Monthly Archives: Febbraio 2016

San Gennaro nun s’ha da tucca’!

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Tra tutti gli atti d’imperio che le dominazioni estere hanno calato su Napoli e i napoletani, non se ne ricorda nessuno così arrogante e irrispettoso della cultura e dell’identità del nostro popolo.

Ci voleva il Governo Renzi e il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, per veder sputare su una delle istituzioni più caratteristiche della storia napoletana: la Deputazione di San Gennaro!

Come riportato nell’articolo di Drusiana Vetrano di Identità Insorgenti, “la Deputazione di San Gennaro, l’organo LAICO che da mezzo millennio si prende cura del Santo dei napoletani, sta per essere scalzata dalla Curia grazie ad un colpo di penna del Viminale, a firma del Ministro Angelino Alfano.
In sostanza, gli esponenti della storica nobiltà partenopea potrebbero ritrovarsi “pezzi” di Curia a gestire il Santo e le sue inestimabili reliquie.
Dopo la bellezza di cinque secoli di laicità, insomma, la Curia riuscirebbe a mettere le mani sul Santo partenopeo e sulle sue ricchezze.
Finora, infatti, la gestione da parte della Deputazione- fondata nel 1601 a seguito di un ex voto, da parte dei cittadini partenopei, legato ad un’eruzione del Vesuvio- è stata sempre slegata dalla Curia ed indipendente da essa, nonostante le pressanti e continue ingerenze”.

Ancora Identità Insorgenti spiega che “in rappresentanza del popolo napoletano, presiede la Deputazione il primo cittadino di Napoli, che ne è il garante e primo controllore in nome e per conto del popolo stesso.
Possiamo ben comprendere e condividere la rabbia dei membri della Deputazione che, attraverso il delegato per gli affari legali della stessa, Riccardo Imperiali di Francavilla, spiega che il decreto “equipara la deputazione a una Fabbriceria e rinomina arbitrariamente gli undici deputati in carica”.
Veniamo a sapere, inoltre, dei continui scontri col Cardinale Crescenzio Sepe ed il tentativo dello stesso, durato anni, di piazzare “persone sue”.
Troviamo veramente vergognoso tutto questo.
Ancora una volta, lo Stato italiano, non tenendo minimamente in considerazione la storia né l’identità di questa città di cui ignora tutto, cala dall’alto un provvedimento per danneggiarla.
Nel caso specifico, una marchetta alla Curia, di cui nessun napoletano sentiva il bisogno, di cui non comprendiamo il senso, se non quello, neanche tanto immaginato, di essere legittimati a mettere le mani su uno dei tesori più ricchi e preziosi del mondo”.

Anche MO – Unione Mediterranea, così come Identità Insorgenti e le migliaia di cittadini insorti a questa notizia, si dichiara assolutamente contraria all’ennesimo tentativo di distruggere l’identità napoletana e aderisce sin da ora a qualsiasi iniziativa posta in essere per manifestare questo dissenso.

La portavoce di MO – Unione Mediterranea, Flavia Sorrentino ha dichiarato in merito: “l’attacco alla laicità della deputazione di San Gennaro, è l’ennesimo atto di arroganza dell’esecutivo Renzi, che dimostra di non avere alcuna sensibilità, nè rispetto per la storia di Napoli e del legame che intercorre tra la sua gente ed il Santo Patrono. Il Governo si occupi di garantire i servizi minimi che spettano alla città, per la quale ha saputo solo prevedere tagli e trasferimenti di risorse, invece di preoccuparsi di questioni che attengono esclusivamente al popolo partenopeo. Ecco perchè alle prossime elezioni comunali saremo presenti, in appoggio al sindaco De Magistris, con il progetto NA-Napoli Autonoma: per restituire l’identità e l’autonomia di cui Napoli necessita per il suo riscatto”

Di Mattia Di Gennaro

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Convegno “IL MEDITERRANEO E LA SUA BIODIVERSITA’ FRA INQUINAMENTO ACUSTICO, ACIDIFICAZIONE ED ESTRAZIONI PETROLIFERE”

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Gentilissimi, vi informiamo che sabato 5 marzo ad Amantea dalle 9.00 alle 13.00 si terrà il convegno “IL MEDITERRANEO E LA SUA BIODIVERSITA’ FRA
INQUINAMENTO ACUSTICO, ACIDIFICAZIONE ED ESTRAZIONI PETROLIFERE
“.

Dopo il workshop tenuto nella sede della lega Navale di Davoli, organizzato  in collaborazione con il movimento Unione Mediterranea, continua l’ informazione fra la gente e con gli addetti ai lavori. Qui si è ampliato il fronte di intervento collaborazione anche con le scuole.

Il Workshop ha come tema il Mediterraneo  e la sua biodiversità a rischio fra inquinamento acusticoacidificazionesfruttamento di idrocarburi e gli strumenti per la sua tutela.

Il workshop avrà inizio alle ore 9.00 sarà presentato  dall’architetto Saverio Magnone, presidente lega navale Amantea. Seguiranno i saluti della professoressa Monica Sabatino, sindaco di Amantea, del professore architetto Francesco Calabria Dirigente Scolastico del Polo Scolastico di Amantea e del  C.F. (CP) Antonio Lo Giudice, Comandante Capitaneria di Porto di Vibo Valentia.

 Relazioneranno 

-Dottoressa Stefania Giglio, biologa del Centro Studi Cetacei Onlus, si occupa del censimento degli spiaggiamenti di cetacei lungo la costa calabrese: “Rete di sorveglianza diagnostica a tutela della salute e del benessere degli animali spiaggiati lungo le coste Calabresi”.

-Dottoressa Maria Cristina Gambi, ricercatrice della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Ischia (Na). Si occupa di monitoraggio dell’acidificazione del Mediterraneo: “Acidificazione marina e biodiversità: esempi dai siti di emissione di CO2 dei nostri mari”.

-Professore Gianni Pavan , direttore CIBRA (Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali ) Università di Pavia, Dipartimento Scienza della Terra e dell’Ambiente, estensore Linee Guida ACCOBAMS, strumento a carattere internazionale punto di riferimento per la mitigazione dell’inquinamento acustico: Inquinamento acustico nel Mediterraneo e mitigazione dell’impatto nella legislazione

-Professore Enzo di Salvatore, Università di Teramo, docente di Diritto Costituzionale, estensore dei quesiti referendari NO-TRIV: Profili giuridici delle estrazioni petrolifere in Italia

-Avvocato Benito Spanti, dirigente avvocatura Regione Calabria,  redattore dei ricorsi della Regione contro alcune istanze di ricerca di idrocarburi nell’alto Ionio cosentino: Attività legali della Regione contro le istanze di ricerca nel Mare Ionio

A moderare il convegno sarà la dottoressa Rosella Cerra, responsabile Ambiente Unione Mediterranea Calabria

Previsto anche l’intervento degli studenti, del tutor dell’Arpacal e dei docenti coinvolti nel progetto “Quanto è Profondo il Mare”.

Le conclusioni saranno a cura del Consigliere Regionale Arturo Bova, Presidente della Commissione contro la ‘Ndrangheta , Componente Commissione Ambiente e del Rag. Antonio Nicoletta, Delegato Regionale della Lega Navale Italiana.

locandina

Ballarò, Gomorra: “Questa è Napoli”. In TV si racconta solo il Sud che conviene all’Italia. Lettera a Massimo Giannini.

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Gent. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l’idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all’incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un’economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

“Come si vive a Gomorra?” o “Questa è la fotografia di Napoli!”, sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell’emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall’ altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell’esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell’interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull’omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l’occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de “Il Mattino” il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l’ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all’università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: “Questa è Napoli” e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono “nella terra di Gomorra”. Così si chiude il cerchio dell’informazione italiana, ma non della realtà.

C’è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C’è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti,

Flavia Sorrentino

Sarno: l’acqua dei fuochi

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L’attuale condizione in cui versa il bacino idrografico del fiume Sarno rappresenta una vera e propria questione ambientale, dalle mille sfaccettature a molteplici conseguenze. In primo luogo occorre tenere a mente che le imprese che sono sorte attorno al bacino sarnese si concentrano principalmente nel polo conciario situato presso il comune di Solofra (alto Sarno), mentre il polo conserviero, di poco meno inquinante, è concentrato nell’Agro Nocerino-Sarnese, ai quali si aggiunge una buona quantità di scarichi urbani non depurati. Non è raro che le industrie siano situate nei pressi di un corso d’acqua ma ciò che rende il Sarno il fiume più inquinato d’Europa sono gli sversamenti abusivi di tali imprese e, seppur la loro colpevolezza sia innegabile, non è semplice individuare i responsabili che concorrono a questa condizione.

Il bacino del fiume Sarno, interessando le province di Avellino, Salerno e Napoli, percorre una zona ricca di valori storici e bellezze paesaggistiche, eppure quello che offre agli occhi dei coraggiosi addetti ai lavori è uno scenario a dir poco inquietante: i livelli di cromo, rame e tetracloroetilene, di per sé allarmanti, diventano ancora più spaventosi considerando la loro prossimità alla falda della sorgente del Sarno, da cui viene fornita acqua potabile a tutta la città di Napoli. Ma non finisce qui, poiché il dissesto idrogeologico rappresenta un’aggravante ulteriore: quando il fiume esonda, a causa dell’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria, in particolare il dragaggio, le sue acque killer finiscono per impregnare le colture circostanti, così – anche quando nessuno rischia di annegare – il male finisce sulle tavole dei cittadini.

Gli effetti di tale degrado sulla salute umana non sono una semplice ipotesi e, nonostante molti enti abbiano provato a ometterne la gravità, sono numerosi i documenti ufficiali che pongono l’accento sui danni causati dall’inquinamento del fiume: diversi studi attestano in quelle zone l’alta incidenza di malformazioni (specialmente su donne e bambini), Parkinson e leucemia, mentre i tassi di mortalità per cancro hanno raggiunto picchi più alti rispetto alla media italiana, disastro annunciato già dal 1997 in un rapporto dell’OMS che segnalava un indice di mortalità per cancro superiore del 17% rispetto ad altre zone del mondo.

Ma come, gli imprenditori non sanno dei danni che provocano alla loro stessa gente? – certamente il problema è di natura sociale e culturale: la costruzione scriteriata dei centri urbani è uno dei grandi responsabili del dissesto ed è facile immaginare che, in un clima simile, un imprenditore trovi conveniente aggirare i pagamenti riversando tutto nel fiume ma in realtà la questione è molto più complessa di così.

Dietro a ciò che può sembrare banale incoscienza o inciviltà, si nascondono responsabilità ben più ampie: una delle tante follie dell’amministrazione pubblica è stata quella di imporre, già dal 1997, alle aziende il pagamento del canone di depurazione “in base al beneficio che ogni immobile trae dalle opere e dell’attività del Consorzio di bonifica, nel rispetto dei criteri stabiliti dal vigente Piano di Classifica per il riparto degli oneri”, che significa che la tassazione è effettuata sulla quantità di acqua depurata ma non su quella complessivamente utilizzata da ciascuna impresa, un vero e proprio incoraggiamento a risparmiare. Come? Creando scarichi e pozzi abusivi.

Le moderne tecniche di perforazione hanno inoltre reso accessibili a molti anche le falde più profonde, causando dei coni di depressione che richiamano dall’alto acque con tassi di inquinamento elevati, accrescendo l’interferenza tra acque di scarico e acque di approvvigionamento. Nel Sarno sono accumulate migliaia di tonnellate di materiale vegetale, di sedimenti tossici e di rifiuti urbani, mentre il consumo idrico è aumentato vorticosamente fino a superare le effettive potenzialità idriche del sottosuolo: uno scenario distopico che, con un po’ di fantasia, fa immaginare nel giro di pochi anni il letto del fiume pieno di immondizia anziché d’acqua.

Da quanto esiste questa situazione? Come si potrebbe risolvere? Come hanno reagito le istituzioni? Occorre fare un passo indietro per comprendere fino a che punto si sia protratto questo scandalo che, in un agglomerato di acqua e veleni, scorre ancora inosservato dalla maggioranza dei cittadini.

E’ il 1973 quando il Governo si propone per la prima volta di risolvere la questione del Sarno, inserendone la bonifica nel grande progetto di risanamento dell’intero Golfo di Napoli: un programma dalle nobili intenzioni, i cui sforzi però non devono essere bastati, poiché nel 1987 viene dichiarato lo stato di emergenza ambientale per poi vedere l’istituzione, nel 1995, della prima Commissione di inchiesta parlamentare. Fiumi -questa volta di denaro- tentano di rattoppare le criticità del Sarno qua e là, senza porre in realtà alcun rimedio, quando nel 2012 arriva la delibera della giunta regionale che dà il via alle procedure attuative del “Grande Progetto del fiume Sarno”: un progetto necessario ma che, ancora una volta, affronta il problema solo in modo sommario e senza risolverlo alla radice.

Il cosiddetto Grande Progetto prevede la riqualificazione idraulica e ambientale del basso corso del fiume Sarno attraverso la realizzazione della seconda foce, un’attività di monitoraggio e Protezione Civile e un sistema di vasche di laminazione e aree di espansione controllata per il trattenimento a monte dei volumi di piena.

Proprio l’installazione delle vasche ha generato non poche proteste tra i cittadini ed ha portato il Comitato No Vasche a fare un ricorso al TAR: le vasche di laminazione non sono altro che invasi con fondo permeabile, con il compito di raccogliere eventuali esondazioni del fiume. Se è vero ciò che dice la regione, cioè che “si tratta di impianti fatti di solo terreno, senza cemento, non sono invasivi per il territorio”, è anche vero che la terra battuta non sarebbe in grado di prevenire l’assorbimento delle acque tossiche in essa riversate, con il rischio di contaminare le falde sottostanti, in alcune zone poste a solo mezzo metro di profondità.

Un’altra falla del Grande Progetto si trova osservando la grave assenza di programmi per il Canale Conte di Sarno, canale artificiale risalente alla fine del XVI secolo, creato per approvvigionare d’ acqua le industrie e i pastifici nei dintorni di Torre Annunziata. Il valore storico è inestimabile, dato che alla sua costruzione sono dovuti i primi ritrovamenti legati agli scavi di Pompei, ma non è il solo motivo per riportarlo in funzione: un altro dei suoi compiti principali era quello di mitigare l’effetto delle grandi precipitazioni. Il Canale, se rifunzionalizzato, potrebbe essere un ottimo mezzo di intercettazione delle acque per evitare i frequenti allagamenti che si verificano nei comuni di Poggiomarino, Striano, Boscoreale e Scafati. Il canale è uno dei tanti doni del passato di cui gode la Campania, un altro dono che a causa dei soliti “furbi” richiederà un salvataggio da milioni di euro e che, nonostante i numerosi tentativi di riqualificazione, ancora non vede la luce.

Lo scandalo non finisce qui, perché se questa situazione sembra frutto di una completa noncuranza, in realtà i tentativi di porre rimedio a questo scempio è costato (troppi) milioni di euro ai cittadini: CasMez, AgenSud, finanziamenti comunitari e regionali sono alcune delle numerose fonti da cui sono stati attinti i fondi, somme da capogiro se messe in relazione con l’effettivo risultato. 
Solo dalla delibera della Giunta Regionale del 2012 emerge un finanziamento complessivo di 217.472.302,30 euro, soldi spesi solo tra il 2007 e il 2013, presi dal Fondo Europeo dello Sviluppo Regionale (FESR) e, ovviamente, dalla Regione Campania. Nulla, in confronto a quanto riportato dalla Commissione d’inchiesta parlamentare che riportava la spesa di 700 milioni tra il 1975 e il 2005.

A fronte di tali cifre ci si aspetterebbe un piano di risoluzione permanente, che sarebbe dovuta già essere in atto da molto tempo. Eppure nel Grande Progetto

solo le vasche di laminazione sembrano apportare qualche timida modifica allo status quo, anche se, come denunciato dal Comitato No Vasche, non sono altro che un costoso palliativo per contenere esclusivamente il problema del dissesto idrogeologico: un modo per

accantonare e rimandare la problematica della depurazione delle acque, lasciando così nuovamente irrisolto il vero dramma dei cittadini.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo scandalo, all’ennesima ingiustizia, all’ennesimo insulto ai cittadini. Dobbiamo preoccuparci di ciò che mangiamo, di ciò che beviamo o magari dell’acqua in cui ci tuffiamo d’estate. Dobbiamo preoccuparci per le tasse pagate con sacrifici e onestà ma che in qualche modo non bastano a garantirci la sicurezza. Dobbiamo preoccuparci perché non si può vivere dove si è costretti a scegliere tra la salute e un posto di lavoro. Dobbiamo preoccuparci per i nostri figli e soprattutto dobbiamo preoccuparci che loro non crescano nell’abitudine, nel perpetuo senso di impotenza che ci provocano situazioni più grandi di noi. E’ arrivato il momento di far capire ai soliti “furbi” che una mano lava l’altra, sì, ma non quando anche l’acqua è sporca.

di Beatrice Lizza

Comprare sud e tifare sud fa bene al sud

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Il 90% dei soldi spesi al Sud servono a comprare prodotti del Nord. Ogni anno per 70 miliardi di euro. Tutti i giorni, ogni meridionale spende in media dieci euro di prodotti made in Nord, di cui almeno la metà in prodotti alimentari, 3.500 euro l’anno, più di 10.000 a famiglia, con un reddito di poco superiore. Un assurdo nella terra del buon cibo, dei mille tipi di pane, il migliore al mondo, delle cento paste fatte come una volta, dei tanti ortaggi, frutta, mozzarelle e formaggi in cento specialità, oli d’oliva per il 90% prodotti al Sud ma per il 70% imbottigliati al Nord, i vini con la più alta produzione mondiale di uve, acque minerali di Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Abruzzo in quantità.

Ci sono cittadini meridionali che preferiscono comprare mozzarelle di indicibile sapore di una nota azienda lombarda, molto pubblicizzata, anziché quelle buonissime fatte a due passi da casa loro, dove si fanno da secoli. Senza pensare ai maggiori costi di trasporto da pagare e al conseguente inquinamento della penisola: che senso ha acquistare un’acqua minerale alpina in Calabria e far viaggiare un tir per 3.000 km A/R? Siamo sicuri che sia migliore solo perché costa il doppio ed è pubblicizzata?

Eppure tant’è, si comprano e si consumano prodotti provenienti dal Nord. Difficoltà a fare impresa al Sud e martellante e ingannevole pubblicità delle più ricche e potenti aziende settentrionali, l’azione congiunta dei due fattori agiscono a tenaglia per convincere la popolazione meridionale a comprare Nord. E’ una morsa da cui dobbiamo liberarci se vogliamo la rinascita del Mezzogiorno.
Nicola Zitara diceva che il riscatto del Sud comincerà quando si farà, metaforicamente, rotolare nella scarpata un camion di galbanini.
Comprare Sud vuol dire creare per noi milioni di posti di lavoro, attivando produzione industriale e relativo terziario. Il nostro destino è nelle nostre mani. Gandhi educò gli indiani a non comprare i prodotti degli inglesi, vanificando la loro occupazione coloniale.

E’ utile tifare Sud anche nel calcio. Non è forse diventato questo solo un consumo milionario? Non si è forse trasformato in una forma di plusvalore economico, anche questo in gran parte goduto al Nord? Che cosa ha più a che fare con lo sport puro? Che senso ha tifare per Juve, Milan, Inter, se non consumare, anche in questo caso, un loro prodotto economico, solo finanziariamente più forte di quello nostro? Tifare Sud significa rafforzare l’autostima di un popolo colonizzato anche culturalmente.

Non abbiamo industrie, lavoro, banche, assicurazioni, siamo ridotti a un esercito di consumatori, pecore utili a brucare, a caro prezzo, l’erba del vicino. Possiamo riprenderci quanto ci spetta, con un solo gesto: fare attenzione alla provenienza dei prodotti che compriamo, e che tifiamo.

Sud, dalla società senza padri a quella senza figli

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Vi sono vari modi per distruggere una civiltà, quello classico è la guerra, distruzione totale, deportazione degli abitanti e loro schiavizzazione come utile manodopera. Così si è fatta, e si fa, l’Europa, ma anche l’America e altri paesi. Dove non arriva la forza della guerra, c’è quella dell’economia.
Il nostro Sud, le ha subite entrambe, dal 1860 in poi. Invasione e feroce occupazione militare, spoliazione delle risorse pubbliche delle classi più povere, quali boschi e terre demaniali, concessione di privilegi finanziari e di impunità giudiziaria alle classi agiate, favorevoli alla colonizzazione straniera, in cambio della loro rinuncia allo sviluppo di un’economia propria. Repressione feroce di ogni ribellione sociale, senza mai nulla concedere “per non viziare i ribelli”, protezione di organizzazioni mafiose, utili a garantire il controllo del territorio e a rastrellare denaro da investire al Nord. I contadini dei fasci siciliani di fine Ottocento furono repressi dal piombo dello Stato e da quello della mafia, insieme. Così si ammazzava chi chiedeva terra e lavoro.

Le conseguenze furono catastrofiche per il Mezzogiorno, sette o otto milioni di emigrati, all’estero e al Nord Italia, comunque terra straniera a noi “terroni”. A partire furono soprattutto i padri, a volte tornavano dall’America, a volte chiamavano la famiglia, altre volte no: se ne facevano una nuova e non tornavano più. Una società senza padri, è una società senza regole. Laddove le madri svolgono con i figli un ruolo affettivo, comprensione e perdono, i padri ne svolgono uno normativo, lavoro e filare dritto, e ceffoni se necessari. Il disastro antropologico di una società privata del ruolo guida dei padri, è sotto i nostri occhi.

Gli anni ’80 del Novecento vedevano un Sud in crescita economica, grazie a una politica in parte favorevole. La borghesia industriale del Nord, spaventata dalla concorrenza, finanziò la nascita della Lega di Bossi, si fece politica essa stessa con Berlusconi, e ora finanzia il PD di Renzi, sempre per garantire la crescita del Nord e impedire lo sviluppo del Sud. Il Mezzogiorno deve restare colonia interna, deve essere un serbatoio di forza lavoro a basso costo per il Nord e deve consumare le sue merci. Gli uomini che non partivano più, ora vedono emigrare i propri figli, disoccupati per il 65%. Centomila giovani, laureati e no, partono ogni anno, quelli che restano non fanno più figli, come mantenerli? Il 90% dei consumi del Sud è fatto di prodotti del Nord, per 70 e più miliardi di euro ogni anno. Anche i rifiuti della nostra digestione arricchiscono l’industria padana. L’invecchiamento della popolazione meridionale galoppa, la decrescita infelice anche, per la prima volta dopo la grande guerra, gli abitanti del Sud diminuiscono. Di questo passo, l’estinzione del popolo meridionale è prossima.

Per capire meglio i meccanismi di impoverimento e distruzione sociale di un popolo, vediamo quanto avviene nei Paesi più deboli d’Europa, quelli dell’Est, distrutti dall’incontro con le economie forti dell’Ovest. Prendiamo la Bulgaria, il più povero dell’Unione europea. Le sue risorse minerarie in mano agli stranieri, la sua produzione industriale, pur attiva ai tempi del socialismo, distrutta, al governo un ceto politico paramafioso favorito dai paesi occidentali, Germania in testa, per garantire la spoliazione della nazione. Un trenta per cento della sua popolazione emigrata, uomini, pur ingegnosi tecnicamente, in Germania, donne badanti ovunque. La moneta locale, il Leva, valutato meno di niente, con conseguenti stipendi da fame per chi resta, dal valore di 200 euro al mese, per comprare merci in gran parte europee, a prezzi pieni, spesso più cari che da noi. Fabbriche tedesche che sul posto pagano i dipendenti dieci volte in meno, pur svolgendo essi lo stesso lavoro di quelli in Germania. Azzeramento dell’assistenza sanitaria e di quella sociale, pensioni da meno di 100 euro, anziani che muoiono letteralmente di fame se non hanno figli che vanno all’estero.

La miseria dei popoli più deboli garantisce l’altrui ricchezza. E’ un film già visto da noi al Sud, un tempo si chiamava colonialismo, oggi è il capitalismo globalizzato, bellezza.

Comitato NO Lombroso

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di Luca Frezza

Resoconto della partecipazione del Circolo Giacinto de’ Sivo alla presentazione del libro “Cento città contro il Museo Cesare Lombroso” tenutasi a Lecco il 18/02/2016.

Il Circolo “Giacinto de’ Sivo” aderente a MO! Unione Mediterranea ha partecipato ad un evento importante organizzato dal Comitato No Lombroso.

Nella giornata del 18/02 ha avuto luogo a Lecco, presso la sala convegni della Libreria IBS, a partire dalle ore 18.00, la Presentazione del libro “Cento città contro il Museo Cesare Lombroso – La barbarie della falsa scienza inventa le due Italie” che vede come coautori Domenico Iannantuoni, Rossana Lodesani e Francesco Antonio Schiraldi, edito da Magenes. L’evento è stato presentato dal Sindaco di Lecco, Dott. Virginio Brivio, mentre la conduzione dello stesso è stata curata dal Dott. Lorenzo Del Boca, già Presidente dell’Ordine dei Giornalisti.

Il Dott. Domenico Iannantuoni è tra i fondatori, nel 2010, del Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso (www.nolombroso.org) “avente lo scopo di giungere alla rimozione conclamata delle false teorie criminologiche di Cesare Lombroso e la promozione di un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli, direttamente o indirettamente, di delitti connessi con crimini di guerra o di razzismo”.

Durante il convegno, protrattosi per circa un’ora e mezza, Iannantuoni ha esposto in sintesi i contenuti del testo in questione il cui ricavato della vendita contribuirà a sostenere il Comitato No Lombroso. Il testo rappresenta un memoriale del percorso svolto finora dal Comitato. Iannantuoni ha messo in risalto come, da piccolo gruppo quale era inizialmente, il Comitato è cresciuto in seguito grazie anche all’appoggio di molte città italiane che ne sono diventate testimonial. In questo senso la Presentazione a Lecco ha un valore simbolico in quanto proprio Lecco è stata la prima città a dichiarare il proprio sostegno al Comitato aderendo al Progetto “Cento città”. Allo stesso modo simbolica, considerata la strana coincidenza, appare, secondo Iannantuoni, l’adesione di Assisi quale centesima città. Il numero di adesioni a tale progetto è andato ben oltre gli esiti sperati raggiungendo addirittura la cifra complessiva di centocinquanta città.

Iannantuoni ha ricordato che il Comune di Motta Santa Lucia (CZ) e il Comitato No Lombroso avrebbero vinto la battaglia legale contro il Museo Lombroso dell’Università di Torino. I resti di Giuseppe Villella, seconda l’ordinanza del Tribunale di Lamezia Terme del 03/10/2012 dovrebbero essere restituiti al suo paese natale. In realtà l’esito definitivo di questa battaglia si avrà quest’anno avendo l’Università di Torino presentato istanza di appello in seguito alla suddetta sentenza. I punti salienti sui quali, come spiega Iannantuoni, si fonda la battaglia legale del Comitato, che mira alla restituzione di tutti i resti umani conservati nel Museo, sono due. Il primo aspetto fondamentale è costituito dal fatto che tali resti non sono “materiale di proprietà” da esposizione, non sono stati “acquistati”. Si tratta bensì di resti trafugati da vari luoghi e con varie modalità tutte illecite. Secondo aspetto saliente è che tali resti sono identificabili in quanto accompagnati da nomi e cognomi. L’obiettivo è restituire questi resti ai loro discendenti o ai luoghi d’origine e dare loro finalmente una degna sepoltura cristiana.

Iannantuoni evidenzia come la stampa, che inizialmente è stata piuttosto indifferente nei confronti dell’attività del Comitato, abbia in seguito mostrato maggiore interesse attraverso la pubblicazione di diversi articoli su varie, importanti testate giornalistiche. Inoltre, oggi il Comitato può vantare anche l’appoggio della Chiesa e della Prefettura. Iannantuoni espone anche quello che il Comitato si prefigge di attuare in futuro ovvero la creazione di una delegazione parlamentare.

Il Dott. Lorenzo Del Boca è intervenuto a sottolineare il fatto che i resti umani conservati al Museo appartengono a persone che non hanno espresso una volontà in tal senso ed anzi, per le ragioni su menzionate, a loro è stato persino negato un rito funebre. In merito a Cesare Lombroso, Del Boca mette in rilievo come le sue teorie pseudo-scientifiche abbiano costituito il punto di partenza delle azioni politiche successive volte a soggiogare il popolo meridionale. In tal senso Iannantuoni evidenzia come la chiusura del Museo Lombroso potrebbe rappresentare un punto di partenza sul cammino di una unificazione tra Nord e Sud che finora non ha ancora effettivamente avuto luogo.

Salvatore Castelluccio, “Per vincere la guerra contro la Camorra, educhiamo i giovani”

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Salvatore Castelluccio, parrucchiere di Napoli, vive e lavora sotto scorta. L’imprenditore è stato minacciato dalla Camorra alla quale ha deciso di ribellarsi, denunciando chi gli imponeva il “pizzo”. La sua storia esemplare ci racconta di una Napoli che vuole spezzare le catene del crimine organizzato per vivere e produrre in maniera serena. Lo abbiamo intervistato, cercando di carpire il suo coraggio, la sua onestà e la sua voglia di ribellarsi alle ingiustizie che deve essere di esempio alle migliaia di commercianti e imprenditori ancora taglieggiati dal Sistema.

 

Premettendo che la domanda che tutti ti fanno continuamente è : “lo rifaresti?” e tu in tono deciso rispondi sempre ” si!” , non ti chiederò dunque se sei pentito della tua scelta, ma…

Ci sarebbe qualcosa che lo Stato potrebbe fare per farti sentire più tranquillo?

“Lo Stato fa già abbastanza poichè mi fa sentire tranquillo, siamo noi del popolo che dobbiamo cambiare perché lo Stato siamo noi!”

 

Come si potrebbero convincere gli altri commercianti a denunciare?

“Sui commercianti c’è poco da dire. Dichiarano di non pagare, mi sembra molto strano ma non c’è molto da aggiungere”

 

Negli ultimi tempi i giovani ti stanno mostrando molta solidarietà, come si potrebbe far si che le nuove generazioni si allontanino dalla criminalità?

“Per educare i giovani bisognerebbe inserire queste tematiche nelle scuole, affrontarle, prepararli ad avere un educazione civica. Educarli contro la criminalità, ho visto coi miei occhi che i giovani sono sensibili al tema. Parecchi ragazzi non hanno fiducia nello Stato e non sanno neanche cosa sia davvero la camorra. (Salvatore fa riferimento alla testimonianza dell’incontro che ha avuto con una scolaresca a Roma)”

 

Credi che il racket sia un fenomeno solo del Sud? ( se è si perchè?)

Il racket è un fenomeno che esiste in tutta Italia, per combatterlo dobbiamo reagire e non abbassare la testa e darla vinta a queste persone

 

Da napoletano, che effetto ti ha fatto vedere che altri napoletani ti minacciavano?

Per me queste persone sono la vergogna di Napoli! Ma napoletano o fiorentino non cambia niente, c’è solo tanta rabbia e vergogna”.

 

Il titolare di “Pianeta Donna”, negli ultimi mesi, ha ricevuto solidarietà dal popolo campano; anche l’assessore alle politiche giovanili, Alessandra Clemente, figlia di Silvia Ruotolo, vittima innocente della camorra, è andata settimana scorsa a fargli visita così come il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, il quale si era recato a novembre al negozio di Salvatore, sito in largo Ecce Homo, per dichiarargli la sua solidarietà.

 

Il suo non è stato un atto dei soliti professionisti dell’antimafia. Del suo coraggio bisogna nutrire tutti i commercianti ogni giorno in trincea contro il crimine organizzato.

Salvatore non va lasciato solo. Noi non lo lasceremo da solo!

Di Daniela Console

MO: i prossimi appuntamenti

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Sabato 20 Febbraio 2016, si terranno presso la Casa della Paesologia, a Trevico (AV), i parlamenti comunitari organizzati da Franco Arminio per la seconda festa (sessione invernale).

Interverranno in rappresentanza di Unione Mediterranea, Marco Esposito e Salvatore Legnante. Durante la giornata si ricorderà Ettore Scola nella casa in cui è nato.

 

Domenica 21 Febbraio 2016, ore 09:00

presso il Centro Sociale di Rionero in Vulture (PZ) si terrà l’incontro-dibattito sul tema “Meridionalismo e Petrolio”, promosso da Giuseppe Di Bello. Sono previsti interventi della prof.ssa Albina Colella, di Pino Aprile e di Marco Esposito.

Referendum NO TRIV. MO-Um si unisce all’ appello al Presidente Mattarella.

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Anche il Movimento Unione Mediterranea si associa all’appello rivolto ora al Capo dello Stato Mattarella di modificare la data del 17 aprile prossimo fissata dal Consiglio dei Ministri per il referendum NO-TRIV.

Vi sarebbe infatti uno spreco ingiustificato di 360 milioni di euro. È questa la cifra che il nostro governo è pronto a bruciare per una chiara paura del referendum. La richiesta di unificare il referendum alle elezioni amministrative che si svolgeranno nel giugno 2016 avanzata da comitati, associazioni, partiti, sindacati, regioni e società civile per l’Election Day è stata scartata senza dare una spiegazione.

Ricordiamo che nel corso del 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne sia per le elezioni amministrative più eventuale ballottaggio, sia per il referendum confermativo della riforma costituzionale, sia per il referendum No triv. Ma potrebbe anche succedere che con l’accoglimento da parte della Corte Costituzionale dei ricorsi promossi dalle Regioni sul conflitto di attribuzione relativo ad altri due quesiti No-Triv vi sarebbe poi un ulteriore referendum. Ricordiamo ancora che in passato è stato proprio il PD a gridare allo scandalo per lo spreco di denaro pubblico per il mancato accorpamento di elezioni e referendum, affermando che “È chiaro che hanno paura che il referendum raggiunga il quorum, e questo creerebbe seri rischi politici per la Lega. Noi facciamo appello al governo. Servono responsabilità e oculatezza”. In quella occasione la “scelta immorale e vergognosa” la fece Berlusconi, era il 2009 ed il tema era il porcellum. Nel 2011 poi in occasione del referendum sull’acqua l’appello del PD per l’Election Day era così strutturato: “Non accorpare la data delle elezioni amministrative 2011 con quella dei referendum sarebbe una scelta molto grave”.  

Cosa è cambiato da allora? Ribadiamo che la richiesta rivolta a Sergio Mattarella da associazioni ambientaliste, sociali e studentesche, organizzazioni sindacali, comitati e testate giornalistiche non può essere ignorata poiché oltre prevedere un risparmio di energie, risorse economiche e di tempo porterebbe  a “favorire e salvaguardare la democrazia e la partecipazione” permettendo una campagna informativa necessaria su un tema importante e difficile quale quello No-Triv.

Napoli 14 febbraio 2016

Unione Mediterranea

Lucio Iavarone Responsabile Ambiente UM

Rosella Cerra Responsabile Ambiente UM-Calabria

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