Se la fortuna è cieca, la sfortuna abita a casa Valente

Povera Valeria Valente, candidata a sindaco di Napoli per il Pd in vista della prossima tornata amministrativa del 5 Giugno a seguito delle rocambolesche, per non dir di peggio, primarie del suo partito, che l’hanno vista contrapposta all’ex presidente Bassolino, e che si sono concluse in seguito ad una fantozziana sequela di ricorsi, contro ricorsi e accuse reciproche dopo la pubblicazione di video che mettevano in serio dubbio la regolarità dello svolgimento della consultazione.

Pochi giorni fa, forse nell’illusione di giocarsi una carta vincente, ha lanciato dalle colonne del Mattino ciò che ha finito con l’assomigliare più ad un “pizzino” che ad un messaggio politico, dichiarando che “siamo gli unici a poter garantire alla città l’efficacia di una filiera istituzionale in grado da una parte di attrarre risorse nazionali e regionali, dall’altra di suscitare l’interesse dei privati a investire”.

Messaggio che lascia trasparire per intero lo spessore della cultura “istituzionale” del partito di cui fa parte: in sostanza i trasferimenti dallo stato centrale per scuole, strade e servizi, nonché gli investimenti per lavoro e sviluppo non sono diritti, bensì favori che può reclamare solo chi è amico del governo in carica, ed a patto ovviamente di dimostrare nel concreto tale vicinanza votando per il partito e la candidata giusta, quella più gradita all’esecutivo. Che dire, popolo (napoletano) avvisato, mezzo salvato: altro che sovranità e libertà di scegliersi il sindaco , se decidi per quello sbagliato, Napoli avrà meno soldi in cassa e meno investimenti.

Ebbene presumibilmente nelle stesse ore in cui veniva rilasciata l’intervista Salvo Nastasi, commissario straordinario per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli-Coroglio nominato dal governo, rende noto che si procederà agli espropri: 350 famiglie sfrattate, mille persone che da un giorno all’altro si ritrovano in mezzo ad una strada. Premesso che Matteo “cuor di leone” Renzi, nonostante l’imponente apparato di sicurezza che lo circondava, non ha avuto il coraggio di rendere nota una scelta del genere nelle ben due volte in cui è stato a Napoli negli ultimi giorni, non occorre particolare acume politico per comprendere che tale decisione peserà come un macigno sulla prossima amministrazione cittadina di Napoli, qualunque ne sia il colore politico e tanto più se – malauguratamente – dovesse trattarsi di uno vicino all’attuale governo.

In sostanza a poco più di un mese e mezzo dal voto, e senza neanche avere il buon gusto di attendere i risultati della sua candidata prediletta, Renzi ha dimostrato plasticamente quanto vale nella realtà la millantata “filiera istituzionale” di cui vaneggia la Valente: meno di zero, se paragonate agli interessi ed alle scadenze delle lobby che maggiormente gli stanno a cuore. Un vecchio adagio sottolinea che in taluni casi si fa più bella figura a rimanere in silenzio, e se la candidata del Pd avesse maggiore considerazione di tale detto la sua dovrebbe essere a ben guardare la campagna elettorale più silenziosa del continente europeo.

Di Lorenzo Piccolo

DEF 2016: niente di nuovo sul fronte meridionale

Di Mattia Di Gennaro

“Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Finalmente, venerdì scorso, il Governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2016. “Finalmente” perchè dopo tanti discorsi sulle ricette miracolose per risollevare le sorti del Mezzogiorno, finalmente ci si aspettava di leggere azioni, numeri, tabelle e date ben ordinate nel famigerato “Masterplan per il Mezzogiorno”.

Un’attesa iniziata in un torrido pomeriggio di agosto di un anno fa, quando alla Direzione del PD, il signor primo ministro, Matteo Renzi, decise che bisognava esorcizzare il drammatico rapporto Svimez, pronunciando un quel fatidico termine, che richiamava un’efficienza anglosassone sempre vagheggiata dagli italiani, specialmente se cresciuti negli anni ’80.

Dopo aver pronunciato la formula magica, ormai sicuro di poter risolvere la questione meridionale, Renzi chiosò la sua relazione annunciando l’intenzione di vedere finalizzato quel mostruoso piano di interventi per metà Settembre.

Venne settembre, e venne la festa dell’Unità a Milano. Noi di MO – Unione Mediterranea c’eravamo e fummo testimoni, dell’ennesima occasione mancata. Tra presidenti di Regione, parlamentari ed economisti “democratici” che si alternavano sul predellino, ancora una volta furono prodotte solo parole, che ebbero l’unico effetto di rinviare all’autunno successivo ogni azione pratica. Nel frattempo che piovevano parole sul Sud, i soldi, quelli veri, continuavano ad arrivare al Nord efficiente e produttivo.

Ottobre arrivò presto. L’ex sindaco di Firenze presentò, nell’ambito dell’anteprima della Legge di Stabilità 2016, tre immaginette colorate che non aggiungevano assolutamente nulla di nuovo alle chiacchiere già spese sull’oggetto oscuro “Masterplan”. A noi tutti non restò che aspettare la versione definitiva della Legge di Stabilità, pubblicata ormai a fine 2015, lasciandoci ancora sedotti e abbandonati, ancora, cioè, senza uno straccio di dettaglio sugli interventi da intraprendere (salvo che per generici rimandi alla Salerno – Reggio Calabria o alla Alta Velocità Napoli – Bari, progetti, peraltro, già in piedi da anni).

Salutato il 2016, calò il silenzio più totale sul Sud, sovrastato dal rumore di scandali, intercettazioni, banche, trivelle e primarie. Almeno fino ad aprile, mese di pubblicazione del DEF, lo strumento con cui il Governo provvede a dare informativa sullo stato economico/ finanziario della Repubblica e a dare dettaglio sugli investimenti che intende intraprendere negli anni a venire. Insomma, il classico documento dove ti aspetteresti di trovare i dettagli di un “Masterplan degli interventi”.

Avidi di informazioni, abbiamo cercato qualche traccia nelle innumerevoli tabelle di questo documento – composto, in realtà, da più documenti, per quasi un migliaio di pagine. Cerchiamo “Mezzogiorno” speranzosi di vederlo scritto migliaia di volte, ma ci dobbiamo fermare alle poche decine (solo 4 volte nel documento principale su 155 pagine). Cambiamo ricerca e digitiamo “Masterplan” e qualcosa, finalmente, troviamo. “[…] il Masterplan per il Mezzogiorno mira a sviluppare filiere produttive muovendo dai centri di maggiore vitalità del tessuto economico meridionale, accrescendone la dotazione di capacità imprenditoriali e di competenze lavorative”. Talmente che è piaciuta la definizione che la troviamo, con qualche leggera variazione, altre due volte nello stesso documento e un’altra volta in un altro allegato.

Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Il Masterplan avrebbe dovuto prevedere 16 patti per il Sud – 8 per ciascuna regione meridionale e altrettanti per le 8 città metropolitane – e nei documenti se ne fa, in effetti, menzione. Niente di più della generica definizione, purtroppo. Nulla su risorse, scadenze e azioni tese a risollevare le sorti del Mezzogiorno e delle sue città più rappresentative.

Noi siamo buoni, però, e diamo il beneficio della buonafede a tutti. Consci del fatto che un documento così lungo come il DEF sarebbe risultato ancor più appesantito se avesse riportato anche i Patti per il Sud, siamo andati direttamente sul sito del Governo per cercare qualche informazione in più. In effetti, è proprio lì che dovevamo cercare. Su quel sito esiste una sezione dedicata al “Masterplan per il Mezzogiorno”. Una pagina con tutte le linee guida, emesse a Novembre 2015. E poi basta. Nessuna informazione sui Patti per il Sud. Tutto è fermo a Novembre 2015, data dell’ultimo aggiornamento. Sei mesi fa.

Anche Marco Esposito, dalle colonne de Il Mattino ha commentato il DEF, in particolare l’allegato “Infrastrutture e trasporti”: “I trasporti carenti sono una vera e propria «minaccia» per lo sviluppo del Sud. No, non è il consueto rapporto Svimez, stavolta è il governo a puntare il dito contro «la disomogenea distribuzione di infrastrutture e servizi sul territorio nazionale, per cui risultano svantaggiate, in termini di accessibilità, alcune aree del Mezzogiorno».

L’analisi è, nero su bianco, in un documento che più ufficiale non si può, visto che è allegato al Def 2016 appena approvato dal governo. A subire le conseguenze di trasporti inadeguati sono in particolare le filiere produttive meridionali e il turismo. Problemi esistono in tutta Italia, ma «il concentrarsi di tali minacce nelle aree meridionali del Paese – si legge nel rapporto firmato dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio – non fa che accentuare il divario tra Nord e Sud: un ulteriore ostacolo alla tenuta della coesione sociale del Paese e all’efficacia delle politiche strutturali». Il governo, si dirà, più che fare analisi deve trovare risposte.

Nel settore dei trasporti però si sta attraversando una sorta di terra di mezzo: si è detto stop alla legge Obiettivo ideata dal governo Berlusconi nel 2001, ma non sono ancora partiti né l’aggiornamento del Piano generale dei trasporti e della logistica (Pgtl) né il primo Documento pluriennale di pianificazione (Dpp), che dovrebbe riguardare il 2017-2019“.

Cari mediterranei, neppure a sto giro si è realizzato il nostro sogno di vedere una lista di interventi concreti e monitorabili. Finora, solo chiacchiere che valgono fino a un certo punto. E noi al Sud lo sappiamo bene, perchè la saggezza popolare insegna che “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignammo, ‘o Bbanco ‘e Napule nun ‘e ‘mpegna!”. E il credito che vantava il Governo nei nostri confronti è ormai bello che finito.

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

Unione Mediterranea cresce: nasce il Circolo Territoriale Lazio, “MO Roma”.

MO-Unione Mediterranea continua a crescere. Il 7/04/2016 si è costituito ufficialmente il Circolo Territoriale Lazio “MO Roma”, con l’ambizione di unire i meridionali che vivono nella città capitolina. MO-Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare dalla propria terra natia. Per seguire le attività del circolo romano, invitiamo i simpatizzanti a cliccare “mi piace” sulla pagina facebook ufficiale o a contattare il Responsabile del Circolo, Renato Marino, attraverso il sito ufficiale del MOvimento.

MO puoi scegliere.

Bagnoli e trivelle: troppo facile dare la colpa ai localismi

Di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, a proposito della visita di Matteo Renzi a Napoli, il giornalista del Corriere della Sera Goffredo Buccini tentava di spiegare come mai il Mezzogiorno, benché assente dalla lista di priorità del governo, avesse finito per assumere “un valore assai simbolico”.

Per Buccini la situazione è chiara: il Sud anti-renziano, rappresentato da Luigi De Magistris al comune di Napoli e da Michele Emiliano alla regione Puglia, non sa fare altro che scandire dei ‘no’ di fronte alle politiche di sviluppo del governo centrale. La ragione, secondo Buccini, sono i particolarismi regionali e municipali meridionali: il ‘cacicchismo’, lo chiama riprendendo un’espressione di Massimo D’Alema. Ogni cacicco, cioè ogni politico meridionale influente, guarderebbe esclusivamente al proprio bacino elettorale, incurante di una politica d’interesse nazionale. Se anche quest’argomentazione avesse un potere esplicativo – e a mio avviso ne ha ben poco: spiegherò nel seguito il perché – verrebbe da chiedersi: ma i particolarismi sono questione esclusivamente meridionale?

Certo, non si può negare che la Campania abbia dato i natali ai Mastella e ai De Mita, per citare solo due tra gli esempi più noti di cacicchismo nostrano. Ma a questo punto bisognerebbe chiedersi perché si siano formati i potentati ‘personalizzati’ meridionali; quali siano i processi storici che hanno portato a questa situazione. Bisognerebbe chiedersi anche, in quanto a cacicchismo, come la mettiamo con quello della Lega Nord in Veneto. E infine, ha senso accomunare De Magistris ed Emiliano a Mastella e De Mita, dimenticando che quando si parla di Napoli o della Puglia, non si parla di Ceppaloni o Avellino, né quantitativamente né simbolicamente?

Ma torniamo all’accusa di particolarismo. Accostando la Bagnoli napoletana e il referendum sulle trivelle del 17 aprile, Buccini si chiede chi debba decidere della politica energetica di un paese: il governo centrale (“un esecutivo che poi ne risponda agli italiani”, nelle parole del giornalista del Corriere) o le regioni e i comuni (“un puzzle di campanilismi in grado soltanto di dire ‘no, non nel mio cortile, please’”). Cosa c’entri la questione di Bagnoli con la politica energetica italiana, non è chiaro. Come non è chiaro il motivo per cui l’esecutivo nazionale debba essere considerato l’unico a poter rispondere agli italiani della compatibilità tra ambiente e attività industriali, considerato che anche le giunte regionali e municipali rispondono delle loro politiche ai cittadini, e che esistono 21 agenzie regionali per la protezione ambientale che si occupano – o si dovrebbero occupare – esattamente delle problematiche di compatibilità tra industria e ambiente.

Il comune di Napoli e le regioni referendarie non dicono semplicemente di no a un’imposizione forzata di un’idea di sviluppo che spesso si traduce nel favorire gl’interessi economici del capitalismo industriale a discapito delle istanze delle comunità territoriali in stato socio-econmico più critico. Attraverso quei ‘no’, De Magistris ed Emiliano propongono, al contrario, una prassi decisionale diversa, che conceda una maggiore autonomia agli enti locali: prassi, peraltro, che ben si adatta alla riforma federalista portata avanti da oltre un decennio dalle amministrazioni nazionali. Ironicamente, finché il federalismo è stato applicato in nome della volontà di fare cassa da parte delle regioni settentrionali, a Roma pochi se ne sono lamentati. Ora che vi si appellano le regioni meridionali per esercitare un potere decisionale autonomo, ecco che diviene indigesto al governo centrale.

Quanto all’accusa di ‘Nimby’, (dall’inglese ‘not in my back yard’, non nel mio giardino), che è quella che Buccini muove al movimento referendario e al sindaco di Napoli, sarebbe senz’altro ora di farla sparire una volta e per tutte dall’armamentario argomentativo di critica alle mobilitazioni di protesta. È da almeno due decadi che gli studi sociologici hanno dimostrato l’irrilevanza di questo concetto, messo in campo originariamente, non a caso, in ambiente industriale. È un’argomentazione che, nel suo semplicismo, non attribuisce alcun peso né alle istanze propositive dei movimenti d’opposizione, che ci sono e sono numerose (a volerle vedere), né all’ampiezza delle motivazioni avanzate dai cittadini contro una particolare opera industriale. Motivazioni che sono invece riassumibili nell’acronimo: ‘not here or anywhere else’, né qui né altrove. Non si tratta un’opposizione localista, ma un’opposizione concettualmente globale, che si esprime, per forza di cose, in una prassi locale. Finché si continuerà a vedere la protesta in termini di Nimby, non si andrà molto avanti nell’analisi delle ragioni del no. Certo, è indubbiamente uno strumento comodo per delegittimare la protesta.

Riferendosi alla storia del Meridione “segnata da lazzari e sanfedisti”, e quindi, fuor di metafora, alla supposta passività delle plebi napoletane ai capipopolo, Buccini non troppo velatamente accomuna la manifestazione contro Renzi alle istanze più retrive dell’epoca duosiciliana. Forse farebbe bene a ricordare che, come sono esistiti i sanfedisti e i lazzari, è esistita anche la Repubblica Partenopea del 1799; è esistito un popolo che si è opposto in vario modo e con diversità di mezzi e fini ai soprusi dei regnanti di turno, prima che l’esercito italiano gli facesse fare una brutta fine; è esistita ed esiste un’intellighenzia culturalmente forte, nonostante i tassi sempre elevatissimi di emigrazione. Ecco, tutti questi attori sociali, quando Renzi rivendica di aver salvato Pompei mentre Pompei cade a pezzi, o di aver sbloccato Bagnoli quando l’ha commissariata esautorando la giunta comunale, sanno benissimo che non si tratta che di propaganda elettorale. Contrariamente a quanto sostiene Buccini, non è il ‘nonsipuotismo’ la prima terra espugnare: è invece il ‘non-c’è-alternativismo’, cioè l’argomento che la linea proposta dal governo centrale sia l’unica possibile per lo sviluppo delle regioni e dei comuni meridionali. Regioni e comuni di cui, e qui mi sento di concordare con Buccini, il Primo ministro italiano si è fino a poco fa ampiamente disinteressato.

La mano di Dio e gli ultimi giorni di Matteo

Di Raffaele Vescera dalla Pagina Terroni di Pino Aprile
Pur miscredente, sono suggestionato dalle strane coincidenze. A pochi giorni dal referendum contro le trivelle assassine, che Renzi voleva far passare sotto silenzio per boicottare il raggiungimento del quorum, salta il tappo del vulcano che comprimeva l’affaire petrolio, e la schiuma si diffonde per ricadere puteolente sulle facce di ministri e capi di governo come un marchio, uno stigma divino che li mette alla gogna, spingendo il popolo alla ribellione, e al voto referendario.

E’ successo di tutto in questi giorni. Una ministra intercettata a far porcherie petrolifere col fidanzato, un’altra già chiacchierata per affari di famiglia, tirata in ballo, un primo ministro che non potendo dire, “non sapevo”, rivendica per sé tutte le responsabilità, facendo passare, con il gioco delle tre carte, un indebito favore alle lobby del petrolio come un successo per il Paese.
Ed è successo proprio ieri sera, in Francia, che un oleodotto della Total, la stessa società petrolifera che ha ricevuto il favore Tempa Rossa in Basilicata, si è spaccato, lasciando sfuggire mezzo milione di litri di petrolio sul terreno, a detta della stessa Total, ma presumo ben di più, e contaminando terre, acque, piante e animali. Strano però che i giornali non ne parlino.

Strane coincidenze, dicevo, sono cose che non accadono tutti i giorni. La partita del referendum sembrava di difficile soluzione, ecco che gli aiuti cadono dal Cielo. Ricordate la “mano de dios” di Diego Armando Maradona ai lontani mondiali di calcio in Argentina? Giocando contro l’Inghilterra, in quel momento nemica per via della disputa sul possesso delle Isole Malvine o Falkland, Maradona riuscì a mandare la palla in rete con la mano e a vincere la partita. Quando le telecamere scoprirono il fallo, se la cavò dicendo che era stata la mano di Dio a fare goal.

Che altro deve succedere, dunque, per suggestionare persino un miscredente qual sono? E’ come se il creatore fosse sceso in campo per salvare il creato. Certo, coincidenze favorevoli, ma gli antichi greci dicevano che queste manifestano la volontà degli dei, mentre un proverbio cinese dice che, quando si vuole fortemente una cosa, l’universo congiura affinché si realizzi.

Il vulcano è esploso, dunque, non solo per eruttare petrolio sporco su Renzi, oggi a Napoli, contestatissimo, per consegnare Bagnoli, secondo De Magistris, nelle mani di altre lobby, ma anche per seppellirlo con le ceneri delle sue promesse non mantenute. Il Sud completamente abbandonato, anzi discriminato, penalizzato, colonizzato ancor di più. Mai nessun governo, della pur lunga trafila di governi antimeridionali, è arrivato a tanto. Povertà galoppante, disoccupazione alle stelle, salute attentata da criminali inquinamenti, investimenti per il 90% al Nord, in tutti i campi per favorire i potentati finanziari lì residenti, distruzione delle poche risorse a beneficio del Sud, quali agricoltura, pesca e turismo. Infine, accusati di essere piagnoni se protestiamo.

Il Mezzogiorno l’ha capito, e gli dà filo da torcere, si ribella ovunque, dalla Campania al Salento, dalla Basilicata alla Sicilia, è un ribollire di lotte in difesa della propria terra massacrata. Persino nel suo stesso partito Renzi è contestato, e vi sono posti dove non mette piede, come in Puglia.
E mentre il Sud protesta, a Roma gli stanno scavando la fossa, non solo la minoranza Pd che passa apertamente all’attacco, con un D’Alema redivivo, ma anche gli opinionisti e i direttori di giornali nazionali, sostenitori della scalata al potere del fiorentino, ora lo stanno mollando. E se lo mollano loro, vuol dire che lo hanno già mollato anche gli stessi gruppi finanziari che hanno puntato su Renzi. I politici oggi sono usati dalla finanza in virtù del consenso che hanno, utile a imbonire il popolo. Se perdono il consenso, non servono più.

Un Renzi ormai contro tutto e tutti, non come un solitario eroe romantico che conduce battaglie di giustizia, ma come colui che ha fallito la missione di affermare nuove ingiustizie sociali. Il suo governo definito un comitato d’affari in Parlamento, non basterà, la sua ostentata sicumera e popolana arroganza a salvarlo dalla caduta, è agli sgoccioli, agli ultimi giorni che precedono il crollo. Inviso a tutti, ormai è fuori gioco. Il sistema si prepara al dopo Renzi. Ma se il Paese gli fa terra bruciata intorno, sarà il vulcano del Sud a seppellire Matteo. Non basterà la schiera di impresentabili politici meridionali, vieppiù inquisiti e a lui legati, a salvarlo.
Se non sarà il 17 aprile, avremo le elezioni amministrative di maggio, e poi il referendum sul massacro della Costituzione in autunno e infine le elezioni politiche. Se mai Renzi vi arriverà. La fiducia nel Pd è scesa di altri due punti, come quella nel governo, che è a un misero 26%. Fatti un po’ i conti, il 74% gli è contro.

Comune Napoli, MO! è la prima a presentare la lista. Apre Flavia Sorrentino, l’elenco a Bindi e Cantone

Entra nel vivo la campagna elettorale per il Comune di Napoli. La lista MO! è la prima a presentare, in una conferenza stampa, i 40 candidati al Consiglio comunale. La lista è aperta da Flavia Sorrentino, studentessa, 25 anni, portavoce nazionale del movimento meridionalista. Seguono, per agevolare gli elettori (c’è la doppia preferenza, un uomo e una donna), tutte le candidate in ordine alfabetico e poi tutti gli uomini, sempre in ordine alfabetico.

“Presentare la lista con un mese d’anticipo rispetto alla scadenza di legge – ha spiegato Lucio Iavarone, coordinatore regionale di MO! – è una garanzia etica. E’ noto infatti che i maggiori problemi nascono proprio con i candidati dell’ultimo minuto. L’elenco con i 40 nomi della nostra lista sarà comunicato, per conoscenza e opportune valutazioni, alla presidente della Commissione Antimafia Rosi Bindi, al presidente dell’Autorità Anti Corruzione Raffaele Cantone e al Prefetto di Napoli Gerarda Maria Pantalone. Nel frattempo inizieremo la raccolta firme perché, è il caso di ricordare, sono i cittadini a chiedere ai candidati di presentarsi”. “La lista MO! – ha aggiunto il responsabile cittadino, Pierluigi Peperoni – sarà presente con il proprio simbolo anche in tutte le dieci Municipalità”.

La lista MO! non è alla prima esperienza: alle elezioni regionali del 2015 si è presentata al di fuori degli schieramenti partitici nazionali raggiungendo l’1,4% tra gli elettori di Napoli. “In questa occasione – ha spiegato Flavia Sorrentino – non abbiamo dubbi nell’appoggiare il sindaco Luigi de Magistris, sia perché è persona libera da vincoli di partito, sia perché ha appoggiato con convinzione la nostra proposta di fare di Napoli una città Autonoma. Punti di forza del nostro programma sono la valorizzazione della nostra identità e della nostra economia attraverso, per esempio, incentivi al CompraSud con lo scontrino parlante, che mette in chiaro quali sono gli acquisti di prodotti della nostra terra”.

Ecco i 40 candidati della lista MO! Unione Mediterranea

  1. Flavia Sorrentino, 25 anni, studentessa in giurisprudenza, portavoce nazionale di MO-UM
  2. Veronica Abbruzzese, 34 anni, addetto backoffice recupero crediti
  3. Carmen Altilia, 28 anni, laureata in scienze politiche
  4. Francesca Bove, 33 anni, insegnante
  5. Sveva Caridi, 34 anni, psicologa
  6. Eva Fasano, 39 anni, responsabile comunicazione presso una cooperativa sociale
  7. Marta La Greca, 39 anni, professoressa e biologa nutrizionista
  8. Beatrice Lizza, 20 anni, studentessa in Scienze politiche
  9. Serena Montuori, 27 anni, avvocato
  10. Irene Pagano, 36 anni, operatrice sociale
  11. Roberta Porreca, 52 anni, avvocato
  12. Angela Procaccini, 67 anni, dirigente scolastico
  13. Nunzia Rivetti, 60 anni, casalinga
  14. Marzia Schioppa, 23 anni, studente
  15. Cristina Sollo, 33 anni, laureata in Lingue e Letterature straniere
  16. Anita Taiani, 43 anni, titolare patronato ACAI
  17. Antonio Aliberti, 53 anni, imprenditore e giornalista pubblicista
  18. Daniele Angeli, 32 anni, imprenditore
  19. Gerardo Dino Brasiello, 34 anni, operatore socio sanitario
  20. Nazario Bruno, 70 anni, poeta e scrittore
  21. Franco Cafararo, 56 anni, dipendente Poste Italiane
  22. Massimiliano Cerciello, 28 anni, dottorando e Teaching Assistant presso Università Parthenope
  23. Salvatore Cerminara, 59 anni, operatore sociale
  24. Vittorio Ciorcalo, 67 anni, attore – autore – regista
  25. Emilio Coppola, 36 anni, avvocato
  26. Mattia Di Gennaro, 30 anni, consulente aziendale
  27. Ciro Esposito, 47 anni, professore di lettere
  28. Fabio Gallo, 33 anni, impiegato
  29. Marcello Gombos, 49 anni, ricercatore in fisica della materia presso il CNR
  30. Francesco Labruna, 45 anni , avvocato
  31. Alessandro Lerro, 52 anni, artista lirico presso la Fondazione Teatro San Carlo di Napoli
  32. Antonio Lombardi, 54 anni, pedagogista e mediatore dei conflitti
  33. Maxmilian Karim Mikael Narducci, 31 anni, imprenditore
  34. Fulvio Nunziata, 42 anni, impiegato
  35. Enrico Maria Orlando, 38 anni, geometra libero professionista
  36. Bruno Aldo Palumbo, 67 anni, pensionato
  37. Lorenzo Piccolo, 42 anni, docente
  38. Mauro Sasso del Verme, 48 anni, cancelliere presso il Tribunale di Napoli
  39. Carmine Sibilla, 43 anni, ufficiale dei Carabinieri
  40. Sergio Sivori, 49 anni, attore

6 Aprile 2009: il terremoto raccontato da chi l’ha vissuto, non da chi ci ha riso su

A chi ride e specula su queste tragedie, noi rispondiamo con le sensazioni ed i sentimenti della gente che le ha vissute: questa è la testimonianza di Vincenzo, ragazzo molisano che ha vissuto in prima persona il terremoto del 2009.

“Era il primo anno fuori casa da studente di ingegneria all’Università dell’Aquila, fuori da un paese di 5 mila anime in Molise. Mi trovavo in casa con altri ragazzi, anche loro alla prima esperienza fuori casa, quindi condividevamo le stesse paure e le stesse speranze: insomma cominciava la vita da studente.

Dalla normale routine di lezioni e uscite con gli amici, si passa al primo sciame sismico. Se ne parlava senza darne troppa importanza, nessuno si immaginava quello che sarebbe successo. Il giorno seguente avrei dovuto sostenere il primo esame universitario, erano le dieci di sera ed ecco la prima scossa forte, spavento e nulla più. Ne segue una ancora più forte e lì la paura sale: usciti di casa ci incontriamo con la gente del quartiere e anche con altri studenti con cui chiacchieriamo per alleggerire la tensione, dopo di che gli impegni universitari del giorno dopo convincono tutti a tornare a casa a dormire.

Tempo di chiudere gli occhi e mi risveglio nel caos più totale: ricordo i calcinacci del soffitto addosso, in bocca, tra i capelli e la casa piena di polvere, odore di gas fortissimo e non si vedeva nulla, non c’era elettricità. La prima preoccupazione è stata cercare di capire gli altri coinquilini dove fossero, quindi ho sentito le prime voci, le prime urla da una parte all’altra della casa, ci si chiamava a vicenda. Ho sentito uno dei due che gridava, era vivo. Ma l’altro non rispondeva, non si trovava. Siamo arrivati nella sua stanza e abbiamo trovato il ragazzo immobilizzato dal panico. Non rispondeva nemmeno. Lo aiutiamo ad alzarsi e ci dirigiamo verso la porta, ma questa non si apriva a causa delle macerie e dopo averla forzata ci accorgiamo che l’androne era crollato e capiamo che non si poteva uscire da lì. Raggiungiamo quindi la finestra di camera mia, rompiamo il vetro, perché bloccata e ci accorgiamo che le tegole del tetto cadevano e siamo stati costretti a saltare giù, lanciando letteralmente chi non se la sentiva. Tutti gli effetti personali li abbiamo lasciati in casa, in quel momento si trattava di salvarti la vita e volevi solo andare via.

Lì realizziamo ciò che era successo: gente sanguinante, senza vestiti o solo in mutande, nonostante il freddo e capiamo che la situazione era seria. Ci raggruppiamo nel parcheggio e non sapevamo cosa fare: volevamo sicuramente aiutare la gente, sapevamo che dovevamo farlo, ma come? Mentre eravamo seduti sull’asfalto sentivamo la terra che continuava a tremare sotto i nostri piedi. Nel panico generale decidiamo che alle prime luci dell’alba saremmo andati verso il centro, per trovare i nostri amici e capire se erano riusciti a salvarsi. Non potevamo avvertire casa, i telefoni non funzionavano e quindi decidiamo di stare insieme e alla prima occasione chiamare un genitore che potesse spargere la voce nei nostri paesi di provenienza ed avvertire tutte le altre famiglie.

Ci dirigiamo verso il centro dove si sentiva il caos più totale: più si avanzava e più capivamo il disastro. Pezzi di case in mezzo alla strada, sirene, feriti. Aiutiamo i mezzi di soccorso a spostare i massi, perché il primo soccorso l’hanno dato i cittadini. C’erano le squadre di emergenza ma all’inizio eravamo noi del posto ad aiutare. Tutti hanno dato una mano una volta capito la gravità della situazione. Ci veniva detto di non avventurarci da soli in case traballanti, non erano messe in sicurezza, infatti alcune case crollavano davanti a noi. Nella strada per raggiungere un nostro amico, un’altra scossa ha rotto i vetri di un intero palazzo e per la paura ci siamo rifugiati sotto alcune macchine parcheggiate. La gente si lamentava per i dolori, l’aria era irrespirabile, c’era gente in bilico sui palazzi pericolanti che chiedeva aiuto: era difficile anche provare a pensare di dare una mano.

Ci siamo riuniti con tutti i ragazzi del mio paese e dopo un po’ di tempo abbiamo contattato qualche genitore, non ricordo chi e gli abbiamo detto i nomi di chi era presente e abbiamo chiesto di spargere la voce alle altre famiglie e di farci venire a prendere. Siamo usciti a piedi dalla città, arriviamo sulla statale buia in modo da poter essere raggiunti più facilmente dalle auto in arrivo. Io ero totalmente bianco di polvere, nei capelli, in bocca. Una volta rientrato in paese, i vicini non capivano cosa mi fosse successo perché anche lì si era sentito il sisma ma non pensavano che in Abruzzo avesse fatto così tanti danni.

Riprendersi del tutto è stato difficile: la prima notte non ho dormito, solo chiudere gli occhi era traumatico: ad ogni rumore mi svegliavo impaurito e questo è durato per molte settimane. Tra le vittime c’erano anche i ragazzi della casa studente, che conoscevamo e che vedevamo spesso all’università. Io avevo ottenuto proprio quella casa e non ci sono andato perché era il primo anno di università e ho preferito sistemarmi in una casa in affitto. Ci potevo essere io lì in mezzo. Dopo circa un mese siamo rientrati all’Aquila con i miei genitori per riprendere gli effetti personali nel palazzo che per fortuna era stato sorvegliato dallo sciacallaggio. La sensazione di rientrare è stata bruttissima, abbiamo ripreso tutto velocemente, ciò che si poteva prendere: barattoli, bicchieri, piatti, mobili, muri, era tutto distrutto. Luoghi in cui abbiamo passato momenti bellissimi, con amici, colleghi, parenti. Tutto distrutto. Le sensazioni erano contrastanti ma una su tutte era di non voler tornare a vivere in Abruzzo. Infatti dopo qualche mese i professori ci hanno contattato per capire come continuare il percorso universitario o almeno finire l’anno accademico. Ci hanno suddivisi in 3 paesi diversi: Atessa, Pineto e Avezzano. Si era un po’ a disagio, lezioni a teatro, senza banchi, il professore sul palco: nessuno si lamentava anzi, eravamo felici di stare con tutta quella gente che avremmo potuto non rivedere più.

Dopo quell’esperienza mi spostai a Siena per proseguire gli studi. Ogni 6 aprile le immagini sono ovviamente vivide nella memoria, è un giorno particolare e lo è diventato anche il mio compleanno qualche giorno prima.

Di cosa accadde successivamente in Abruzzo, quindi ristrutturazioni, case nuove e tutto ciò che c’è intorno, non sono molto informato, ho qualche notizia di chi è rimasto e mi racconta. Ho provato rabbia ad ascoltare le intercettazioni in cui si rideva e si parlava del guadagno. Ho provato rabbia quando gli aquilani non hanno visto nemmeno un euro. Mi è venuto in mente quando ero ricoperto di calcinacci e ho pensato che se si fossero trovati loro in quella situazione non avrebbero riso anzi…

La sensazione di tutti è che L’Aquila fosse una città dalla cultura millenaria, la sua vita si concentrava nel centro storico, era una città viva, universitaria e piena di gente, ora che si è spostata verso la periferia e per colpa di chi ha speculato su tutta questa situazione, non sarà più la stessa cosa”.

Comunicato MO-UM: grande entusiasmo per il CompraSud

MO! Unione Mediterranea, in collaborazione con l’associazione Briganti e i Nati Con La Camicia, annuncia il lancio di una campagna a sostegno dei prodotti e delle economie del Mezzogiorno. L’iniziativa, da sempre promossa dall’associazione Briganti, è stata presentata attraverso un video a cura dei “Nati Con La Camicia” che ha raccolto decine di migliaia di visualizzazioni in pochissime ore. Successivamente, la galleria d’immagini che mettono a confronto realtà imprenditoriali del nord e del sud Italia ha raggiunto quasi un milione e mezzo di visualizzazioni su Facebook.

A tal proposito ha dichiarato Flavia Sorrentino, portavoce di MO! – Unione Mediterranea: “iniziative come questa ci aiutano ad evidenziare come le attuali norme sul federalismo fiscale penalizzino le regioni meridionali. L’attenzione attorno al Comprasud, è il segno di un territorio che progressivamente prende consapevolezza delle proprie potenzialità di sviluppo e non si arrende all’idea di essere relegato ad una condizione di subalternità economica che alimenta fortemente la spirale dell’emigrazione interna”

Il successo di questa iniziativa – ha spiegato Valerio Rizzo, presidente dell’associazione Briganti – ci sprona ad andare avanti e a mettere in atto azioni sempre più concrete. Il nostro popolo non si è arreso e la nostra associazione è la prova che oltre alla fame di riscatto c’è voglia di agire per la crescita e il risveglio sociale ed economico della nostra terra”.

“L’ironia è una cosa seria”. Con queste parole Ciro Fiengo dei Nati Con La Camicia ha sottolineato come “attraverso l’arma dell’ironia, che da sempre è il nostro marchio di fabbrica, è possibile rendere accessibili a tutti temi delicati, ma troppo spesso sottovalutati”.

Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea

Balle e Trivelle alla corte del Granduca

Lunedì ero tra i masochisti che hanno seguito la Direzione del PD e ha assistito all’ennesimo memorabile intervento del signor segretario del PD, nonché Primo Ministro, Matteo Renzi, in tema di questione energetica.

Oltre a prodursi in una plastica esibizione, fatta di comunicazione verbale e non verbale degna del miglior manuale di PNL, ha ingaggiato una lotta senza quartiere con quanti gli andavano contro, specialmente dopo il suo invito, nei giorni scorsi, a boicottare il referendum del 17 aprile.

Per ribadire che andare a votare sia una perdita di tempo, l’ex sindaco ne ha parlato anche ieri, durante un confronto in diretta via Twitter e Facebook, in cui si è dato in pasto ai più accaniti fruitori dei social network.

“Se decidiamo di dire basta [n.d.r. con le trivellazioni] andiamo fuori a comprare dagli arabi e dai russi? Io sono per usare quello che c’è”.

Niente da eccepire, il Granduca di Firenze è un comunicatore nato, un venditore sublime, venditore di verità. Il rischio di tali artisti della parola, tuttavia, sta nel fatto che se per vendere un’idea comunichi menzogne, tecnicamente sei un truffatore. Ciò che più colpisce del metodo di vendita della verità dell’illustre fiorentino, è il suo rivolgersi in prima persona plurale, come se parlasse a nome di una collettività che nelle sue intenzioni è, probabilmente, quel popolo italiano che non lo ha mai votato al Governo.

Ma torniamo ai contenuti. Secondo Renzi il petrolio e il gas estratto dalla Basilicata o le risorse potenziali giacenti sotto il Mediterraneo “italiano” servirebbero ad affrancare l’Italia dalla schiavitù energetica che la stessa ha nei confronti di arabi e russi. Ma quanto petrolio e gas giacciono sotto le nostre terre e i nostri mari? Secondo Legambiente, le riserve certe di petrolio presenti sotto i mari italiani sono assolutamente insufficienti a dare un contributo energetico rilevante all’Italia. Tuttavia, a fronte di questi quantitativi irrisori di greggio – che basterebbero a soddisfare il fabbisogno energetico italiano per appena 8 settimane – si stanno ipotecando circa 130mila kmq di aree marine mettendo a rischio settori economici importanti come il turismo e la pesca. E, soprattuto, si sta continuando a comprare energia da arabi e russi.

E, a scavare bene tra le parole del Primo Ministro, questa cosa sembra essergli nota giacché in Direzione PD ha affermato “Qualcuno vorrà chiudere Gela e la Basilicata, io no. Per Eni non sarebbe un problema perché ha fatto investimenti nel mondo”. Se per Eni perdere le risorse italiche non sarebbe un problema, figuriamoci quanto impatto le stesse abbiano sulla bilancia energetica di uno tra gli stati più popolosi d’Europa.

Ma il tratto più misterioso da comprendere sembra essere scoprire a nome di chi parla il nostro Primo Ministro: a nome del popolo e delle aziende consumatrici di energia o a nome della principale azienda italiana fornitrice della stessa?

Analizziamo le ipotesi: Il petrolio e il gas in Basilicata e sotto lo Jonio e l’Adriatico a chi giova? Alle società petrolifere certamente si, dato che le stesse assumono la proprietà di tutto ciò che riescono ad estrarre – e che rivendono al prezzo che vogliono – a fronte del pagamento del costo relativo alla concessione a sfruttare il giacimento, ossia le tanto famigerate royalties, che in Italia sono tra le più basse del mondo. Per intenderci, le royalties rappresentano la misura della redistribuzione di ricchezza al territorio sfruttato, il quale in via teorica tale ricchezza già possiede. Insomma, niente benzina o gas gratis per i lucani o gli altri italiani, niente energia elettrica regalata. Solo qualche spicciolo e qualche buono carburante. e le famiglie e le aziende consumatrici italiane, con o senza trivelle, continuano e continueranno ad acquistare energia dalle aziende fornitrici, come la logica di mercato impone.

E quando parla di perdita di posti di lavoro, anche li, il nostro social premier, assume la maschera migliore per dire un’altra grande bugia. “Spero che questo referendum che potrebbe bloccare 11mila posti di lavoro fallisca”.

11mila posti di lavoro persi se passa il SI, un pesante deterrente che scoraggerebbe anche il più fervente ambientalista, dato i tempi di crisi. Il punto è: ma è vero? Anche in questo caso la risposta è NO.
Come ben sa Renzi, se passasse il SI al referendum, questo non bloccherebbe immediatamente le società petrolifere, che continuerebbero, invece, ad operare fino a scadenza della concessione ottenuta (le quali, in media, non scadono). Ciò che verrebbe perso, invece, consiste nel regalo fatto a tali compagnie, le quali, con il fallimento del referendum, potranno ricevere il rinnovo delle concessioni fino a esaurimento del giacimento, fattispecie che potrebbe vedere i nostri mari ancora per decenni e decenni occupati dalle trivelle, mettendo a repentaglio economie di paesi interamente fondate su pesca e turismo, settori per eccellenza minati dall’attività estrattiva.

Votare SI al referendum diventa un atto di generosità assoluto, verso i nostri contemporanei e verso le generazioni future. Votare SI al referendum diventa un atto di protesta contro il Governo dei poteri concentrati nelle mani di pochi. Votare SI al referendum diventa una battaglia morale, che noi di MO – Unione Mediterranea abbiamo ingaggiato sin da subito.

DifendiaMO i nostri mari dalle trivelle e dalle speculazioni.
MO puoi dire SI!

Di Mattia Di Gennaro

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