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Comunicato MO-UM: presentazione disegno di legge NA-Napoli Autonoma

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Vi invitiamo a partecipare alla conferenza stampa di presentazione in Parlamento del progetto di legge “Na – Napoli Autonoma” martedì 3 maggio ore 12:00 presso l’Agorà, via Santa Brigida n.65, Napoli. Saranno presenti il Sindaco Luigi De Magistris, la portavoce nazionale di MO Flavia Sorrentino e il capogruppo SI alla Camera Arturo Scotto.
Il progetto “NA – Napoli Autonoma” che MO – Unione Mediterranea ha presentato assieme al sindaco Luigi De Magistris per il governo di Napoli si rivolge a tutto il Sud. L’autonomia cui auspichiamo non è soltanto un’autonomia fiscale ma innanzitutto liberatoria: dagli stereotipi che ci vogliono città assistita, come tutto il Sud, dal convincimento, a volte introiettato, che non siamo capaci di governare i nostri territori. L’autonomia che vogliamo guarda finalmente al futuro di Napoli e di tutto il Sud, tenendo a mente il ricordo di una terra storicamente indipendente, può tornare ad essere snodo centrale per il Mediterraneo.

Parco della Marinella – Storia di un parco dimenticato

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Di Sergio Melucci

L’odissea del parco della Marinella parte dalla metà degli anni ’90, anni in cui l’area di circa 35.000 metri quadri di Via Marinella a Napoli, doveva diventare unaVilla per il popolo napoletano e in particolare per il popoloso quartiere Mercato – Pendino, così come deliberato dal Consiglio Comunale quando era ancora sindaco Bassolino. Il progetto fu cofinanziato dall’Unione Europea, ma l’area fu recintata e abbandonata al degrado assoluto per tanti anni a causa di un problema burocratico grottescamente banale: l’area apparteneva al demanio, per questo motivo i lavori non potevano cominciare. L’enorme area del cantiere è servita per lungo tempo a poveri extracomunitari che si accampavano in baracche di fortuna, costruite all’interno del cantiere in situazioni igienico-sanitarie disarmanti a causa dello scarico di immondizie e materiali di risulta. Intanto era scaduto anche il temine formale dei lavori “Marzo 2006”. La situazione comincerà a sbloccarsi solo sotto la giunta De Magistris, con il trasferimento dell’area dalla competenza demaniale a quella del comune. Uno spiraglio di luce sembrava apparisse all’orizzonte ed invece, a causa della burocrazia, i disagi per i cittadini non erano ancora finiti! Nel settembre 2014 il Comune di Napoli aggiudica l’appalto per la progettazione esecutiva ed i lavori di realizzazione del parco della Marinella alla ditta RE.AM Srl. Nel frattempo ad Ottobre dello stesso anno l’area fu interessata anche da un “misterioso” incendio poco prima di alcuni lavori di bonifica. L’incendio ha provocato un danno ambientale notevole in una zona in cui gli abitanti hanno visto sfumare sempre di più l’idea di avere una zona verde in cui respirare aria pulita, in cui poter portare i propri figli, adattati a giocare in zone limitrofe non sempre protette e sicure.

(vedi link) http://www.comune.napoli.it/flex/FixedPages/IT/Lavori.php/L/IT/frmSearchHaveData/OK/frmSearchText/-/frmSearchYear1/2014/frmSearchMonth1/3/frmSearchYear2/2014/frmSearchMonth2/4/frmResultOrder/3/frmCurrentPage/1/frmID/1121
Successivamente Lande Srl, classificatasi seconda, ricorre al TAR per chiedere l’annullamento dell’aggiudicazione e subentro nell’appalto ritenendo inammissibile l’offerta economica presentata dalla prima. Il TAR accoglie il ricorso e ritiene doverosa l’esclusione dalla gara della prima classificata, la quale rifiuta la decisione e ricorre per questo al Consiglio di Stato, fornendo adeguata documentazione a propria difesa.

(vedi link)

http://www.comune.napoli.it/flex/FixedPages/IT/Lavori.php/L/IT/frmSearchHaveData/OK/frmSearchText/-/frmSearchYear1/2015/frmSearchMonth1/1/frmSearchYear2/2015/frmSearchMonth2/3/frmResultOrder/3/frmCurrentPage/1/frmID/1233
Il Consiglio di Stato rigetta in parte la decisione del giudice di I grado e accoglie in parte il ricorso della prima classificata, con sentenza però non definitiva, rimandando all’Adunanza Plenaria il giudizio sul principio di diritto di alcuni punti.  E intanto siamo arrivati al 2016 !
Ora occorre conoscere, nei tempi previsti a norma di legge, come deciderà di pronunciarsi l’Adunanza Plenaria per sapere se la sentenza diverrà definitiva e se potranno così iniziare i lavori. Nel frattempo il quartiere purtroppo non dispone di un’area verde, cruciale per la vivibilità degli abitanti della II municipalità della città di Napoli.

Tifo DOP – Denominazione Origine Partenopea

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Di Lara Caimano

Quante volte avete sentito parlare di “razzismo” o meglio di “discriminazione territoriale” nei confronti dei napoletani? Scommetto tantissime, o almeno sarà così per coloro che seguono il calcio e sono tifosi del Napoli e ad ogni partita ( anche quando gli azzurri non sono in campo) devono ingoiare questo boccone amaro.

Eppure io sono convinta che non si parli abbastanza dell’argomento.

Provo a darvi il mio punto di vista sulla questione.

Io sono Lara, ho 24 anni e vivo e sono nata al Nord, in Lombardia eppure sì, sono una grandissima tifosa del Napoli. Ma non una di quelle che lo dice per moda, tanto perché “fa figo” dirlo; a me il Napoli scorre nel sangue.

È il caso di dire che la genetica non tradisce mai: mio nonno, lui che al solo vedere D10S in tv scoppiava a piangere, deve avermi lasciato questa grande passione, questa “malattia” come siamo soliti dire ed io non potrei esserne più fiera.

Ecco, per una ragazza come me, nata emigrante, l’amore per il Napoli è servito da ponte per sentirmi sempre legata alla mia amata Terra. Quando nasci e cresci lontano da quelle che sono le tue radici si possono verificare 2 ipotesi: la prima è che ci si adatti ai pensieri e pregiudizi altrui, arrivando a condividere le loro vedute, la seconda ipotesi invece è quella della “ribellione”, è un “lottare” contro tutto e tutti per difendere la propria identità.

A volte mi chiedono come sia possibile tutto questo, come sia possibile che io ami visceralmente una Terra, una città in cui non sono nemmeno nata e credetemi che le mie sensazioni possono essere capite soltanto da chi si trova nella mia stessa posizione: noi Napoletani 2.0 come piace definirci alla mia amica Beatrice Lizza, conosciuta sui social network proprio grazie a questo grande senso di appartenenza.

È proprio questa la parola chiave: APPARTENENZA.

Essere tifosi del Napoli significa essere Napoletani, sono due cose che vanno di pari passo e non possono essere scisse. Significa gonfiare il petto quando la squadra gioca bene e batte “le grandi” del Nord. Significa fregarsene se gli altri pensano che siamo dei poveri illusi che cercano riscatto in una squadra di calcio, il nostro amore è così grande che sopporta qualsiasi parola di troppo.

Siete mai stati allo stadio? Avete mai guardato una partita? Beh, vi faccio una breve descrizione dei cori alquanto deplorevoli che ci vengono costantemente dedicati.

Odio Napoli” “Noi non siamo napoletani” “Oh Vesuvio lavali col fuoco” “Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani” e qui mi fermo perché mi sta salendo la bile.

In ogni partita, qualsiasi tifoseria si diverte ad intonare questi cori colmi d’odio. Non importa che si tratti di Inter, Milan, Juve, Roma o squadre minori di Serie A e Serie B. Loro si divertono così invece di supportare la propria squadra. Se glielo si fa notare rispondono che sono dei semplici sfottò da stadio ma qui la questione va ben oltre. Sapete qual è la cosa comica? Che puntualmente la FIGC, il giudice sportivo o chicchessia finge di non sentirli. Lo scorso campionato hanno provato a squalificare e chiudere qualche curva, come a farci “fessi e contenti” e si è scatenato un polverone. Sono state dette dai tifosi avversari cose del tipo “I napoletani sono dei vittimisti, piangono sempre… sono solo degli sfottò” e il palazzo li ha accontentati tant’è che ora le società si limitano a pagare una multa nel caso in cui l’arbitro metta a referto la presenza di questi cori.

La risposta più bella proviene proprio dai tifosi del Napoli che all’odio rispondono con amore, un amore puro e immenso.

Gli avversari ci gridano “Noi non siamo napoletani”? Noi li applaudiamo come a dire MENOMALE e intoniamo il coro “Partenopei, noi siamo Partenopei”. Questa cosa così semplice in realtà racchiude l’appartenenza sopra citata. In quale altra tifoseria ci si batte il petto citando la propria storia, citando la Sirena Parthenope, essere mitologico a cui sono legate diverse leggende ed a cui si fa risalire la fondazione di Napoli?

E quando inneggiano al Vesuvio, allo sterminio, sapete qual è la risposta?

Alè alè alè alè alè Vesuvio, perché il Vesuvio è la Terra che amiamo, dell’eruzione ce ne freghiamo” oppure ancora “E’ passato tanto tempo, non ci lasceremo mai, siamo figli del Vesuvio, forse un giorno esploderà..”

Sono risposte importanti a chi crede di umiliarci, di farci sentire inferiori, a chi è pronto solo a sputare fuori odio. Noi gridiamo di essere orgogliosi della nostra identità, con tutte le sue mille sfaccettature, sempre e comunque.

In fondo è così, un napoletano, un Partenopeo non può che tifare Napoli. Lo fa incondizionatamente sapendo che saranno più i periodi bui e senza gloria che quelli di trionfo, proprio come ci ha condannato a imparare da sempre la storia del nostro popolo. Lo fa perché ne va orgoglioso.

Stiamo parlando di una comunità di 6 milioni sparsi per l’Italia e per il mondo perché è una passione che gli emigranti si sono portati dietro esattamente come per tutte le nostre tradizioni.

Ovunque ci sia un napoletano c’è un pezzo di Napoli ed in questo concedetemelo, siamo unici.

Liste trasparenti, Cantone apprezza l’inziativa di MO!

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L’operazione trasparenza sulle liste lanciata da MO! trova il pieno apprezzamento di Raffaele Cantone. “L’iniziativa intrapresa – scrive il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione – appare molto apprezzabile in quanto ritengo particolarmente importante porre una specifica attenzione nella fase di individuazione dei candidati da inserire nella lista elettorale”. MO ha presentato la lista di candidati al Comune di Napoli con un mese si anticipo sulla scadenza di legge e ha comunicato i nominativi alla Commissione Parlamentare Antimafia (Rosi Bindi), al Prefetto di Napoli (dott.ssa Pantalone) e appunto all’Autorità Anticorruzione di Cantone.
Cantone, cui è stata inviata la lista per conoscenza, non ha diretta competenza in materia, per cui non ha potuto esprimere una valutazione etica sui candidati selezionati. index

I nostri giovani hanno voglia di riscatto. Aiutiamoli. Lettera di una mamma del Sud.

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Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere. Giovanni Falcone

Scrivo perché delusa (a prescindere dal voto che si voleva esprimere) dalla totale assenza di partecipazione della nostra gente all’ultimo referendum, penso non sia solo disinteresse alle politiche sociali, penso sia molto di più:
-siamo scettici, stanchi di ascoltare chiacchiere, anche perché i fronti opposti sono sempre ingannevoli e poco chiari;
-siamo disamorati e indifferenti perché abbiamo i nostri personali problemi che ci paiono enormi, e poi guardiamo indifferenti carrette del mare che distribuiscono morte a chi già viveva una realtà di vero dolore;
-siamo, me compresa, ignoranti e disinformati: non abbiamo nessuna vera voglia di sapere e tantomeno di fare;
-siamo apatici, vogliamo sì che qualcosa funzioni, ma deve essere fatto da altri;
-siamo populisti e superficiali, ci esaltiamo con una partita di pallone e non conosciamo né sappiamo divulgare un qualsiasi nostro buon primato (ad es. nel comparto agricolo il nostro primato del vino campano);
ecco allora che mi rivolgo alla nostra unica e ultima fonte di speranza: i nostri figli,
i nostri giovani che, a dispetto di vecchi luoghi comuni o petulanti litanie di anziane bocche, sono loro i meglio informati, hanno forza e volontà, hanno più tolleranza e rispetto, hanno voglia di riscatto e amore per la propria terra, e sanno come rivolgersi e coinvolgere chi non lo è.
Loro ci credono e vi assicuro che chi ci crede lo fa per se e anche per chi non ci crede.
Se noi siamo stanchi dei vecchi personaggi, delle vecchie lobbies politiche, delle speculazioni, delle camorre, degli interessi di pochi… ecc. ecc. loro potranno dire basta, basta a questo ed a tutto il vecchio “andazzo”.
Io ho conosciuto alcuni di questi giovani, li ho conosciuti perché me li ha presentati mio figlio: sono i ragazzi del movimento MO-Unione Mediterranea, e di loro mi ha colpito l’amore: studiano e si preparano con amore, lottano con amore, ci credono con amore, si riuniscono e si organizzano con amore.
Allora ho pensato che sì possono provarci, possono essere l’alternativa, ho pensato che anche noi, disillusi e stanchi, possiamo dar loro spazio e fiducia, chissà forse sono il cambiamento, la svolta, o forse no, non ci riusciranno, forse tra 10 o 20 anni anche loro cambieranno, ma perché non farli provare ora, perché non aiutarli per aiutare noi stessi, la nostra terra, la nostra economia, il nostro futuro. Ascoltiamoli.
Abbiamo pur sempre l’arma regina per “dare e per togliere” ovvero il nostro voto! (ahimè sempre che abbiamo voglia di farne uso)
Forse anche la politica, quella vera, intesa come governo delle città, può ancora dare tanto. Proviamoci e facciamoli provare.
Alle amiche mamme dico: se i vostri ragazzi hanno voglia di esprimersi e le loro idee possono coincidere con quelle di questi ragazzi, incanaliamo queste forze e facciamoli conoscere. Loro amano profondamente la loro terra e vogliono farla rispettare ed evolvere e vogliono dimostrare che, con una buona conoscenza delle nostre problematiche, (si confrontano e studiano) si può gestire (hanno riferimenti competenti) e far fronte alla sistematica ghettizzazione del Sud. Hanno numeri, dati, hanno competenze, hanno entusiasmo e volontà, sono preparati e fanno tutto autonomamente, in squadra.
Di me sapete, di loro ho detto…
cliccate sul link della pagina ufficiale se volete sapere di più.
oppure contattate l’indirizzo mail ufficiale info@unionemediterranea.info

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Referendum: un commento ai risultati al Sud

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Di Roberto Cantoni

“Si è vista la solidarietà del Sud!” è stato l’amaro, sarcastico commento a caldo di una mia amica lucana, che da anni, come me, vive lontana dalla sua terra. Giudizi di tono ben più apocalittico li ho letti un po’ ovunque sui social, del tipo: “Ora le compagnie petrolifere uccideranno il nostro mare”. Vorrei rassicurare e allarmare tutti su questo punto. Il mare, le compagnie potevano inquinarlo anche prima del referendum; possono continuare a farlo ora – del resto, per una triste ironia della sorte, proprio il giorno del referendum c’è stato uno sversamento di petrolio da una raffineria nel mare che bagna Genova – e avrebbero potuto inquinarlo anche in caso di vittoria del Sì. In realtà, come ho scritto un mese fa, il quesito sulle trivelle aveva un valore molto più ampio delle trivelle stesse. In primo luogo, era una cartina tornasole del rapporto di forze tra enti locali e governo centrale. In secondo luogo, avrebbe potuto dare un segnale riguardo alla volontà dei cittadini di un tipo diverso di sviluppo: diverso da quello ormai desueto dell’estrazione di energie fossili. Ha vinto l’astensione: il che significa che il gas e il petrolio che si sarebbe potuto estrarre di qui a qualche generazione, in caso di emergenza (economica, energetica), lo si estrarrà ora che non c’è nessuna emergenza, e che anzi, il prezzo del petrolio è quasi ai minimi storici da un decennio. Bene. Anzi, male. Ma questo è il risultato.

La solidarietà del Sud. Ma Napoli non è sul mare? La Calabria non è praticamente una penisola? E la Sicilia non è forse circondata dal mare? Sì, sì, e sì. Ma in Campania le percentuali di voto sono state del 26,1%, in Calabria del 26,7% e in Sicilia del 28,4%. La Puglia, il cui governatore era stato il principale promotore del referendum, ha raggiunto il 41,6%, e solo la Basilicata ha superato il quorum, seppur con uno striminzito 50,2%. Ma anche in quest’ultimo caso, bisogna notare che è stato soltanto grazie alla provincia di Matera (52,3%) che il superamento del quorum è stato possibile, perché la provincia di Potenza si è fermata al 49,0%. In pratica, a guardare il panorama allargato dell’Italia, delle 110 province dello stato, soltanto una ha superato il quorum. Di chi la colpa? Dello strumento referendario, ormai spuntato? Forse. Non sarà spuntato, però, in occasione del referendum costituzionale che ci sarà tra qualche mese: i referendum costituzionali, infatti, sono confermativi, non abrogativi, pertanto il quorum non è previsto (e chiudiamo entrambi gli occhi sul fatto che la Costituzione sarà stata cambiata da un governo non eletto). Del mancato accorpamento con le amministrative di maggio, che tra l’altro avrebbe fatto risparmiare allo stato 300 milioni di euro? Può darsi, ma è evidente che quell’accorpamento avrebbe portato al raggiungimento del quorum, cosa che il governo voleva appunto evitare.

Ho sostenuto prima del voto che il referendum su scala nazionale non avesse senso: era improbabile che a Bolzano (17,6% di votanti) importasse qualcosa delle trivelle nell’Adriatico. Andava invece fatto su scala regionale, dicevo. Visti i risultati, la mia teoria non ha retto: se anche la validità fosse stata regionale, il referendum sarebbe passato nella sola Basilicata, e ciò nonostante in passato e nel presente i veleni dell’Ilva di Taranto, quelli del petrolchimico di Gela, e le crisi dei rifiuti in Campania e in Sicilia, abbiano sensibilizzato e sensibilizzino le popolazioni meridionali alle questioni ambientali. Insomma, se è vero che il referendum è fallito in tutta Italia, ci si aspettava molto di più dal Sud, vuoi per solidarietà alla Basilicata martoriata dall’industria petrolifera, che l’ha resa una terra nullius, vuoi per i rischi che corrono, correvano e correranno le coste adriatiche e il Mediterraneo tutto. Ha sicuramente giocato un ruolo la chiamata all’astensionismo di Renzi (il top dell’astensione si è avuto nelle zone a maggioranza PD) e quella, appena più velata, di Napolitano.

Che dire del ruolo della complessità del quesito referendario, come sosteneva lunedì Repubblica? Ne dubito fortemente: se entri in una cabina elettorale durante un referendum sai già cosa votare. Non ti metti a leggere il quesito cercando di ricordare o immaginare cosa dica esattamente “l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. La mia opinione è che sia stata la mancanza di una differenza considerevole al livello percettivo tra le conseguenze del sì e del no/astensione a contribuire – non: a causare –  alla forte astensione. Se la scelta non tocca le trivellazioni già in atto; se non ne impedisce di nuove e non ne blocca di vecchie; se la differenza è ‘solo’ sulla durata dello sfruttamento, allora la questione appare poco interessante. Inutile negare che ci sia un problema di disinteresse grave al Sud, e che questo sia in parte una conseguenza di una generale – e, alla luce delle non-politiche di governo, comprensibile – disaffezione nei confronti dello stato centrale.

Ma attenzione a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Le campagne sui social, i banchetti informativi, le affissioni per il Sì in giro per la città e per il paese, sono state tutto fuorché inutili. Qualunque referendum, comunque vada, ha un pregio inestimabile: migliora cioè la conoscenza e la coscienza dei cittadini rispetto a problematiche prima al di fuori del loro ambito d’interesse. È un risultato che passa spesso in secondo piano, ma è il risultato più importante. Questa campagna referendaria ha fatto in modo che milioni di cittadini si siano informati sull’inquinamento ambientale, sull’economia delle risorse naturali, sulle leggi che regolano l’estrazione di idrocarburi in Italia: sul lecito e sull’illecito. Ha reso parte di questi cittadini degli attivisti, donne e uomini che in prima persona hanno partecipato ad azioni nel micro (magari parlando ai figli, ai cugini, al meccanico di fiducia, all’ingegnere del piano di sopra, o banalmente pubblicando un link su un social) e nel macro (il banchetto informativo all’angolo della strada, l’invio agli enti locali di documenti scritti a più mani…). Questi risultati vanno al di là del fatto che un italiano su tre sia andato a votare. Vanno al di là di tristi ‘ciaoni’ da parte di ultraquarantenni con un posto da deputato al caldo a Roma. Ogni referendum forma degli cittadini più consapevoli. Ogni referendum è comunque e sempre una vittoria della democrazia dal basso.

Operazione ETICA, liste pulite MO!

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La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi oggi ha annunciato l’intenzione di realizzare un progetto d’osservazione delle liste per le amministrative del 5 giugno nei Comuni attualmente sciolti per mafia, in quelli precedentemente sciolti per mafia e mai tornati a votare, e in alcuni Comuni che hanno avuto la commissione d’accesso e sono in commissariamento. Si tratta di un progetto che in tutto riguarderebbe una decina di Comuni, tra cui Roma. Nonostante il fatto che Napoli non sia tra i Comuni posti sotto osservazione, MO – Unione Mediterranea ha avviato di sua volontà un’operazione di etica e trasparenza inviando la propria lista di candidati lunedì 11 aprile all’attenzione di Raffaele Cantone, Autorità Anticorruzione, Rosy Bindi, Commissione Antimafia e Gerarda Maria Pantalone, Prefetto di Napoli.
L’iniziativa di MO – Unione Mediterranea è in netto anticipo rispetto all’annuncio della Commissione Antimafia e a iniziative analoghe da parte di altre liste concorrenti per Napoli che non hanno ancora diffuso i nomi dei propri candidati.
Ufficio stampa MO-Unione Mediterranea

Se la fortuna è cieca, la sfortuna abita a casa Valente

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Povera Valeria Valente, candidata a sindaco di Napoli per il Pd in vista della prossima tornata amministrativa del 5 Giugno a seguito delle rocambolesche, per non dir di peggio, primarie del suo partito, che l’hanno vista contrapposta all’ex presidente Bassolino, e che si sono concluse in seguito ad una fantozziana sequela di ricorsi, contro ricorsi e accuse reciproche dopo la pubblicazione di video che mettevano in serio dubbio la regolarità dello svolgimento della consultazione.

Pochi giorni fa, forse nell’illusione di giocarsi una carta vincente, ha lanciato dalle colonne del Mattino ciò che ha finito con l’assomigliare più ad un “pizzino” che ad un messaggio politico, dichiarando che “siamo gli unici a poter garantire alla città l’efficacia di una filiera istituzionale in grado da una parte di attrarre risorse nazionali e regionali, dall’altra di suscitare l’interesse dei privati a investire”.

Messaggio che lascia trasparire per intero lo spessore della cultura “istituzionale” del partito di cui fa parte: in sostanza i trasferimenti dallo stato centrale per scuole, strade e servizi, nonché gli investimenti per lavoro e sviluppo non sono diritti, bensì favori che può reclamare solo chi è amico del governo in carica, ed a patto ovviamente di dimostrare nel concreto tale vicinanza votando per il partito e la candidata giusta, quella più gradita all’esecutivo. Che dire, popolo (napoletano) avvisato, mezzo salvato: altro che sovranità e libertà di scegliersi il sindaco , se decidi per quello sbagliato, Napoli avrà meno soldi in cassa e meno investimenti.

Ebbene presumibilmente nelle stesse ore in cui veniva rilasciata l’intervista Salvo Nastasi, commissario straordinario per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli-Coroglio nominato dal governo, rende noto che si procederà agli espropri: 350 famiglie sfrattate, mille persone che da un giorno all’altro si ritrovano in mezzo ad una strada. Premesso che Matteo “cuor di leone” Renzi, nonostante l’imponente apparato di sicurezza che lo circondava, non ha avuto il coraggio di rendere nota una scelta del genere nelle ben due volte in cui è stato a Napoli negli ultimi giorni, non occorre particolare acume politico per comprendere che tale decisione peserà come un macigno sulla prossima amministrazione cittadina di Napoli, qualunque ne sia il colore politico e tanto più se – malauguratamente – dovesse trattarsi di uno vicino all’attuale governo.

In sostanza a poco più di un mese e mezzo dal voto, e senza neanche avere il buon gusto di attendere i risultati della sua candidata prediletta, Renzi ha dimostrato plasticamente quanto vale nella realtà la millantata “filiera istituzionale” di cui vaneggia la Valente: meno di zero, se paragonate agli interessi ed alle scadenze delle lobby che maggiormente gli stanno a cuore. Un vecchio adagio sottolinea che in taluni casi si fa più bella figura a rimanere in silenzio, e se la candidata del Pd avesse maggiore considerazione di tale detto la sua dovrebbe essere a ben guardare la campagna elettorale più silenziosa del continente europeo.

Di Lorenzo Piccolo

DEF 2016: niente di nuovo sul fronte meridionale

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Di Mattia Di Gennaro

“Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Finalmente, venerdì scorso, il Governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2016. “Finalmente” perchè dopo tanti discorsi sulle ricette miracolose per risollevare le sorti del Mezzogiorno, finalmente ci si aspettava di leggere azioni, numeri, tabelle e date ben ordinate nel famigerato “Masterplan per il Mezzogiorno”.

Un’attesa iniziata in un torrido pomeriggio di agosto di un anno fa, quando alla Direzione del PD, il signor primo ministro, Matteo Renzi, decise che bisognava esorcizzare il drammatico rapporto Svimez, pronunciando un quel fatidico termine, che richiamava un’efficienza anglosassone sempre vagheggiata dagli italiani, specialmente se cresciuti negli anni ’80.

Dopo aver pronunciato la formula magica, ormai sicuro di poter risolvere la questione meridionale, Renzi chiosò la sua relazione annunciando l’intenzione di vedere finalizzato quel mostruoso piano di interventi per metà Settembre.

Venne settembre, e venne la festa dell’Unità a Milano. Noi di MO – Unione Mediterranea c’eravamo e fummo testimoni, dell’ennesima occasione mancata. Tra presidenti di Regione, parlamentari ed economisti “democratici” che si alternavano sul predellino, ancora una volta furono prodotte solo parole, che ebbero l’unico effetto di rinviare all’autunno successivo ogni azione pratica. Nel frattempo che piovevano parole sul Sud, i soldi, quelli veri, continuavano ad arrivare al Nord efficiente e produttivo.

Ottobre arrivò presto. L’ex sindaco di Firenze presentò, nell’ambito dell’anteprima della Legge di Stabilità 2016, tre immaginette colorate che non aggiungevano assolutamente nulla di nuovo alle chiacchiere già spese sull’oggetto oscuro “Masterplan”. A noi tutti non restò che aspettare la versione definitiva della Legge di Stabilità, pubblicata ormai a fine 2015, lasciandoci ancora sedotti e abbandonati, ancora, cioè, senza uno straccio di dettaglio sugli interventi da intraprendere (salvo che per generici rimandi alla Salerno – Reggio Calabria o alla Alta Velocità Napoli – Bari, progetti, peraltro, già in piedi da anni).

Salutato il 2016, calò il silenzio più totale sul Sud, sovrastato dal rumore di scandali, intercettazioni, banche, trivelle e primarie. Almeno fino ad aprile, mese di pubblicazione del DEF, lo strumento con cui il Governo provvede a dare informativa sullo stato economico/ finanziario della Repubblica e a dare dettaglio sugli investimenti che intende intraprendere negli anni a venire. Insomma, il classico documento dove ti aspetteresti di trovare i dettagli di un “Masterplan degli interventi”.

Avidi di informazioni, abbiamo cercato qualche traccia nelle innumerevoli tabelle di questo documento – composto, in realtà, da più documenti, per quasi un migliaio di pagine. Cerchiamo “Mezzogiorno” speranzosi di vederlo scritto migliaia di volte, ma ci dobbiamo fermare alle poche decine (solo 4 volte nel documento principale su 155 pagine). Cambiamo ricerca e digitiamo “Masterplan” e qualcosa, finalmente, troviamo. “[…] il Masterplan per il Mezzogiorno mira a sviluppare filiere produttive muovendo dai centri di maggiore vitalità del tessuto economico meridionale, accrescendone la dotazione di capacità imprenditoriali e di competenze lavorative”. Talmente che è piaciuta la definizione che la troviamo, con qualche leggera variazione, altre due volte nello stesso documento e un’altra volta in un altro allegato.

Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Il Masterplan avrebbe dovuto prevedere 16 patti per il Sud – 8 per ciascuna regione meridionale e altrettanti per le 8 città metropolitane – e nei documenti se ne fa, in effetti, menzione. Niente di più della generica definizione, purtroppo. Nulla su risorse, scadenze e azioni tese a risollevare le sorti del Mezzogiorno e delle sue città più rappresentative.

Noi siamo buoni, però, e diamo il beneficio della buonafede a tutti. Consci del fatto che un documento così lungo come il DEF sarebbe risultato ancor più appesantito se avesse riportato anche i Patti per il Sud, siamo andati direttamente sul sito del Governo per cercare qualche informazione in più. In effetti, è proprio lì che dovevamo cercare. Su quel sito esiste una sezione dedicata al “Masterplan per il Mezzogiorno”. Una pagina con tutte le linee guida, emesse a Novembre 2015. E poi basta. Nessuna informazione sui Patti per il Sud. Tutto è fermo a Novembre 2015, data dell’ultimo aggiornamento. Sei mesi fa.

Anche Marco Esposito, dalle colonne de Il Mattino ha commentato il DEF, in particolare l’allegato “Infrastrutture e trasporti”: “I trasporti carenti sono una vera e propria «minaccia» per lo sviluppo del Sud. No, non è il consueto rapporto Svimez, stavolta è il governo a puntare il dito contro «la disomogenea distribuzione di infrastrutture e servizi sul territorio nazionale, per cui risultano svantaggiate, in termini di accessibilità, alcune aree del Mezzogiorno».

L’analisi è, nero su bianco, in un documento che più ufficiale non si può, visto che è allegato al Def 2016 appena approvato dal governo. A subire le conseguenze di trasporti inadeguati sono in particolare le filiere produttive meridionali e il turismo. Problemi esistono in tutta Italia, ma «il concentrarsi di tali minacce nelle aree meridionali del Paese – si legge nel rapporto firmato dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio – non fa che accentuare il divario tra Nord e Sud: un ulteriore ostacolo alla tenuta della coesione sociale del Paese e all’efficacia delle politiche strutturali». Il governo, si dirà, più che fare analisi deve trovare risposte.

Nel settore dei trasporti però si sta attraversando una sorta di terra di mezzo: si è detto stop alla legge Obiettivo ideata dal governo Berlusconi nel 2001, ma non sono ancora partiti né l’aggiornamento del Piano generale dei trasporti e della logistica (Pgtl) né il primo Documento pluriennale di pianificazione (Dpp), che dovrebbe riguardare il 2017-2019“.

Cari mediterranei, neppure a sto giro si è realizzato il nostro sogno di vedere una lista di interventi concreti e monitorabili. Finora, solo chiacchiere che valgono fino a un certo punto. E noi al Sud lo sappiamo bene, perchè la saggezza popolare insegna che “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignammo, ‘o Bbanco ‘e Napule nun ‘e ‘mpegna!”. E il credito che vantava il Governo nei nostri confronti è ormai bello che finito.

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

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Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

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