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“Innovazione” fa rima con sperequazione.

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È di ieri 8 marzo l’introduzione del Pin unico per accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione.

Questa innovazione, di cui la ministra della semplificazione e della P.A. Marianna Madia va molto fiera, consiste nella realizzazione di un sistema unico di autenticazione per tutti i servizi pubblici e che, in futuro, dovrebbe diventare estendibile anche ai servizi privati tramite l’approvazione dell’ imminente decreto attuativo.
I benefici di questa nuova “identità digitale”, così battezzata proprio dai suoi promotori con l’acronimo Spid (sistema pubblico d’identità digitale), offre già 300 servizi online, numero destinato a raddoppiare con l’introduzione dei servizi Tim, Poste Italiane, e Infocert previsto per settimana prossima. 
E’ così che i cittadini cominceranno a dire addio alle code chilometriche e altri intoppi burocratici. Basterà inserire un nome utente, una password e voilà: un notevole risparmio di tempo ed energie a portata di click!

Un’altra innovazione, fuori vecchio e dentro il nuovo, ecco la tecnologia che dovrebbe rivoluzionare il paese e avvicinarlo agli standard tecnologici europei. E’ periodo di rottamazione, è una corsa verso il cambiamento, tranne un piccolo dettaglio, che non passa mai di moda: il Mezzogiorno è rimasto tagliato fuori.

Leggiamo sul sito dell’ Agenzia per l’Italia Digitale che “a partire da marzo 2016 i cittadini potranno accedere ai primi servizi online attraverso l’identità unica SPID”, poi una piccola icona blu, in basso, proprio a fine pagina, con una freccia. Lì sono segnalati gli organi coinvolti:

10 Pubbliche Amministrazioni

Amministrazioni centrali: Agenzia delle Entrate, INAIL, INPS

Regioni: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche

Comuni: Firenze

Non occorre essere esperti di geografia per notare che in Italia c’è una linea immaginaria sotto la quale i cittadini sembrano essere immuni al progresso, ma non temete, a dirla tutta questo Spid non è nemmeno una grande novità. In realtà il primo passo verso la digitalizzazione dei servizi è stato fatto nel 1997, quando le leggi Bassanini hanno stabilito che, a decorrere dal 1 gennaio 2006 in alcuni comuni sarebbe arrivata la carta d’identità elettronica (CIE) che, insieme alla Carta nazionale dei servizi, è stata fino al 2015 l’unico strumento di autenticazione prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale. 
Fino ad oggi l’utilità della stessa CIE è rimasta dubbia, infatti molti Comuni non hanno ancora cominciato a rilasciarla, eppure questo non ha fermato il governo che, nonostante l’ inefficacia del servizio, ha preferito promuovere l’uso dello Spid a partire dai comuni che già erogano i servizi CIE. 
Che significa? Significa che nessun addetto ai lavori si è finora preoccupato di colmare l’evidente divario tra chi gode già di buoni servizi e chi, invece, si vede costretto a una perpetua arretratezza.

Il Mezzogiorno che rimane a bocca asciutta è ormai una vecchia storia ma noi non perdiamo il conto: la spesa prevista nel DL 78/2015 per questo Spid, o meglio per la nuova CIE, è di 67,5 milioni solo negli anni 2015-2016.

Il Mezzogiorno incassa un altro colpo senza fare “piagnistei”, per dirla alla Renzi, che pochi mesi fa parlava di salvare il sud attraendo “investimenti esteri”, esteri perché lo Stato non vuole di certo scommettere a Sud. Eppure, anche quando si tratta di fondi europei, il nostro Sud non può fare altro che accontentarsi delle briciole, come nel caso degli investimenti per la banda larga: solo il 4% sarà investito al Mezzogiorno, tenendo a mente che ben l’80% del FSE (fondo sociale europeo, grazie al quale è finanziato il progetto) è, solo teoricamente, destinato alle regioni meridionali.

Non solo non si investe a Sud, ma il governo “prende in prestito” dai fondi destinati al meridione per investire a nord, come spiegato recentemente da Paolo Panontin, assessore Regionale alle Autonomie Locali, parlando proprio di broadband: “il sud anticipa queste risorse al centro nord nell’immediato, per fare la banda ultra larga. Ma il Governo si impegna a restituirle più avanti nell’ambito del più ampio Fondo sviluppo e coesione”.

Intanto il Mezzogiorno e tutti i suoi cittadini attendono di sentire i piagnistei di chi li accuserà nuovamente di vivere nell’arretratezza. Noi invece rassicuriamo il Governo che anche al sud qualcosa cresce: la rabbia.

Di Beatrice Lizza

 

 

San Gennaro nun s’ha da tucca’!

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Tra tutti gli atti d’imperio che le dominazioni estere hanno calato su Napoli e i napoletani, non se ne ricorda nessuno così arrogante e irrispettoso della cultura e dell’identità del nostro popolo.

Ci voleva il Governo Renzi e il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, per veder sputare su una delle istituzioni più caratteristiche della storia napoletana: la Deputazione di San Gennaro!

Come riportato nell’articolo di Drusiana Vetrano di Identità Insorgenti, “la Deputazione di San Gennaro, l’organo LAICO che da mezzo millennio si prende cura del Santo dei napoletani, sta per essere scalzata dalla Curia grazie ad un colpo di penna del Viminale, a firma del Ministro Angelino Alfano.
In sostanza, gli esponenti della storica nobiltà partenopea potrebbero ritrovarsi “pezzi” di Curia a gestire il Santo e le sue inestimabili reliquie.
Dopo la bellezza di cinque secoli di laicità, insomma, la Curia riuscirebbe a mettere le mani sul Santo partenopeo e sulle sue ricchezze.
Finora, infatti, la gestione da parte della Deputazione- fondata nel 1601 a seguito di un ex voto, da parte dei cittadini partenopei, legato ad un’eruzione del Vesuvio- è stata sempre slegata dalla Curia ed indipendente da essa, nonostante le pressanti e continue ingerenze”.

Ancora Identità Insorgenti spiega che “in rappresentanza del popolo napoletano, presiede la Deputazione il primo cittadino di Napoli, che ne è il garante e primo controllore in nome e per conto del popolo stesso.
Possiamo ben comprendere e condividere la rabbia dei membri della Deputazione che, attraverso il delegato per gli affari legali della stessa, Riccardo Imperiali di Francavilla, spiega che il decreto “equipara la deputazione a una Fabbriceria e rinomina arbitrariamente gli undici deputati in carica”.
Veniamo a sapere, inoltre, dei continui scontri col Cardinale Crescenzio Sepe ed il tentativo dello stesso, durato anni, di piazzare “persone sue”.
Troviamo veramente vergognoso tutto questo.
Ancora una volta, lo Stato italiano, non tenendo minimamente in considerazione la storia né l’identità di questa città di cui ignora tutto, cala dall’alto un provvedimento per danneggiarla.
Nel caso specifico, una marchetta alla Curia, di cui nessun napoletano sentiva il bisogno, di cui non comprendiamo il senso, se non quello, neanche tanto immaginato, di essere legittimati a mettere le mani su uno dei tesori più ricchi e preziosi del mondo”.

Anche MO – Unione Mediterranea, così come Identità Insorgenti e le migliaia di cittadini insorti a questa notizia, si dichiara assolutamente contraria all’ennesimo tentativo di distruggere l’identità napoletana e aderisce sin da ora a qualsiasi iniziativa posta in essere per manifestare questo dissenso.

La portavoce di MO – Unione Mediterranea, Flavia Sorrentino ha dichiarato in merito: “l’attacco alla laicità della deputazione di San Gennaro, è l’ennesimo atto di arroganza dell’esecutivo Renzi, che dimostra di non avere alcuna sensibilità, nè rispetto per la storia di Napoli e del legame che intercorre tra la sua gente ed il Santo Patrono. Il Governo si occupi di garantire i servizi minimi che spettano alla città, per la quale ha saputo solo prevedere tagli e trasferimenti di risorse, invece di preoccuparsi di questioni che attengono esclusivamente al popolo partenopeo. Ecco perchè alle prossime elezioni comunali saremo presenti, in appoggio al sindaco De Magistris, con il progetto NA-Napoli Autonoma: per restituire l’identità e l’autonomia di cui Napoli necessita per il suo riscatto”

Di Mattia Di Gennaro

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Ballarò, Gomorra: “Questa è Napoli”. In TV si racconta solo il Sud che conviene all’Italia. Lettera a Massimo Giannini.

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Gent. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l’idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all’incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un’economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

“Come si vive a Gomorra?” o “Questa è la fotografia di Napoli!”, sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell’emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall’ altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell’esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell’interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull’omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l’occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de “Il Mattino” il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l’ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all’università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: “Questa è Napoli” e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono “nella terra di Gomorra”. Così si chiude il cerchio dell’informazione italiana, ma non della realtà.

C’è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C’è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti,

Flavia Sorrentino

Italia, investimenti banda larga: 96% al Nord e 4% al Sud.

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È stato dato il via alla seconda parte della “politica del fare” del primo ministro Matteo Renzi.  Del fare si,  ma sempre e solo al nord destinando alle regioni meridionali solo le briciole, anche a costo di non rispettare il parametro europeo dei fondi di coesione.  Le risorse complessive del fondo, pari a 54 miliardi nel periodo 2014-2020,  per legge, sarebbero state assegnate per l’80% alle regioni  del sud e solo il 20%  a quelle del nord.  Così però  non sarà, ma procediamo per singoli passi.  L’FSE (fondo sociale europeo) è uno dei cinque fondi strutturali e di investimento europei. Tali  fondi divenuti sempre più linfa di crescita economica, rappresentano la principale fonte di investimenti per l’Unione Europea  volta a  favorire la crescita economica degli stati membri  e incrementare dunque la crescita occupazionale. Tra i principali obiettivi dell’FSE,  per il periodo 2014-2020, vi è proprio quello dell’inserimento lavorativo  avviando   progetti formativi per i cittadini e  aiutandoli così a trovare occupazione favorendo  l’inclusione sociale.

A questo punto entra in scena il CIPE , ossia il comitato interministeriale per la programmazione economica ( ricordiamo presieduto dal  presidente del consiglio dei ministri) il quale ha approvato il programma operativo del Piano Banda Ultra Larga  assegnando  2,2 miliardi di euro lo scorso mese di agosto.

A chi verranno destinati questi fondi? Pochi giorni fa la decisione sul da farsi, ossia non più distribuirli nelle regioni meno sviluppate per garantire adeguati livelli di investimento nelle regioni, come da programma europeo, ma stabilire la ripartizione sulla base di tre fattori (in perfetto stile italiano):

–          Investimenti privati effettuati nell’area

–          Numero di unità abitative

–          Investimenti già effettuati dalle regioni

Si tratterebbe questo di un vero e proprio scippo di risorse a danno delle regioni del sud. Da qui lo scontro nella conferenza Stato-Regioni protratto fino alla giornata di ieri 11 febbraio che ha portato ad una decisione, un “contentino formale” facendo nostra l’espressione del giornalista Marco Esposito a tal proposito: I soldi risulteranno  non persi ma prestati. Il Sud ha ceduto e gli investimenti pescati dal Fondo sviluppo e coesione (che per legge è destinato all’80% al Mezzogiorno) andranno al 96% al Centronord e il 4% al Sud (Abruzzo).

La trattativa è stata guidata da Paolo Panontin, assessore regionale alle Autonomie Locali (made in Friuli Venezia Giulia per intenderci) che ha così sintetizzato: “ la soluzione è stata trovata, il sud anticipa queste risorse al centro nord  nell’immediato, per fare la banda ultra larga. Ma il Governo si impegna a restituirle più avanti nell’ambito del più ampio Fondo sviluppo e coesione”.

La trattativa si è conclusa così con un falso accordo di reciprocità tentando maldestramente di celare  un altro scippo a danno dei meridionali,  a danno del nostro futuro:  sottratti nel giro di pochi giorni investimenti, risorse e posti di lavoro.

Soldi prestati quindi? No, soldi rubati che vanno a confluire in quel bacino di denaro e risorse che da 155 anni si sta rimpinguando  a danno della crescita economico-sociale delle nostre regioni.

Carmen Altilia

UM Tesseramento 2016: è ora di scegliere!

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Il giorno 6 febbraio, si apre ufficialmente la campagna tesseramenti di Unione Mediterranea per l’anno 2016.

Saranno mesi importanti per l’intero Movimento, chiamato a scendere in campo alle prossime comunali in molte città, tra cui Napoli.

Inoltre, i tesserati da ottobre 2015 ad aprile 2016, avranno la possibilità di partecipare, con diritto di voto, al Congresso Straordinario di Unione Mediterranea che si terrà a inizio luglio.

Clicca qui per tesserarti online!

I Circoli Territoriali, in occasione dell’apertura del Tesseramento, avranno modo di incontrare iscritti e simpatizzanti, organizzando eventi in tutta Italia.

Clicca qui per conoscere il circolo più vicino a te e tutte le attività di Unione Mediterranea.

“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”

 

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Allerta SVIMEZ: spese cultura -30% al Sud in tredici anni.

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Se è vero che i diritti sociali sono finanziariamente condizionati, dipendono cioè dalla quantità di investimenti che lo Stato distribuisce sul territorio per garantire servizi, la cultura al Sud, è considerata un bene di lusso. A denunciare ancora una volta l’aumento del divario tra il Nord ed il Sud del Paese è l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, nella nota di ricerca “Le spese per la cultura nel Mezzogiorno d’Italia”, curata dal consigliere Svimez Federico Pica e Alessandra Tancredi dell’Agenzia per la Coesione territoriale.

La nota analizza l’andamento delle spese correnti, in conto capitale e totali per la cultura, a livello delle circoscrizioni Nord/Sud e di alcune regioni italiane negli anni 2000-2013. Negli ultimi tredici anni la cultura è stata tagliata di più al Sud, dove la spesa è stata ridotta di oltre il 30%. Allo stesso tempo, ogni cittadino del Nord ha ricevuto il 35% in più di un cittadino del Sud.

“Dal 2000 al 2013- dice la Svimez- la spesa totale nel settore della cultura ha subito un crollo nel Mezzogiorno, passando da 126 a 88 euro pro capite, contro il -25% del Nord. Nel 2013 fatto pari a 100 il livello medio nazionale la spesa pro capite per la cultura è stata del
69% nel Mezzogiorno, a fronte del 105% del Nord e del 141% del Centro.”

Se si analizza la spesa per la cultura in alcune regioni le disparità si allargano: “se a livello nazionale dal 2000 al 2013 il calo è stato del 27%, il Veneto ha perso oltre il 21%, Emilia-Romagna e Toscana ben il 38-39%, ma la Calabria arriva addirittura a meno 43,6%.

Quando si parla di “cultura e servizi ricreativi” si intendono prioritariamente interventi a tutela e valorizzazione di luoghi d’arte, teatri, biblioteche, musei, accademie, archivi ma anche  attività sportive e attenzione per giardini e spazi pubblici.

Quello che serve, si legge nella Nota, è “non soltanto un maggiore impegno finanziario di tutti, ma altresì una effettiva riconsiderazione e riforma dei meccanismi finanziari e istituzionali”.
In primis, le spese per la cultura “attengono ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP), che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

In altre parole, il Governo deve effettuare la ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni come prevede la Costituzione all’art.117 (lettera m), affinchè i diritti minimi sociali e civili, siano tutelati anche per gli enti territoriali con minore capacità contributiva. Con l’entrata in vigore del federalismo fiscale dal 2011, la ricognizione non è neppure stata avviata, con il risultato che i diritti fondamentali e i principi di coesione e solidarietà sono
diventati concessioni straordinarie, al punto di dividere i cittadini in categorie di serie A e serie B.

MO-Unione Mediterranea da sempre denuncia un ingiusto e disomogeneo meccanismo di ripartizione delle risorse che danneggia gravemente i meridionali, penalizzati e sacrificati da manovre disordinate, anticostituzionali e discriminatorie, i cui effetti hanno ricadute gravi sulla qualità della vita al Sud, “sotto la linea di confine”. Per dirla alla renziana maniera.

Flavia Sorrentino

Elezioni Amministrative 2016. MO come ci si candida?

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Qui non si parla di politica

(mo contano i fatti)

A giugno si scelgono i sindaci. A Napoli e in tanti municipi del Sud.

E’ tempo di esser fieri della nostra identità:

non lasciamo le città a chi prende ordini da Milano, Torino, Firenze, Genova…

Lavoro, cultura, turismo, trasporti, ambiente fioriscono se le ricchezze del territorio sono gestite in autonomia.

Liberiamo le nostre polis

MO partecipa: proponi la tua candidatura, forma la tua lista. Con poche regole chiare.

Nulla a che fare con il malaffare. Mai alleati con i responsabili del disastro del Sud. Mai con Salvini.

Scrivi a “info@unionemediterranea.info” entro il 13 marzo 2016.

Astenersi perditempo e ascari

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Bonus occupazione: con i fondi del Sud pagate 500mila nuove assunzioni al Nord.

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Di Mattia Di Gennaro

In principio era Marco Esposito, che ha riempito colonne e colonne di giornale con ogni nefandezza che i governi a trazione centro-settentrionale, succedutesi negli ultimi anni, perpetravano ai danni del Mezzogiorno. Scippi di fondi europei, formule truffa per togliere soldi a chi muore prima (al Sud) per dare a chi è più anziano (al Nord), investimenti in infrastrutture spudoratamente sbilanciati in favore della porzione di Italia “sopra la linea”.

Poi, piano piano le scorrettezze sono diventate sempre più evidenti e imbarazzanti che neanche la stampa nazionale ha potuto esimersi dal raccontarle.

Capita così che Paolo Pigliaro, giornalista di Bolzano de “La7”, dedichi il suo editoriale all’ennesimo schiaffo al Sud, che ha subito l’ennesima distrazione di fondi dirottati verso Nord.

Ecco, quello che dice Pagliaro.

“Tra nuove assunzioni e trasformazioni di rapporti a termine, sono 1 Milione e 158mila i contratti che l’anno scorso hanno potuto beneficiare del “bonus occupazione”, cioè dei sostanziosi sgravi contributivi concessi a chi assume un lavoratore a tempo indeterminato.

Questi sgravi, previsti dalla Legge di Stabilità, sono stati, dunque, decisivi per modificare il trend dell’occupazione che, per la prima volta, presenta un segno più.

Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, che allo Stato costa 3 Miliardi e mezzo in tre anni, il governo di Matteo Renzi ha drenato risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei.

Oggi, grazie all’Ufficio Studi della società calabrese Demoskopika, sappiamo che il bonus fiscale, che ha reso possibile tante assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. È, infatti, il Meridione a fare la parte del leone nella copertura finanziaria del bonus occupazionale: quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Si tratta di risorse per le quali ancora mancavano impegni giuridicamente vincolanti. Un’enormità rispetto ai poco più di 37 Milioni di euro inutilizzati nei tempi previsti da Umbria, Friuli Venezia Giulia e Valle d’Aosta.

La Sicilia dovrà, dunque, fare a meno di 800 Milioni, la Campania di 580, la Calabria di 373, la Puglia di 230. Con questi soldi, sono stati incentivati circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro. Il sud e la sua economia depressa si sono, invece, dovuti accontentare del 31% delle assunzioni che hanno così generosamente contributo a finanziare”.

Nuova Costituzione, qualche ciliegina e molta panna marcia

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Perché al referendum è necessario votare un secco NO

Con 49 articoli cambiati su 139 la  riforma della Costituzione firmata Renzi-Boschi è una vera e propria riscrittura della Carta  Costituzionale entrata in vigore nel 1948 e riformata in misura considerevole una prima volta nel 2001. Sul testo Renzi-Boschi, approvato dal Parlamento con numerosi emendamenti, sarà indispensabile il voto finale degli italiani, il quale si terrà nell’autunno 2016. Ci sono due precedenti di referendum su cambiamenti della Costituzione: nel 2001 gli elettori approvarono la riforma del Centrosinistra, che dava più poteri alle Regioni e introduceva il federalismo fiscale solidale; mentre nel 2006 fu bocciata quella scritta da Berlusconi e Bossi. Il referendum costituzionale, quindi, è un passaggio fondamentale e, visto che non è necessario il quorum perché la consultazione sia valida, ogni singolo voto può essere quello decisivo. Ecco perché informarsi è necessario. Proviamo a dividere l’analisi in quattro parti: quello che c’è di buono, quello che in apparenza è positivo ma in sostanza ha poco peso, quello che ci si poteva aspettare e non c’è, quello che c’è e appare dannoso in particolare per la nostra terra meridionale. In un referendum naturalmente la riforma va proposta o respinta in blocco, non è possibile pescare solo le parti che piacciono. A nostro parere la riforma appare una torta con tanta panna marcia e qualche ciliegina.

Quello che c’è di buono: le ciliegine

  • Camera e Senato non sono più un doppione.
  • Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.
  • C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.
  • C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male:

  • La cancellazione della parola Provincia.
  • L’azzeramento dell’indennità dei senatori.
  • La semplificazione dell’iter legislativo.
  • La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Quello che ci poteva essere e non c’è:

  • La riduzione del numero di deputati: restano 630.
  • L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud:

  • Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.
  • L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.
  • L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

 

Entriamo nel dettaglio. Quello che c’è di buono.

 

Camera e Senato non sono più un doppione.

Solo la Camera vota la fiducia al governo e solo i deputati rappresentano la Nazione mentre i senatori rappresentano gli Enti territoriali. Si torna in pratica allo spirito originario della Costituzione che tendeva appunto a differenziare le funzioni. In particolare in origine il Senato restava in carica sei anni, quindi uno in più della Camera. Adesso il Senato diventa un organo a rinnovo parziale perché il rinnovo dei senatori è legato a quello delle Regioni, che non votano in modo simultaneo.

 

Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.

Il Cnel fu introdotto nella Costituzione per dare un ruolo alle rappresentanze sociali, tuttavia la funzione del Cnel è stata sempre residuale – studi, pareri, qualche proposta di legge –  a fronte di costi non trascurabili: 19 milioni l’anno. Il personale del Cnel viene ricollocato presso la Corte dei Conti.

 

C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.

Non potranno guadagnare più del sindaco del Comune capoluogo di Regione. Oggi le indennità sono agganciate a quelle dei parlamentari. In pratica la retribuzione dei consiglieri regionali viene dimezzata.

 

C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Non sarà più possibile approvare una legge Porcellum. La riforma si applica all’Italicum, che riproduce le candidature bloccate per tutti i capilista, se ci sarà la richiesta di un quarto dei deputati o di un terzo dei senatori.

 

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male

 

La cancellazione della parola Provincia.

Nel nuovo articolo 114 si elencano gli enti costitutivi della Repubblica: Regioni, Comuni e Città metropolitane. Sparisce la parola Provincia ma, in riferimento alle loro funzioni, si parla di “enti di area vasta”. Per cui la sostanza non cambia. Va sottolineato che le Città metropolitane, nonostante la conferma del riconoscimento istituzionale, sono escluse dalla rappresentanza nel nuovo Senato.

 

L’azzeramento dell’indennità dei senatori.

In tempi di antipolitica sembra che ogni centesimo dato a un politico sia denaro buttato. In realtà un politico a reddito molto basso o addirittura zero è una persona che vive di qualcos’altro. Per i senatori sarebbe stato corretto che non cumulassero le indennità di sindaco o di consigliere regionale con quella appunto di senatore, stabilendo un tetto massimo. La scelta della indennità zero porterà all’assurdo di senatori pagati poche centinaia di euro al mese (come i sindaci di piccoli comuni, che pure dovranno essere rappresentati) fino alla vergogna di senatori di nomina presidenziale in carica sette anni a indennità zero. Si dirà che il presidente della Repubblica è tenuto a nominare persone che hanno dato lustro al paese e che quindi si presume abbiano un reddito elevato. Ma perché si deve associare sempre la qualità delle persone al proprio reddito? Alex Zanotelli è una persona di straordinarie qualità: se come merita sarà nominato senatore dovrà pagarsi ogni volta il treno per Roma e l’albergo?

 

La semplificazione dell’iter legislativo.

Non è vero che le leggi di interesse generale sono approvate solo dalla Camera, senza più il doppio passaggio parlamentare. Il Senato infatti su qualsiasi materia può chiedere (basta un terzo dei componenti) di esaminare i disegni di legge approvati dalla Camera e fare entro 30 giorni le sue proposte di modifica, che la Camera è tenuta a discutere, approvare o respingere. In pratica si replica quanto accade già oggi con i passaggi parlamentari che sono di fatto ricondotti a tre: prima approvazione alla Camera o al Senato, approvazione con modifiche dall’altro ramo del parlamento, terza lettura e approvazione definitiva senza modifiche. L’unica novità è che adesso sarebbe obbligatorio partire dalla Camera e che le modifiche introdotte dal Senato non sarebbero vincolanti.

 

La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Il Senato è ridotto da 315 a 95 membri (più cinque senatori di nomina presidenziale, non più a vita ma con incarico settennale). I senatori non hanno più indennità parlamentare. Il Senato ha il potere di approvare alcune tipologie di leggi (in concorso con la Camera), di svolgere funzioni di raccordo tra lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni nonché di verificare l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Tuttavia il Senato è monco nella rappresentanza (non sono previsti rappresentanti delle Città metropolitane ma solo di Regioni – 74 senatori – e Comuni – 21 senatori) e non ha il potere di “controllo sull’operato del governo”, che è funzione attribuita alla sola Camera dei deputati. Il suo potere legislativo limitato a poche materie tra le quali sono incredibilmente escluse alcune delicatissime proprio per i territori: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale (art. 117), i tributi locali, il fondo di perequazione, i costi e fabbisogni degli enti locali (art. 119). In pratica il governo con la “sua” maggioranza alla Camera può approvare leggi di immediato interesse per Regioni, Comuni e Città metropolitane senza che il Senato, dove questi enti sono rappresentati, abbia potere legislativo.

 

Quello che ci poteva essere e non c’è

 

La riduzione del numero di deputati: restano 630.

Nella campagna elettorale delle primarie, un manifesto di Matteo Renzi prometteva: “se vince Renzi dimezziamo i parlamentari”.

 

L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

La frammentazione del mezzogiorno è tra le cause della sua debolezza.

 

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud

 

Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.

Con il nuovo articolo 116 si specifica che solo le Regioni in equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio (quindi sono favorite le Regioni ricche, che hanno entrate proprie maggiori) possono ottenere maggiori poteri legislativi su materie non secondarie quali: istruzione, ordinamento scolastico, istruzione universitaria; programmazione strategica della ricerca e tecnologica; politiche attive del lavoro e istruzione e formazione professionale; commercio con l’estero; beni culturali e paesaggistici; ambiente e ecosistema; ordinamento sportivo; attività culturali; turismo; governo del territorio. In pratica la Lombardia e il Veneto potranno avere proprie leggi sul commercio con l’estero, potranno tutelare il proprio ambiente dalle trivellazioni, potranno organizzare l’istruzione anche superiore nell’interesse dei soli residenti mentre Campania, Puglia e Calabria dipenderanno in tutto e per tutto dalle volontà del governo centrale. Nella ripartizione delle materie ci sono aspetti curiosi per esempio sul turismo. La nuova Costituzione attribuisce allo Stato le “disposizioni generali e comuni sul turismo” e alle Regioni quelle “di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo”. Ma una Regione che si avvale dei maggiori poteri in materia di turismo cosa potrà fare di più senza entrare in conflitto con lo Stato o con le altre Regioni?

 

L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.

Con la Costituzione in vigore le Regioni perdono poteri su materie delicate per i territori come l’energia. Produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia diventano infatti di competenza esclusiva dello Stato, così come i porti e gli aeroporti. Le Regioni ricche potranno recuperare i poteri attuali grazie al “regionalismo differenziato” (si chiama proprio così). Le popolazioni dei territori “differentemente ricchi” invece non potranno metter becco su questioni delicate come lo sfruttamento energetico: trivellazioni, gasdotti, centrali a carbone. L’ambiente non è più nelle mani delle popolazioni locali.

 

L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

A conferma che l’iniziativa popolare è temuta, si triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di e-democracy con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

Tre seminari gratuiti in nome di consapevolezza, identità e azione

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È arrivato il momento di camminare insieme verso un nuovo orgoglio, basato sull’identità e sulla creatività delle persone che vogliono re-agire. Per questo abbiamo deciso di offrire tre appuntamenti completamente gratuiti, per affrontare e discutere insieme di argomenti fondamentali per una migliore gestione della città.

SEMINARIO GRATUITO: COSA FA UN COMUNE?

In questo seminario parleremo del ruolo che ha il Comune nella gestione del territorio, le sue autonomie e i suoi limiti, tutto ciò che fa e che può fare perché la legge non lo vieta. Conoscere le responsabilità del Comune è uno strumento fondamentale per partecipare alla vita politica del territorio, aiutare la città a crescere e migliorarsi. Il seminario sarà tenuto da Marco Esposito sabato 16 gennaio (posti esauriti) sabato 23 gennaio 2016 alle ore 10.00, presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30 (Napoli)

Per maggiori informazioni e iscriverti clicca qui

SEMINARIO GRATUITO: AUTODIFESA COLLETTIVA, IDENTITÀ E AZIONE

Qui parleremo di come si può reagire al continuo processo di denigrazione che vede protagonista la città di Napoli. Il seminario, tenuto da Antonio Lombardi, servirà a fornire alcuni aspetti teorici e metodologici di una pratica di autodifesa. E’ fondamentale per i cittadini imparare a rispondere in modo creativo e costruttivo alla colonizzazione mentale, per proteggere il territorio bisogna riscattarsi dalla condizione di discriminazione e dal senso di impotenza che essa provoca. L’appuntamento è il 30 Gennaio 2016 presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30 (Napoli).

Per maggiori informazioni e iscriverti clicca qui

SEMINARIO GRATUITO: E-DEMOCRACY, LA DEMOCRAZIA AI TEMPI DEL WEB

Questo è un appuntamento è per chi vuole discutere vantaggi e limiti della democrazia via internet. Oggi il cittadino può sentirsi davvero coinvolto nelle attività politiche grazie al web ma per essere un soggetto veramente informato ed attivo occorre conoscerne i limiti e le opportunità. Verranno presentati al seminario anche diversi software attualmente esistenti.
Il seminario sarà tenuto da Pierluigi Peperoni il 13 febbraio 2016 presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30.

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