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Scegli di vivere la tua terra: compra Sud.

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Comprare meridionale significa scegliere prodotti di aziende con stabilimento e tanto più con sede legale al sud, ed è il gesto più immediato e concreto per aiutare la nostra terra: per approfondirne le ragioni fissiamo un dato ed un concetto. Il dato, statistico, riguarda l’emigrazione interna: dal rapporto Svimez 2013 apprendiamo che “negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,7 milioni di persone. Nel solo 2011 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 114 mila abitanti”. In un solo anno una città di media grandezza scompare dal sud ed è trasferita di peso a più settentrionali latitudini.

Il concetto, purtroppo per alcuni ancora sorprendente, è che l’emigrazione meridionale non è una sciagura piovuta dal cielo né un retaggio dell’atavica incapacità del meridionale ad intraprendere, secondo la vulgata del falso storico risorgimentalista, bensì il frutto di scelte precise e ciniche volte a sviluppare il solo Nord a danno del Sud. La legge sul federalismo fiscale e su quello energetico, il trasferimento al nord delle proprietà delle banche meridionali iniziato con la legge Amato del ’90, il furto ormai decennale dei fondi FAS, gli investimenti infrastrutturali, ad esempio quelli CIPE, che vanno al nord in proporzioni bulgare sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

Tuttavia una delle “scene del crimine” che ci riguarda più da vicino, e rispetto alla quale abbiamo più voce in capitolo, è il carrello della spesa: buona parte degli acquisti effettuati nella nostra terra è prodotta al Nord, circa il 94%, secondo un’inchiesta del quotidiano Terra. Il mito padano narra la leggenda di un Nord efficiente e produttivo che compete con l’estero e di un sud palla al piede, tuttavia i dati Bankitalia del 2012 fotografano una realtà diametralmente opposta: su 4,5 milioni di imprese settentrionali attive solo il 4% aveva l’estero come mercato di riferimento, il restante 96% aveva nel Mezzogiorno l’unico mercato di sfogo dei propri prodotti. In parole povere senza di noi avrebbero dovuto chiudere bottega.

Comprare meridionale, a partire dai generi di quotidiana necessità, significa pertanto creare reddito e lavoro nella nostra terra, sostenerne l’imprenditoria e contrastare l’emigrazione interna. Significa, in altre parole, contrastare l’assurdo per cui centinaia di migliaia di meridionali vengono costretti da specifiche scelte di politica “nazionale” ad emigrare al nord per produrre pasta, conserve o altri beni che poi compriamo al sud. Un assurdo che assume i toni del pirandelliano quando si considera che molte materie prime, a partire dall’agroalimentare, vengono prodotte in misura preponderante nelle nostre regioni ma la loro trasformazione è “delocalizzata” al nord. Un assurdo che sa di beffa se si considerano i casi in cui le nostre eccellenze vengono scimmiottate, con pessimi risultati tra l’altro, in quel di padania e nel supermercato vicino casa ci ritroviamo con il famigerato limoncello della riviera prodotto a Bergamo o con la mozzarella spacciata per tradizionale formaggio veneto.

In tale contesto va inserito il tema della sede legale e del federalismo fiscale(1): in sostanza se compri al Sud prodotti di aziende con sede legale al Nord buona parte dell’IVA, circa il 55%(2), va direttamente nelle casse della regione settentrionale di riferimento, con la conseguenza che tasse prodotte al sud vanno a finanziare sanità, scuola, trasporti ed altri servizi locali come se l’acquisto fosse stato effettuato al nord, alimentando ulteriormente la spirale dell’emigrazione interna. Se a questo aggiungete che la parte di tasse che vanno allo stato centrale vengono ripartite, come nel recente caso dei fondi per le ferrovie, nella proporzione di 60 milioni al Sud (1,2%) contro i 4.799 destinati al Nord ( 98,8%), il quadro è completo.

Per avere un’idea del danno perpetrato al Mezzogiorno in termini di risorse fiscali è sufficiente spulciare alcuni dati dai rapporti SVIMEZ 2013 e 2014: se dal primo apprendiamo che “dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)”, dal secondo emerge tuttavia che mentre le entrate correnti dei comuni del Mezzogiorno diminuiscono, coerentemente con il crollo dell’economia,passando dagli 815 euro per abitante del 2001, all’inizio del federalismo fiscale ai 756 del 2013, quelli dei Comuni del Centro-Nord, nonostante la crisi, aumentano da 944 a 1.018 euro pro capite nello stesso periodo. Il tutto mentre anche i cosiddetti meccanismi di perequazione, pur previsti dalla legge sul federalismo, sono rimasti del tutto inattuati, al punto che la stessa Svimez parla in tal senso di “vera e propria frode a danno dei cittadini del Mezzogiorno”.

Per completare il quadro è necessario aggiungere che per tutta una serie di servizi essenziali, come luce, gas, assicurazioni, treni e banche non abbiamo scelta, non esiste nulla che abbia sede legale più a sud di Roma.

Comprare meridionale significa valorizzare le nostre eccellenze e porre un freno immediato all’emigrazione interna, ma anche più risorse per trasporti, istruzione, sanità e servizi locali. Significa, in altre parole, scegliere di potere e voler vivere la nostra terra.
(1) La cosiddetta “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.”

(2) Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

Di Lorenzo Piccolo

La più grave minaccia per Napoli non è il Vesuvio ma l’Italia.

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1973. Una partita di cozze avariate provenienti dalla Tunisia invade l’Europa e causa un’epidemia di colera che coinvolge molte città del Mediterraneo dove è per tradizione elevato il consumo di mitili. Casi di contagio si verificano a Napoli ma anche in città come Bari, Palermo, Barcellona, Marsiglia.
A Napoli parte una colossale operazione di profilassi con la collaborazione della cittadinanza (chi c’era lo ricorderà bene) che durerà due mesi (agosto e settembre) e che porterà l’ Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare risolta l’epidemia in città nel mese di ottobre. A Barcellona, tanto per dire, l’OMS fece la stessa dichiarazione soltanto due anni dopo. Eppure, grazie ai media italiani, quell’evento è passato alla storia cone il colera a Napoli. E il marchio di infamia permane tuttora sulla pelle dei cittadini. La conseguenza della campagna stampa fu che Napoli scomparì dalle mappe del turismo per qualche decennio a causa dell’immagine della città che era stata iniettata nell’opinione pubblica.

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2013. L’Espresso pubblica un rapporto della Nato che tecnici accreditati hanno giudicato sproporzionato. Gli americani nel documento tracciano una irreale mappa del pericolo indicando le zone dove sarebbe concentrato il rischio invitando il proprio personale ad evitarle.
Per oltre 20 anni aziende del nord, per abbattere i costi dello smaltimento legale, hanno fatto accordi con la camorra per sversare nelle terre della Campania Felix (la terra più fertile al mondo che consente 4 raccolti all’anno) milioni di tonnellate di rifiuti tossici di natura industriale con il terrore di inquinamento delle falde. Tecnici ed analisti dell’azienda idrica comunale insorgono garantendo che l’acqua napoletana è la più analizzata d’Italia e la migliore tra quelle erogate dalle città italiane.

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2016. Riprende la guerra di camorra in città. Lo stato non riesce a garantire la legalità. In realtà non ha interesse a combattere il degrado di alcuni quartieri con tassi elevatissimi di disoccupazione, evasione scolastica etc… abbandonando la popolazione nelle mani della criminalità. La camorra svolge la funzione di controllo sociale per supplire alla mancanza di politiche sociali, della scuola e del lavoro di esclusiva pertinenza della stato completamente assente. Del resto cosa potrebbe accadere se centinaia di migliaia di persone non trovassero nella camorra l’opportunità di attività illegali che garantiscano la sussistenza delle loro famiglie? Quale pressione sociale si produrrebbe in quei quartieri degradati? L’accordo tra lo stato che si limita a rappresentazioni teatrali con l’invio dell’esercito senza minimamente affrontare il problema alla radice e la criminalità cui sono stati ceduti pezzi di territorio nei quali offre risposte alla popolazione che lo stato italiano si rifiuta di prendere in considerazione è evidente a chi ha occhi per vedere e non per leggere i giornali. Diversamente infatti lo stato sarebbe costretto ad effettuare importanti investimenti contraddicendo il proprio comportamento tenuto per tutti i 155 anni della Malaunità.

Potete fare le copertine che volete e scaricare la colpa sui napoletani ma il vero pericolo, la minaccia e la causa di tutti i problemi per Napoli e per il suo popolo è l’Italia.

Attilio Fioritti