Monthly Archives: Marzo 2016

Il Sud è così cattivo come lo disegnano?

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a cura di Marco Rossano
Sociologo Visuale

Il 10 febbraio 2016 la puntata de “Lo Stato dell’Arte”, programma di Rai Cultura dedicato ai grandi e piccoli temi d’attualità, è intitolata “il Sud è così cattivo come lo disegnano?”. Conduttore della serata il giornalista Maurizio Ferraris con ospiti Alessandro Laterza editore e vice presidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno e Stefano Cristante docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento.

Il comunicato stampa della Rai recita: Nei media nazionali, il Sud Italia – il Meridione – è spesso rappresentato come terra della criminalità e del degrado. Questa rappresentazione si limita a cogliere dati di fatto, oppure aggiunge ai fatti un’interpretazione che fa di alcuni problemi locali la chiave di lettura di un’intera area geografica? Il Sud ha nella cultura e nell’opinione pubblica italiana l’immagine che davvero si merita, oppure è oggetto di processi di semplificazione e di caricatura?

Incuriosito ho seguito i 25 minuti di trasmissione e sono rimasto piacevolmente colpito dai contenuti, dai toni e dalle informazioni che sono state divulgate.

Laterza si è soffermato sull’aspetto politico ed economico della nuova questione meridionale cercando di sfatare diversi luoghi comuni tra cui quelli negativi sul lavoro pubblico, criminalità e spreco di risorse. L’editore pugliese ricorda come le risorse destinate al Sud, contrariamente a quanto ritenuto dall’opinione pubblica, sono minori rispetto a quelle destinate al Nord del paese. Afferma che i meridionali non sanno che negli ultimi 10 anni ogni cittadino del Sud ha ricevuto circa 3000/4000 euro in meno rispetto a uno del Centro Nord. Un dato che non riflette la retorica che racconta di grandi sforzi da parte del paese di colmare il divario tra le due aree. Uno sforzo che in realtà non c’è e, rimarca Laterza, di fatto è un problema politico e culturale.

Durante il programma si mette in risalto che il numero dei dipendenti pubblici nel Sud rientra nella media nazionale. Così come non è vero che il meridione sia l’epicentro della corruzione e della criminalità organizzata che ha da tempo spostato il suo baricentro verso il Nord del paese e all’estero. Oppure si affronta il problema della formazione universitaria che vede le università del sud depauperate a vantaggio di uno spostamento delle risorse verso quelle del nord.

C’è un atteggiamento generalizzato da parte della politica e dei media a non evidenziare gli aspetti positivi esistenti nel Mezzogiorno come per esempio nel campo della produzione culturale – dalla narrativa alla musica, dal cinema al teatro – i cui maggiori esponenti provengono tutti dalle regioni meridionali. Insomma contrariamente al pensiero dominante il Sud è vivo, in fermento e produttivo.

L’intervento che ho trovato più interessante, dal momento che sono un sociologo visuale e mi occupo di questi argomenti, è quello di Stefano Cristante sociologo della comunicazione. Il professore che dopo aver insegnato a Padova e Roma attualmente è docente a Lecce presso l’Università del Salento è autore del libro “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo” (2015) un lavoro che descrive e analizza il modo in cui viene narrato il Sud nella comunicazione di massa e lo fa indagando telegiornali e testate nazionali, siti internet e opinioni di protagonisti dell’industria culturale.

Cristante sollecitato dal conduttore afferma che gli organi di informazione giocano un ruolo di primo piano nel costruire l’immagine negativa del meridione, mettendo in risalto sistematicamente e quasi esclusivamente notizie legate alla criminalità, alla violenza e alla malasanità in modo da rappresentare il Sud come una zavorra per il resto d’Italia. Particolarmente interessanti e spunto di riflessione sono i dati raccolti e analizzati da Cristante che alla domanda di Ferraris su quali siano i motivi per cui il Sud viene dipinto in modo così negativo risponde con i risultati raccolti investigando sul Tg1, il telegiornale più seguito dagli italiani. Da 35 anni solo il 9% delle notizie apparse sul Tg1 sono dedicate al Sud Italia, parte del paese che conta 1/3 della popolazione nazionale. Come se non bastasse la mancanza di attenzione e la sottorappresentazione del meridione, di questo 9% ben il 75% è rappresentato da cronaca e criminalità seguito dal meteo e dal welfare che la maggior parte della volte si traduce in casi di malasanità. Tutto il resto, anche campi in cui il Sud eccelle a livello nazionale e internazionale come per esempio la cultura, non viene raccontato.

Dalle parole e dal libro di Cristante si evince chiaramente che le proteste che in questi ultimi anni si stanno levando da Sud contro gli organi di informazione e contro una politica nazionale nordcentrica, non sono sintomo di un vittimismo che storicamente si utilizza per descrivere le popolazioni meridionali, ma risultato di un malessere profondo e di una presa di coscienza da parte di molti settori nel Mezzogiorno che hanno voglia di cambiare e di non essere più trattati né considerati la “palla al piede” causa dei problemi dell’intero paese.

Purtroppo la classe dirigente e politica meridionale non è ancora in grado di intercettare il malcontento e di proporsi come una vera alternativa di cambiamento anche se in alcuni casi qualcosa si comincia a muovere.

Concludo con un estratto del libro Numero Zero (2015, 58-59) del compianto Umberto Eco:

“Lo so che si è sdottorato sul fatto che i giornali scrivono sempre operaio calabrese assale il compagno di lavoro e mai operaio cuneese assale il compagno di lavoro, va bene, si tratta di razzismo, ma immaginate una pagina in cui si dicesse operaio cuneese eccetera eccetera, pensionato di Mestre uccide la moglie, edicolante di Bologna commette suicidio, muratore genovese firma un assegno a vuoto, che cosa gliene importa al lettore dove sono nati questi tizi? Mentre se stiamo parlando di un operaio calabrese, di un pensionato di Matera, di un edicolante di Foggia e di un muratore palermitano, allora si crea la preoccupazione intorno alla malavita meridionale e questo fa notizia… Siamo un giornale che si pubblica a Milano, non a Catania e dobbiamo tener conto della sensibilità di un lettore milanese. Badate che fare notizia è una bella espressione, la notizia la facciamo noi, e bisogna saperla far venire fuori dalle righe. Dottor Colonna, si metta nelle ore libere con i nostri redattori, sfogliate i dispacci di agenzia, e costruite alcune pagine a tema, addestratevi a far sorgere la notizia la dove non c’era o dove non si sapeva vederla, coraggio”.

 

Scegli di vivere la tua terra: compra Sud.

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Comprare meridionale significa scegliere prodotti di aziende con stabilimento e tanto più con sede legale al sud, ed è il gesto più immediato e concreto per aiutare la nostra terra: per approfondirne le ragioni fissiamo un dato ed un concetto. Il dato, statistico, riguarda l’emigrazione interna: dal rapporto Svimez 2013 apprendiamo che “negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,7 milioni di persone. Nel solo 2011 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 114 mila abitanti”. In un solo anno una città di media grandezza scompare dal sud ed è trasferita di peso a più settentrionali latitudini.

Il concetto, purtroppo per alcuni ancora sorprendente, è che l’emigrazione meridionale non è una sciagura piovuta dal cielo né un retaggio dell’atavica incapacità del meridionale ad intraprendere, secondo la vulgata del falso storico risorgimentalista, bensì il frutto di scelte precise e ciniche volte a sviluppare il solo Nord a danno del Sud. La legge sul federalismo fiscale e su quello energetico, il trasferimento al nord delle proprietà delle banche meridionali iniziato con la legge Amato del ’90, il furto ormai decennale dei fondi FAS, gli investimenti infrastrutturali, ad esempio quelli CIPE, che vanno al nord in proporzioni bulgare sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

Tuttavia una delle “scene del crimine” che ci riguarda più da vicino, e rispetto alla quale abbiamo più voce in capitolo, è il carrello della spesa: buona parte degli acquisti effettuati nella nostra terra è prodotta al Nord, circa il 94%, secondo un’inchiesta del quotidiano Terra. Il mito padano narra la leggenda di un Nord efficiente e produttivo che compete con l’estero e di un sud palla al piede, tuttavia i dati Bankitalia del 2012 fotografano una realtà diametralmente opposta: su 4,5 milioni di imprese settentrionali attive solo il 4% aveva l’estero come mercato di riferimento, il restante 96% aveva nel Mezzogiorno l’unico mercato di sfogo dei propri prodotti. In parole povere senza di noi avrebbero dovuto chiudere bottega.

Comprare meridionale, a partire dai generi di quotidiana necessità, significa pertanto creare reddito e lavoro nella nostra terra, sostenerne l’imprenditoria e contrastare l’emigrazione interna. Significa, in altre parole, contrastare l’assurdo per cui centinaia di migliaia di meridionali vengono costretti da specifiche scelte di politica “nazionale” ad emigrare al nord per produrre pasta, conserve o altri beni che poi compriamo al sud. Un assurdo che assume i toni del pirandelliano quando si considera che molte materie prime, a partire dall’agroalimentare, vengono prodotte in misura preponderante nelle nostre regioni ma la loro trasformazione è “delocalizzata” al nord. Un assurdo che sa di beffa se si considerano i casi in cui le nostre eccellenze vengono scimmiottate, con pessimi risultati tra l’altro, in quel di padania e nel supermercato vicino casa ci ritroviamo con il famigerato limoncello della riviera prodotto a Bergamo o con la mozzarella spacciata per tradizionale formaggio veneto.

In tale contesto va inserito il tema della sede legale e del federalismo fiscale(1): in sostanza se compri al Sud prodotti di aziende con sede legale al Nord buona parte dell’IVA, circa il 55%(2), va direttamente nelle casse della regione settentrionale di riferimento, con la conseguenza che tasse prodotte al sud vanno a finanziare sanità, scuola, trasporti ed altri servizi locali come se l’acquisto fosse stato effettuato al nord, alimentando ulteriormente la spirale dell’emigrazione interna. Se a questo aggiungete che la parte di tasse che vanno allo stato centrale vengono ripartite, come nel recente caso dei fondi per le ferrovie, nella proporzione di 60 milioni al Sud (1,2%) contro i 4.799 destinati al Nord ( 98,8%), il quadro è completo.

Per avere un’idea del danno perpetrato al Mezzogiorno in termini di risorse fiscali è sufficiente spulciare alcuni dati dai rapporti SVIMEZ 2013 e 2014: se dal primo apprendiamo che “dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)”, dal secondo emerge tuttavia che mentre le entrate correnti dei comuni del Mezzogiorno diminuiscono, coerentemente con il crollo dell’economia,passando dagli 815 euro per abitante del 2001, all’inizio del federalismo fiscale ai 756 del 2013, quelli dei Comuni del Centro-Nord, nonostante la crisi, aumentano da 944 a 1.018 euro pro capite nello stesso periodo. Il tutto mentre anche i cosiddetti meccanismi di perequazione, pur previsti dalla legge sul federalismo, sono rimasti del tutto inattuati, al punto che la stessa Svimez parla in tal senso di “vera e propria frode a danno dei cittadini del Mezzogiorno”.

Per completare il quadro è necessario aggiungere che per tutta una serie di servizi essenziali, come luce, gas, assicurazioni, treni e banche non abbiamo scelta, non esiste nulla che abbia sede legale più a sud di Roma.

Comprare meridionale significa valorizzare le nostre eccellenze e porre un freno immediato all’emigrazione interna, ma anche più risorse per trasporti, istruzione, sanità e servizi locali. Significa, in altre parole, scegliere di potere e voler vivere la nostra terra.
(1) La cosiddetta “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.”

(2) Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

Di Lorenzo Piccolo

La più grave minaccia per Napoli non è il Vesuvio ma l’Italia.

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1973. Una partita di cozze avariate provenienti dalla Tunisia invade l’Europa e causa un’epidemia di colera che coinvolge molte città del Mediterraneo dove è per tradizione elevato il consumo di mitili. Casi di contagio si verificano a Napoli ma anche in città come Bari, Palermo, Barcellona, Marsiglia.
A Napoli parte una colossale operazione di profilassi con la collaborazione della cittadinanza (chi c’era lo ricorderà bene) che durerà due mesi (agosto e settembre) e che porterà l’ Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare risolta l’epidemia in città nel mese di ottobre. A Barcellona, tanto per dire, l’OMS fece la stessa dichiarazione soltanto due anni dopo. Eppure, grazie ai media italiani, quell’evento è passato alla storia cone il colera a Napoli. E il marchio di infamia permane tuttora sulla pelle dei cittadini. La conseguenza della campagna stampa fu che Napoli scomparì dalle mappe del turismo per qualche decennio a causa dell’immagine della città che era stata iniettata nell’opinione pubblica.

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2013. L’Espresso pubblica un rapporto della Nato che tecnici accreditati hanno giudicato sproporzionato. Gli americani nel documento tracciano una irreale mappa del pericolo indicando le zone dove sarebbe concentrato il rischio invitando il proprio personale ad evitarle.
Per oltre 20 anni aziende del nord, per abbattere i costi dello smaltimento legale, hanno fatto accordi con la camorra per sversare nelle terre della Campania Felix (la terra più fertile al mondo che consente 4 raccolti all’anno) milioni di tonnellate di rifiuti tossici di natura industriale con il terrore di inquinamento delle falde. Tecnici ed analisti dell’azienda idrica comunale insorgono garantendo che l’acqua napoletana è la più analizzata d’Italia e la migliore tra quelle erogate dalle città italiane.

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2016. Riprende la guerra di camorra in città. Lo stato non riesce a garantire la legalità. In realtà non ha interesse a combattere il degrado di alcuni quartieri con tassi elevatissimi di disoccupazione, evasione scolastica etc… abbandonando la popolazione nelle mani della criminalità. La camorra svolge la funzione di controllo sociale per supplire alla mancanza di politiche sociali, della scuola e del lavoro di esclusiva pertinenza della stato completamente assente. Del resto cosa potrebbe accadere se centinaia di migliaia di persone non trovassero nella camorra l’opportunità di attività illegali che garantiscano la sussistenza delle loro famiglie? Quale pressione sociale si produrrebbe in quei quartieri degradati? L’accordo tra lo stato che si limita a rappresentazioni teatrali con l’invio dell’esercito senza minimamente affrontare il problema alla radice e la criminalità cui sono stati ceduti pezzi di territorio nei quali offre risposte alla popolazione che lo stato italiano si rifiuta di prendere in considerazione è evidente a chi ha occhi per vedere e non per leggere i giornali. Diversamente infatti lo stato sarebbe costretto ad effettuare importanti investimenti contraddicendo il proprio comportamento tenuto per tutti i 155 anni della Malaunità.

Potete fare le copertine che volete e scaricare la colpa sui napoletani ma il vero pericolo, la minaccia e la causa di tutti i problemi per Napoli e per il suo popolo è l’Italia.

Attilio Fioritti

Referendum trivelle, non aspettare l’incidente.

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Al quorum non ci credeva nessuno. Mentre raccoglievamo in strada le 500 mila firme per il referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare sapevamo che la nostra era una battaglia nobile votata all’insuccesso. Da troppi anni i referendum erano affossati dalla scarsa partecipazione al voto: nel 1997 i votanti erano stati appena il 30%, nel 2005 su un tema serio come la procreazione assistita si era scesi al 25% e nel 2009 sulla materia elettorale addirittura al 23%. Risalire la china, nel 2011, appariva impossibile.

Poi, l’11 marzo di quell’anno, il mondo assisté sgomento alla tragedia di Fukushima. Se Chernobyl nel 1986 aveva mostrato soprattutto l’arretratezza tecnologica dell’Unione sovietica (la quale di lì a poco si dissolse), Fukushima dimostrava come non basta la tecnologia del Giappone e la consapevolezza di vivere in una terra altamente sismica per tenere a bada le forze della natura. A causa del maremoto dell’11 marzo 2011 seguito dallo tsunami con un onda alta 14 metri gli impianti della centrale sono andati in tilt e si è registrata la fusione dei noccioli di tre reattori dell’impianto con l’emissione nell’ambiente di radiazioni letali.

A distanza di 5 anni dal triplice disastro di Fukushima, solo 60mila persone delle 160mila che lasciarono le proprie abitazioni per colpa delle radiazioni hanno potuto fare ritorno. La parte più spinosa è capire cosa avviene all’interno dei reattori: la rimozione del combustibile nucleare non inizierà prima del 2017, attualmente neanche i robot comandati a distanza resistono all’alto livello di radiazioni nel cuore dei reattori. Lungo le colline del villaggio di Iitate sono stati ammassati 2 milioni e 900 mila sacchi di suolo radioattivo e si prevede che occorrano trent’anni per la bonifica.

Tre mesi dopo quell’incidente in Giappone, il 12 giugno 2011, gli italiani si misero in fila ai seggi e la partecipazione sfondò il quorum del 50% attestandosi al 55%. Dalle urne uscì uno stop chiaro al nucleare e un sì all’acqua pubblica.

Il 17 aprile del 2016 si vota per fermare le trivellazioni nei nostri mari. Un incidente grave per le piattaforme petrolifere, come quello nel Golfo del Messico del 20 aprile 2010, nel Mediterraneo non si è mai verificato e c’è da augurarsi che non accada, perché in un bacino chiuso le conseguenze sarebbero agghiaccianti. Non occorre aspettare una Fukushima dei mari per capirlo.

Non aspettare l’incidente: votare il 17 aprile è un dovere.

Di Marco Esposito

“Innovazione” fa rima con sperequazione.

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È di ieri 8 marzo l’introduzione del Pin unico per accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione.

Questa innovazione, di cui la ministra della semplificazione e della P.A. Marianna Madia va molto fiera, consiste nella realizzazione di un sistema unico di autenticazione per tutti i servizi pubblici e che, in futuro, dovrebbe diventare estendibile anche ai servizi privati tramite l’approvazione dell’ imminente decreto attuativo.
I benefici di questa nuova “identità digitale”, così battezzata proprio dai suoi promotori con l’acronimo Spid (sistema pubblico d’identità digitale), offre già 300 servizi online, numero destinato a raddoppiare con l’introduzione dei servizi Tim, Poste Italiane, e Infocert previsto per settimana prossima. 
E’ così che i cittadini cominceranno a dire addio alle code chilometriche e altri intoppi burocratici. Basterà inserire un nome utente, una password e voilà: un notevole risparmio di tempo ed energie a portata di click!

Un’altra innovazione, fuori vecchio e dentro il nuovo, ecco la tecnologia che dovrebbe rivoluzionare il paese e avvicinarlo agli standard tecnologici europei. E’ periodo di rottamazione, è una corsa verso il cambiamento, tranne un piccolo dettaglio, che non passa mai di moda: il Mezzogiorno è rimasto tagliato fuori.

Leggiamo sul sito dell’ Agenzia per l’Italia Digitale che “a partire da marzo 2016 i cittadini potranno accedere ai primi servizi online attraverso l’identità unica SPID”, poi una piccola icona blu, in basso, proprio a fine pagina, con una freccia. Lì sono segnalati gli organi coinvolti:

10 Pubbliche Amministrazioni

Amministrazioni centrali: Agenzia delle Entrate, INAIL, INPS

Regioni: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche

Comuni: Firenze

Non occorre essere esperti di geografia per notare che in Italia c’è una linea immaginaria sotto la quale i cittadini sembrano essere immuni al progresso, ma non temete, a dirla tutta questo Spid non è nemmeno una grande novità. In realtà il primo passo verso la digitalizzazione dei servizi è stato fatto nel 1997, quando le leggi Bassanini hanno stabilito che, a decorrere dal 1 gennaio 2006 in alcuni comuni sarebbe arrivata la carta d’identità elettronica (CIE) che, insieme alla Carta nazionale dei servizi, è stata fino al 2015 l’unico strumento di autenticazione prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale. 
Fino ad oggi l’utilità della stessa CIE è rimasta dubbia, infatti molti Comuni non hanno ancora cominciato a rilasciarla, eppure questo non ha fermato il governo che, nonostante l’ inefficacia del servizio, ha preferito promuovere l’uso dello Spid a partire dai comuni che già erogano i servizi CIE. 
Che significa? Significa che nessun addetto ai lavori si è finora preoccupato di colmare l’evidente divario tra chi gode già di buoni servizi e chi, invece, si vede costretto a una perpetua arretratezza.

Il Mezzogiorno che rimane a bocca asciutta è ormai una vecchia storia ma noi non perdiamo il conto: la spesa prevista nel DL 78/2015 per questo Spid, o meglio per la nuova CIE, è di 67,5 milioni solo negli anni 2015-2016.

Il Mezzogiorno incassa un altro colpo senza fare “piagnistei”, per dirla alla Renzi, che pochi mesi fa parlava di salvare il sud attraendo “investimenti esteri”, esteri perché lo Stato non vuole di certo scommettere a Sud. Eppure, anche quando si tratta di fondi europei, il nostro Sud non può fare altro che accontentarsi delle briciole, come nel caso degli investimenti per la banda larga: solo il 4% sarà investito al Mezzogiorno, tenendo a mente che ben l’80% del FSE (fondo sociale europeo, grazie al quale è finanziato il progetto) è, solo teoricamente, destinato alle regioni meridionali.

Non solo non si investe a Sud, ma il governo “prende in prestito” dai fondi destinati al meridione per investire a nord, come spiegato recentemente da Paolo Panontin, assessore Regionale alle Autonomie Locali, parlando proprio di broadband: “il sud anticipa queste risorse al centro nord nell’immediato, per fare la banda ultra larga. Ma il Governo si impegna a restituirle più avanti nell’ambito del più ampio Fondo sviluppo e coesione”.

Intanto il Mezzogiorno e tutti i suoi cittadini attendono di sentire i piagnistei di chi li accuserà nuovamente di vivere nell’arretratezza. Noi invece rassicuriamo il Governo che anche al sud qualcosa cresce: la rabbia.

Di Beatrice Lizza

 

 

Comunicato MO-Unione Mediterranea

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MO-Unione Mediterranea aderisce al referendum per fermare le trivelle ed invita a votare SI all’abrogazione della attuale norma che prevede lo sfruttamento del giacimento fino ad esaurimento, ponendo un limite temporale alle attività estrattive, portandole quindi ad estinzione. Così come sta avvenendo in tutta Italia con la nascita di comitati regionali di sostegno al SI per il referendum, MO-Unione Mediterranea è presente e ha aderito già ai comitati referendari in Calabria, Campania, Puglia e Basilicata, oltre che al coordinamento nazionale no-triv.

Il 17 aprile 2016 si dovranno recare alle urne circa 26 milioni di elettori per il referendum NO-TRIV. È una sfida difficile ed impegnativa, che chiama all’appello tutte le forze sane e democratiche che intendono rispettare e far rispettare il mandato democratico della nostra repubblica. Senza dubbio la scelta/imposizione di una data troppo vicina e di tempi ristrettissimi per la conduzione di una necessaria campagna referendaria è un tentativo di sabotare il referendum sperando nel mancato raggiungimento del quorum.

Il valore di questo referendum è quello di dare un chiaro segnale a questo governo e a sostegno dell’ambiente.

MO-Unione mediterranea c’è sempre in difesa della nostra terra.

Dipartimento Ambiente MO-UM

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

I raggiri di Caserta: tutti con il direttore, ma qual è la verità?

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“Finita la pacchia, sindacati ridicoli”, Renzi si schiera col direttore della Reggia di Caserta. “Manager accusato da Usb, Ugl e Uil: lavora troppo, Uilpa sconfessa i suoi: puniremo responsabili” e sospende i delegati Uil. Camusso: “hanno sbagliato, lo riconoscano quei sindacati”. Così i giornali, dal Mattino, a Repubblica e persino l’indipendente Fatto quotidiano, trattano con estrema durezza i rappresentanti sindacali della bellissima Reggia, colpevoli, a loro avviso, di lesa maestà nei confronti del neo direttore “stakanovista” Mauro Felicori da Bologna, che avrebbe il merito, in soli tre mesi, di aver risollevato le sorti della Reggia, facendo aumentare del 70% il numero dei visitatori. La qual cosa, secondo i sindacati, sarebbe invece merito del precedente lavoro e della generale rinascita dell’immagine della Campania.

Inoltre, la Tv di Stato ne combina una delle sue, Rai1, nel servizio mandato in onda, mostra le immagini della Reggia di Carditello, abbandonata da secoli e in rovina, anziché quelle della splendida reggia borbonica di Caserta, da molti considerata, a ragione, la più bella d’Europa. Ma questa è una tipica e perfida tecnica comunicativa, quando si parla di Sud, non può essere altro che “Gomorra”, mentre la Sodoma del Nord la si edulcora accuratamente.

Insomma, tutti contro i dipendenti “fannulloni” ma, come spesso accade quando si parla di Sud e di dipendenti pubblici, le notizie sono da prendere con le pinze: contro l’uno e gli altri è in atto un attacco senza precedenti. Il Sud depredato dal governo è accusato di essere “piagnone” mentre Renzi fa strage dei diritti sindacali dei lavoratori. Tra l’altro, la motivazione addotta sembra davvero risibile: quali sindacati potrebbero mai commettere la sciocchezza di contestare un direttore perché “lavora troppo”? La faccenda puzza, dunque proviamo a far luce sulle ragioni dell’insolita querelle.

Abbiamo letto il documento firmato dalle sigle sindacali, CGIL; CISL, UIL; UGL e USB, inviato al ministro Franceschini, (ma Cgil e Cisl poi ritirano la firma) e abbiamo sentito il delegato UGL Carmine Egizio. Cosa che i giornalisti “nazionali” non hanno fatto, accontentandosi delle veline governative. Ebbene, l’oggetto del contendere non è affatto il lavoro extra del direttore ma la sua mancata risposta ai problemi della carenza di vigilanza e sicurezza delle strutture della Reggia, problema sollevato dallo stesso ministero la scorsa estate, prima dell’arrivo ad ottobre di Felicori, e aggravato per l’appunto dalla sua permanenza oltre orario. Per regolamento museale, al previsto orario di chiusura, visitatori e dipendenti devono abbandonare tutta la struttura, che viene presa in consegna dalle forze di vigilanza e dunque nessun dipendente, neanche il direttore, può restare nella struttura se non sorvegliato dalla sicurezza. La sorveglianza degli uffici sottrae inevitabilmente le già insufficienti forze a quella delle vastissime strutture museali.

Tutto ha inizio il 30 luglio, quando Il Ministero competente invia una nota in cui denuncia l’insufficienza del personale di vigilanza, e definisce la situazione “Ai limiti della liceità”, al fine di risolvere le criticità, il responsabile della Direzione Genenale Musei, Soragni, in vacanza del posto del direttore della Reggia, nomina come direttore pro tempore l’Arch. Flavia Belardinelli, già direttrice dei musei della stessa, in attesa del nuovo direttore, che arriva a ottobre. Tuttavia, secondo i sindacati, il direttore anziché risolvere la già carente mancanza di sorveglianza, l’aggrava, aprendo nuove strutture e intrattenendosi oltre l’orario consentito.

Il 22 febbraio, i delegati sindacali stilano una nota che inviano al Ministero, il documento si apre con queste parole: “Come OO.SS. responsabili, abbiamo l’obbligo di denunciare agli organi superiori, che il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave (su tale argomento, nel mese di febbraio, c’è stata anche una interrogazione parlamentare al “question time” da parte dell’Onorevole Adriano Galgano al Ministro Dario Franceschini).” La nota sindacale prosegue denunciando che il direttore predisponeva il trasferimento di una parte del personale di vigilanza in mansioni amministrative: “ Tale iniziativa tende a sguarnire ancora di più l’organico del personale addetto al servizio di accoglienza e vigilanza attiva delle sale, riducendo la tutela, la sicurezza e la stessa fruizione del Museo. Il Direttore non può far transitare il personale della vigilanza in compiti amministrativi, soprattutto nell’attuale fase di organizzazione dei vari istituti.”

Infine, la nota sindacale fa un cenno alla permanenza oltre l’orario del direttore, non certo per contestarla, ma per organizzare il previsto servizio di vigilanza: “si insiste nel procedere nel mancato rispetto del Decreto della Direzione Generale Musei, che detta le linee guida per la determinazione delle aree funzionali da istituire e dei relativi uffici amministrativi; l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione); Il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale…”.

Intanto nessuno dà ascolto alla voce dei delegati sindacali che così rispondono per bocca di Carmine Egizio: “La nostra unica colpa? Voler tutelare i lavoratori della Reggia di Caserta e segnalare, a chi di competenza, le problematiche e i disagi che paralizzano la rinascita di questo importante patrimonio storico culturale. Inviterei tutti coloro, primo fra tutti il premier Matteo Renzi a leggere con attenzione la missiva indirizzata al ministero dei beni e delle attività culturali dove evidenziamo una serie di gravi inadempienze e difficoltà con le quali quotidianamente convivono i lavoratori. Nessuno ha voluto attaccare il direttore Mauro Felicori. Da sindacalisti, responsabili e seri, abbiamo voluto solo evidenziare i problemi che persistono e che danneggiano la struttura”.

Arte della pizza candidata a patrimonio dell’UNESCO. Pizza napoletana, non dimentichiamolo.

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“Sarà l’arte dei pizzaiuoli la candidatura italiana all’Unesco per il patrimonio immateriale made in Italy”. Ad annunciarlo su Twitter è il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Il ministro non specifica che la protagonista è napoletana, così come napoletana è l’arte della vera pizza, quella che tutti amano e riconoscono nel mondo, nonostante i tentativi di famose associazioni eno-gastronomiche di accontentare un po’ tutti affiancando alla pizza napoletana le varie focaccine e suole di scarpa farcite prodotte nel Paese.
La candidatura della pizza “tutela un settore che vale 10 miliardi di euro ma soprattutto un simbolo dell’identità nazionale”, commenta il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo dopo la riunione della Commissione di valutazione nazionale per l’Unesco. L’arte dei pizzaiuoli napoletani, riferisce ancora la Coldiretti, sarebbe il settimo ‘tesoro’ italiano ad essere iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’agenzia dell’Onu.
A parte la straordinaria arte cremonese della produzione di violini, quale potrebbe essere la provenienza delle rimanenti 5 arti italiane già riconosciute? Ovviamente sono tutte tipicamente meridionali: dieta mediterranea, opera dei Pupi, canto a tenore della cultura pastorale sarda, celebrazione delle grandi strutture processionali a spalla come la Festa dei Gigli di Nola, la coltivazione della ‘vite ad alberello’ di Pantelleria.
Chiamateci campanilisti, ma la palla al piede d’Italia, come alcuni amano auto convincersi, ha prodotto e continua a produrre cultura. La parte esilarante è che all’occorrenza il Sud non è più il grande bordello. Da Napoli in giù, la linea Maginot delineata da Renzi durante il suo colloquio con il Ceo di Apple Tim Cook scompare miracolosamente quando si tratta di farsi belli all’estero. Non mettiamo in dubbio la buona fede di alcuni, forse addirittura di tanti, ma ancora stupisce che l’Italia delle (quasi) 7 bellezze trascuri nei fatti la parte del Paese che elogia in altre occasioni.
Per la Commissione designatrice “l’arte dei pizzaiuoli ha svolto una funzione di riscatto sociale, elemento identitario di un popolo, non solo quello napoletano, ma quello dell’Italia. E’ un marchio di italianità nel mondo“. Per capirci: quando fa comodo, una cosa è di tutti, quando i napoletani, ma non solo, rivendicano dignità e rispetto per la propria cultura vengono bollati come anacronistici e vittimisti.
La candidatura ha anche l’obiettivo di evitare “contraffazioni”, come lo “scippo” da parte degli americani, che nei giorni scorsi avevano annunciato la candidatura della “pizza” american-style. Sacrosanto, ma perché lo stesso ragionamento non vale per la mozzarella di bufala, che oramai può produrre chiunque in Italia, oppure per le imitazioni regionali della pizza? Cosa accadrebbe se da Aosta o Catanzaro partisse la produzione di parmigiano? Sospettiamo che qualcuno, come popolo, si sentirebbe scippato.
Plaudiamo la meritata candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani. Ciò che l’Italia non merita, invece, è il premio per la coerenza.

Di Eva Fasano

Salviamo la Deputazione di San Gennaro: “faccia gialla” non si tocca.

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Risale a pochi giorni fa, il decreto del ministero dell’Interno che modifica i criteri di nomina della Deputazione, l’Organo di Governo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. L’allarme in rete è partito in brevissimo tempo, raggiungendo le testate nazionali: questa volta i napoletani dicono no, San Gennaro nun s’ha da tuccà.

Qualcuno scambierà l’indignazione dei partenopei per una semplice manifestazione folkloristica ma, in realtà, i tesoro di San Gennaro e la Deputazione hanno un significato molto più profondo.

La Deputazione è un organo laico, istituito nel 1601 e riconfermato da ben due bolle papali: una risalente al 1605 e l’ultima, “Neapolitanae Civitatis Gloria”, firmata nel 1927.  
Questa istituzione rappresenta un caso unico, che dice molto sulla storia della città: già in tempi così antichi, la devozione e il rispetto hanno permesso l’incredibile convivenza tra il culto del Santo, la laicità e la Chiesa.

Il compito della Deputazione è quello di amministrare la Cappella che custodisce il Tesoro, tutelarne e amministrarne i beni e, infine, nominarne i cappellani.  
La Deputazione è un organo collegiale ed è composto dagli storici “sedili”, appartenenti ai discendenti delle nobili famiglie partenopee, mentre un Collegio di dodici Prelati cappellani sovrintende ai riti ed a tutti gli aspetti religiosi connessi. 
Il presidente è, dal 1811, proprio il sindaco di Napoli, una carica che sta ad indicare una cosa ben precisa: San Gennaro e il suo Tesoro appartengono ai cittadini napoletani.

Non è una banale questione amministrativa, perché non molti sanno che proprio a San Gennaro appartiene il Tesoro più ricco del mondo, battendo anche quello gli zar di Russia e quello della regina d’Inghilterra.  E’ evidente che questa inestimabile ricchezza faccia gola a qualcuno, e soprattutto è scontato che indispettisca il clero, il quale non ha alcun potere decisionale sulle questioni amministrative della cappella. 
E’ così che il decreto di Alfano arriva prontamente in soccorso degli scontenti: grazie al suo decreto, la curia napoletana avrà la possibilità di nominare ben 4 membri da affiancare ai nobili napoletani, riducendo l’ Eccellentissima Deputazione a una semplice Fabbriceria, ciùoè un qualsiasi ente  preposto ad amministrare il patrimonio della Chiesa, minandone per sempre l’unicità.

In molti credono che, dietro a questa inadeguata iniziativa del Ministero, si nascondano pressioni esercitate dal Cardinale Crescenzio Sepe. Certo è che non è la prima volta che la curia prova a mettere le mani sul tesoro dei napoletani: durante la seconda guerra mondiale, il Tesoro fu trasferito in Vaticano per essere protetto da bombardamenti e depredazioni, ma terminata la guerra la Chiesa non volle restituirlo. Ci volle l’intervento di Giuseppe Navarra,  ‘o rre ‘e Puceriale, per riportare il Tesoro alla sua legittima proprietaria: la città di Napoli.

Questa volta è compito nostro fermare l’ennesimo sopruso alla città: ci vediamo tutti sabato 5 marzo alle ore 15.00 alla Cattedrale di San Gennaro!

Di Beatrice Lizza

10 domande a Flavia Sorrentino

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1) Come e perché nasce Unione Mediterranea?

Unione Mediterranea nasce a Napoli durante un’assemblea pubblica il 24 Novembre 2012 , per offrire una rappresentanza politica in cui riconoscersi al variegato mondo meridionalista e al popolo del Sud, umiliato dalle scelte dell’Italia, che ci danneggia da un secolo e mezzo di mala unità.

2) Quali finalità avete?

Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia e iscritti anche in Belgio, Francia, Irlanda e Spagna, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare al Nord o all’estero. A questi si aggiungono 17.744 elettori di MO! in Campania, lista civica promossa da Unione Mediterranea, che ha scelto di concorrere da sola con Marco Esposito candidato presidente, senza scendere a patti con Pd e Forza Italia come nel caso di altri movimenti meridionalisti. UM ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Ripudia mafia, violenza, razzismo e ogni forma di discriminazione. Assegna grande valore alla verità storica, che ritiene fondamentale inserire nei libri di testo scolastico e promuove l’acquisto di prodotti a Km 0 che favoriscano le economie locali.
Inoltre nel prendere atto dei continui attacchi e diffamazioni nei confronti dei meridionali, promuove azioni giudiziarie contro i media nazionali affinchè venga tutelata la dignità del Sud e dei suoi territori. A tal proposito abbiamo già denunciato il Tg2 e il quotidiano “Libero”.

3) E’ opportuno definirsi meridionalisti o sarebbe più opportuno parlare di duosiciliani e napolitani?

Il senso di minorità psicologica a cui siamo stati sottoposti per 155 anni, ha finito per farci vergognare di chi siamo. Il meridionalismo è innanzitutto la conoscenza della questione meridionale originatasi con lo Stato Unitario e la presa d’atto della subalternità economica e sociale del Mezzogiorno al potere politico nord-centrico. E’ la consapevolezza che la lotta per il riscatto della nostra terra non è ideologica, ma necessaria. Stiamo riscoprendo il valore dell’identità: lavorando con intelligenza e pazienza riusciremo a renderci autonomi, anche nel modo in cui definirci.

4) Cosa pensi della bandiera delle Due Sicilie?

La bandiera delle Due Sicilie è il simbolo della storia e della cultura del nostro popolo. Per alcuni identificarsi in quel vessillo comporta un’implicita identificazione nella forma di governo che rappresenta. Ma quella bandiera è un culto all’identità, non un elemento di proposta politica. E’ interessante altresì accorgersi di come venga percepita e per questo talvolta sequestrata, come accaduto allo stadio San Paolo in occasione della partita Napoli-Midtjylland del 5 Novembre. La consapevolezza ritrovata terrorizza i detrattori del riscatto

5) Come vedi l’Italia del domani? 

Penso ad un processo di riscatto del Mezzogiorno come frutto di un percorso graduale e lucido, che parte dall’ottenimento delle autonomie locali e regionali.

6) Spesso chi parla di Questione Meridionale e dei fatti del risorgimento viene additato come nostalgico, cosa pensi di questa accusa?

Stiamo ai fatti. Su 5 miliardi per le ferrovie, il 98,8% dei fondi è andato al Nord; 3,5 miliardi dei PAC, sono stati dirottati al Nord; dei 7 miliardi e 9 milioni di euro per 83 progetti nelle infrastrutture, 7 miliardi e 5 milioni sono stati destinati al Nord; su 130 milioni di euro impiegati per finanziare la filiera agricola di qualità, zero è la quantità di investimento al Sud;  700 milioni di euro è il numero di risorse sottratto agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord; il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020 è stato ridotto a un terzo in tre regioni, Campania, Calabria e Sicilia che perdono 7,4 miliardi di euro. Potrei continuare…MO-Unione Mediterranea denuncia quotidianamente le ingiustizie ai nostri danni nella convinzione che la questione meridionale nata 155 anni fa, dura da 155 anni. Non è nostalgia per uno Stato che non c’è più, ma consapevolezza che da quando è nata l’Italia, il Sud è trattato da colonia interna.

7) Cosa pensi della Lega Nord e del consenso di Salvini al Sud?

Il livello di spesa nelle infrastrutture per il sud è sceso spaventosamente da quando la Lega Nord ha fatto la sua comparsa in politica, nel 1989. La Lega è nemica del Sud, è anti-meridionale e ha costruito sulla demagogia la paura per l’altro e sull’ignoranza il suo consenso elettorale. Gli ascari che si vendono al padrone leghista di turno, ieri Bossi oggi Salvini, non hanno memoria degli insulti, le ingiustizie, le vili umiliazioni e i cori razzisti. Noi però non dimentichiamo.

8) Qual è la proposta di MO-Um per Napoli in vista delle imminenti elezioni amministrative in città?

MO-Unione Mediterranea sarà presente alle elezioni comunali di Napoli di maggio 2016 con il suo progetto NA- Napoli Autonoma. Presentiamo un modello politico fondato sull’auto governo, che scardina il pensiero comune della dipendenza economica della città al potere politico centrale e che costruisce il suo riscatto attraverso il recupero dell’identità. Proponiamo di rinunciare a ogni centesimo di sostegno pubblico mantenendo sul territorio tasse riferibili al territorio stesso. E’ la grande opportunità che ci attende: culturalmente impegnativa, tecnicamente possibile, socialmente rivoluzionaria.

 9) Cosa pensi della mafia?

Che non può esistere senza la politica, intesa come affarismo criminale. Al Sud è stata istituzionalizzata con l’unità d’Italia.
Oggi ha il volto cangiante dei partiti, degli imprenditori, dei funzionari pubblici e permea ed infiltra il tessuto sociale di tutta Italia. La sua forza è determinata dalla debolezza dello Stato, connivente e volutamente assente: un Sud ignorante, non scolarizzato ed illegale è l’assicurazione sulla vita della politica egoista del Nord e di quella ascara del Sud.

10) Un’ultima riflessione per chi legge…

Il peggiore dei mali per un oppressore è la decolonizzazione mentale dell’oppresso. La strada del risveglio è lunga, ma la stiamo percorrendo. CrediaMOci.

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