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Consigliere Comunale Vincenzo Moretto occupa abusivamente gli spazi per il referendum no triv

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MO-Unione Mediterranea, candidata alle prossime elezioni comunali con il progetto “NA-Napoli Auotnoma” in sostegno al sindaco uscente Luigi De Magistris, è tra i pochi gruppi politici che a Napoli si sta impegnando a favore della campagna No Triv per il referendum del 17 aprile. La nostra campagna di affissione è totalmente autofinanziata e realizzata grazie al supporto di tanti volontari napoletani che operano nel pieno rispetto della legalità, come ci si aspetta da chi ama davvero la Città.

La scorsa notte, intorno all’ 1:00, i nostri attivisti hanno fotografato a via Posillipo, manifesti abusivi ad opera del consigliere comunale Vincenzo Moretto. Il consigliere ha occupato con manifesti chiaramente elettorali spazi pubblici riservati esclusivamente alla campagna referendaria sulle trivelle, in maniera ambigua, con un messaggio senza simbolo e senza indicazione del sindaco che appoggerà. Altri manifesti di Moretto, apposti negli spazi riservati al referendum, sono stati intercettati a via Taddeo da Sessa, via Manzoni, via Petrarca, Coroglio.

Vincenzo Moretto, che fa politica dal 1975 ed è consigliere comunale dal 1997 per Alleanza Nazionale, dovrebbe sapere che la città si ama rispettandola: un politico napoletano d’esperienza, nonché rappresentante del popolo, conosce bene le regole d’affissione e pertanto lo scarica barile delle responsabilità, riversate sulla ditta pagata per affigere i manifesti abusivi, non regge. Chi conduce una   campagna elettorale seria, si premura, come MO-Unione Mediterranea, che i propri manifesti vengano affissi solo là dove è consentito.   Mentre noi ci adoperiamo con tutti i mezzi a disposizione per segnalare l’accaduto, speriamo che la stampa segnali l’enorme scorrettezza di Moretto verso i cittadini e che il consigliere faccia rimuovere immediatamente i manifesti illegali.

Siamo difronte ad un esempio antidemocratico vergognoso: la campagna referendaria è un diritto costituzionalmente garantito. Calpestarlo con tale prepotenza, coprendo gli spazi destinati con messaggi di altra natura, equivale ad interrompere un comizio elettorale autorizzato.

 


Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea
Portavoce Nazionale  – Flavia Sorrentino – s.flaviasf@gmail.com

Comunicato ufficio stampa UM: nuovo segretario del circolo UM “Terra di Lavoro” di Caserta

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Si comunica un cambio di ruolo nel circolo Mo-Unione Mediterranea di Caserta “Terra di Lavoro” di Caserta.
Durante l’incontro in circolo del 22 marzo scorso il sig. Antonio De Falco ha rassegnato le dimissioni da Segretario. Riscontrata la presenza del numero legale necessario e aperta l’Assemblea del Consiglio Direttivo, è stata indetta l’elezione del nuovo Segretario da cui risulta eletto il sig. Luigi Evangelista.

Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea

Portavoce Nazionale  – Flavia Sorrentino – s.flaviasf@gmail.com

Il pozzo della colonia

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Il Movimento Unione Mediterranea ha inoltrato ieri, 25 marzo ’16, le osservazioni relative all’istanza di perforazione del pozzo esplorativo D.R 74.AP per la ricerca di gas metano in Calabria, avanzata dalla società milanese Apennine Energy lo scorso 28 gennaio. Un progetto che era stato già stato rigettato dallo stesso Ministero dell’Ambiente quando si era presentato con un altro nome e codice, oltre che da quasi tutti i comuni coinvolti.

Il cantiere dovrebbe sorgere a ridosso dei laghi di Sibari che ricordiamo è uno dei più importanti centri di turismo nautico del Mediterraneo e degli scavi archeologici, compreso fra due Siti di Interesse Comunitario (SIC), la “Foce del Crati” e i “Casoni di Sibari”. La zona circostante è agricola e vi si producono anche eccellenze come le clementine DOP e il risone che prodotto nella Piana di Sibari (35/40.000 quintali) viene riconosciuto, dalle più importanti riserie italiane, di alta qualità. Insomma andrebbe a sorgere nel cuore di una zona a forte vocazione turistica ed agricola che punta sulle reali risorse per il proprio sviluppo, che sono il mare, il sole e la storia. Un progetto quello della Apennine che è stato fin dall’inizio, quando si era presentato con un altro nome e codice, già stato rigettato dallo stesso Ministero dell’Ambiente.

Secondo l’amministratore delegato Mededdu si tratta di “ progetto che consentirà la valorizzazione di una vera risorsa naturale pulita quale è il gas metano. Un progetto che darà lustro alla Calabria e potrà partecipare con l’indotto all’economia della zona…. che ci obbliga a sfruttare al massimo tutte le potenzialità della nostra Italia, in primo piano quelle energetiche”. Considerando che come “compenso” prevedono solo qualche opera di “recupero di aree dissestate” e la “promozione e sviluppo sostenibile del territorio”. Quindi anche la beffa! Inoltre secondo sempre lo stesso AD lo sfruttamento in questione si avrebbe “senza che spetti nulla al comune che ospita la trivellazione ed il pozzo”.

Insomma in pieno stile coloniale!

Un motivo in più questo per votare SI al referendum contro le trivelle, perché un segnale chiaro deve partire proprio dal SUD attenzionato dal nostro governo per le presunte riserve di petrolio e metano, scarse e di scadente qualità che andrebbero a distruggere quelle che sono le reali tendenze e vocazioni dei nostri territori e dei nostri mari. Ma forse l’obiettivo è proprio questo. Affossare definitivamente il SUD!

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

Dipartimento Ambiente MO-Unione Mediterranea

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

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Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

Il mondo in mano ai vigliacchi

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Di Raffaele Vescera dalla pagina “Terroni di Pino Aprile”.

Vigliacco, che altro può essere chi decide a tavolino il massacro cieco di esseri umani innocenti, cinico programmatore di morte che si serve di folli fanatici religiosi che si lasciano saltare in aria in nome di un Dio, presunto loro simile. Oggi a Bruxelles, come a Parigi quattro mesi fa, altri morti, altre famiglie distrutte.
Ma qui la religione, quella vera, non c’entra niente, colpevole è la religione del dio denaro, che ottunde la ragione e genera mostri. I popoli europei, al pari di quelli degli stessi paesi musulmani, sono vittime di uno scontro per il dominio del Mediterraneo.

Da una parte le multinazionali occidentali che governano i governi, abbattono quelli ritenuti nemici e scatenano guerre per insediare poteri fantoccio, dall’altra oscure cosche del terrore a carattere mafioso che, anch’esse per fame di denaro sporco di petrolio e droga, utilizzano l’esasperazione religiosa per scatenare massacri d’innocenti, dal centro al Nord dell’Africa, dal Medioriente al cuore dell’Europa.

In mezzo, milioni di innocenti che fuggono da fame e guerre, sfruttati dai trafficanti di uomini che li portano in Europa, e dagli stati europei che li accolgono solo se utile forza lavoro a basso prezzo. Come giudicare i ricchi paesi nordeuropei, per secoli arricchitisi con le colonie, che scaricano il peso del loro egoistico principio di stabilità sui paesi più poveri del Sud e dell’Est Europa? “L’Europa che avevamo sognato non esiste più, sua politica è caratterizzata dal cinismo e dall’ipocrisia”, dice con amarezza Tasia Christodoulopoulou, vicepresidente del Parlamento greco.

La povera Grecia, impoverita da sappiamo chi, già in difficoltà per garantire il minimo di assistenza ai propri cittadini, deve far fronte con le proprie forze irrisorie a una marea di profughi, come il Libano che ne ospita un milione, la Turchia che ne ospita tre, mentre al confine tra Grecia e Macedonia, 40.000 profughi, vecchi, donne e bambini, chiusi da un muro di filo spinato, al freddo e affamati, sono rifiutati dalla civile Mittel Europa, che, per sconsiderata decisione dell’Austria, costringe i poverissimi paesi balcanici a chiudere le frontiere.

Che umanità è questa? Vigliacchi i terroristi islamisti imbottiti di fanatismo ideologico e vigliacchi gli estremisti europei che imbottiti di alcol si divertono a insultare i meno fortunati. Quegli imbecilli ultras olandesi che a Madrid umiliano i mendicanti e quel cretino c(i)eco che, tra l’indifferenza dei passanti, piscia su una poveraccia a Roma sono il rifiuto della stessa civiltà europea. La loro fotografia pare il remake simbolico della vecchia Europa nazista, sterminatrice di ebrei, rom e avversari politici, che oggi si ripresenta con la faccia disgustosa del nazi-leghismo. Questa “civile” Europa, non ancora affrancata dalla sua natura barbarica, è una vergogna, al pari dei barbari dell’Isis.

La stessa ricca Europa del nord nega a quella mediterranea la possibilità di svolgere il ruolo, che gli è proprio, di mediazione con i paesi arabi. Il compianto presidente Aldo Moro chiuse la questione del terrorismo altoatesino in tre anni, mentre proseguiva la politica di rispetto con i paesi del Nord Africa inaugurata da Enrico Mattei, e si accingeva a risolvere l’annoso conflitto sociale interno con la questione meridionale e con la sinistra operaia. In questo modo avrebbe garantito pace e prosperità ai paesi del terzo mondo, allo stesso Mezzogiorno e a all’intera Italia. Sarà per questo che è stato ucciso al pari di Mattei?

A quanto pare, ad un mondo senza grandi ingiustizie è negata l’esistenza. I venti di follia, non solo quelli sciroccali provenienti dal Medioriente, ma anche quelli della borea (boria) nordica rischiano di portare il mondo a una nuova catastrofe. Dio non voglia che l’America di Trump e l’Europa della destra estrema prendano il sopravvento, dando così fiato e pretesti alle trombe dei fondamentalisti islamisti.

In queste ore, siamo pessimisti e ci verrebbe da dire con Carmelo Bene che “l’umanità non c’è, è da farsi”, tuttavia l’ottimismo della volontà deve sopravanzare quello della ragione. Mai come ora, le parole di Gramsci ci sono utili per andare avanti e sperare in un mondo migliore. E’ ora che le tante persone pacifiche e civili, che a milioni ogni giorno s’affannano per dare prosperità alla propria famiglia e alla propria terra, rifiutino le chimere dei fondamentalismi e facciano sentire la propria voce di pace. Più di tutto in questa settimana di Pasqua.

La trivella è un simbolo, ma in gioco c’è molto di più

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Di Roberto Cantoni

Ricordate i tempi del referendum sulla fecondazione assistita del 2005? La risonanza enorme che quella consultazione ebbe sugli organi di stampa, in televisione, con la Chiesa cattolica in prima linea a catechizzare i cittadini dello Stato italiano su come votare (anzi, su come non votare)? Ecco, dimenticatelo. Perché invece, del referendum ‘sulle trivelle’, se non fosse per internet a parlarne, non se ne parlerebbe per nulla. Certo, le questioni mediche sono sicuramente più attraenti per i media rispetto alla protezione dell’ambiente, ma si ha l’impressione, fortissima, che di questo referendum si parli poco perché si voglia parlarne poco. Tipico esempio di disinteresse interessato.

Internet, dicevo, è un’importante eccezione. Nelle ultime settimane, in effetti, il dibattito tra i sostenitori del Sì e del No sembra essersi improvvisamente animato. Il confronto è iniziato a inizio marzo, quando l’associazione ambientalista Greenpeace ha reso noti i dati sul monitoraggio effettuato dal Ministero dell’Ambiente per conto dell’Eni: dati che, nelle acque in prossimità di piattaforme petrolifere, rivelavano un inquinamento superiore ai limiti consentiti. Qualche giorno dopo, cominciava a circolare su Facebook un ‘contributo’ di un tecnico del settore petrolifero: scopo dell’intervento, mettere in evidenza le potenziali conseguenze negative per l’economia e la forza-lavoro italiana di un’eventuale vittoria del Sì, e ridimensionare le conseguenze ambientali. Passa qualche giorno, e Andrea Boraschi, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia, risponde con un suo intervento, in cui smentisce praticamente tutte le affermazioni contenute nel ‘contributo’ tecnico. Ulteriore smentita viene in seguito fornita, grafici e cifre alla mano, da Dario Faccini dell’associazione ASPO Italia. È quindi la volta del giornalista Marco Cattaneo che, dal blog dell’Espresso, cerca di far leva su un supposto pietismo italiano nei confronti del ‘povero Mozambico’, al largo delle cui coste l’Eni, secondo Cattaneo, sarebbe costretta a trivellare in caso di vittoria del Sì al referendum, devastando un paradiso naturale. Allega foto del paradiso naturale.

Ultimo ma non per importanza, arriva il fuoco di fila del sito web formiche.net, che ospita una serie di articoli contro il Sì e per l’astensione. Ogni parte sviscera i propri dati tecnici ed economici, dichiarandoli scientificamente più validi di quelli della controparte. Ma proprio per l’onnipresenza di questi dati nel dibattito, non mi ci soffermo. Trovo invece interessante l’articolo di Dario Falcini (quasi omonimo del membro di ASPO Italia), apparso su Wired.it il 17 marzo: articolo che mette in evidenza due punti importanti.

Il primo punto è che il referendum riguarda soltanto le attività in opera entro le 12 miglia nautiche (22,2 km) dalla costa, mentre eventuali nuove attività sono già vietate dal decreto legislativo 152, e il referendum non ha alcun effetto sulle attività d’estrazione oltre le 12 miglia. Il referendum agirebbe quindi su 21 concessioni esistenti. Il secondo punto, che dovrebbe interessarci ancora di più in quanto MO!, è che, di queste 21 concessioni, ben 17, cioè l’81%, si trovano in acque di competenza di Regioni del Sud (precisamente, sette in Sicilia, cinque in Calabria, tre in Puglia e due in Basilicata), mentre quattro si trovano al Centro-Nord. Questo secondo dato conferisce al referendum un’ulteriore valenza, politica, che va ad aggiungersi a quelle energetica, ambientale e legislativa. Una valenza politica su cui conviene soffermarsi un istante.

Il referendum è interpretabile infatti come una volontà ferma da parte delle Regioni meridionali – la proposta è infatti inizialmente partita dal governatore piddino della Puglia, Michele Emiliano, per poi estendersi anche al Nord – di opporsi, nello spirito dell’autonomia regionale, a una decisione imposta dall’alto, che gioverebbe in primo luogo agli oligopoli industriali e alle casse dello stato centrale, riversando le eventuali conseguenze ambientali su zone in condizioni socio-economiche e ambientali già deboli o critiche (non occorre andare troppo indietro nel tempo per ricordare la crisi dei rifiuti in Campania, o l’inquinamento causato ancora oggi dagli stabilimenti petrolchimici di Taranto e Gela).

Ma la questione, in realtà, è ancora più ampia. In un’epoca in cui l’Unione Europea si è schierata fermamente per la decarbonizzazione del consumo energetico – cioè, per un uso sempre minore di energie fossili – e per le energie rinnovabili, il discorso del gas come energia ‘ponte’, che si fa da più parti, ha poco senso. In primo luogo, perché è controversa l’affermazione secondo cui il gas nel lungo termine emetterebbe meno gas a effetto serra di petrolio e carbone. In secondo luogo, perché continuare a ripetere ad nauseam che non è ancora tempo per le rinnovabili è un discorso funzionale unicamente agli interessi delle compagnie petrolifere e gasifere, e che in ultima istanza ritarda lo sviluppo delle stesse rinnovabili. Dal punto di vista globale, infine, non solo non avrebbe senso ma sarebbe addirittura altamente dannoso che, nel momento in cui le varie Conference of Parties (qui per saperne di più) e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico lanciano l’allarme sulla necessità di dare un forte giro di vite alle emissioni di gas a effetto serra, si cercasse di prolungare l’estrazione di gas fino a esaurimento dei giacimenti.

In definitiva, quindi, la questione delle trivelle rappresenta molto di più del contenuto del quesito referendario. È una questione di autonomie regionali, di giustizia ambientale e di conformità procedurale ai regolamenti europei. Soprattutto, è una questione di modelli di sviluppo, e di modelli di futuro. Che tipo di futuro vogliono le Regioni del Sud? Che tipo di sviluppo? Industriale? Turistico? Agricolo? La decisione dovrebbe spettare a loro, e unicamente a loro. Il governo centrale dovrebbe accettare il fatto che nel 2016 non si può continuare a ragionare e ad agire secondo logiche del 1950. Non lo farà mai di sua spontanea volontà: ed è per questo che è importante dare un segnare forte al governo, e votare Sì.

Comunicato MO-UM: inaugurazione Circolo Territoriale “Portici Bellavista”

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Unione Mediterranea continua a crescere. Venerdì 18 marzo alle ore 18.30 sarà inaugurato il Circolo “Portici Bellavista”, via della Libertà n.218. Il Circolo nasce, tra l’altro, per progettare e realizzare anche a Portici un modello di autonomia territoriale “perché Portici è parte della Città Metropolitana di Napoli e in quanto tale vuole contribuire culturalmente e politicamente agli importanti obiettivi perseguiti da Mo-Unione Mediterranea, tra cui il progetto “Na-Napoli Autonoma”. Ideatori e referenti dell’evento inagurale l’arch. Antonio Avano e la dr.ssa Alessandra Panetta, rispettivamente presidente e vice presidente del Circolo. All’inaugurazione di “Portici Bellavista” interverranno Salvatore Tamburo, esperto di finanza, l’autore di Made in Naples Angelo Forgione, il giornalista Marco Esposito e la portavoce nazionale di Unione Mediterranea Flavia Sorrentino.

Ero italiana, poi ho scoperto che da 155 anni siamo figli della malaunità.

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Ci ho creduto, lo ammetto.
Ero italiana fino a poco tempo fa.
Fortemente patriottica, la storiella risorgimentale studiata sui banchi di scuola mi piaceva. A dire il vero era un po’ strana, ma in fondo quante storie studiamo, ci piacciono, e così non ci soffermiamo troppo a chiederci, sarà vero?
In fondo nell'”Orlando Furioso”, Astolfo deve portare sulla luna l’eroe Orlando per ritrovare l’intelletto, quindi che importa se Garibaldi ha vinto con soli Mille uomini?
Poi cresci e pian piano i testi scolastici non bastano più, quelli accademici non convincono del tutto.
Tu hai comunque imparato quel senso di inferiorità che ti accompagna nel tuo essere meridionale. È stato indotto, ma te lo hanno detto nelle scuole e nelle università, sin da piccolo (specie se sei cresciuta in Lombardia) quindi è presente e sembrerebbe quasi innato dentro te.
Poi leggi ancora testi di storia e politica,cominci a fare qualche calcolo e i conti non tornano.
Ci definirono analfabeti, però le scuole furono chiuse per 15anni dopo l’unità d’Italia. Un territorio pressoché agricolo, il nostro, mentre nel resto d’Europa arieggiava la rivoluzione industriale, però a Mongiana in Calabria sorgeva un villaggio siderurgico. Arretrati rispetto al resto del paese, però la prima tratta ferroviaria dello Stato fu la Napoli-Portici.
Tanti altri primati, e troppi altri conti che non tornano.
Capisci così che in fondo il risorgimento non era una bella storiella, ma solo la storiella redatta ad hoc per nascondere anni di saccheggi, violenze e distruzioni.
Capisci che la storia è stata depredata come il tuo territorio, ti hanno mentito per anni e ciò che credevi di essere in realtà non ti è mai appartenuto.
Un trauma quello meridionale che non è mai stato affrontato e perciò non è stato elaborato. Da qui ne discendono i problemi del presente. Se per anni nascondono il tuo passato, tolgono tutto e poi tagliano le tue gambe, bé, non ti permettono di andare avanti… Risulta difficile rialzarsi.
Qui non si tratta di campanilismo, e neppure di essere nostalgici. Si tratta della nostra storia e del nostro presente che non può dispiegarsi se tutti i tasselli del passato non vengono messi a posto.
Non si tratta nemmeno di mettersi ad elencare ciò che eravamo, ma di rendersi conto, dopo essersi svegliati dal sonno e dal nostro stato di assuefazione, di essere considerati ancora cittadini di serie B.
17 marzo 2016, io non posso festeggiare. Devo gridare l’indignazione per questi 155 anni di malaunità e di iniquità. Devo gridare la mia indignazione per l’ennesima ingiustizia in affari assicurativi, dove un governo ci vuole punire per essere meridionali. Devo lottare affinché non inquinino il mio mare e quindi la mia terra per i loschi affari economici di uno stato che non ci ha mai voluto e che ancora oggi non ci vuole.
Io oggi ricordo che da 155 anni siamo in una condizione di Colonia interna, ma qualcosa MO sta cambiando. Se prima lo eravamo inconsapevolmente, oggi possiamo finalmente dire che il Sud si sta riappropriando della propria soggettività. La strada è ancora lunga, ma aver trovato il percorso giusto ci porta già ad essere a metà del nostro tragitto.

‪#‎iononfesteggio‬
‪#‎iocommemoro‬
‪#‎sudaprigliocchierialzati‬

Carmen Altilia

Il Sud è così cattivo come lo disegnano?

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a cura di Marco Rossano
Sociologo Visuale

Il 10 febbraio 2016 la puntata de “Lo Stato dell’Arte”, programma di Rai Cultura dedicato ai grandi e piccoli temi d’attualità, è intitolata “il Sud è così cattivo come lo disegnano?”. Conduttore della serata il giornalista Maurizio Ferraris con ospiti Alessandro Laterza editore e vice presidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno e Stefano Cristante docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento.

Il comunicato stampa della Rai recita: Nei media nazionali, il Sud Italia – il Meridione – è spesso rappresentato come terra della criminalità e del degrado. Questa rappresentazione si limita a cogliere dati di fatto, oppure aggiunge ai fatti un’interpretazione che fa di alcuni problemi locali la chiave di lettura di un’intera area geografica? Il Sud ha nella cultura e nell’opinione pubblica italiana l’immagine che davvero si merita, oppure è oggetto di processi di semplificazione e di caricatura?

Incuriosito ho seguito i 25 minuti di trasmissione e sono rimasto piacevolmente colpito dai contenuti, dai toni e dalle informazioni che sono state divulgate.

Laterza si è soffermato sull’aspetto politico ed economico della nuova questione meridionale cercando di sfatare diversi luoghi comuni tra cui quelli negativi sul lavoro pubblico, criminalità e spreco di risorse. L’editore pugliese ricorda come le risorse destinate al Sud, contrariamente a quanto ritenuto dall’opinione pubblica, sono minori rispetto a quelle destinate al Nord del paese. Afferma che i meridionali non sanno che negli ultimi 10 anni ogni cittadino del Sud ha ricevuto circa 3000/4000 euro in meno rispetto a uno del Centro Nord. Un dato che non riflette la retorica che racconta di grandi sforzi da parte del paese di colmare il divario tra le due aree. Uno sforzo che in realtà non c’è e, rimarca Laterza, di fatto è un problema politico e culturale.

Durante il programma si mette in risalto che il numero dei dipendenti pubblici nel Sud rientra nella media nazionale. Così come non è vero che il meridione sia l’epicentro della corruzione e della criminalità organizzata che ha da tempo spostato il suo baricentro verso il Nord del paese e all’estero. Oppure si affronta il problema della formazione universitaria che vede le università del sud depauperate a vantaggio di uno spostamento delle risorse verso quelle del nord.

C’è un atteggiamento generalizzato da parte della politica e dei media a non evidenziare gli aspetti positivi esistenti nel Mezzogiorno come per esempio nel campo della produzione culturale – dalla narrativa alla musica, dal cinema al teatro – i cui maggiori esponenti provengono tutti dalle regioni meridionali. Insomma contrariamente al pensiero dominante il Sud è vivo, in fermento e produttivo.

L’intervento che ho trovato più interessante, dal momento che sono un sociologo visuale e mi occupo di questi argomenti, è quello di Stefano Cristante sociologo della comunicazione. Il professore che dopo aver insegnato a Padova e Roma attualmente è docente a Lecce presso l’Università del Salento è autore del libro “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo” (2015) un lavoro che descrive e analizza il modo in cui viene narrato il Sud nella comunicazione di massa e lo fa indagando telegiornali e testate nazionali, siti internet e opinioni di protagonisti dell’industria culturale.

Cristante sollecitato dal conduttore afferma che gli organi di informazione giocano un ruolo di primo piano nel costruire l’immagine negativa del meridione, mettendo in risalto sistematicamente e quasi esclusivamente notizie legate alla criminalità, alla violenza e alla malasanità in modo da rappresentare il Sud come una zavorra per il resto d’Italia. Particolarmente interessanti e spunto di riflessione sono i dati raccolti e analizzati da Cristante che alla domanda di Ferraris su quali siano i motivi per cui il Sud viene dipinto in modo così negativo risponde con i risultati raccolti investigando sul Tg1, il telegiornale più seguito dagli italiani. Da 35 anni solo il 9% delle notizie apparse sul Tg1 sono dedicate al Sud Italia, parte del paese che conta 1/3 della popolazione nazionale. Come se non bastasse la mancanza di attenzione e la sottorappresentazione del meridione, di questo 9% ben il 75% è rappresentato da cronaca e criminalità seguito dal meteo e dal welfare che la maggior parte della volte si traduce in casi di malasanità. Tutto il resto, anche campi in cui il Sud eccelle a livello nazionale e internazionale come per esempio la cultura, non viene raccontato.

Dalle parole e dal libro di Cristante si evince chiaramente che le proteste che in questi ultimi anni si stanno levando da Sud contro gli organi di informazione e contro una politica nazionale nordcentrica, non sono sintomo di un vittimismo che storicamente si utilizza per descrivere le popolazioni meridionali, ma risultato di un malessere profondo e di una presa di coscienza da parte di molti settori nel Mezzogiorno che hanno voglia di cambiare e di non essere più trattati né considerati la “palla al piede” causa dei problemi dell’intero paese.

Purtroppo la classe dirigente e politica meridionale non è ancora in grado di intercettare il malcontento e di proporsi come una vera alternativa di cambiamento anche se in alcuni casi qualcosa si comincia a muovere.

Concludo con un estratto del libro Numero Zero (2015, 58-59) del compianto Umberto Eco:

“Lo so che si è sdottorato sul fatto che i giornali scrivono sempre operaio calabrese assale il compagno di lavoro e mai operaio cuneese assale il compagno di lavoro, va bene, si tratta di razzismo, ma immaginate una pagina in cui si dicesse operaio cuneese eccetera eccetera, pensionato di Mestre uccide la moglie, edicolante di Bologna commette suicidio, muratore genovese firma un assegno a vuoto, che cosa gliene importa al lettore dove sono nati questi tizi? Mentre se stiamo parlando di un operaio calabrese, di un pensionato di Matera, di un edicolante di Foggia e di un muratore palermitano, allora si crea la preoccupazione intorno alla malavita meridionale e questo fa notizia… Siamo un giornale che si pubblica a Milano, non a Catania e dobbiamo tener conto della sensibilità di un lettore milanese. Badate che fare notizia è una bella espressione, la notizia la facciamo noi, e bisogna saperla far venire fuori dalle righe. Dottor Colonna, si metta nelle ore libere con i nostri redattori, sfogliate i dispacci di agenzia, e costruite alcune pagine a tema, addestratevi a far sorgere la notizia la dove non c’era o dove non si sapeva vederla, coraggio”.

 

Referendum trivelle, non aspettare l’incidente.

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Al quorum non ci credeva nessuno. Mentre raccoglievamo in strada le 500 mila firme per il referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare sapevamo che la nostra era una battaglia nobile votata all’insuccesso. Da troppi anni i referendum erano affossati dalla scarsa partecipazione al voto: nel 1997 i votanti erano stati appena il 30%, nel 2005 su un tema serio come la procreazione assistita si era scesi al 25% e nel 2009 sulla materia elettorale addirittura al 23%. Risalire la china, nel 2011, appariva impossibile.

Poi, l’11 marzo di quell’anno, il mondo assisté sgomento alla tragedia di Fukushima. Se Chernobyl nel 1986 aveva mostrato soprattutto l’arretratezza tecnologica dell’Unione sovietica (la quale di lì a poco si dissolse), Fukushima dimostrava come non basta la tecnologia del Giappone e la consapevolezza di vivere in una terra altamente sismica per tenere a bada le forze della natura. A causa del maremoto dell’11 marzo 2011 seguito dallo tsunami con un onda alta 14 metri gli impianti della centrale sono andati in tilt e si è registrata la fusione dei noccioli di tre reattori dell’impianto con l’emissione nell’ambiente di radiazioni letali.

A distanza di 5 anni dal triplice disastro di Fukushima, solo 60mila persone delle 160mila che lasciarono le proprie abitazioni per colpa delle radiazioni hanno potuto fare ritorno. La parte più spinosa è capire cosa avviene all’interno dei reattori: la rimozione del combustibile nucleare non inizierà prima del 2017, attualmente neanche i robot comandati a distanza resistono all’alto livello di radiazioni nel cuore dei reattori. Lungo le colline del villaggio di Iitate sono stati ammassati 2 milioni e 900 mila sacchi di suolo radioattivo e si prevede che occorrano trent’anni per la bonifica.

Tre mesi dopo quell’incidente in Giappone, il 12 giugno 2011, gli italiani si misero in fila ai seggi e la partecipazione sfondò il quorum del 50% attestandosi al 55%. Dalle urne uscì uno stop chiaro al nucleare e un sì all’acqua pubblica.

Il 17 aprile del 2016 si vota per fermare le trivellazioni nei nostri mari. Un incidente grave per le piattaforme petrolifere, come quello nel Golfo del Messico del 20 aprile 2010, nel Mediterraneo non si è mai verificato e c’è da augurarsi che non accada, perché in un bacino chiuso le conseguenze sarebbero agghiaccianti. Non occorre aspettare una Fukushima dei mari per capirlo.

Non aspettare l’incidente: votare il 17 aprile è un dovere.

Di Marco Esposito

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