Balle e Trivelle alla corte del Granduca

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Lunedì ero tra i masochisti che hanno seguito la Direzione del PD e ha assistito all’ennesimo memorabile intervento del signor segretario del PD, nonché Primo Ministro, Matteo Renzi, in tema di questione energetica.

Oltre a prodursi in una plastica esibizione, fatta di comunicazione verbale e non verbale degna del miglior manuale di PNL, ha ingaggiato una lotta senza quartiere con quanti gli andavano contro, specialmente dopo il suo invito, nei giorni scorsi, a boicottare il referendum del 17 aprile.

Per ribadire che andare a votare sia una perdita di tempo, l’ex sindaco ne ha parlato anche ieri, durante un confronto in diretta via Twitter e Facebook, in cui si è dato in pasto ai più accaniti fruitori dei social network.

“Se decidiamo di dire basta [n.d.r. con le trivellazioni] andiamo fuori a comprare dagli arabi e dai russi? Io sono per usare quello che c’è”.

Niente da eccepire, il Granduca di Firenze è un comunicatore nato, un venditore sublime, venditore di verità. Il rischio di tali artisti della parola, tuttavia, sta nel fatto che se per vendere un’idea comunichi menzogne, tecnicamente sei un truffatore. Ciò che più colpisce del metodo di vendita della verità dell’illustre fiorentino, è il suo rivolgersi in prima persona plurale, come se parlasse a nome di una collettività che nelle sue intenzioni è, probabilmente, quel popolo italiano che non lo ha mai votato al Governo.

Ma torniamo ai contenuti. Secondo Renzi il petrolio e il gas estratto dalla Basilicata o le risorse potenziali giacenti sotto il Mediterraneo “italiano” servirebbero ad affrancare l’Italia dalla schiavitù energetica che la stessa ha nei confronti di arabi e russi. Ma quanto petrolio e gas giacciono sotto le nostre terre e i nostri mari? Secondo Legambiente, le riserve certe di petrolio presenti sotto i mari italiani sono assolutamente insufficienti a dare un contributo energetico rilevante all’Italia. Tuttavia, a fronte di questi quantitativi irrisori di greggio – che basterebbero a soddisfare il fabbisogno energetico italiano per appena 8 settimane – si stanno ipotecando circa 130mila kmq di aree marine mettendo a rischio settori economici importanti come il turismo e la pesca. E, soprattuto, si sta continuando a comprare energia da arabi e russi.

E, a scavare bene tra le parole del Primo Ministro, questa cosa sembra essergli nota giacché in Direzione PD ha affermato “Qualcuno vorrà chiudere Gela e la Basilicata, io no. Per Eni non sarebbe un problema perché ha fatto investimenti nel mondo”. Se per Eni perdere le risorse italiche non sarebbe un problema, figuriamoci quanto impatto le stesse abbiano sulla bilancia energetica di uno tra gli stati più popolosi d’Europa.

Ma il tratto più misterioso da comprendere sembra essere scoprire a nome di chi parla il nostro Primo Ministro: a nome del popolo e delle aziende consumatrici di energia o a nome della principale azienda italiana fornitrice della stessa?

Analizziamo le ipotesi: Il petrolio e il gas in Basilicata e sotto lo Jonio e l’Adriatico a chi giova? Alle società petrolifere certamente si, dato che le stesse assumono la proprietà di tutto ciò che riescono ad estrarre – e che rivendono al prezzo che vogliono – a fronte del pagamento del costo relativo alla concessione a sfruttare il giacimento, ossia le tanto famigerate royalties, che in Italia sono tra le più basse del mondo. Per intenderci, le royalties rappresentano la misura della redistribuzione di ricchezza al territorio sfruttato, il quale in via teorica tale ricchezza già possiede. Insomma, niente benzina o gas gratis per i lucani o gli altri italiani, niente energia elettrica regalata. Solo qualche spicciolo e qualche buono carburante. e le famiglie e le aziende consumatrici italiane, con o senza trivelle, continuano e continueranno ad acquistare energia dalle aziende fornitrici, come la logica di mercato impone.

E quando parla di perdita di posti di lavoro, anche li, il nostro social premier, assume la maschera migliore per dire un’altra grande bugia. “Spero che questo referendum che potrebbe bloccare 11mila posti di lavoro fallisca”.

11mila posti di lavoro persi se passa il SI, un pesante deterrente che scoraggerebbe anche il più fervente ambientalista, dato i tempi di crisi. Il punto è: ma è vero? Anche in questo caso la risposta è NO.
Come ben sa Renzi, se passasse il SI al referendum, questo non bloccherebbe immediatamente le società petrolifere, che continuerebbero, invece, ad operare fino a scadenza della concessione ottenuta (le quali, in media, non scadono). Ciò che verrebbe perso, invece, consiste nel regalo fatto a tali compagnie, le quali, con il fallimento del referendum, potranno ricevere il rinnovo delle concessioni fino a esaurimento del giacimento, fattispecie che potrebbe vedere i nostri mari ancora per decenni e decenni occupati dalle trivelle, mettendo a repentaglio economie di paesi interamente fondate su pesca e turismo, settori per eccellenza minati dall’attività estrattiva.

Votare SI al referendum diventa un atto di generosità assoluto, verso i nostri contemporanei e verso le generazioni future. Votare SI al referendum diventa un atto di protesta contro il Governo dei poteri concentrati nelle mani di pochi. Votare SI al referendum diventa una battaglia morale, che noi di MO – Unione Mediterranea abbiamo ingaggiato sin da subito.

DifendiaMO i nostri mari dalle trivelle e dalle speculazioni.
MO puoi dire SI!

Di Mattia Di Gennaro

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