Bagnoli e trivelle: troppo facile dare la colpa ai localismi

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Di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, a proposito della visita di Matteo Renzi a Napoli, il giornalista del Corriere della Sera Goffredo Buccini tentava di spiegare come mai il Mezzogiorno, benché assente dalla lista di priorità del governo, avesse finito per assumere “un valore assai simbolico”.

Per Buccini la situazione è chiara: il Sud anti-renziano, rappresentato da Luigi De Magistris al comune di Napoli e da Michele Emiliano alla regione Puglia, non sa fare altro che scandire dei ‘no’ di fronte alle politiche di sviluppo del governo centrale. La ragione, secondo Buccini, sono i particolarismi regionali e municipali meridionali: il ‘cacicchismo’, lo chiama riprendendo un’espressione di Massimo D’Alema. Ogni cacicco, cioè ogni politico meridionale influente, guarderebbe esclusivamente al proprio bacino elettorale, incurante di una politica d’interesse nazionale. Se anche quest’argomentazione avesse un potere esplicativo – e a mio avviso ne ha ben poco: spiegherò nel seguito il perché – verrebbe da chiedersi: ma i particolarismi sono questione esclusivamente meridionale?

Certo, non si può negare che la Campania abbia dato i natali ai Mastella e ai De Mita, per citare solo due tra gli esempi più noti di cacicchismo nostrano. Ma a questo punto bisognerebbe chiedersi perché si siano formati i potentati ‘personalizzati’ meridionali; quali siano i processi storici che hanno portato a questa situazione. Bisognerebbe chiedersi anche, in quanto a cacicchismo, come la mettiamo con quello della Lega Nord in Veneto. E infine, ha senso accomunare De Magistris ed Emiliano a Mastella e De Mita, dimenticando che quando si parla di Napoli o della Puglia, non si parla di Ceppaloni o Avellino, né quantitativamente né simbolicamente?

Ma torniamo all’accusa di particolarismo. Accostando la Bagnoli napoletana e il referendum sulle trivelle del 17 aprile, Buccini si chiede chi debba decidere della politica energetica di un paese: il governo centrale (“un esecutivo che poi ne risponda agli italiani”, nelle parole del giornalista del Corriere) o le regioni e i comuni (“un puzzle di campanilismi in grado soltanto di dire ‘no, non nel mio cortile, please’”). Cosa c’entri la questione di Bagnoli con la politica energetica italiana, non è chiaro. Come non è chiaro il motivo per cui l’esecutivo nazionale debba essere considerato l’unico a poter rispondere agli italiani della compatibilità tra ambiente e attività industriali, considerato che anche le giunte regionali e municipali rispondono delle loro politiche ai cittadini, e che esistono 21 agenzie regionali per la protezione ambientale che si occupano – o si dovrebbero occupare – esattamente delle problematiche di compatibilità tra industria e ambiente.

Il comune di Napoli e le regioni referendarie non dicono semplicemente di no a un’imposizione forzata di un’idea di sviluppo che spesso si traduce nel favorire gl’interessi economici del capitalismo industriale a discapito delle istanze delle comunità territoriali in stato socio-econmico più critico. Attraverso quei ‘no’, De Magistris ed Emiliano propongono, al contrario, una prassi decisionale diversa, che conceda una maggiore autonomia agli enti locali: prassi, peraltro, che ben si adatta alla riforma federalista portata avanti da oltre un decennio dalle amministrazioni nazionali. Ironicamente, finché il federalismo è stato applicato in nome della volontà di fare cassa da parte delle regioni settentrionali, a Roma pochi se ne sono lamentati. Ora che vi si appellano le regioni meridionali per esercitare un potere decisionale autonomo, ecco che diviene indigesto al governo centrale.

Quanto all’accusa di ‘Nimby’, (dall’inglese ‘not in my back yard’, non nel mio giardino), che è quella che Buccini muove al movimento referendario e al sindaco di Napoli, sarebbe senz’altro ora di farla sparire una volta e per tutte dall’armamentario argomentativo di critica alle mobilitazioni di protesta. È da almeno due decadi che gli studi sociologici hanno dimostrato l’irrilevanza di questo concetto, messo in campo originariamente, non a caso, in ambiente industriale. È un’argomentazione che, nel suo semplicismo, non attribuisce alcun peso né alle istanze propositive dei movimenti d’opposizione, che ci sono e sono numerose (a volerle vedere), né all’ampiezza delle motivazioni avanzate dai cittadini contro una particolare opera industriale. Motivazioni che sono invece riassumibili nell’acronimo: ‘not here or anywhere else’, né qui né altrove. Non si tratta un’opposizione localista, ma un’opposizione concettualmente globale, che si esprime, per forza di cose, in una prassi locale. Finché si continuerà a vedere la protesta in termini di Nimby, non si andrà molto avanti nell’analisi delle ragioni del no. Certo, è indubbiamente uno strumento comodo per delegittimare la protesta.

Riferendosi alla storia del Meridione “segnata da lazzari e sanfedisti”, e quindi, fuor di metafora, alla supposta passività delle plebi napoletane ai capipopolo, Buccini non troppo velatamente accomuna la manifestazione contro Renzi alle istanze più retrive dell’epoca duosiciliana. Forse farebbe bene a ricordare che, come sono esistiti i sanfedisti e i lazzari, è esistita anche la Repubblica Partenopea del 1799; è esistito un popolo che si è opposto in vario modo e con diversità di mezzi e fini ai soprusi dei regnanti di turno, prima che l’esercito italiano gli facesse fare una brutta fine; è esistita ed esiste un’intellighenzia culturalmente forte, nonostante i tassi sempre elevatissimi di emigrazione. Ecco, tutti questi attori sociali, quando Renzi rivendica di aver salvato Pompei mentre Pompei cade a pezzi, o di aver sbloccato Bagnoli quando l’ha commissariata esautorando la giunta comunale, sanno benissimo che non si tratta che di propaganda elettorale. Contrariamente a quanto sostiene Buccini, non è il ‘nonsipuotismo’ la prima terra espugnare: è invece il ‘non-c’è-alternativismo’, cioè l’argomento che la linea proposta dal governo centrale sia l’unica possibile per lo sviluppo delle regioni e dei comuni meridionali. Regioni e comuni di cui, e qui mi sento di concordare con Buccini, il Primo ministro italiano si è fino a poco fa ampiamente disinteressato.

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