Scienza autonoma.

di Andrea Melluso

Ogni società dovrebbe essere cosciente del fatto che per la propria crescita e progresso siano necessari forti investimenti in ricerca scientifica e tecnologica. Da tempo seguo con particolare attenzione le politiche per la ricerca e lo sviluppo per il Sud, riscontrando anche in questo campo le stesse problematiche rilevabili in merito alle diseguaglianze Nord-Sud.
Prima di affrontare la causa che mi ha condotto a scrivere questo articolo vorrei ricordare rapidamente alcuni fatti più o meno recenti:
Due importanti osservatori – quello Vesuviano e quello astronomico di Capodimonte – fondati nella prima metà dell’Ottocento, sono oggi sezioni dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center), fondato nel 1988 a Napoli dal professore Luigi Gerardo Napolitano, dopo aver raggiunto importanti successi confluisce nel 2009 in Telespazio (gruppo Finmeccanica), conservando la sede a Napoli; a fine 2014, però, i vertici comunicano la volontà di chiudere per contenere i costi e trasferire i lavoratori a Roma.
Durante il governo Monti ad essere a rischio fu uno dei pochi enti di ricerca rimasti autonomi, la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’, fondata nel 1872 dallo zoologo darwinista tedesco (di cui porta il nome) che scelse Napoli per la sua vivacità scientifica e la sua posizione privilegiata nel Mediterraneo. Tra gli altri, grandi nomi di premi Nobel sono passati per questa istituzione ma nella bozza della spending review del 2012 se ne prevedeva la soppressione come ente autonomo, insieme ad altri. Forse per un po’ di saggezza o forse per le mobilitazioni che seguirono, questi enti furono ‘graziati’ da Napolitano.
Vorrei ancora affrontare tristi storie come quella della quantomeno singolare fusione tra Alenia ed Aermacchi o quella già affrontata da MO-Unione Mediterranea sulle Università ma passerò subito al tema principale da affrontare: l’Osservatorio Vesuviano e le parole del suo Direttore, il prof. De Natale.

L’ Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico al mondo e fu fondato nel 1841 da Ferdinando II delle Due Sicilie. Il Decreto Legislativo n.381 del 29 settembre 1999 ( http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2076Istitu_cf3.htm ) stabilì che l’ Osservatorio Vesuviano perdesse la personalità giuridica e diventasse una sezione dell’INGV, così com’è dal 2001. Di recente questo centro dalla gloriosa storia ha subìto anche un breve commissariamento, interrotto da un’ordinanza del TAR che ha chiarito che il prof. De Natale possa restare Direttore, anche se pare che l’Istituto non abbia ancora ottemperato a ciò.
Tralasciando la vicenda del commissariamento in attesa che venga fatta chiarezza, può essere interessante riportare parte del post scritto dal Direttore, evidenziandone alcuni punti:

“[…]Quanto è accaduto in questo mese, certamente paradossale, è potuto accadere perché l’Osservatorio Vesuviano è oggi una sezione dell’INGV, ed ha quindi un’ autonomia molto limitata. Fino al 2000, l’Osservatorio Vesuviano, uno dei più bei ‘primati’, questa volta ‘Mondiale’, del Regno Duosiciliano, fondato nel 1841, era un Ente autonomo, del comparto Università, ed un episodio come questo non sarebbe potuto accadere. Nel 1999 io e pochi altri Colleghi ci battemmo contro l’accorpamento nell’INGV alle condizioni disastrose imposte dalla nuova legge: si trattava di entrare, noi comparto Università, in un Ente che faceva parte del comparto Ricerca, con ruoli e livelli di inquadramento molto diversi. Ci vollero nove anni perché si provvedesse all’equiparazione dei livelli dei tecnici e degli amministrativi a quelli del nuovo comparto, mentre il personale di Ricerca venne ‘congelato’ in ruoli ad esaurimento, senza più prospettive di carriera interna. Ma, soprattutto, perdemmo l’autonomia; a stento riuscimmo, dopo aspre battaglie condotte da pochi di noi, a conservare il nome, glorioso e ricco di Storia: Osservatorio Vesuviano. Poi ci fu un progressivo declino: da 135 effettivi tutti a tempo indeterminato, l’Osservatorio passò ai 108 effettivi di oggi, di cui però 11 sono a tempo determinato. Questo accadeva mentre l’INGV vedeva più che raddoppiare il suo organico, e tutte le altre sezioni aumentavano quindi considerevolmente in effettivi. Intanto, il nostro compito Istituzionale di monitoraggio e sorveglianza delle aree vulcaniche Campane si faceva progressivamente più oneroso e più rilevante, man mano che si delineava meglio la portata sociale, economica e politica del rischio vulcanico in Campania.

Ora, quest’assurda vicenda pone in evidenza, una volta di più, il vero nodo da sciogliere, che vede l’Osservatorio Vesuviano al centro di un problema immenso, di dimensioni nazionali, europee e direi mondiali: la gestione del rischio vulcanico dell’area Napoletana. Per chi come me ha ben chiaro il problema, ed ha cercato con ogni mezzo a disposizione, in meno di tre anni, di colmare vertiginose lacune per rendere l’Osservatorio Vesuviano quanto più adatto possibile a svolgere efficacemente il suo compito centrale per la salvaguardia del territorio e della popolazione, risulta evidente che le condizioni al contorno devono cambiare radicalmente. Delle due l’una: o l’Osservatorio Vesuviano riacquista la sua piena autonomia, ed il suo legame imprescindibile con il territorio sotto il suo controllo, oppure l’INGV sposta decisamente il suo baricentro verso il problema vulcanico, ed in particolare verso la mitigazione dell’enorme rischio vulcanico dell’area napoletana. Se la Politica locale e regionale capirà l’importanza della posta in gioco, se riuscirà a far comprendere alla Politica nazionale l’enorme potenziale, in positivo o in negativo a seconda dell’efficacia con cui si opererà, della gestione del rischio vulcanico nelle nostre aree, allora si potranno aprire enormi prospettive di sviluppo per il nostro territorio e per l’intero Paese. Questa vicenda, una volta di più ma oggi con urgenza impellente, dimostra che è necessario un cambiamento drastico nella visione Politica e strategica dei compiti e dell’assetto dell’Osservatorio Vesuviano, e quindi dell’intero INGV. L’ Osservatorio Vesuviano è patrimonio inalienabile del territorio e della popolazione Napoletani, e non può svolgere il suo altissimo compito senza una reale autonomia, soggetto com’è ora ad una governance lontana ed aliena dalle sue problematiche e dal suo territorio.”

Questo insieme di cose fa supporre con una certa preoccupazione che una componente fondamentale del nostro futuro sia tenuta sempre più in minore considerazione e distrutta mentre il capitale umano e le sue competenze stiano andando sempre più a far crescere territori verso i quali c’è più attenzione politica (vedasi Human Technopole che nelle intenzioni del governo dovrà sorgere nell’ex area expo).

Concludo l’articolo con alcune domande poste al Direttore prof. De Natale:

1) L’Osservatorio Vesuviano avrebbe attualmente le capacità per una gestione autonoma? Non ci sarebbe il rischio di disperdere i fondi a causa di una maggiore frammentazione degli Istituti?

L’Osservatorio Vesuviano era autonomo fino al 2001. Anche oggi potrebbe gestire un’autonomia molto maggiore, anzi sarebbe molto più efficiente. La questione della frammentazione dei fondi è un falso problema; ciò che conta è valutare i costi di un Ente rispetto alla sua efficienza. L’Osservatorio Vesuviano non è solo un Istituto di Ricerca vulcanologica avanzata, ma ha compiti cruciali di monitoraggio in stretto rapporto con le strutture di Protezione Civile. Per questi compiti, che comprendono la gestione di emergenze, è assolutamente necessario un altissimo grado di autonomia ed uno stretto legame con il territorio.

2) Ci sarebbe la necessità di aumentare l’organico?

E’ assolutamente necessario un aumento dell’organico, ed anche una stabilizzazione dei (pochi) lavoratori precari. Questo indipendentemente da una maggiore o minore autonomia. I compiti di monitoraggio e sorveglianza vulcanici sono infatti oggi molto più onerosi e pressanti di ieri, anche perché è enormemente aumentata la sensibilità sociale al problema del rischio vulcanico. Specialmente da quando sono state varate le aree rossa e gialla dei Campi Flegrei ed è stato aggiornato il Piano di Emergenza Vesuvio.

3) La popolazione campana sembra piuttosto ‘ignorante’ circa il rischio vulcanico e geologico, la prevenzione ed in generale sui comportamenti da tenere in caso di calamità. Questo si accorda con la tesi che l’Istituto non sia a stretto contatto con la popolazione o questo problema riguarda per lo più altri enti?

Il nostro Istituto si prodiga come può per divulgare una corretta cultura del rischio vulcanico. Uno stretto legame con il territorio e con le sue istituzioni è importantissimo per questo scopo. Ovviamente, il problema della divulgazione di una corretta percezione del rischio vulcanico coinvolge molte altre Istituzioni sul territorio. Il problema più grande è che l’informazione è generalmente monopolizzata dai grandi canali mediatici. Questi sono in genere poco interessati a notizie di tipo ‘formativo’, ‘culturale’, che non abbiano un immediato impatto emotivo. Questo è il motivo della prevalenza sui canali mediatici di notizie allarmistiche sui vulcani (di grande impatto emotivo) piuttosto che di informazioni ‘utili’ e ‘formative’ (di scarso impatto immediato sul lettore). Ovviamente, una forte sinergia tra le Istituzioni scientifiche e di governo del territorio rafforzerebbe moltissimo la capacità di diffusione di una corretta cultura del rischio. E consentirebbe, finalmente, il passaggio da una gestione dell’emergenza basata unicamente sulla ‘evacuazione’ ad una basata sulla ‘pianificazione’ e ‘messa in sicurezza’ del territorio.

Ringrazio il prof. De Natale per la disponibilità e per il fondamentale contributo di competenza fornito sulla tematica.

Comunicato MO-UM: quante liste si presenteranno a Napoli? 30, 40, 50? MO vieni a conoscere la prima

MERCOLEDI 6 APRILE ORE 17:00
AGORA VIA SANTA BRIGIDA 65

Tra due mesi – ma la data non è ufficiale, il Governo fa con comodo – si voterà per il Sindaco e per il Consiglio comunale di Napoli. La lista MO! – già presente alle regionali 2015 con il risultato dll’1,4% a Napoli – presenta con un mese di anticipo i suoi 40 candidati, in modo da iniziare la raccolta firme e procedere alle verifiche etiche a garanzia di tutta la città. Per comunicare programma, nomi, curiosità e regole della lista MO si terrà un incontro all’Agorà aperto alla stampa. Dopo l’incontro seguirà il seminario gratuito “Cosa fa un Comune. Tutto quello che la legge prevede e quello che la legge non vieta”.

Ufficio stampa MO-UM

MO all’AGORA’ – seminari gratuiti

Al via il prossimo 6 aprile, presso Agorà, il ciclo di eventi organizzati da MO – Unione Mediterranea all’insegna del meridionalismo. Ma non solo, si parlerà di politica, di educazione civica e di difesa della propria identità, con ospiti di eccezione e voci autorevoli.

Di seguito il dettaglio degli appuntamenti.

CHE COSA FA UN COMUNE?

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Mercoledì 6 aprile ore 17

Durata: 2 ore

Con: Marco Esposito, Danilo Risi, Giovanni Piombino

Abstract: Tutto quello che la legge prevede e tutto quel che la legge non vieta.

Descrizione evento: Napoli in Comune. Tutto quello che il Comune fa per legge e tutto quello che può fare perché la legge non lo vieta. Cosa amministra davvero un Comune? Che ruolo ha il Consiglio comunale? E una Municipalità? Quali sono le funzioni fondamentali e le fonti di finanziamento. E quali sono le funzioni che un Comune può esercitare a tutela della propria comunità: dalla difesa dei consumatori alla valorizzazione dei prodotti e del commercio locale fino alla difesa dell’identità e dignità.

PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA: A LEZIONE CONTRO LE MAFIE

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Sabato 9 aprile ore 10.30

Durata: 2 ore e 30 minuti

Con: Giancarlo Costabile

Abstract: dall’Università della Calabria, a lezione dal professor Giancarlo Costabile, docente dell’unico corso in Italia di Pedagogia della Resistenza. Con interventi dell’attore-regista Sergio Sivori. Per la pedagogia della resistenza vale l’idea che resistenti non si nasce ma si diventa, che si può imparare e insegnare a resistere. Per questo si propone lo studio e lo sviluppo di una pedagogia che abbia come suo scopo essenziale la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio, a partire da una rilettura pedagogica delle esperienze di resistenza proprie di coloro che si sono opposti onestamente alle mafie, ai totalitarismi ed allo sterminio.
Perché “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” (Corrado Alvaro)

BreBeMi: l’autostrada che ha cambiato la vita (a pochi)

“Oggi è un giorno che resterà nella storia perché celebriamo finalmente l’apertura di BreBeMi”. Così il Presidente di BreBeMi S.p.A., Francesco Bettoni, commentava l’inaugurazione della nuova autostrada A35 Brescia-Bergamo-Milano il 23 luglio 2014 alla presenza delle alte cariche dello Stato, dal Premier Matteo Renzi al Presidente di Regione Lombardia Roberto Maroni. Ovviamente, l’evento arrivava con un ritardo di due anni rispetto alle previsioni iniziali, che la vedevano aperta già nel 2012.

Presentata fin dalle origini come un’opera altamente innovativa – che secondo le rosee aspettative del Presidente Bettoni avrebbe ridotto del 60% il traffico pesante sulla viabilità locale e migliorato così la qualità della vita dei cittadini – la BreBeMi nasceva come prima autostrada in Italia interamente finanziata attraverso il cosiddetto Project Financing. Dietro quest’espressione si nasconde un’operazione finanziaria che consiste nella realizzazione di un’opera di pubblica utilità senza oneri a carico dello Stato; in cambio, il capitale viene stanziato esclusivamente dalla società concessionaria, la quale lo reperisce attraverso il ricorso al debito che la stessa si impegnerà a ripagare con i proventi di gestione dell’opera stessa. Se tali proventi sono sufficienti, naturalmente.

Ma già il bilancio pubblicato a fine 2014 mostrava i segni di un’iniziativa che faticava a decollare: una perdita di 35,4 milioni di euro – a fronte degli 8,1 stimati dalla società – per una nuova autostrada che faceva davvero parlare di sé per l’eccessiva scorrevolezza, talmente scorrevole da risultare deserta per lunghi tratti della giornata. E non c’è da stupirsi: se per recarsi da Milano a Brescia con l’autostrada A4, già esistente e perfettamente funzionante, si pagano 6,50 euro di pedaggio, lo stesso percorso sulla BreBeMi costa la bellezza di 12,50 euro. Il doppio della cifra per risparmiare pochi chilometri e qualche minuto: ne vale la pena? Evidentemente no, a giudicare dalla scarsa affluenza!

E nemmeno sono state mantenute le promesse sui costi dell’opera: gli stimati 1,6 miliardi di euro, poi lievitati fino a 2,4 miliardi, in barba al Project Financing sono ricaduti proprio su quella collettività che si diceva di tutelare. Sì, perché sono intervenute prima la Banca Europea degli Investimenti e la Cassa Depositi e Prestiti – che gestiscono soldi pubblici e hanno fornito complessivamente a Brebemi S.p.A. un miliardo e mezzo di euro –poi lo Stato, con 300 milioni di euro, e la Regione Lombardia, con ulteriori 60 milioni. Un mare di soldi pubblici talmente esagerato che sul punto è stata aperta un’interrogazione parlamentare in materia di aiuti di Stato, Gattuso notoriamente e severamente vietati dalla normativa dell’Unione Europea.

E così, mentre l’utilissima BreBeMi diventa protagonista della versione italiana del noto programma televisivo “Top Gear” – e viene celebrata a tal punto da far dichiarare al vicedirettore di Sky Sport, Guido Meda, che la nuova A35 gli avrebbe addirittura “cambiato la vita” – mentre in Lombardia si spendono miliardi di euro (pubblici) per costruire autostrade che duplicano percorsi già esistenti al solo fine di giovare a pochissimi, il resto dei cittadini si può comunque consolare chè c’è speranza (quasi) per tutti. Dopotutto, ci sono gli investimenti dello Stato in Infrastrutture anche in altre parti d’Italia – quella sopra il Po, ovviamente – e dove non arriva lo Stato, ci sono sempre le offerte del Frecciarossa delle Ferrovie dello Stato (del Nord) che oggi per soli 19 euro ti porta da Roma a Milano (500 km) in meno di tre ore.

E per chi abita nella parte bassa dello Stivale? Beh, a questi cittadini non resta che attaccarsi alla speranza del passaggio del solito autobus, che per tre corse al giorno, comprensive di comodo cambio, ti porta da Benevento a Napoli (circa 90 km) in appena due ore.

Di Roberta Zaccuri

Comunicato UM Lucania: L’inchiesta della Procura Ambientale Antimafia sulle estrazioni petrolifere smonta il teorema del consociativismo tra affari e politica

Gli arresti e i provvedimenti cautelari adottati dal Nucleo dei Carabinieri per la Tutela dell’Ambiente nei confronti di dirigenti dell’Eni, di Tecnoparco, della Regione Basilicata e di pubblici amministratori, danno pienamente ragione alle iniziative di Unione Mediterranea, che a più riprese ha denunciato il circolo vizioso a cui sono stati assoggettati i territori e le popolazioni del Sud.

“A noi non ci coglie di sorpresa l’esito di questa coraggiosa inchiesta della Procura di Potenza che mette a nudo i comportamenti truffaldini sui rifiuti pericolosi – dichiara il coordinatore regionale lucano del movimento, Nicola Manfredelli – poiché abbiamo fatto proprio del superamento della condizione di grave ed insopportabile danneggiamento dei cittadini meridionali, la ragione primaria della nascita di Unione Mediterranea”.

Già nei mesi scorsi, il Movimento, che si batte per l’autonomia e l’indipendenza del Sud, ha sollevato la questione delle disparità di trattamento in termini di ambiente e tutela della salute, consegnando un dossier all’Unione Europea, in cui è fatto riferimento anche alle conseguenze delle attività estrattive petrolifere in Basilicata, sottoscritto da oltre 13.000 firmatari per chiedere l’istituzione di una Commissione Speciale sul rispetto dei principi della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea nelle regioni meridionali.

Anche nelle iniziative a favore del SI per l’imminente Referendum, Unione Mediterranea ha sempre specificato che il blocco delle concessioni in mare deve essere vista non come la risoluzione del problema ma come una tappa di un processo di revisione complessiva delle autorizzazioni, soprattutto quelle in terra ferma, in aree antropizzate, che pongono a grave rischio la salute delle popolazioni locali.

Lo slogan, NÈ IN MARE E NÈ IN TERRA | NÈ A DANNO DEI PESCI E NÉ A DANNO DELLA GENTE | trova pieno riscontro negli avvenimenti di queste ultime ore in Basilicata.

E’ molto grave ed irresponsabile la tattica del “tuttapostismo” adottata dalle società petrolifere e dalla politica accomodante e subalterna agli interessi delle multinazionali; si tratta di un teorema che è stato autorevolmente confutato dalle inequivocabili dichiarazioni del Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Alfredo Roberti: “Spiace rilevare che, per risparmiare decine di milioni di euro, ci si riduca ad avvelenare il territorio, attraverso i vecchi meccanismi truffaldini del cambio del codice rifiuti CER, che viene modificato con la compiacenza di chi dovrebbe controllare e non controlla“.

Si parla di una cifra risparmiata ogni anno dall’Eni, di circa 70milioni di € sullo smaltimento dei rifiuti petroliferi, che suona come una doppia beffa per il popolo lucano; in sostanza, oltre all’attentato alla salute dei cittadini, l’Eni si è ripresa con gli interessi al 100×100 quanto avrebbe dovuto erogare con il bonus sulla card ai patentati, stimato in 30-35 milioni di € all’anno: in pratica te ne do 35 e me ne riprendo 70!

Una realtà dei fatti ben diversa da quella che si è voluta far apparire attraverso il “tuttapostismo” che nasconde e sostiene il “colonialismo” da cui deve affrancarsi il Sud e che è alla base delle iniziative di Unione Mediterranea che già nei prossimi giorni organizzerà un raduno ad Avigliano con i simpatizzanti lucani e con la partecipazione degli esponenti nazionali, Flavia Sorrentino e Marco Esposito.

                                                                                               Unione Mediterranea Lucania 

Consigliere Comunale Vincenzo Moretto occupa abusivamente gli spazi per il referendum no triv

MO-Unione Mediterranea, candidata alle prossime elezioni comunali con il progetto “NA-Napoli Auotnoma” in sostegno al sindaco uscente Luigi De Magistris, è tra i pochi gruppi politici che a Napoli si sta impegnando a favore della campagna No Triv per il referendum del 17 aprile. La nostra campagna di affissione è totalmente autofinanziata e realizzata grazie al supporto di tanti volontari napoletani che operano nel pieno rispetto della legalità, come ci si aspetta da chi ama davvero la Città.

La scorsa notte, intorno all’ 1:00, i nostri attivisti hanno fotografato a via Posillipo, manifesti abusivi ad opera del consigliere comunale Vincenzo Moretto. Il consigliere ha occupato con manifesti chiaramente elettorali spazi pubblici riservati esclusivamente alla campagna referendaria sulle trivelle, in maniera ambigua, con un messaggio senza simbolo e senza indicazione del sindaco che appoggerà. Altri manifesti di Moretto, apposti negli spazi riservati al referendum, sono stati intercettati a via Taddeo da Sessa, via Manzoni, via Petrarca, Coroglio.

Vincenzo Moretto, che fa politica dal 1975 ed è consigliere comunale dal 1997 per Alleanza Nazionale, dovrebbe sapere che la città si ama rispettandola: un politico napoletano d’esperienza, nonché rappresentante del popolo, conosce bene le regole d’affissione e pertanto lo scarica barile delle responsabilità, riversate sulla ditta pagata per affigere i manifesti abusivi, non regge. Chi conduce una   campagna elettorale seria, si premura, come MO-Unione Mediterranea, che i propri manifesti vengano affissi solo là dove è consentito.   Mentre noi ci adoperiamo con tutti i mezzi a disposizione per segnalare l’accaduto, speriamo che la stampa segnali l’enorme scorrettezza di Moretto verso i cittadini e che il consigliere faccia rimuovere immediatamente i manifesti illegali.

Siamo difronte ad un esempio antidemocratico vergognoso: la campagna referendaria è un diritto costituzionalmente garantito. Calpestarlo con tale prepotenza, coprendo gli spazi destinati con messaggi di altra natura, equivale ad interrompere un comizio elettorale autorizzato.

 


Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea
Portavoce Nazionale  – Flavia Sorrentino – s.flaviasf@gmail.com

Comunicato ufficio stampa UM: nuovo segretario del circolo UM “Terra di Lavoro” di Caserta

Si comunica un cambio di ruolo nel circolo Mo-Unione Mediterranea di Caserta “Terra di Lavoro” di Caserta.
Durante l’incontro in circolo del 22 marzo scorso il sig. Antonio De Falco ha rassegnato le dimissioni da Segretario. Riscontrata la presenza del numero legale necessario e aperta l’Assemblea del Consiglio Direttivo, è stata indetta l’elezione del nuovo Segretario da cui risulta eletto il sig. Luigi Evangelista.

Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea

Portavoce Nazionale  – Flavia Sorrentino – s.flaviasf@gmail.com

UnoMattina e gli allevatori “tossici” del bresciano

di Lorenzo Piccolo

Pochi minuti fa nella trasmissione Unomattina sono riusciti a parlare degli allevatori delle province di Brescia, Bergamo, Mantova e Cremona accusati di aver utilizzato latte contaminato dall’aflatossina B1 per produrre il latte.

In sostanza è stato intervistato un rappresentante degli allevatori che, di fatto senza contraddittorio alcuno, ha affermato quanto segue:

  1. Questa notizia va interpretata come un SUCCESSO: sì, un successo. Significa che i controlli funzionano;
  2. Il comportamento degli allevatori in oggetto è stato “un po’ oltre le regole”, nulla di più;
  3. L’Aflatossina B1 è si pericolosa, ma non così tanto come si crede (Strano, perché nel 1993 è stata classificata dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro come appartenente al gruppo 1 = agente cancerogeno per l’uomo);
  4. I consumatori possono stare tranquilli.

Il tutto riuscendo nell’ardua impresa di NON nominare il consorzio Grana Padano cui sono associati gli allevatori indagati. Insomma, lo stesso trattamento “coi guanti” riservato al caso diossina nella mozzarella campana, non vi pare? Pur tuttavia con la insignificante differenza che nella mozzarella la diossina non c’era, come dimostrato dai test effettuati in Germania, mentre nel Grana l’aflatossina c’è.

A proposito di comportamenti “un po’ oltre le norme” va ricordato che gli allevatori sono stati indagati dalla procura di Brescia perché “non hanno comunicato all’autorità sanitaria il risultato delle trecento analisi in autocontrollo consegnate loro da tre laboratori privati e dall’Istituto zooprofilattico”: quindi sapevano e hanno taciuto.

Per quanto riguarda il “successo dei controlli”, nello screenshot in basso potete leggere come la “virtuosissima” regione Lombardia negli ultimi 4 anni aveva PROGRESSIVAMENTE DIMINUITO I CONTROLLI: 249 nel 2013, 210 nel 2014, 124 nel 2015 e solo 50 nei primi quattro mesi del 2016.

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Il pozzo della colonia

Il Movimento Unione Mediterranea ha inoltrato ieri, 25 marzo ’16, le osservazioni relative all’istanza di perforazione del pozzo esplorativo D.R 74.AP per la ricerca di gas metano in Calabria, avanzata dalla società milanese Apennine Energy lo scorso 28 gennaio. Un progetto che era stato già stato rigettato dallo stesso Ministero dell’Ambiente quando si era presentato con un altro nome e codice, oltre che da quasi tutti i comuni coinvolti.

Il cantiere dovrebbe sorgere a ridosso dei laghi di Sibari che ricordiamo è uno dei più importanti centri di turismo nautico del Mediterraneo e degli scavi archeologici, compreso fra due Siti di Interesse Comunitario (SIC), la “Foce del Crati” e i “Casoni di Sibari”. La zona circostante è agricola e vi si producono anche eccellenze come le clementine DOP e il risone che prodotto nella Piana di Sibari (35/40.000 quintali) viene riconosciuto, dalle più importanti riserie italiane, di alta qualità. Insomma andrebbe a sorgere nel cuore di una zona a forte vocazione turistica ed agricola che punta sulle reali risorse per il proprio sviluppo, che sono il mare, il sole e la storia. Un progetto quello della Apennine che è stato fin dall’inizio, quando si era presentato con un altro nome e codice, già stato rigettato dallo stesso Ministero dell’Ambiente.

Secondo l’amministratore delegato Mededdu si tratta di “ progetto che consentirà la valorizzazione di una vera risorsa naturale pulita quale è il gas metano. Un progetto che darà lustro alla Calabria e potrà partecipare con l’indotto all’economia della zona…. che ci obbliga a sfruttare al massimo tutte le potenzialità della nostra Italia, in primo piano quelle energetiche”. Considerando che come “compenso” prevedono solo qualche opera di “recupero di aree dissestate” e la “promozione e sviluppo sostenibile del territorio”. Quindi anche la beffa! Inoltre secondo sempre lo stesso AD lo sfruttamento in questione si avrebbe “senza che spetti nulla al comune che ospita la trivellazione ed il pozzo”.

Insomma in pieno stile coloniale!

Un motivo in più questo per votare SI al referendum contro le trivelle, perché un segnale chiaro deve partire proprio dal SUD attenzionato dal nostro governo per le presunte riserve di petrolio e metano, scarse e di scadente qualità che andrebbero a distruggere quelle che sono le reali tendenze e vocazioni dei nostri territori e dei nostri mari. Ma forse l’obiettivo è proprio questo. Affossare definitivamente il SUD!

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

Dipartimento Ambiente MO-Unione Mediterranea

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

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