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Il dovere di esserci

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Maikol. 27 anni. Morto per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliatissimo. Ennesima vittima innocente di una guerra che ammazza Napoli e il sud da mesi, anni, decenni.

Lo smarrimento provato di fronte a tante vite spezzate dalla malavita, l’impotenza appresa da chiunque ami la propria terra al punto da volerla sognare un giorno libera dal giogo mafioso, l’insostenibile puzza di quella montagna di merda che è la camorra, rappresentano un rischio. Il rischio di voler gettare la spugna, di abbandonare la speranza che lottare per una causa giusta possa essere utile, il rischio di credere, consciamente e inconsciamente, che tanto nulla potrà mai cambiare. Qui, nei sud di Forcella, della Sanità, Casal di Principe, Crotone, Corleone, ecc.

Ogni singolo giorno noi crediamo innanzitutto di dover combattere contro questo pericolo del ‘tutto è inutile’. Perché non è così, noi sappiamo che non è così. Abbiamo il dovere di ritrovarci innanzitutto come popolo, per far capire ai camorristi che non possono più pensare di trovare ‘zone franche’. Abbiamo il diritto di chiedere una Napoli disarmata. Di chiederlo a noi stessi, e allo Stato, qualora si decidesse a capire che la lotta contro le mafie non può essere estemporanea. Ma deve essere continua. Un continuo lavoro sia militare che culturale. Se le mafie ancora presenti nei nostri territori stridono con la narrazione attuale di un’Italia tutta Leopolde e ottimismo, è compito nostro lottare e manifestare per la verità. Per Maikol, ucciso a Forcella, per Genny, vittima innocente della Sanità, per chiunque si sia trovato al momento sbagliatissimo nel posto ancora più sbagliato.

Ecco perché domani ci sareMO, assieme ai tanti che si sono messi in cammino, contro questa nuova fottuta camorra, che ci insanguina il futuro.

#UnPopoloInCammino è un popolo che ha alzato la testa. E non intende abbassarla mai più.

CTFS, arriva un nuovo mostro ai danni del SUD

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Nella legge di stabilità appena approvata dal Parlamento, e che a giorni sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, all’articolo 1 comma 29 spunta una nuova Commissione – la Commissione tecnica fabbisogni standard (CTFS) – che si occuperà dei fabbisogni standard dei Comuni e delle Città metropolitane/Province. Tale CTFS prende il posto della COPAFF, Commissione paritetica attuazione federalismo fiscale, introdotta nel 2009.

Come spesso accade, dietro un linguaggio tecnico si nascondono trappole molto ma molto concrete. In particolare:

1) La CTFS è un nuovo passo verso il neocentralismo: la COPAFF era “paritetica”, nel senso che avevano pari peso componenti tecnici di nomina del governo e componenti tecnici di nomina degli enti locali; la CTFS sarà composta di undici membri di cui sei di nomina del governo (compreso il presidente), uno dell’Istat, quattro degli enti locali (tre Anci, uno Regioni). Con queste premesse, la CTFS rischia di nascere come un nuovo mostro ai danni del Sud.

2) La CTFS – che sarà nominata entro 30 giorni dall’approvazione della legge con decreto del Presidente del Consiglio e quindi a fine gennaio – ha il compito di approvare nel tempo massimo di 15 giorni le scelte del governo sui fabbisogni standard, tema delicatissimo perché finora sono stati utilizzati metodi che danneggiano il Sud (a Napoli un terzo di Torino per asili nido e istruzione), grazie a trucchi come il fabbisogno posto a zero dove non ci sono asili nido, i servizi di istruzione assegnati in base alla situazione storica e non ai bisogni della popolazione e, per le Province e Città metropolitane, i tagli più forti nelle aree ricche dove però l’indice di ricchezza è legato a quanto si paga di Rc auto!

3) L’Anci, l’associazione dei Comuni italiani guidata dal torinese Piero Fassino, nelle prossime settimane dovrà quindi nominare tre componenti della CTFS, di cui uno in rappresentanza delle ex Province, e i precedenti non lasciano ben sperare (nella COPAFF erano cinque i membri Anci: uno in rappresentanza del Comune di Milano, uno in rappresentanza di quello di Torino e tre in rappresentanza della segreteria romana dell’Anci).

E’ indispensabile per noi meridionalisti porre all’Anci il tema di un esponente nella CTFS che abbia a cuore le sorti del Sud: ci sono studi tecnici che dimostrano come l’effetto redistributivo dei fabbisogni standard è sistematicamente a danno degli enti locali del Mezzogiorno.

MO-Unione Mediterranea scriverà una lettera aperta a Piero Fassino per chiedere all’Anci una scelta che non sia territorialmente discriminatoria.

Centri commerciali, camorra e perdita d’identità

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di Salvatore Legnante

Se può esserci un caso emblematico dell’estrema urgenza e necessità di un movimento meridionalista, che nelle nostre terre dia il senso e una nuova visione di cosa deve essere la politica, beh questo caso è rappresentato dall’affaire Jambo, che nei giorni scorso ha portato alla ribalta l’ennesima dimostrazione di quanto sia incancrenito il rapporto tra camorra e istituzioni in taluni territori del Sud, e in particolar modo nell’agro aversano.

Una terra in cui malavita e politica hanno dato vita, per decenni, ad una vera e propria trattativa, un do ut des vantaggioso per entrambe le parti in causa, che ha condannato i cittadini a subire ancor più che in altre zone del Sud la condizione coloniale perpetrata dall’Italia.

Oggi che lo Stato ha finalmente messo in campo una reazione che ha portato alla decapitazione dell’ala militare dei clan, restano però le scorie tossiche dei colletti bianchi, dei gattopardi, di quei politici che hanno beneficiato dei voti e dei favori dei clan camorristici.

L’affaire Jambo, dicevamo, è emblematico. Un centro commerciale controllato da Michele Zagaria, il boss che con Iovine ha assunto, negli ultimi anni, la reggenza del clan camorristico comunemente conosciuto come ‘dei casalesi’, secondo l’abitudine tutta italiana e tutta coloniale di identificare un intero popolo come malavitoso. I camorristi sono camorristi, i casalesi sono soprattutto altro.

Il controllo avveniva – secondo gli inquirenti – con il consenso e l’appoggio della malapolitica, dei sindaci della zona, in particolar modo di Michele Griffo, primo cittadino di Trentola Ducenta, al momento latitante.

Una forza politica, in casi del genere, deve chiedersi come e perché sia potuto avvenire tutto questo, e quali azioni si possono mettere in campo.

Ecco, noi non riteniamo che quello che è avvenuto a Trentola, per il Jambo, sia un mero problema di criminalità organizzata. Non riteniamo neanche che sia sufficiente dare la responsabilità a quei politici che non si fanno scrupolo di fare affari con la camorra. Quello che è avvenuto, e che purtroppo avviene in altre realtà meridionali, è il frutto di un avvelenamento culturale, per meglio dire di un genocidio culturale.

Cos’è la presenza massiccia dei centri commerciali, concentrati in pochi km quadrati, se non il segno della perdita dell’identità dei nostri territori? Tra le province di Napoli e Caserta sono sorti in meno di un decennio numerosi di questi mostri  della modernità, che spesso hanno fatto scempio di beni artistici (come nel caso del Campania, a Marcianise), o sono stati utilizzati anche come discarica (Vulcano Buono, a Nola). Le nostre terre, le nostre campagne, sono state letteralmente svendute, sia praticamente che culturalmente: il controllo è passato facilmente ai clan camorristici, ed in cambio di pochi soldi un territorio a vocazione agricola ha cambiato forma, omologandosi a qualcosa di altro da sé.

La camorra e la malapolitica hanno avuto vita facile: perché operavano in zone senza più memoria, senza più identità, senza più legami con quella cultura contadina che faceva di quelle campagne le più fertili d’Europa. Da terra di eccellenze alimentari, di piccoli produttori, di artigiani, siamo stati consapevolmente portati a diventare terra di consumatori di merci prodotte altrove, svendendo noi stessi. I centri commerciali sono un totem del colonialismo italiano: al Sud la presenza della criminalità organizzata, assieme alla parte peggiore dei partiti politici, ha fatto sì che potesse sembrare progresso e sviluppo quella che era in realtà la morte civile del nostro modo di essere.

Il Campania, il Medì, il Jambo, l’Auchan, la Reggia Outlet, le Porte di Napoli, il Vulcano Buono, ecc.. sono sorti sulle macerie di un’identità collettiva e di una cultura contadina perduta, svilita, vista come retrograda. Può dirsi oggi sviluppato un territorio che ha visto sostituirsi quella cultura al consumismo senza regole di cui quei mostri sono il simbolo? Consumismo di cui si è nutrita, letteralmente, la camorra.

E’ per questo che un movimento politico meridionalista non può limitarsi a fare di casi come quelli del Jambo una semplice questione criminale. E’ una questione culturale, oltre che giudiziaria e politica. Una forza meridionalista deve interrogarsi sul modello di sviluppo futuro che i nostri territori possono avere,  tenendo sempre fortemente presente quell’identità svenduta e sottovalutata da tutti gli altri partiti di matrice italiana e perciò coloniale.

Abbiamo il dovere di proporre iniziative contro i legami tra mafie e politica che ancora oggi, purtroppo, imperversano in tanti comuni meridionali, abbiamo il dovere di sostenere quelle esperienze politiche che stroncano ogni giorno questi legami (pensiamo alla Napoli di De Magistris, che ha messo alla porta clientele ed affaristi camorristici, pensiamo a Renato Natale, che a Casal di Principe ha ridato orgoglio al suo popolo denigrato, ecc..), ed in più abbiamo il sacro dovere di essere degni della nostra identità, storica, territoriale, culturale.

Solo così, riteniamo, potremo finalmente togliere ossigeno alla malapolitica, che è la forma più perversa e pericolosa di camorra presente nella nostra terra, nobile e disgraziata.

Alitalia, incazzatura a tre colori

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di Pierluigi Peperoni

L’immagine che vi mostro di seguito è stata una delle più condivise su Facebook nelle ultime ore.

tariffe alitalia

Si tratta di una semplice tabella riepilogativa dei costi dei voli Alitalia da Milano verso alcune località nazionali ed internazionali, che evidenzia la sproporzione del costo dei voli per Reggio Calabria rispetto a quelli diretti verso altre mete.

La risposta dei social media manager della ex compagnia di bandiera italiana è di circostanza, ma l’effetto virale è stato dirompente ed in breve sono iniziati a fioccare i commenti al post pubblicato inizialmente da Tonino Sanfedele.

Alcuni commenti sono particolarmente interessanti come quello di Chiara che afferma: <<controllo il vostro sito quotidianamente dal mese di Ottobre ed i prezzi sono sempre stati superiori ai 200€ sola andata. Cosa intendi per “prenotare con anticipo”? E cosa per “soluzioni più economiche”?>> oppure quello di Antonino che suggerisce di non protestare <<altrimenti ci tolgono anche questo volo nonostante sia sempre pieno!>>.

Alitalia (controllata al 49% dalla società araba Etihad Airways) è a tutti gli effetti una compagnia privata. Inutile recriminare sul fatto che approfitti del proprio vantaggio competitivo di essere monopolista di fatto della tratta Milano – Reggio Calabria. Non è più la compagnia di bandiera italiana e quindi non ha alcun obbligo nei confronti dei cittadini. Se ha una posizione di dominio su un mercato è giusto che realizzi il maggior profitto possibile. Si tratta delle normali leggi di mercato.

Quello che forse non tutti sanno è che la libertà di circolazione è sancita in Italia dalla Costituzione italiana (Art. 16) e in Europa nella Carta dei diritti dell’Unione europea (Art. II-105).

Ora chiediamoci come mai i voli verso le altre destinazioni italiane hanno costi tanto inferiori rispetto a quelli per Reggio Calabria. Le ragioni sono principalmente due:

  • Alitalia ha dei concorrenti sulle stesse tratte;
  • esistono dei mercati alternativi, come quello ferroviario o autostradale che tendono a livellare verso il basso il costo dei voli.

E allora mi incazzo, divento verde di bile se penso al diritto calpestato degli studenti calabresi a poter tornare a casa per Natale, ai tanti che lavorano fuori e devono spendere mezzo stipendio solo per poter tornare a casa ad abbracciare i propri parenti per qualche giorno.

Sbianco di fronte alla pochezza dei nostri amministratori, incapaci di fornire collegamenti di livello europeo a 20 milioni di cittadini meridionali, pur avendone la possibilità. Sbianco se penso che questa gente ha in mano il nostro futuro.

Divento rosso di rabbia se penso che la stessa Alitalia è stata salvata con i soldi di tutti i contribuenti italiani, di ogni latitudine e ceto sociale.

Tre colori, come il logo della stessa Alitalia, una degna compagnia di bandiera di questa italiella.

Corsica, Catalogna e…Napoli: se identità e autonomia fanno vincere le elezioni

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di Mattia Di Gennaro

In Corsica hanno vinto gli autonomisti di “Pe’ a Corsica”, lista elettorale nata dalla fusione del partito nazionalista “Femu a Corsica” con gli indipendentisti di “Corsica Libera”. “E’ la vittoria della Corsica e di tutti i corsi” ha dichiarato il leader dei nazionalisti Gilles Simeoni che ha pensato fosse opportuno creare una federazione tra le forse autonomiste, indipendentiste e identariste per lanciare l’attacco al governo della regione. E ha avuto ragione.

Simeoni e il leader di “Corsica Libera”, Jean-Guy Talamoni, si sono messi alle spalle decenni di conflitti fratricidi riservando la carica critica ai partiti nazionali e scrivendo un programma di governo credibile, condiviso e pragmatico con l’obiettivo di fare della Corsica una regione a statuto speciale o, addirittura, un nuovo stato indipendente nel più breve tempo possibile.

“Governeremo per tutti i cittadini dell’Isola, anche per chi non ci ha votato” ha dichiarato Simeoni, già sindaco di Bastia, tra le principali città corse, che da governatore ha gia chiaro quali siano i temi prioritari a cui lavorare fin da subito: infrastrutture e trasporti all’interno dell’Isola e tra l’Isola e il Continente; la messa in opera di un piano di rilancio e sviluppo economico e sociale; la piena unità amministrativa tra il Nord e il Sud dell’Isola, presupposto per lo snellimento e il miglioramento dei processi burocratici e normativi.

I corsi, tuttavia, non sono stati l’unico popolo di Francia che ha voluto legittimare alle urne la propria identità e il proprio status di nazione. La lista “Oui la Bretagne” – in Bretagna, appunto – ha cercato di federare le forze regionaliste locali sotto la guida di Christian Trodec, sindaco di Carhaix, cuore culturale e politico della regione bretone. La lista, purtroppo, non potrà contare su alcun rappresentante nella prossima assemblea regionale; tuttavia, la stessa coalizione bretone ha raggiunto e superato il 10% in molte località, arrivando ad essere in alcuni centri la prima forza politica.

Programma politico improntato sull’identità e l’autonomia politica e finanziaria, superamento degli interessi dei singoli per perpetrare più generali interessi comuni, guida politica già legittimata politicamente, unità: questi sembrano essere stati gli ingredienti per il successo delle forze autonomiste alle urne corse e per il buon risultato a quelle bretoni, dove, se gli autonomisti non hanno avuto una vittoria nell’immediato, avranno sicuramente da raccogliere nelle prossime votazioni i frutti del loro lavoro politico.

In questo contesto, dunque, sembra quasi che più lo Stato cerchi di accentrare poteri e prerogative, togliendole alle istituzioni locali, più i popoli rispondono con una voglia di maggiore autonomia. Il caso storico ed eclatante è quello della Catalogna, che lo scorso settembre ha rinnovato il mandato di “Presidente della Generalitat” ad Artur Mas, leader storico dell’indipendentismo catalano, che è riuscito con la sua coalizione “Junts per Si” ad ottenere la maggioranza. Come vi abbiamo già raccontato, “Junts pel Si” rappresenta il paradigma delle unioni di scopo, giacchè è arrivata a mettere d’accordo forze catalane di destra e di sinistra in nome dell’interesse superiore dell’indipendenza da Madrid.

Il processo, ormai, è segnato: a un’Europa di Stati si sta affermando sempre più un modello di Europa di Nazioni, con popoli diversi per lingua e cultura impegnati nella cooperazione civile ed economica, in cui nessuno debba più sentirsi periferia, ma in cui tutti possano sentirsi al centro della vita civile e politica. Questo hanno detto le urne in Corsica, in Catalogna ma anche in Scozia e in sempre più regioni d’Europa. E le forze regionaliste, autonomiste e indipendentiste di questi territori lo hanno capito: si vince se ci si unisce, ossia se si antepongono gli interessi generali di chi si vuole rappresentare alle bramosie e gli interessi personali.

L’esperienza della lista civica “MO!” alle scorse regionali in Campania si inserisce perfettamente in questo processo, laddove il movimento promotore, Unione Mediterranea, propose a singoli e ad altre forze meridionaliste di presentare insieme un programma scritto con il contributo degli attivisti e dei cittadini comuni, improntato alla riscossa del Mezzogiorno. Resta, al di là del risultato, un avvenimento di portata storica, giacchè mai in un elezione regionale si era potuto votare per una lista a vocazione meridionalista e indipendente dalla partitocrazia italiana.

Lo stesso disegno di legge popolare “NA – Napoli Autonoma” va verso la stessa direzione: dotare di autonomia amministrativa e finanziaria il territorio dove risiede un popolo – nella fattispecie quello partenopeo – che a buon grado può riconoscersi nazione, posta in essere grazie alla rinuncia dei trasferimenti dallo Stato centrale in cambio della trattenuta di buona parte delle imposte prodotte dai residenti.

Questi sono solo i primi passi, sebbene siano dei passi importanti. Dopotutto, era il 1769 quando le milizie di Pasquale Paoli, presidente della Repubblica Corsa, cadde sotto i colpi dell’esercito del Re di Francia nella battaglia di Ponte Nuovo, mettendo fine all’indipendenza corsa. Pasquale Paoli, eroe nazionale corso, che si formò militarmente e intellettualmente a Napoli – culla dell’Illuminismo – per il quale Regno combatté valorosamente e da cui partì nel 1755 per fondare la Repubblica indipendente, che 247 anni dopo la sua fine sembra, finalmente, tornare realtà.

#Biocidio, “Quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”

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di Salvatore Merolla

Si è tenuto al Pala Banco di Brescia, davanti a tanti giovanissimi studenti, il convegno intitolato “ambiente salute legalità”. Sono mancate le istituzioni e non sembrava cosa nuova dal momento che, come hanno fatto presente dal palco, “quando l’ASL viene invitata ad eventi del genere non si presenta mai nessuno”. Erano presenti, però, tantissime associazioni ambientaliste (lombarde e non), ma anche giornalisti, dottori, magistrati e uomini di chiesa che si sono alternati dal palco, snocciolando dati che fanno sempre più rabbrividire, sbattendoti in faccia una realtà che dopotutto conosci, di cui hai sentito parlare tante volte ma che, ogni volta, è un pugno nello stomaco.

La direttrice dell’ARPA di Brescia, Maria Luisa Pastore, ha parlato di inquinamento da cromo esavalente. A Brescia sono inquinate le falde, inquinati i terreni e inquinato è pure tutto quello che ci viene coltivato sopra. Disastri causati da aziende come la Forzanini o la Baratti Inselvini, o ancora la Caffaro, che scaricava PCB (policlorobifenili) nei canali irrigui inquinando tutto il bresciano e costringendo il Comune ad un’ordinanza che vieta tutt’oggi il transito sulle zone contaminate non coperte da asfalto o cemento.

Ma qual è il filo conduttore che da Brescia arriva nel Meridione? Lo ha spiegato benissimo il professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo impegnato da anni in una battaglia che lega fortemente salute e ambiente. Il suo intervento è stato da lui definito “passionale” e subito tutto il Palabianco se n’è accorto tanta è stata la foga con cui ha affermato “quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”. E ha ragione il professore, il ciclo dei rifiuti ci “unisce”, nel senso che nel Sud-Italia ci sono zone in cui si muore delle stesse malattie riscontrabili nelle aree fortemente industrializzate del Nord (le industrie al Sud non arrivano, ma i loro effetti si). Ha spiegato che, nonostante una maggiore attenzione mediatica sui rifiuti urbani, quelli industriali li superano abbondantemente per pericolosità (e quantità, con un rapporto di quasi 5 a 1) e una buona parte di essi vengono smaltiti illegalmente, soprattutto nel Mezzogiorno. Ad esempio, “Per lo smaltimento di tonnellate di PCB stoccati a Bologna si pensò bene di spalmarli tra Acerra e Castelvolturno; hanno trasformato il granaio dell’antica Roma nella discarica d’Europa”.

Per evitare che questo accada ancora occore una rigorosa tracciabilità dei rifiuti e pene severe per chi commette crimini ambientali; purtroppo l’Italia è, come spesso accade, in forte ritardo su questi punti, avendo approvato una (lacunosa) legge sui reati ambientali solo a Maggio di quest’anno. Su quest’ultimo punto si sofferma anche il pm Raffaele Guariniello, rimarcando quanto fosse difficile colpire i responsabili di un disastro ambientale prima dell’introduzione dei suddetti reati nel codice penale.

Nel pomeriggio è arrivato anche l’intervento di Sandro Ruotolo, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sul traffico dei rifiuti in Campania. Ruotolo ha parlato, tra le altre cose, delle eco-balle della Terra dei Fuochi e dei 450 milioni di euro stanziati dal Governo per “eliminarle” (fa notare che in realtà sono 150 milioni, gli altri sono da sbloccare nei prossimi 2 anni). Il giornalista ha sottolineato che non si capisce ancora in che modo possano essere eliminate, visto che, ad oggi, ancora non si sa esattamente cosa contengano. Verranno forse spostate? Per andare dove?

Insomma, dopo anni di battaglie dai territori e mobilitazioni popolari, il quadro generale è davvero drammatico, soprattutto considerando le troppe parole e i pochi fatti di una politica nazionale che non ha mai avuto davvero la volontà di affrontare il problema. E il Sud a pagarne ancora una volta le spese, ritrovandosi con le stesse malattie oncologiche delle zone industrializzate…ma senza le industrie!

Real Albergo dei Poveri? MO incontriamo l’assessore Piscopo

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Il Real Albergo dei Poveri o Palazzo Fuga, dal nome dell’Architetto che lo concepì, è uno dei più grandi palazzi d’Europa. La sua imponente facciata si staglia su piazza Carlo III e ai napoletani delle ultime generazioni è sempre parso come un gigante addormentato, così grande, così inutilizzato.

L’utilizzo originario prevedeva l’ambizione di dare un tetto a tutti gli indigenti del Regno di Napoli, un sogno realizzato solo in parte sotto i Borbone. In virtù di questa destinazione originaria, la Legge Regionale 1980 n. 65 ha istituito un vincolo all’utilizzo del Palazzo con il quale si obbliga ad assicurare la continuazione delle attività istituzionali per le quali l’Albergo fu stato costruito, ossia attività di assistenza sociale per gli indigenti.

Eppure, negli ultimi anni si era fatta forte la voce e la volontà di chi avrebbe voluto che il Palazzo accogliesse tutte le opere custodite nei depositi dei musei cittadini, facendo dell’Albergo dei Poveri un nuovo Louvre.

Sia l’amministrazione regionale quanto quello cittadina sembravano concordi col rilancio di questo gigante architettonico in chiave museale; tuttavia, il vincolo di destinazione comporta l’obbligo che almeno un’area sia allocata ad attività di assistenza sociale. Non stupisce, dunque, che il Comune di Napoli abbia dato avvio a un progetto di riqualificazione dell’edificio proprio per fini sociali, come riportato nell’articolo del 5 dicembre di Identità Insorgenti.

Questo mette la parola fine a chi sogna un Louvre Napoletano oppure una destinazione non esclude l’altra?

L’assessore Piscopo ci spiegherà quali sono i progetti del Comune per il palazzo Fuga nel corso di un incontro pubblico che si terrà il 17 dicembre alle ore 19 presso la nostra sede di via Vittoria Colonna, 30.

Il signor NA spiega Napoli Autonoma al signor Gennaro

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Signor Gennaro: Hai sentito? Adesso quelli di MO si sono messi in testa che Napoli deve rinunciare ai sussidi statali!

Signor NA: Buono, no?

Signor Gennaro: Ma stiamo scherzando? E come facciamo senza soldi?

Signor NA: Genna’ guarda che non è proprio così.

Signor Gennaro: E com’è allora?

Signor NA: Il federalismo fiscale ha reso le cose complicate.

Signor Gennaro: Ma che cos’è questo federalismo  fiscale?

Signor NA: E’ il sistema per cui buona parte delle tasse pagate dai cittadini vengono direttamente gestite e impiegate sul territorio in cui vivono.

Signor Gennaro: Questo significa che le città più ricche restano ricche, ma quelle dove ci sono meno lavoro e salari più bassi, che fine fanno?

Signor NA: Per quelle città ci dovrebbe essere il fondo di perequazione. Sulla carta c’è. In realtà non esiste.

Signor Gennaro: Il fondo di che?!

Signor NA: Perequazione. Cioè rendere uguali non sui redditi, quelli restano diversi e i ricchi rimangono più ricchi, ma almeno sui servizi: asili, illuminazione, sicurezza, verde pubblico, raccolta dei rifiuti, manutenzione delle strade, autobus e metropolitane…

Signor Gennaro: E chi lo paga ‘sto fondo di Perepeppè?

Signor NA: C’è, anzi, dovrebbe esserci una cassa statale, pagata con le tasse di tutti, i cui soldi vanno ai comuni meno ricchi, in modo che gli italiani siano uguali nei servizi sociali, che vivano a Monza o a Cosenza, a Milano e a Napoli.

Signor Gennaro: Però questo fondo non c’è…giusto?

Signor NA: Giusto! Quando, nel 2011, è entrato in vigore il federalismo fiscale, il governo ha stabilito che sarebbe servito del tempo per calcolare il fondo di perequazione per ogni comune, quindi ha istituito il Fondo sperimentale di riequilibrio, come sostituto provvisorio del Fondo di Perequazione, previsto per il 2013. Con la legge Salva Italia, però, nel 2012 il governo Monti ha tagliato di due miliardi il fondo sperimentale, e preventivamente anche quello di perequazione.

Signor Gennaro: Taglio preventivo? Ma tagliare il fondo di perepeppè vuol dire tagliare l’asilo e l’autobus dove ce n’è più bisogno?

Signor NA: Proprio così. E il governo lo sapeva bene. Infatti nel 2013 il fondo sperimentale non prende il nome di Fondo di Perequazione, come previsto dalla Costituzione, ma viene battezzato “fondo di Solidarietà Comunale” ed è effettivamente molto diverso dal primo, poiché non è alimentato dallo Stato ma da una quota pari al 38% dell’ Imu dei singoli Comuni.

Signor Gennaro: Mamma mia. Però non ho capito: visto che ci hanno tagliato parte dei fondi che ci spettano di diritto, la risposta sarebbe rifiutare anche quelli che ci hanno lasciato?

Signor NA: Può sembrarti strano, ma per capire bene la proposta Napoli Autonoma occorre sapere ancora qualcosa: nel 2010, prima del federalismo fiscale, Napoli ha ricevuto 646 milioni, ma nel 2015 ne ha ricevuti solo 259. Un bel taglio del 60%. Sai che significa? Che ormai i cittadini napoletani pagano una quantità di tasse superiore a quelle che vengono effettivamente impiegate sul territorio!

Signor Gennaro: Ma è ancora una città assistita! Come facciamo senza quei 259 milioni di euro?

Signor NA: In realtà 259 milioni si potrebbero recuperare attribuendo due imposte direttamente al comune: quella sui trasferimenti immobili, che nella città di Napoli ha un valore stimato di 150 milioni, e la compartecipazione Irpef dei cittadini napoletani, che coprirebbe i restanti 109.

Signor Gennaro: Ho capito l’imbroglio: due tasse in più!

Signor NA: Nessuna tassa in più per i napoletani. Sono tasse che già paghiamo e che invece di andare a Roma, dove ogni anno prendono direzioni diverse, restano nella nostra città. La cifra sarebbe la stessa.

Signor Gennaro: Scusa ma a me le cose piace capirle: se la cifra è la stessa, cosa cambia?

Signor NA: Avere soldi tuoi e non dipendere dagli altri è una gigantesca differenza. Sia per il Comune sia per i cittadini, che saprebbero dove e come vengono impiegati i loro contributi. E poi vuoi mettere lo sfizio di dire ai leghisti: Napoli fa da sé, tiè!

Signor Gennaro: Questa mi piace. Ma significherebbe non versare più tutti quei milioni nelle casse dello stato, il governo come fa a dire di sì?

Signor NA: Semplice! Recupererebbe i 259 milioni dal fondo di solidarietà comunale a cui Napoli rinuncerebbe. Se invece il governo rinuncia, quei soldi in più verrebbero divisi tra i Comuni più piccoli del Sud che ne hanno bisogno e questa forse sarebbe la scelta più giusta.

Signor Gennaro: Anche secondo me. E come si chiama questo progetto di MO?

Signor NA: Semplicemente NA.

Signor Gennaro: Ma?!

Signor NA: NA, come la targa di Napoli e sta per Napoli Autonoma.

Signor Gennaro: E come si fa a rendere Napoli una città autonoma?

Signor NA: Attraverso una proposta di legge ad iniziativa popolare, che prevede la raccolta di 50.000 firme, ma è già legittimata dall’articolo 119 della Costituzione .

Signor Gennaro: Fammi firmare, voglio essere il primo!

RipartiaMO. Dal Sannio, dal Sud.

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MO – Unione Mediterranea ha scelto di aiutare i sanniti a ridipingere le loro case sporcate dal fango. Un piccolo gesto, quello della consegna dei bidoni di pittura bianca raccolti nel corso dell’iniziativa “RidipingiaMO il Sannio”, ma significativo per cercare di essere vicini ad un popolo così orgoglioso e voglioso di tornare alla normalità.

Un gesto che si va ad aggiungere alle migliaia di piccoli aiuti concreti che sono scattati in una fondamentale gara di solidarietà, per dare risposte ad un territorio che in un momento di difficoltà si è ritrovato abbandonato da molti esponenti istituzionali.

Siamo stati a Ponte, sabato 28 novembre, ed abbiamo potuto constatare quanto lavoro ci sia ancora da fare per ripristinare strade, mettere in sicurezza gli argini, riparare collegamenti elettrici e telefonici.

Un luogo simbolo del Sud, il Sannio abbandonato. Simbolo perché è parte di quel Mediterraneo interiore, dell’appennino meridionale, di quelle terre dell’osso, da sempre scomparse dai ragionamenti e dalle narrazioni politiche. Ed è invece proprio da lì, da quelle terre, che un movimento meridionalista e mediterraneo come il nostro può raccontare una nuova politica, che parli di un nuovo sviluppo e di nuove possibilità di integrazione, affinché quei luoghi non siano più solo e semplicemente posti da cui andarsene, ma possano essere visti anche come terre da recuperare, nella loro splendida identità che li rende ancora, tutt’oggi, luoghi speciali.

Crediamo che sia necessario ripartire dal Sud. E ripartire proprio da quei luoghi che sono ancora più Sud, più periferici, più dimenticati. Ed è per questo che non dimenticheremo le immagini del fango dal quale il Sannio sta orgogliosamente riemergendo.

Napoli, autonomia e identità nella storia della città

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di Mattia Di Gennaro

Qualche giorno fa abbiamo presentato il Disegno di legge d’iniziativa popolare – Istituzione di Napoli Città Autonoma. Forse non tutti sanno che il concetto di indipendenza/autonomia non è cosa nuova nella quasi tri-millenaria storia della città di Napoli. Fondata dai greci di Cuma e Siracusa nell’ottavo secolo A.C., Napoli lega, da millenni, la propria vita politica, culturale ed economica al concetto di autonomia.

Di lingua e religione greca, la città partenopea mantenne la propria cultura sotto l’impero romano che rispettò sia le usanze sia l’auto governo della territorio, che era organizzato dalle fratrie, raggruppamenti a base familiare convocati per discutere e deliberare su questioni di interesse pubblico. In epoca imperiale ve ne erano ben nove, distinte in base al nume tutelare, mentre il potere legislativo era svolto dal senato con a capo un arconte di nomina elettiva; alle consultazioni partecipava spesso anche un demarco, rappresentate eletto dal popolo.

E per dare un saggio della forte identità espressa da Napoli in epoca imperiale basti pensare che l’imperatore Nerone, quando venne in città, si esibì in greco nel teatro dell’Anticaglia, omaggiando così la cultura del popolo napoletano. Inoltre, sempre la città partenopea, fu il fulcro della filosofia epicurea in un mondo che veniva sempre più costretto alla latinizzazione.

Alla caduta dell’impero romano, Napoli continuò a mantenere lingua e cultura greca entrando nella “sfera di influenza” dell’Impero bizantino, pure di matrice greca, mantenendo de facto la propria indipendenza: sono questi gli anni del ducato di Napoli, stato a tutti gli effetti autonomo sia sotto gli aspetti politici che economici.

Qualche secolo dopo, i normanni conquistarono le terre del sud della penisola italiana fondando il Regno di Sicilia, che diventerà Regno di Napoli, dopo la venuta degli Angioini e i Vespri Siciliani; e proprio nel 1282 Napoli diventò per la prima volta capitale di un regno indipendente, iniziando la sua crescita demografica ed economica.

Nel 1442, Napoli passò dai d’Angió agli Aragona, mantenendo, tuttavia, il rango di capitale; sotto Alfonso il Magnanimo, la città partenopea diventò centro fiorente del Rinascimento Italiano, meta di artisti e intellettuali di tutta Europa. Napoli restò capitale ancora per mezzo secolo fino a quando, nel 1503, divenne parte dell’Impero Spagnolo; non dobbiamo, però, pensare che la città partenopea fosse trattata alla stregua di una colonia, anzi!. L’autonomia fu in ogni caso garantita dal momento che l’amministrazione cittadina venne affidata ai rappresentanti dei Sedili, detti eletti. I Sedili di Napoli, già presenti fin dal periodo angioino, facevano capo alle famiglie nobiliari della città, con la possibilità per il popolo di eleggere il proprio rappresentante. Proprio lo stemma del sedile del Popolo è adottato ancora oggi come stemma cittadino.

Per farvi capire il grado di autonomia di cui godeva Napoli sotto gli spagnoli basti pensare al rifiuto del popolo napoletano all’introduzione dell’Inquisizione, istituzione che imperverserà ferocemente in altri luoghi d’Europa. Sotto gli spagnoli, Napoli crebbe e, alle soglie del Seicento, diventò, insieme a Londra e Parigi, il centro urbano più popoloso d’Europa: 300mila abitanti!

Gli anni vicereali, prima sotto la Spagna e poi sotto l’Austria non scalfirono il ruolo predominante della città che con Carlo di Borbone ritornerà, nel ‘700, ad essere capitale di un regno indipendente; proprio sotto i Borbone, Napoli diventò centro dell’Illuminismo, iniziando ad inanellare una serie di primati tecnologici e culturali. La crescita di Napoli non venne fermata neppure dalla conquista Napoleonica che, invece, rafforzò il nome di Napoli in Europa. La restaurazione e il ritorno ai Borbone coincise con gli anni dei primi sviluppi industriali in un’economia che, da lì a poco, inizierà a correre. Tuttavia, il destino di Napoli, di diventare una Londra, una Parigi venne infranto da Garibaldi e dal Risorgimento dei Savoia che fece tramontare il sole dell’indipendenza e instaurò l’Italia una, di cui Napoli non fu altro che un capoluogo di provincia. La storia di Napoli dopo l’unità d’Italia la sapete: un inesorabile declino che fece della terza città d’Europa la terza città italiana, spogliata del ruolo di capitale.

Oggi Napoli è ancora la terza città italiana per PIL ma solo ventiseiesima in Europa; tuttavia, il Pil prodotto dalla sola città metropolitana è superiore a quello di paesi come la Slovenia. Napoli può ancora aspirare a essere predominante in Europa e la sfida dell’autonomia proposta da MO – Unione Mediterranea può essere il banco di prova giusto.

E voi, cosa ne pensate?

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