di quei servizi essenziali spettanti di diritto. Non si tratta quindi  di virtù regionale , ma di ricchezza storica.

La riforma introduce un regionalismo differenziato discriminante, in grado di danneggiare pesantemente il meridione, inficiandolo nella possibilità di scelta in ambiti vitali quali ambiente, istruzione e lavoro , turismo, governo del territorio, politiche sociali, ordinamento scolastico.  Come dire che la Toscana potrà promuovere il turismo locale, mentre la Calabria non avrà alcuna voce in capitolo; o che  l’Emilia Romagna potrà esprimere il proprio dissenso allo   stoccaggio di scorie radioattive sul proprio territorio, a differenza della Campania che dovrà  invece sottostare alle decisioni del governo centrale.

Se virtuoso (ricco), conti e  possiedi potere decisionale, mentre, se inefficiente (povero), dovrai accontentarti di ciò che lo Stato centrale deciderà al posto tuo:  questa la logica renziana.

I piani rischiano però di essere sfasati, e a farli “saltare” saranno proprio le regioni colpite, quelle ghettizzate, condannate da una politica che mira ad accrescere solo una parte del paese.

L’indignazione meridionale aleggia, si è resa tangibile: è un sud che ha deciso di alzare la testa e lottare.  Basta un “NO” per difendere i nostri diritti sociali, la nostra sovranità popolare; un “NO” per difendere il nostro diritto all’uguaglianza e alla crescita; un “No” per porre un freno alle spinte monopolistiche di un governo accentratore.

Carmen Altilia

Referendum, Italia a due velocità: il Nord è un frecciarossa, il Sud un treno a vapore.

Insisto. Scalzare le volontà locali in riferimento a materie delicate come la produzione energetica o la tutela dell’ambiente, è un grave errore politico. Ma ammettiamo che sia più conveniente trasferire materie di legislazione concorrente, esclusivamente allo Stato centrale perché così si tenta di correggere le storture provocate dagli sprechi delle amministrazioni locali.

La riforma Renzi/Boschi toglie molteplici poteri alle Regioni, salvo restituirli alle Regioni del Nord. Giusto! (si dirà), perché il Nord è virtuoso. Ma essere in pareggio di bilancio non è un merito, è un parametro di misurazione della ricchezza. Le Regioni settentrionali hanno un gettito fiscale più alto e possono trovarsi più facilmente in condizione di equilibrio tra entrate e spese. Al Sud invece, il gettito fiscale non copre mai le risorse necessarie a garantire i servizi essenziali per i cittadini che hanno minore capacità contributiva. Con la modifica dell’art. 116 prende forma il regionalismo differenziato che sancisce autonomia decisionale su base economica. Sei ricco? Scegli come promuoverti il turismo. Sei povero? Allora sceglie lo Stato al posto tuo.

E però, scusate, come funziona? Il Mezzogiorno non viene messo in condizione di crescere quando bisogna prevedere investimenti e incentivi pubblici per lo sviluppo. Il Governo non ha mai individuato i Lep (livelli essenziali di prestazione concernenti diritti minimi civili e sociali); non ha mai stabilito la perequazione, finalizzata a distribuire finanziamenti utili per garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale; i fabbisogni standard vogliono introdurli direttamente in Costituzione, ma per fregare il Sud hanno già attuato stratagemmi che calcolano il riparto dei fondi sulla base della spesa storica e non sulla base del reale bisogno della popolazione.

La solidarietà nazionale prevede che, chi più ha più dà e chi meno ha più riceve. Andrebbero applicati i principi di eguaglianza e di coesione sociale atti a rimuovere gli squilibri economici territoriali o va stabilita per legge fondamentale dello Stato, l’inferiorizzazione meridionale? Non serve promettere zero sgravi fiscali come fa #Renzi se poi si scrive nero su bianco che l’obiettivo finale è un’Italia a due velocità, dove il Nord corre come un freccia rossa e il Sud come una locomotiva a vapore.

Flavia Sorrentino

MO! intervistiamo i produttori del nostro territorio

Calabria – Costa degli Dei: siamo a Spilinga(VV) città della ‘Nduja

 

In una lotta impari che  i produttori del nostro sud affrontano quotidianamente contro le carenze infrastrutturali e di servizi, vogliamo raccontare come questi eroi del lavoro riescono comunque con passione e caparbietà a produrre eccellenze famose in tutto il mondo.

Siamo in Calabria dove i mass media fanno a gara per far risaltare soprattutto le negatività che questa terrà innegabilmente purtroppo offre, ma noi vogliamo far emergere la parte migliore di questo meraviglioso territorio. Il peperoncino,  prodotto principe di questa terra, è l’ingrediente principale della ‘nduja di Spilinga che di questa terra ne è la regina .

La ‘nduja di Spilinga è un salume inimitabile, unico nel suo genere perché spalmabile, ed è prodotta con il 30% di peperoncino locale nelle tre principali varianti: il corno di toro (più dolce),  il naso di cane (più piccante) e il rotondo e con pezzi selezionati di carne di maiale (pancetta, guance e dal grasso intercostale) macinato e miscelato tutto insieme per dar vita all’unicità di questo Salume che si spalma.

L’origine della ‘nduja è incerta. Per alcuni studiosi, il salume sarebbe stata introdotto nel Regno delle Due Sicilie dagli spagnoli intorno al 1500, insieme a pepe e peperoncino. Tuttavia, la tesi più accettata oggi è che si tratti di una versione calabrese di un preparato francese chiamato “andouille” (da cui il nome nduja), che sarebbe stato importato nel periodo di Napoleone Bonaparte tra gli anni 1806 e 1815.

In tutta Spilinga, esistono solo 11 produttori certificati per la produzione di ‘nduja, con laboratori autorizzati dal Ministero della Salute.

L’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone produce annualmente 60 tonnellate di salumi, che vengono venduti nel mercato italiano ed esportati in paesi come il Canada, Dubai, Sri Lanka, Danimarca, Francia e Germania. Oltre alla ‘nduja, l’azienda produce altri insaccati come salsiccia, soppressata calabrese, pancetta e capicollo.

Oggi intervistiamo Francesco Fiamingo, presidente del consorzio della ‘nduja di Spilinga, titolare dell’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone nata nel 1999.

Francesco, qual è l’importanza del territorio di Spilinga per la sua azienda e per i suoi prodotti, in particolare per la ‘nduja?

Be’ Spilinga e’ un piccolo centro riverso a nord-ovest, racchiuso fra due fiumare e di fronte al mare: quale posizione migliore per la stagionatura dei salumi ed in particolare la nduja? Abbiamo umidità, freddo e vento dal mare, diciamo una cella di stagionatura a cielo aperto.

Quali sono le materie prime che il territorio offre per la produzione dei suoi prodotti?

Sicuramente il peperoncino la fa da padrone, è coltivato nei nostri territori e subisce una lavorazione particolare che consiste nell’essiccazione naturale dei peperoncini che dopo il raccolto vengono stesi su teloni, ed esposti al sole per circa un mese, in seguito vengono rimossi gli steli con una lavorazione manuale e successivamente vengono puliti e tritati insieme alla carne.

La ‘nduja sta avendo un successo in continua crescita, cos’ha di diverso rispetto agli altri salumi e quali gli usi che se ne possono fare in cucina?

Ormai  della ‘nduja di Spilinga si sente parlare ovunque, dalla tv  alla radio ma anche in giro per le strade, grazie all’importante lavoro promozionale fatto da noi produttori  in giro per tutta l’Italia e per quasi tutta l’Europa con fiere ed altri tipi di manifestazioni.  La ‘nduja in cucina si può adoperare dal primo al secondo fino al dolce basta un pò di fantasia , e poi si presta  a moltissimi abbinamenti rispetto agli altri salumi.

La sua azienda ha ottenuto importanti riconoscimenti per l’innovazione del prodotto, di cosa si tratta?

Sì, qualche anno fa al CIBUS DI PARMA, la manifestazione di settore piu importante d’Italia per quanto riguarda il Food, siamo stati premiati come miglior innovazione di prodotto: abbiamo presentato la ‘Nduja di spilinga confezionata in tubetto di alluminio, confezione veramente innovativa e comoda per igiene, praticità e conservazione .

La sua ultima “invenzione” è la ‘nduja nel sac à poche, ce ne parla?

Sì, da qualche abbiamo lanciato sul mercato un’altra innovazione: la ‘nduja di Spilinga nel sac à poche già pronta all’uso. Per questa confezione abbiamo pensato soprattutto ad un uso professionale che renda più facile il lavoro dei  pizzaioli. In Italia sono tante le pizzerie che usano la ‘nduja di Spilinga, ad Expo 2015 Rossopomodoro ha presentato la pizza  Ricotta di bufala e ‘nduja di Spilinga ma per le sue caratteristiche, spalmabile ma anche appiccicosa, la ‘nduja rende difficoltosa la gestione veloce, necessaria per i professionisti della pizza. Con la sac à poche impiegano pochi secondi spalmare la ‘nduja sulla pizza.

Perchè è importante che accanto alla tradizione ci sia l’innovazione di un prodotto come la ‘nduja ?

Be’ i tempi cambiano e la società si evolve, quindi io penso che se non vogliamo uscire dal mercato ci si deve adeguare ai tempi ed ai ritmi della società di oggi ma anche alle porzioni.

Secondo lei, ci sono delle oggettive difficoltà per le aziende del nostro territorio? Parliamo di carenze infrastrutturali come ad esempio la rete autostradale e ferroviaria o la velocità della connessione internet rispetto aziende presenti in altri territori.

Sicuramente la posizione geografica non ci agevola, neanche le infrastrutture carenti sono a nostro favore. Tuttavia penso che con buona volontà e pazienza, gli obbiettivi si raggiungono lo stesso.

La politica nazionale ha dimenticato la mai risolta “Questione Meridionale” eppure gli ultimi dati Svimez parlano di un sud a rischio desertificazione umana nei prossimi 30 anni, la nostra Calabria ha meno di 2 milioni di abitanti (quanto la sola Milano e provincia), come vede il futuro per il nostro territorio?

Purtroppo a parte piccole realtà,  la Calabria sta attraversando un periodo di crisi economica e sociale mai visti, io ho quasi 50 anni e non mi ricordo di gente che incontrava difficoltà anche per fare la spesa. Per questo si continua ad emigrare con il risultato che rimaniamo sempre di meno, questo fa diminuire il consumo locale di beni e alimenti con una forte contrazione dell’economia locale. A Spilinga avevamo 8 negozi di alimentari, 4 bar e 2 tabacchini ,adesso c’e’ un supermercato e mezzo e 2 bar, e non c’e’ più il distributore di carburanti, a volte io tutto questo lo paragono ad una candela accesa che tale rimarrà finche dura la cera, poi inevitabilmente  si spegnerà .

Pensa sia importante che ci sia una nuova realtà politica fatta da persone che si vogliono occupare dei problemi irrisolti del nostro territorio?

Sicuramente io sono per l’innovazione, quindi ben vengano nuove idee e nuovi personaggi, perché cosi come siamo è come uno stagno o meglio una palude putrida fatta di gente che pensa solo ai propri interessi. Basta guardare il telegiornale e se ne vedono di tutti i colori: una corruzione capillare e fitta, come la gramigna in tutti i settori.

Ogni anno spendiamo miliardi di euro per la nostra spesa, questa enorme massa di denaro va soprattutto verso prodotti di aziende che non sono nel nostro territorio ed è uno dei motivi della mancata evoluzione economica della nostra terra. Con iniziative come il Compra Sud cerchiamo di promuovere l’acquisto di prodotti di aziende con sede legale e stabilimento nel mezzogiorno, cosa ne pensa?

Sicuramente è un incentivo che può tornare utile alle aziende ed anche al consumatore, perché comprare i nostri prodotti artigianali garantisce la qualità, tuttavia questa campagna secondo me andrebbe fatta su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare la gente: in ogni angolo d’Italia ci sono meridionali. Comunque io penso che questa emigrazione sia dovuta alla mancanza di lavoro, perché se Lei pensa che circa 10 anni fa in Calabria eravamo 3.2 milioni di residenti e adesso siamo 1.6 milioni vuol dire che il consumo sul posto si e’ ridotto del 50%, per di più sono i giovani che vanno via che in realtà sono anche quelli che consumano di più. Va da sè che invertire la rotta è l’unico auspicio per non rischiare l’inevitabile spegnimento della candela una volta finita la cera.

‘Nduja e salumi Gabriella Bellantone
Indirizzo: C. da Saramalloni, Spilinga
Telefono: +39 09631940412 // +39 3388899623
Sito: www.ndujadispilinga.net

Manutenzione strade, più soldi al Nord: lo stratagemma per fregare il Sud.

Dopo l’inchiesta sui costi standard e i trucchi utilizzati per favorire il Nord, sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito torna a parlare di fabbisogni e servizi essenziali, smascherando le evidenti disparità nel riparto di risorse per la manutenzione di 130 mila chilometri di strade provinciali. Il servizio pubblico preso a campione mette a confronto i criteri di assegnazione dei fondi per la Città metropolitana di Milano e la Città metropolitana di Napoli, la prima con meno strade da manutenere e più soldi da spendere, la seconda con più strade da mettere a posto e la metà dei fondi da gestire. <<La Determinazione dei fabbisogni standard per le Province e le Città metropolitane>> nasconde in 88 pagine-spiega Esposito-delle vere e proprie trappole per il Mezzogiorno. Le strade gestite dalla Città metropolitana di Milano ammontano a circa 800 chilometri; quella di Napoli gestisce 1.629 chilometri, il doppio. Eppure a Milano vengono assegnati 27 milioni per la manutenzione mentre alla Città metropolitana di Napoli appena 15 milioni. Come si spiega una tale disparità?

La formula per la ripartizione di risorse  viene calcolata dalla Sose (società del Ministero del Tesoro) e approvata dalla Commissione tecnica sui fabbisogni standard (Ctfs). Il parametro per l’assegnazione dei fondi è stabilito in base al numero di chilometri da manutenere, e pertanto, a Napoli come <<fabbisogno base>>  viene destinato almeno il doppio del finanziamento necessario per Milano. Ma è qui che scatta lo stratagemma per fregare il Sud. I tecnici della Sose hanno applicato due bonus aggiuntivi di finanziamento: il primo proporzionale ai chilometri di strada in montagna, l’altro legato al numero di occupati sul territorio, che da solo vale più di tutte le somme destinate per la riparazione dei tratti stradali.

Come chiarisce l’inchiesta, per ogni chilometro di strada in montagna scatta un bonus di 2.744 euro. Nonostante vi siano ben tredici Comuni che superano i 1000 metri di quota sia per la presenza del Vesuvio che del Faito, con il massimo a Pimonte (che arriva a una vetta di 1.444 metri), per la Città metropolitana di Napoli non è previsto nessun incentivo, garantito altresì per le Province meno montane di Pavia, Rimini e Cesena. E’ calcolato invece in 17,87 euro il gettone aggiuntivo per ogni occupato: per riparare le buche, Milano riceve 34 mila euro per chilometro, Napoli solo 9 mila euro senza che venga spiegata la ratio di tale illogica sperequazione.

“Cosa c’entri il tasso di occupazione con la riparazione delle buche non si capisce. Ma gli occupati guarda caso, hanno il non trascurabile merito di essere presenti più al Nord che al Sud e così tornando al confronto Milano-Napoli con quasi 1,4 milioni di occupati la città lombarda riceve un bonus di 25 milioni, ossia 10 volte il fabbisogno di base, mentre Napoli deve accontentarsi di appena  10 milioni”, conclude Esposito.

Fabbisogni standard: diritti zero al Sud, l’Italia garantisce solo il Nord.

Marco Esposito

Sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito spiega in dettaglio i parametri utilizzati per il calcolo dei fabbisogni standard. Ecco l’elenco dei diritti negati al Sud per convenienza del Nord:

-Sanità 108,6 miliardi. Il riparto dei fondi tra le regioni avviene dando un peso maggiore agli anziani. Così i posti in cui l’aspettativa di vita media è più bassa, Campania in testa, ricevono meno finanziamenti.

-Università 6,9 miliardi. Il costo standard per studente è calcolato sui soli studenti in corso, dando valore zero a chi è fuori corso. Negli atenei del Sud la quota di fuori corso è più consistente.

-Istruzione 4,1 miliardi. Il fabbisogno di servizi comunali di istruzione è calcolato sulla base della spesa storica (più alta al Nord) e non a livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio.

-Strade 1,5 miliardi. Tra i parametri per finanziare le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio, il quale è ovviamente più altro nelle zone ricche.

-Asili nido 1,3 miliardi. Il fabbisogno comunale non è misurato in base al fabbisogno di bambini da zero a tre anni ma sugli asili nido esistenti nel 2013. Chi aveva zero asili si ritrova fabbisogno zero.

-Trasporti 0,9 miliardi. Il fabbisogno comunale è misurato solo per i comuni che avevano il servizio nel 2013. A Caserta quell’anno la società del Tpl era fallita, per cui nel 2017 il fabbisogno è zero.

Fonte Il Mattino.

L’incredibile Galli della Loggia e il sud raccontato a sua immagine e somiglianza

di Raffaele Vescera

Stamattina a Napoli, a un convegno sul Sud, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del mondo politico, imprenditoriale e culturale, il politologo (ma che vordì?) Ernesto Galli Della Loggia (quale?) ha snocciolato il suo repertorio di banalità e luoghi comuni contro il Sud, elencando una serie di stupidaggini, tutte puntualmente contraddette da statistiche, numeri e fatti. Secondo lui al Sud vi sono più truffe, ma i dati forniti dal ministero dicono il contrario. Sempre secondo Galli, al Sud sarebbe arrivato un “fiume di soldi”, anche qui i dati dicono il contrario, lo Stato per un cittadino del Sud spende la metà che per uno del Nord. E secondo della Loggia (nomen omen) gli intellettuali meridionali “amoreggiano un po’ troppo con la cultura popolare della malavita sposata con il filoborbonismo” (sic), l’ha detto citando persino la Gatta cenerentola di Roberto De Simone, tratta dalla novella di Basile, come esempio negativo. Ascoltatelo:

«Ci sono poi anche altri problemi, come le truffe assicurative, che non dipendono dalla criminalità organizzata. O ancora le dinamiche dei concorsi. La diversità di questa parte dell’Italia è anche legato al diverso senso civico, che qui è più debole. Tra l’altro qui è arrivato un fiume di risorse pubbliche. E allora bisogna chiedersi cosa non ha funzionato negli interventi per il Sud che hanno caratterizzato larga parte della Prima Repubblica. Trenta, quaranta anni fa a Napoli c’era più rispetto per le istituzioni di oggi. C’è anche una colpa degli intellettuali: dagli anni Ottanta in poi la parte più significativa e vivace ha iniziato ad amoreggiare un po’ troppo con la cultura popolare, delle sceneggiate, della malavita. Che era anche la cultura dell’omertà, dello sgarro, dell’onore, sposata con il filoborbonismo».

A Galli della Loggia replica il presidente di Unioncamere Andrea Prete, che si dice «orgoglioso di essere del Sud e contesta la visione del politologo, che mostra il Mezzogiorno come immerso tutto sotto una cappa».

Non solo il Galli della Loggia, ma anche altre mummie intellettuali del calibro di Galasso si sono dette sorprese dal recupero d’immagine del Mezzogiorno preunitario accusando di borbonismo chi lo fa, oltre la boutade di De Luca che propone un piano di assunzione di 200.000 giovani nella pubblica amministrazione, ma precari, a stipendio dimezzato e senza diritti, vi sono stati anche interventi più seri, come quello di Adrianno Giannola, presidente dello Svimez che ha parlato della necessità di mettere in campo un piano straordinaio per il Sud, come quello della Cassa per il mezzogiorno che in 10 anni ha fatto recuperare al Sud 10 punti di divario rispetto al Nord, e del prof Calise che ha parlato delle eccellenze dell’univ. di Napoli: «Nel mondo ci sono 35 milioni di studenti per 4200 corsi dei grandi Atenei mondiali. Come Federico II grazie ai fondi europei siamo il primo portale in Europa. Eppure come Italia siamo fanalino di coda per numero di laureati».

Altri interventi sono attesi per stasera e domani, prima della conclusione di Renzi che, ne siamo certi, prometterà mari e monti per il Sud, un Sud che, in verità di mari e di monti tra i più belli del mondo è stato già dotato a sufficienza dalla natura, e ora ha bisogno di fatti più che di promesse elettorali.

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