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Bagnoli e trivelle: troppo facile dare la colpa ai localismi

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Di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, a proposito della visita di Matteo Renzi a Napoli, il giornalista del Corriere della Sera Goffredo Buccini tentava di spiegare come mai il Mezzogiorno, benché assente dalla lista di priorità del governo, avesse finito per assumere “un valore assai simbolico”.

Per Buccini la situazione è chiara: il Sud anti-renziano, rappresentato da Luigi De Magistris al comune di Napoli e da Michele Emiliano alla regione Puglia, non sa fare altro che scandire dei ‘no’ di fronte alle politiche di sviluppo del governo centrale. La ragione, secondo Buccini, sono i particolarismi regionali e municipali meridionali: il ‘cacicchismo’, lo chiama riprendendo un’espressione di Massimo D’Alema. Ogni cacicco, cioè ogni politico meridionale influente, guarderebbe esclusivamente al proprio bacino elettorale, incurante di una politica d’interesse nazionale. Se anche quest’argomentazione avesse un potere esplicativo – e a mio avviso ne ha ben poco: spiegherò nel seguito il perché – verrebbe da chiedersi: ma i particolarismi sono questione esclusivamente meridionale?

Certo, non si può negare che la Campania abbia dato i natali ai Mastella e ai De Mita, per citare solo due tra gli esempi più noti di cacicchismo nostrano. Ma a questo punto bisognerebbe chiedersi perché si siano formati i potentati ‘personalizzati’ meridionali; quali siano i processi storici che hanno portato a questa situazione. Bisognerebbe chiedersi anche, in quanto a cacicchismo, come la mettiamo con quello della Lega Nord in Veneto. E infine, ha senso accomunare De Magistris ed Emiliano a Mastella e De Mita, dimenticando che quando si parla di Napoli o della Puglia, non si parla di Ceppaloni o Avellino, né quantitativamente né simbolicamente?

Ma torniamo all’accusa di particolarismo. Accostando la Bagnoli napoletana e il referendum sulle trivelle del 17 aprile, Buccini si chiede chi debba decidere della politica energetica di un paese: il governo centrale (“un esecutivo che poi ne risponda agli italiani”, nelle parole del giornalista del Corriere) o le regioni e i comuni (“un puzzle di campanilismi in grado soltanto di dire ‘no, non nel mio cortile, please’”). Cosa c’entri la questione di Bagnoli con la politica energetica italiana, non è chiaro. Come non è chiaro il motivo per cui l’esecutivo nazionale debba essere considerato l’unico a poter rispondere agli italiani della compatibilità tra ambiente e attività industriali, considerato che anche le giunte regionali e municipali rispondono delle loro politiche ai cittadini, e che esistono 21 agenzie regionali per la protezione ambientale che si occupano – o si dovrebbero occupare – esattamente delle problematiche di compatibilità tra industria e ambiente.

Il comune di Napoli e le regioni referendarie non dicono semplicemente di no a un’imposizione forzata di un’idea di sviluppo che spesso si traduce nel favorire gl’interessi economici del capitalismo industriale a discapito delle istanze delle comunità territoriali in stato socio-econmico più critico. Attraverso quei ‘no’, De Magistris ed Emiliano propongono, al contrario, una prassi decisionale diversa, che conceda una maggiore autonomia agli enti locali: prassi, peraltro, che ben si adatta alla riforma federalista portata avanti da oltre un decennio dalle amministrazioni nazionali. Ironicamente, finché il federalismo è stato applicato in nome della volontà di fare cassa da parte delle regioni settentrionali, a Roma pochi se ne sono lamentati. Ora che vi si appellano le regioni meridionali per esercitare un potere decisionale autonomo, ecco che diviene indigesto al governo centrale.

Quanto all’accusa di ‘Nimby’, (dall’inglese ‘not in my back yard’, non nel mio giardino), che è quella che Buccini muove al movimento referendario e al sindaco di Napoli, sarebbe senz’altro ora di farla sparire una volta e per tutte dall’armamentario argomentativo di critica alle mobilitazioni di protesta. È da almeno due decadi che gli studi sociologici hanno dimostrato l’irrilevanza di questo concetto, messo in campo originariamente, non a caso, in ambiente industriale. È un’argomentazione che, nel suo semplicismo, non attribuisce alcun peso né alle istanze propositive dei movimenti d’opposizione, che ci sono e sono numerose (a volerle vedere), né all’ampiezza delle motivazioni avanzate dai cittadini contro una particolare opera industriale. Motivazioni che sono invece riassumibili nell’acronimo: ‘not here or anywhere else’, né qui né altrove. Non si tratta un’opposizione localista, ma un’opposizione concettualmente globale, che si esprime, per forza di cose, in una prassi locale. Finché si continuerà a vedere la protesta in termini di Nimby, non si andrà molto avanti nell’analisi delle ragioni del no. Certo, è indubbiamente uno strumento comodo per delegittimare la protesta.

Riferendosi alla storia del Meridione “segnata da lazzari e sanfedisti”, e quindi, fuor di metafora, alla supposta passività delle plebi napoletane ai capipopolo, Buccini non troppo velatamente accomuna la manifestazione contro Renzi alle istanze più retrive dell’epoca duosiciliana. Forse farebbe bene a ricordare che, come sono esistiti i sanfedisti e i lazzari, è esistita anche la Repubblica Partenopea del 1799; è esistito un popolo che si è opposto in vario modo e con diversità di mezzi e fini ai soprusi dei regnanti di turno, prima che l’esercito italiano gli facesse fare una brutta fine; è esistita ed esiste un’intellighenzia culturalmente forte, nonostante i tassi sempre elevatissimi di emigrazione. Ecco, tutti questi attori sociali, quando Renzi rivendica di aver salvato Pompei mentre Pompei cade a pezzi, o di aver sbloccato Bagnoli quando l’ha commissariata esautorando la giunta comunale, sanno benissimo che non si tratta che di propaganda elettorale. Contrariamente a quanto sostiene Buccini, non è il ‘nonsipuotismo’ la prima terra espugnare: è invece il ‘non-c’è-alternativismo’, cioè l’argomento che la linea proposta dal governo centrale sia l’unica possibile per lo sviluppo delle regioni e dei comuni meridionali. Regioni e comuni di cui, e qui mi sento di concordare con Buccini, il Primo ministro italiano si è fino a poco fa ampiamente disinteressato.

La mano di Dio e gli ultimi giorni di Matteo

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Di Raffaele Vescera dalla Pagina Terroni di Pino Aprile
Pur miscredente, sono suggestionato dalle strane coincidenze. A pochi giorni dal referendum contro le trivelle assassine, che Renzi voleva far passare sotto silenzio per boicottare il raggiungimento del quorum, salta il tappo del vulcano che comprimeva l’affaire petrolio, e la schiuma si diffonde per ricadere puteolente sulle facce di ministri e capi di governo come un marchio, uno stigma divino che li mette alla gogna, spingendo il popolo alla ribellione, e al voto referendario.

E’ successo di tutto in questi giorni. Una ministra intercettata a far porcherie petrolifere col fidanzato, un’altra già chiacchierata per affari di famiglia, tirata in ballo, un primo ministro che non potendo dire, “non sapevo”, rivendica per sé tutte le responsabilità, facendo passare, con il gioco delle tre carte, un indebito favore alle lobby del petrolio come un successo per il Paese.
Ed è successo proprio ieri sera, in Francia, che un oleodotto della Total, la stessa società petrolifera che ha ricevuto il favore Tempa Rossa in Basilicata, si è spaccato, lasciando sfuggire mezzo milione di litri di petrolio sul terreno, a detta della stessa Total, ma presumo ben di più, e contaminando terre, acque, piante e animali. Strano però che i giornali non ne parlino.

Strane coincidenze, dicevo, sono cose che non accadono tutti i giorni. La partita del referendum sembrava di difficile soluzione, ecco che gli aiuti cadono dal Cielo. Ricordate la “mano de dios” di Diego Armando Maradona ai lontani mondiali di calcio in Argentina? Giocando contro l’Inghilterra, in quel momento nemica per via della disputa sul possesso delle Isole Malvine o Falkland, Maradona riuscì a mandare la palla in rete con la mano e a vincere la partita. Quando le telecamere scoprirono il fallo, se la cavò dicendo che era stata la mano di Dio a fare goal.

Che altro deve succedere, dunque, per suggestionare persino un miscredente qual sono? E’ come se il creatore fosse sceso in campo per salvare il creato. Certo, coincidenze favorevoli, ma gli antichi greci dicevano che queste manifestano la volontà degli dei, mentre un proverbio cinese dice che, quando si vuole fortemente una cosa, l’universo congiura affinché si realizzi.

Il vulcano è esploso, dunque, non solo per eruttare petrolio sporco su Renzi, oggi a Napoli, contestatissimo, per consegnare Bagnoli, secondo De Magistris, nelle mani di altre lobby, ma anche per seppellirlo con le ceneri delle sue promesse non mantenute. Il Sud completamente abbandonato, anzi discriminato, penalizzato, colonizzato ancor di più. Mai nessun governo, della pur lunga trafila di governi antimeridionali, è arrivato a tanto. Povertà galoppante, disoccupazione alle stelle, salute attentata da criminali inquinamenti, investimenti per il 90% al Nord, in tutti i campi per favorire i potentati finanziari lì residenti, distruzione delle poche risorse a beneficio del Sud, quali agricoltura, pesca e turismo. Infine, accusati di essere piagnoni se protestiamo.

Il Mezzogiorno l’ha capito, e gli dà filo da torcere, si ribella ovunque, dalla Campania al Salento, dalla Basilicata alla Sicilia, è un ribollire di lotte in difesa della propria terra massacrata. Persino nel suo stesso partito Renzi è contestato, e vi sono posti dove non mette piede, come in Puglia.
E mentre il Sud protesta, a Roma gli stanno scavando la fossa, non solo la minoranza Pd che passa apertamente all’attacco, con un D’Alema redivivo, ma anche gli opinionisti e i direttori di giornali nazionali, sostenitori della scalata al potere del fiorentino, ora lo stanno mollando. E se lo mollano loro, vuol dire che lo hanno già mollato anche gli stessi gruppi finanziari che hanno puntato su Renzi. I politici oggi sono usati dalla finanza in virtù del consenso che hanno, utile a imbonire il popolo. Se perdono il consenso, non servono più.

Un Renzi ormai contro tutto e tutti, non come un solitario eroe romantico che conduce battaglie di giustizia, ma come colui che ha fallito la missione di affermare nuove ingiustizie sociali. Il suo governo definito un comitato d’affari in Parlamento, non basterà, la sua ostentata sicumera e popolana arroganza a salvarlo dalla caduta, è agli sgoccioli, agli ultimi giorni che precedono il crollo. Inviso a tutti, ormai è fuori gioco. Il sistema si prepara al dopo Renzi. Ma se il Paese gli fa terra bruciata intorno, sarà il vulcano del Sud a seppellire Matteo. Non basterà la schiera di impresentabili politici meridionali, vieppiù inquisiti e a lui legati, a salvarlo.
Se non sarà il 17 aprile, avremo le elezioni amministrative di maggio, e poi il referendum sul massacro della Costituzione in autunno e infine le elezioni politiche. Se mai Renzi vi arriverà. La fiducia nel Pd è scesa di altri due punti, come quella nel governo, che è a un misero 26%. Fatti un po’ i conti, il 74% gli è contro.

Comune Napoli, MO! è la prima a presentare la lista. Apre Flavia Sorrentino, l’elenco a Bindi e Cantone

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Entra nel vivo la campagna elettorale per il Comune di Napoli. La lista MO! è la prima a presentare, in una conferenza stampa, i 40 candidati al Consiglio comunale. La lista è aperta da Flavia Sorrentino, studentessa, 25 anni, portavoce nazionale del movimento meridionalista. Seguono, per agevolare gli elettori (c’è la doppia preferenza, un uomo e una donna), tutte le candidate in ordine alfabetico e poi tutti gli uomini, sempre in ordine alfabetico.

“Presentare la lista con un mese d’anticipo rispetto alla scadenza di legge – ha spiegato Lucio Iavarone, coordinatore regionale di MO! – è una garanzia etica. E’ noto infatti che i maggiori problemi nascono proprio con i candidati dell’ultimo minuto. L’elenco con i 40 nomi della nostra lista sarà comunicato, per conoscenza e opportune valutazioni, alla presidente della Commissione Antimafia Rosi Bindi, al presidente dell’Autorità Anti Corruzione Raffaele Cantone e al Prefetto di Napoli Gerarda Maria Pantalone. Nel frattempo inizieremo la raccolta firme perché, è il caso di ricordare, sono i cittadini a chiedere ai candidati di presentarsi”. “La lista MO! – ha aggiunto il responsabile cittadino, Pierluigi Peperoni – sarà presente con il proprio simbolo anche in tutte le dieci Municipalità”.

La lista MO! non è alla prima esperienza: alle elezioni regionali del 2015 si è presentata al di fuori degli schieramenti partitici nazionali raggiungendo l’1,4% tra gli elettori di Napoli. “In questa occasione – ha spiegato Flavia Sorrentino – non abbiamo dubbi nell’appoggiare il sindaco Luigi de Magistris, sia perché è persona libera da vincoli di partito, sia perché ha appoggiato con convinzione la nostra proposta di fare di Napoli una città Autonoma. Punti di forza del nostro programma sono la valorizzazione della nostra identità e della nostra economia attraverso, per esempio, incentivi al CompraSud con lo scontrino parlante, che mette in chiaro quali sono gli acquisti di prodotti della nostra terra”.

Ecco i 40 candidati della lista MO! Unione Mediterranea

  1. Flavia Sorrentino, 25 anni, studentessa in giurisprudenza, portavoce nazionale di MO-UM
  2. Veronica Abbruzzese, 34 anni, addetto backoffice recupero crediti
  3. Carmen Altilia, 28 anni, laureata in scienze politiche
  4. Francesca Bove, 33 anni, insegnante
  5. Sveva Caridi, 34 anni, psicologa
  6. Eva Fasano, 39 anni, responsabile comunicazione presso una cooperativa sociale
  7. Marta La Greca, 39 anni, professoressa e biologa nutrizionista
  8. Beatrice Lizza, 20 anni, studentessa in Scienze politiche
  9. Serena Montuori, 27 anni, avvocato
  10. Irene Pagano, 36 anni, operatrice sociale
  11. Roberta Porreca, 52 anni, avvocato
  12. Angela Procaccini, 67 anni, dirigente scolastico
  13. Nunzia Rivetti, 60 anni, casalinga
  14. Marzia Schioppa, 23 anni, studente
  15. Cristina Sollo, 33 anni, laureata in Lingue e Letterature straniere
  16. Anita Taiani, 43 anni, titolare patronato ACAI
  17. Antonio Aliberti, 53 anni, imprenditore e giornalista pubblicista
  18. Daniele Angeli, 32 anni, imprenditore
  19. Gerardo Dino Brasiello, 34 anni, operatore socio sanitario
  20. Nazario Bruno, 70 anni, poeta e scrittore
  21. Franco Cafararo, 56 anni, dipendente Poste Italiane
  22. Massimiliano Cerciello, 28 anni, dottorando e Teaching Assistant presso Università Parthenope
  23. Salvatore Cerminara, 59 anni, operatore sociale
  24. Vittorio Ciorcalo, 67 anni, attore – autore – regista
  25. Emilio Coppola, 36 anni, avvocato
  26. Mattia Di Gennaro, 30 anni, consulente aziendale
  27. Ciro Esposito, 47 anni, professore di lettere
  28. Fabio Gallo, 33 anni, impiegato
  29. Marcello Gombos, 49 anni, ricercatore in fisica della materia presso il CNR
  30. Francesco Labruna, 45 anni , avvocato
  31. Alessandro Lerro, 52 anni, artista lirico presso la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli
  32. Antonio Lombardi, 54 anni, pedagogista e mediatore dei conflitti
  33. Maxmilian Karim Mikael Narducci, 31 anni, imprenditore
  34. Fulvio Nunziata, 42 anni, impiegato
  35. Enrico Maria Orlando, 38 anni, geometra libero professionista
  36. Bruno Aldo Palumbo, 67 anni, pensionato
  37. Lorenzo Piccolo, 42 anni, docente
  38. Mauro Sasso del Verme, 48 anni, cancelliere presso il Tribunale di Napoli
  39. Carmine Sibilla, 43 anni, ufficiale dei Carabinieri
  40. Sergio Sivori, 49 anni, attore

6 Aprile 2009: il terremoto raccontato da chi l’ha vissuto, non da chi ci ha riso su

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A chi ride e specula su queste tragedie, noi rispondiamo con le sensazioni ed i sentimenti della gente che le ha vissute: questa è la testimonianza di Vincenzo, ragazzo molisano che ha vissuto in prima persona il terremoto del 2009.

“Era il primo anno fuori casa da studente di ingegneria all’Università dell’Aquila, fuori da un paese di 5 mila anime in Molise. Mi trovavo in casa con altri ragazzi, anche loro alla prima esperienza fuori casa, quindi condividevamo le stesse paure e le stesse speranze: insomma cominciava la vita da studente.

Dalla normale routine di lezioni e uscite con gli amici, si passa al primo sciame sismico. Se ne parlava senza darne troppa importanza, nessuno si immaginava quello che sarebbe successo. Il giorno seguente avrei dovuto sostenere il primo esame universitario, erano le dieci di sera ed ecco la prima scossa forte, spavento e nulla più. Ne segue una ancora più forte e lì la paura sale: usciti di casa ci incontriamo con la gente del quartiere e anche con altri studenti con cui chiacchieriamo per alleggerire la tensione, dopo di che gli impegni universitari del giorno dopo convincono tutti a tornare a casa a dormire.

Tempo di chiudere gli occhi e mi risveglio nel caos più totale: ricordo i calcinacci del soffitto addosso, in bocca, tra i capelli e la casa piena di polvere, odore di gas fortissimo e non si vedeva nulla, non c’era elettricità. La prima preoccupazione è stata cercare di capire gli altri coinquilini dove fossero, quindi ho sentito le prime voci, le prime urla da una parte all’altra della casa, ci si chiamava a vicenda. Ho sentito uno dei due che gridava, era vivo. Ma l’altro non rispondeva, non si trovava. Siamo arrivati nella sua stanza e abbiamo trovato il ragazzo immobilizzato dal panico. Non rispondeva nemmeno. Lo aiutiamo ad alzarsi e ci dirigiamo verso la porta, ma questa non si apriva a causa delle macerie e dopo averla forzata ci accorgiamo che l’androne era crollato e capiamo che non si poteva uscire da lì. Raggiungiamo quindi la finestra di camera mia, rompiamo il vetro, perché bloccata e ci accorgiamo che le tegole del tetto cadevano e siamo stati costretti a saltare giù, lanciando letteralmente chi non se la sentiva. Tutti gli effetti personali li abbiamo lasciati in casa, in quel momento si trattava di salvarti la vita e volevi solo andare via.

Lì realizziamo ciò che era successo: gente sanguinante, senza vestiti o solo in mutande, nonostante il freddo e capiamo che la situazione era seria. Ci raggruppiamo nel parcheggio e non sapevamo cosa fare: volevamo sicuramente aiutare la gente, sapevamo che dovevamo farlo, ma come? Mentre eravamo seduti sull’asfalto sentivamo la terra che continuava a tremare sotto i nostri piedi. Nel panico generale decidiamo che alle prime luci dell’alba saremmo andati verso il centro, per trovare i nostri amici e capire se erano riusciti a salvarsi. Non potevamo avvertire casa, i telefoni non funzionavano e quindi decidiamo di stare insieme e alla prima occasione chiamare un genitore che potesse spargere la voce nei nostri paesi di provenienza ed avvertire tutte le altre famiglie.

Ci dirigiamo verso il centro dove si sentiva il caos più totale: più si avanzava e più capivamo il disastro. Pezzi di case in mezzo alla strada, sirene, feriti. Aiutiamo i mezzi di soccorso a spostare i massi, perché il primo soccorso l’hanno dato i cittadini. C’erano le squadre di emergenza ma all’inizio eravamo noi del posto ad aiutare. Tutti hanno dato una mano una volta capito la gravità della situazione. Ci veniva detto di non avventurarci da soli in case traballanti, non erano messe in sicurezza, infatti alcune case crollavano davanti a noi. Nella strada per raggiungere un nostro amico, un’altra scossa ha rotto i vetri di un intero palazzo e per la paura ci siamo rifugiati sotto alcune macchine parcheggiate. La gente si lamentava per i dolori, l’aria era irrespirabile, c’era gente in bilico sui palazzi pericolanti che chiedeva aiuto: era difficile anche provare a pensare di dare una mano.

Ci siamo riuniti con tutti i ragazzi del mio paese e dopo un po’ di tempo abbiamo contattato qualche genitore, non ricordo chi e gli abbiamo detto i nomi di chi era presente e abbiamo chiesto di spargere la voce alle altre famiglie e di farci venire a prendere. Siamo usciti a piedi dalla città, arriviamo sulla statale buia in modo da poter essere raggiunti più facilmente dalle auto in arrivo. Io ero totalmente bianco di polvere, nei capelli, in bocca. Una volta rientrato in paese, i vicini non capivano cosa mi fosse successo perché anche lì si era sentito il sisma ma non pensavano che in Abruzzo avesse fatto così tanti danni.

Riprendersi del tutto è stato difficile: la prima notte non ho dormito, solo chiudere gli occhi era traumatico: ad ogni rumore mi svegliavo impaurito e questo è durato per molte settimane. Tra le vittime c’erano anche i ragazzi della casa studente, che conoscevamo e che vedevamo spesso all’università. Io avevo ottenuto proprio quella casa e non ci sono andato perché era il primo anno di università e ho preferito sistemarmi in una casa in affitto. Ci potevo essere io lì in mezzo. Dopo circa un mese siamo rientrati all’Aquila con i miei genitori per riprendere gli effetti personali nel palazzo che per fortuna era stato sorvegliato dallo sciacallaggio. La sensazione di rientrare è stata bruttissima, abbiamo ripreso tutto velocemente, ciò che si poteva prendere: barattoli, bicchieri, piatti, mobili, muri, era tutto distrutto. Luoghi in cui abbiamo passato momenti bellissimi, con amici, colleghi, parenti. Tutto distrutto. Le sensazioni erano contrastanti ma una su tutte era di non voler tornare a vivere in Abruzzo. Infatti dopo qualche mese i professori ci hanno contattato per capire come continuare il percorso universitario o almeno finire l’anno accademico. Ci hanno suddivisi in 3 paesi diversi: Atessa, Pineto e Avezzano. Si era un po’ a disagio, lezioni a teatro, senza banchi, il professore sul palco: nessuno si lamentava anzi, eravamo felici di stare con tutta quella gente che avremmo potuto non rivedere più.

Dopo quell’esperienza mi spostai a Siena per proseguire gli studi. Ogni 6 aprile le immagini sono ovviamente vivide nella memoria, è un giorno particolare e lo è diventato anche il mio compleanno qualche giorno prima.

Di cosa accadde successivamente in Abruzzo, quindi ristrutturazioni, case nuove e tutto ciò che c’è intorno, non sono molto informato, ho qualche notizia di chi è rimasto e mi racconta. Ho provato rabbia ad ascoltare le intercettazioni in cui si rideva e si parlava del guadagno. Ho provato rabbia quando gli aquilani non hanno visto nemmeno un euro. Mi è venuto in mente quando ero ricoperto di calcinacci e ho pensato che se si fossero trovati loro in quella situazione non avrebbero riso anzi…

La sensazione di tutti è che L’Aquila fosse una città dalla cultura millenaria, la sua vita si concentrava nel centro storico, era una città viva, universitaria e piena di gente, ora che si è spostata verso la periferia e per colpa di chi ha speculato su tutta questa situazione, non sarà più la stessa cosa”.

Comunicato MO-UM: grande entusiasmo per il CompraSud

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MO! Unione Mediterranea, in collaborazione con l’associazione Briganti e i Nati Con La Camicia, annuncia il lancio di una campagna a sostegno dei prodotti e delle economie del Mezzogiorno. L’iniziativa, da sempre promossa dall’associazione Briganti, è stata presentata attraverso un video a cura dei “Nati Con La Camicia” che ha raccolto decine di migliaia di visualizzazioni in pochissime ore. Successivamente, la galleria d’immagini che mettono a confronto realtà imprenditoriali del nord e del sud Italia ha raggiunto quasi un milione e mezzo di visualizzazioni su Facebook.

A tal proposito ha dichiarato Flavia Sorrentino, portavoce di MO! – Unione Mediterranea: “iniziative come questa ci aiutano ad evidenziare come le attuali norme sul federalismo fiscale penalizzino le regioni meridionali. L’attenzione attorno al Comprasud, è il segno di un territorio che progressivamente prende consapevolezza delle proprie potenzialità di sviluppo e non si arrende all’idea di essere relegato ad una condizione di subalternità economica che alimenta fortemente la spirale dell’emigrazione interna”

Il successo di questa iniziativa – ha spiegato Valerio Rizzo, presidente dell’associazione Briganti – ci sprona ad andare avanti e a mettere in atto azioni sempre più concrete. Il nostro popolo non si è arreso e la nostra associazione è la prova che oltre alla fame di riscatto c’è voglia di agire per la crescita e il risveglio sociale ed economico della nostra terra”.

“L’ironia è una cosa seria”. Con queste parole Ciro Fiengo dei Nati Con La Camicia ha sottolineato come “attraverso l’arma dell’ironia, che da sempre è il nostro marchio di fabbrica, è possibile rendere accessibili a tutti temi delicati, ma troppo spesso sottovalutati”.

Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea

Balle e Trivelle alla corte del Granduca

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Lunedì ero tra i masochisti che hanno seguito la Direzione del PD e ha assistito all’ennesimo memorabile intervento del signor segretario del PD, nonché Primo Ministro, Matteo Renzi, in tema di questione energetica.

Oltre a prodursi in una plastica esibizione, fatta di comunicazione verbale e non verbale degna del miglior manuale di PNL, ha ingaggiato una lotta senza quartiere con quanti gli andavano contro, specialmente dopo il suo invito, nei giorni scorsi, a boicottare il referendum del 17 aprile.

Per ribadire che andare a votare sia una perdita di tempo, l’ex sindaco ne ha parlato anche ieri, durante un confronto in diretta via Twitter e Facebook, in cui si è dato in pasto ai più accaniti fruitori dei social network.

“Se decidiamo di dire basta [n.d.r. con le trivellazioni] andiamo fuori a comprare dagli arabi e dai russi? Io sono per usare quello che c’è”.

Niente da eccepire, il Granduca di Firenze è un comunicatore nato, un venditore sublime, venditore di verità. Il rischio di tali artisti della parola, tuttavia, sta nel fatto che se per vendere un’idea comunichi menzogne, tecnicamente sei un truffatore. Ciò che più colpisce del metodo di vendita della verità dell’illustre fiorentino, è il suo rivolgersi in prima persona plurale, come se parlasse a nome di una collettività che nelle sue intenzioni è, probabilmente, quel popolo italiano che non lo ha mai votato al Governo.

Ma torniamo ai contenuti. Secondo Renzi il petrolio e il gas estratto dalla Basilicata o le risorse potenziali giacenti sotto il Mediterraneo “italiano” servirebbero ad affrancare l’Italia dalla schiavitù energetica che la stessa ha nei confronti di arabi e russi. Ma quanto petrolio e gas giacciono sotto le nostre terre e i nostri mari? Secondo Legambiente, le riserve certe di petrolio presenti sotto i mari italiani sono assolutamente insufficienti a dare un contributo energetico rilevante all’Italia. Tuttavia, a fronte di questi quantitativi irrisori di greggio – che basterebbero a soddisfare il fabbisogno energetico italiano per appena 8 settimane – si stanno ipotecando circa 130mila kmq di aree marine mettendo a rischio settori economici importanti come il turismo e la pesca. E, soprattuto, si sta continuando a comprare energia da arabi e russi.

E, a scavare bene tra le parole del Primo Ministro, questa cosa sembra essergli nota giacché in Direzione PD ha affermato “Qualcuno vorrà chiudere Gela e la Basilicata, io no. Per Eni non sarebbe un problema perché ha fatto investimenti nel mondo”. Se per Eni perdere le risorse italiche non sarebbe un problema, figuriamoci quanto impatto le stesse abbiano sulla bilancia energetica di uno tra gli stati più popolosi d’Europa.

Ma il tratto più misterioso da comprendere sembra essere scoprire a nome di chi parla il nostro Primo Ministro: a nome del popolo e delle aziende consumatrici di energia o a nome della principale azienda italiana fornitrice della stessa?

Analizziamo le ipotesi: Il petrolio e il gas in Basilicata e sotto lo Jonio e l’Adriatico a chi giova? Alle società petrolifere certamente si, dato che le stesse assumono la proprietà di tutto ciò che riescono ad estrarre – e che rivendono al prezzo che vogliono – a fronte del pagamento del costo relativo alla concessione a sfruttare il giacimento, ossia le tanto famigerate royalties, che in Italia sono tra le più basse del mondo. Per intenderci, le royalties rappresentano la misura della redistribuzione di ricchezza al territorio sfruttato, il quale in via teorica tale ricchezza già possiede. Insomma, niente benzina o gas gratis per i lucani o gli altri italiani, niente energia elettrica regalata. Solo qualche spicciolo e qualche buono carburante. e le famiglie e le aziende consumatrici italiane, con o senza trivelle, continuano e continueranno ad acquistare energia dalle aziende fornitrici, come la logica di mercato impone.

E quando parla di perdita di posti di lavoro, anche li, il nostro social premier, assume la maschera migliore per dire un’altra grande bugia. “Spero che questo referendum che potrebbe bloccare 11mila posti di lavoro fallisca”.

11mila posti di lavoro persi se passa il SI, un pesante deterrente che scoraggerebbe anche il più fervente ambientalista, dato i tempi di crisi. Il punto è: ma è vero? Anche in questo caso la risposta è NO.
Come ben sa Renzi, se passasse il SI al referendum, questo non bloccherebbe immediatamente le società petrolifere, che continuerebbero, invece, ad operare fino a scadenza della concessione ottenuta (le quali, in media, non scadono). Ciò che verrebbe perso, invece, consiste nel regalo fatto a tali compagnie, le quali, con il fallimento del referendum, potranno ricevere il rinnovo delle concessioni fino a esaurimento del giacimento, fattispecie che potrebbe vedere i nostri mari ancora per decenni e decenni occupati dalle trivelle, mettendo a repentaglio economie di paesi interamente fondate su pesca e turismo, settori per eccellenza minati dall’attività estrattiva.

Votare SI al referendum diventa un atto di generosità assoluto, verso i nostri contemporanei e verso le generazioni future. Votare SI al referendum diventa un atto di protesta contro il Governo dei poteri concentrati nelle mani di pochi. Votare SI al referendum diventa una battaglia morale, che noi di MO – Unione Mediterranea abbiamo ingaggiato sin da subito.

DifendiaMO i nostri mari dalle trivelle e dalle speculazioni.
MO puoi dire SI!

Di Mattia Di Gennaro

Comunicato MO-UM: quante liste si presenteranno a Napoli? 30, 40, 50? MO vieni a conoscere la prima

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MERCOLEDI 6 APRILE ORE 17:00
AGORA VIA SANTA BRIGIDA 65

Tra due mesi – ma la data non è ufficiale, il Governo fa con comodo – si voterà per il Sindaco e per il Consiglio comunale di Napoli. La lista MO! – già presente alle regionali 2015 con il risultato dll’1,4% a Napoli – presenta con un mese di anticipo i suoi 40 candidati, in modo da iniziare la raccolta firme e procedere alle verifiche etiche a garanzia di tutta la città. Per comunicare programma, nomi, curiosità e regole della lista MO si terrà un incontro all’Agorà aperto alla stampa. Dopo l’incontro seguirà il seminario gratuito “Cosa fa un Comune. Tutto quello che la legge prevede e quello che la legge non vieta”.

Ufficio stampa MO-UM

MO all’AGORA’ – seminari gratuiti

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Al via il prossimo 6 aprile, presso Agorà, il ciclo di eventi organizzati da MO – Unione Mediterranea all’insegna del meridionalismo. Ma non solo, si parlerà di politica, di educazione civica e di difesa della propria identità, con ospiti di eccezione e voci autorevoli.

Di seguito il dettaglio degli appuntamenti.

CHE COSA FA UN COMUNE?

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Mercoledì 6 aprile ore 17

Durata: 2 ore

Con: Marco Esposito, Danilo Risi, Giovanni Piombino

Abstract: Tutto quello che la legge prevede e tutto quel che la legge non vieta.

Descrizione evento: Napoli in Comune. Tutto quello che il Comune fa per legge e tutto quello che può fare perché la legge non lo vieta. Cosa amministra davvero un Comune? Che ruolo ha il Consiglio comunale? E una Municipalità? Quali sono le funzioni fondamentali e le fonti di finanziamento. E quali sono le funzioni che un Comune può esercitare a tutela della propria comunità: dalla difesa dei consumatori alla valorizzazione dei prodotti e del commercio locale fino alla difesa dell’identità e dignità.

PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA: A LEZIONE CONTRO LE MAFIE

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Sabato 9 aprile ore 10.30

Durata: 2 ore e 30 minuti

Con: Giancarlo Costabile

Abstract: dall’Università della Calabria, a lezione dal professor Giancarlo Costabile, docente dell’unico corso in Italia di Pedagogia della Resistenza. Con interventi dell’attore-regista Sergio Sivori. Per la pedagogia della resistenza vale l’idea che resistenti non si nasce ma si diventa, che si può imparare e insegnare a resistere. Per questo si propone lo studio e lo sviluppo di una pedagogia che abbia come suo scopo essenziale la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio, a partire da una rilettura pedagogica delle esperienze di resistenza proprie di coloro che si sono opposti onestamente alle mafie, ai totalitarismi ed allo sterminio.
Perché “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” (Corrado Alvaro)

BreBeMi: l’autostrada che ha cambiato la vita (a pochi)

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“Oggi è un giorno che resterà nella storia perché celebriamo finalmente l’apertura di BreBeMi”. Così il Presidente di BreBeMi S.p.A., Francesco Bettoni, commentava l’inaugurazione della nuova autostrada A35 Brescia-Bergamo-Milano il 23 luglio 2014 alla presenza delle alte cariche dello Stato, dal Premier Matteo Renzi al Presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni. Ovviamente, l’evento arrivava con un ritardo di due anni rispetto alle previsioni iniziali, che la vedevano aperta già nel 2012.

Presentata fin dalle origini come un’opera altamente innovativa – che secondo le rosee aspettative del Presidente Bettoni avrebbe ridotto del 60% il traffico pesante sulla viabilità locale e migliorato così la qualità della vita dei cittadini – la BreBeMi nasceva come prima autostrada in Italia interamente finanziata attraverso il cosiddetto Project Financing. Dietro quest’espressione si nasconde un’operazione finanziaria che consiste nella realizzazione di un’opera di pubblica utilità senza oneri a carico dello Stato; in cambio, il capitale viene stanziato esclusivamente dalla società concessionaria, la quale lo reperisce attraverso il ricorso al debito che la stessa si impegnerà a ripagare con i proventi di gestione dell’opera stessa. Se tali proventi sono sufficienti, naturalmente.

Ma già il bilancio pubblicato a fine 2014 mostrava i segni di un’iniziativa che faticava a decollare: una perdita di 35,4 milioni di euro – a fronte degli 8,1 stimati dalla società – per una nuova autostrada che faceva davvero parlare di sé per l’eccessiva scorrevolezza, talmente scorrevole da risultare deserta per lunghi tratti della giornata. E non c’è da stupirsi: se per recarsi da Milano a Brescia con l’autostrada A4, già esistente e perfettamente funzionante, si pagano 6,50 euro di pedaggio, lo stesso percorso sulla BreBeMi costa la bellezza di 12,50 euro. Il doppio della cifra per risparmiare pochi chilometri e qualche minuto: ne vale la pena? Evidentemente no, a giudicare dalla scarsa affluenza!

E nemmeno sono state mantenute le promesse sui costi dell’opera: gli stimati 1,6 miliardi di euro, poi lievitati fino a 2,4 miliardi, in barba al Project Financing sono ricaduti proprio su quella collettività che si diceva di tutelare. Sì, perché sono intervenute prima la Banca Europea degli Investimenti e la Cassa Depositi e Prestiti – che gestiscono soldi pubblici e hanno fornito complessivamente a Brebemi S.p.A. un miliardo e mezzo di euro –poi lo Stato, con 300 milioni di euro, e la Regione Lombardia, con ulteriori 60 milioni. Un mare di soldi pubblici talmente esagerato che sul punto è stata aperta un’interrogazione parlamentare in materia di aiuti di Stato, Gattuso notoriamente e severamente vietati dalla normativa dell’Unione Europea.

E così, mentre l’utilissima BreBeMi diventa protagonista della versione italiana del noto programma televisivo “Top Gear” – e viene celebrata a tal punto da far dichiarare al vicedirettore di Sky Sport, Guido Meda, che la nuova A35 gli avrebbe addirittura “cambiato la vita” – mentre in Lombardia si spendono miliardi di euro (pubblici) per costruire autostrade che duplicano percorsi già esistenti al solo fine di giovare a pochissimi, il resto dei cittadini si può comunque consolare chè c’è speranza (quasi) per tutti. Dopotutto, ci sono gli investimenti dello Stato in Infrastrutture anche in altre parti d’Italia – quella sopra il Po, ovviamente – e dove non arriva lo Stato, ci sono sempre le offerte del Frecciarossa delle Ferrovie dello Stato (del Nord) che oggi per soli 19 euro ti porta da Roma a Milano (500 km) in meno di tre ore.

E per chi abita nella parte bassa dello Stivale? Beh, a questi cittadini non resta che attaccarsi alla speranza del passaggio del solito autobus, che per tre corse al giorno, comprensive di comodo cambio, ti porta da Benevento a Napoli (circa 90 km) in appena due ore.

Di Roberta Zaccuri

Comunicato UM Lucania: L’inchiesta della Procura Ambientale Antimafia sulle estrazioni petrolifere smonta il teorema del consociativismo tra affari e politica

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Gli arresti e i provvedimenti cautelari adottati dal Nucleo dei Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente nei confronti di dirigenti dell’Eni, di Tecnoparco, della Regione Basilicata e di pubblici amministratori, danno pienamente ragione alle iniziative di Unione Mediterranea, che a più riprese ha denunciato il circolo vizioso a cui sono stati assoggettati i territori e le popolazioni del Sud.

“A noi non ci coglie di sorpresa l’esito di questa coraggiosa inchiesta della Procura di Potenza che mette a nudo i comportamenti truffaldini sui rifiuti pericolosi – dichiara il coordinatore regionale lucano del movimento, Nicola Manfredelli – poiché abbiamo fatto proprio del superamento della condizione di grave ed insopportabile danneggiamento dei cittadini meridionali, la ragione primaria della nascita di Unione Mediterranea”.

Già nei mesi scorsi, il Movimento, che si batte per l’autonomia e l’indipendenza del Sud, ha sollevato la questione delle disparità di trattamento in termini di ambiente e tutela della salute, consegnando un dossier all’Unione Europea, in cui è fatto riferimento anche alle conseguenze delle attività estrattive petrolifere in Basilicata, sottoscritto da oltre 13.000 firmatari per chiedere l’istituzione di una Commissione Speciale sul rispetto dei principi della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea nelle regioni meridionali.

Anche nelle iniziative a favore del SI per l’imminente Referendum, Unione Mediterranea ha sempre specificato che il blocco delle concessioni in mare deve essere vista non come la risoluzione del problema ma come una tappa di un processo di revisione complessiva delle autorizzazioni, soprattutto quelle in terra ferma, in aree antropizzate, che pongono a grave rischio la salute delle popolazioni locali.

Lo slogan, NÈ IN MARE E NÈ IN TERRA | NÈ A DANNO DEI PESCI E NÉ A DANNO DELLA GENTE | trova pieno riscontro negli avvenimenti di queste ultime ore in Basilicata.

E’ molto grave ed irresponsabile la tattica del “tuttapostismo” adottata dalle società petrolifere e dalla politica accomodante e subalterna agli interessi delle multinazionali; si tratta di un teorema che è stato autorevolmente confutato dalle inequivocabili dichiarazioni del Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Alfredo Roberti: “Spiace rilevare che, per risparmiare decine di milioni di euro, ci si riduca ad avvelenare il territorio, attraverso i vecchi meccanismi truffaldini del cambio del codice rifiuti CER, che viene modificato con la compiacenza di chi dovrebbe controllare e non controlla“.

Si parla di una cifra risparmiata ogni anno dall’Eni, di circa 70milioni di € sullo smaltimento dei rifiuti petroliferi, che suona come una doppia beffa per il popolo lucano; in sostanza, oltre all’attentato alla salute dei cittadini, l’Eni si è ripresa con gli interessi al 100×100 quanto avrebbe dovuto erogare con il bonus sulla card ai patentati, stimato in 30-35 milioni di € all’anno: in pratica te ne do 35 e me ne riprendo 70!

Una realtà dei fatti ben diversa da quella che si è voluta far apparire attraverso il “tuttapostismo” che nasconde e sostiene il “colonialismo” da cui deve affrancarsi il Sud e che è alla base delle iniziative di Unione Mediterranea che già nei prossimi giorni organizzerà un raduno ad Avigliano con i simpatizzanti lucani e con la partecipazione degli esponenti nazionali, Flavia Sorrentino e Marco Esposito.

                                                                                               Unione Mediterranea Lucania 

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