Author Archives: Vittorio Terracciano

Il mondo in mano ai vigliacchi

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Di Raffaele Vescera dalla pagina “Terroni di Pino Aprile”.

Vigliacco, che altro può essere chi decide a tavolino il massacro cieco di esseri umani innocenti, cinico programmatore di morte che si serve di folli fanatici religiosi che si lasciano saltare in aria in nome di un Dio, presunto loro simile. Oggi a Bruxelles, come a Parigi quattro mesi fa, altri morti, altre famiglie distrutte.
Ma qui la religione, quella vera, non c’entra niente, colpevole è la religione del dio denaro, che ottunde la ragione e genera mostri. I popoli europei, al pari di quelli degli stessi paesi musulmani, sono vittime di uno scontro per il dominio del Mediterraneo.

Da una parte le multinazionali occidentali che governano i governi, abbattono quelli ritenuti nemici e scatenano guerre per insediare poteri fantoccio, dall’altra oscure cosche del terrore a carattere mafioso che, anch’esse per fame di denaro sporco di petrolio e droga, utilizzano l’esasperazione religiosa per scatenare massacri d’innocenti, dal centro al Nord dell’Africa, dal Medioriente al cuore dell’Europa.

In mezzo, milioni di innocenti che fuggono da fame e guerre, sfruttati dai trafficanti di uomini che li portano in Europa, e dagli stati europei che li accolgono solo se utile forza lavoro a basso prezzo. Come giudicare i ricchi paesi nordeuropei, per secoli arricchitisi con le colonie, che scaricano il peso del loro egoistico principio di stabilità sui paesi più poveri del Sud e dell’Est Europa? “L’Europa che avevamo sognato non esiste più, sua politica è caratterizzata dal cinismo e dall’ipocrisia”, dice con amarezza Tasia Christodoulopoulou, vicepresidente del Parlamento greco.

La povera Grecia, impoverita da sappiamo chi, già in difficoltà per garantire il minimo di assistenza ai propri cittadini, deve far fronte con le proprie forze irrisorie a una marea di profughi, come il Libano che ne ospita un milione, la Turchia che ne ospita tre, mentre al confine tra Grecia e Macedonia, 40.000 profughi, vecchi, donne e bambini, chiusi da un muro di filo spinato, al freddo e affamati, sono rifiutati dalla civile Mittel Europa, che, per sconsiderata decisione dell’Austria, costringe i poverissimi paesi balcanici a chiudere le frontiere.

Che umanità è questa? Vigliacchi i terroristi islamisti imbottiti di fanatismo ideologico e vigliacchi gli estremisti europei che imbottiti di alcol si divertono a insultare i meno fortunati. Quegli imbecilli ultras olandesi che a Madrid umiliano i mendicanti e quel cretino c(i)eco che, tra l’indifferenza dei passanti, piscia su una poveraccia a Roma sono il rifiuto della stessa civiltà europea. La loro fotografia pare il remake simbolico della vecchia Europa nazista, sterminatrice di ebrei, rom e avversari politici, che oggi si ripresenta con la faccia disgustosa del nazi-leghismo. Questa “civile” Europa, non ancora affrancata dalla sua natura barbarica, è una vergogna, al pari dei barbari dell’Isis.

La stessa ricca Europa del nord nega a quella mediterranea la possibilità di svolgere il ruolo, che gli è proprio, di mediazione con i paesi arabi. Il compianto presidente Aldo Moro chiuse la questione del terrorismo altoatesino in tre anni, mentre proseguiva la politica di rispetto con i paesi del Nord Africa inaugurata da Enrico Mattei, e si accingeva a risolvere l’annoso conflitto sociale interno con la questione meridionale e con la sinistra operaia. In questo modo avrebbe garantito pace e prosperità ai paesi del terzo mondo, allo stesso Mezzogiorno e a all’intera Italia. Sarà per questo che è stato ucciso al pari di Mattei?

A quanto pare, ad un mondo senza grandi ingiustizie è negata l’esistenza. I venti di follia, non solo quelli sciroccali provenienti dal Medioriente, ma anche quelli della borea (boria) nordica rischiano di portare il mondo a una nuova catastrofe. Dio non voglia che l’America di Trump e l’Europa della destra estrema prendano il sopravvento, dando così fiato e pretesti alle trombe dei fondamentalisti islamisti.

In queste ore, siamo pessimisti e ci verrebbe da dire con Carmelo Bene che “l’umanità non c’è, è da farsi”, tuttavia l’ottimismo della volontà deve sopravanzare quello della ragione. Mai come ora, le parole di Gramsci ci sono utili per andare avanti e sperare in un mondo migliore. E’ ora che le tante persone pacifiche e civili, che a milioni ogni giorno s’affannano per dare prosperità alla propria famiglia e alla propria terra, rifiutino le chimere dei fondamentalismi e facciano sentire la propria voce di pace. Più di tutto in questa settimana di Pasqua.

La trivella è un simbolo, ma in gioco c’è molto di più

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Di Roberto Cantoni

Ricordate i tempi del referendum sulla fecondazione assistita del 2005? La risonanza enorme che quella consultazione ebbe sugli organi di stampa, in televisione, con la Chiesa cattolica in prima linea a catechizzare i cittadini dello Stato italiano su come votare (anzi, su come non votare)? Ecco, dimenticatelo. Perché invece, del referendum ‘sulle trivelle’, se non fosse per internet a parlarne, non se ne parlerebbe per nulla. Certo, le questioni mediche sono sicuramente più attraenti per i media rispetto alla protezione dell’ambiente, ma si ha l’impressione, fortissima, che di questo referendum si parli poco perché si voglia parlarne poco. Tipico esempio di disinteresse interessato.

Internet, dicevo, è un’importante eccezione. Nelle ultime settimane, in effetti, il dibattito tra i sostenitori del Sì e del No sembra essersi improvvisamente animato. Il confronto è iniziato a inizio marzo, quando l’associazione ambientalista Greenpeace ha reso noti i dati sul monitoraggio effettuato dal Ministero dell’Ambiente per conto dell’Eni: dati che, nelle acque in prossimità di piattaforme petrolifere, rivelavano un inquinamento superiore ai limiti consentiti. Qualche giorno dopo, cominciava a circolare su Facebook un ‘contributo’ di un tecnico del settore petrolifero: scopo dell’intervento, mettere in evidenza le potenziali conseguenze negative per l’economia e la forza-lavoro italiana di un’eventuale vittoria del Sì, e ridimensionare le conseguenze ambientali. Passa qualche giorno, e Andrea Boraschi, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia, risponde con un suo intervento, in cui smentisce praticamente tutte le affermazioni contenute nel ‘contributo’ tecnico. Ulteriore smentita viene in seguito fornita, grafici e cifre alla mano, da Dario Faccini dell’associazione ASPO Italia. È quindi la volta del giornalista Marco Cattaneo che, dal blog dell’Espresso, cerca di far leva su un supposto pietismo italiano nei confronti del ‘povero Mozambico’, al largo delle cui coste l’Eni, secondo Cattaneo, sarebbe costretta a trivellare in caso di vittoria del Sì al referendum, devastando un paradiso naturale. Allega foto del paradiso naturale.

Ultimo ma non per importanza, arriva il fuoco di fila del sito web formiche.net, che ospita una serie di articoli contro il Sì e per l’astensione. Ogni parte sviscera i propri dati tecnici ed economici, dichiarandoli scientificamente più validi di quelli della controparte. Ma proprio per l’onnipresenza di questi dati nel dibattito, non mi ci soffermo. Trovo invece interessante l’articolo di Dario Falcini (quasi omonimo del membro di ASPO Italia), apparso su Wired.it il 17 marzo: articolo che mette in evidenza due punti importanti.

Il primo punto è che il referendum riguarda soltanto le attività in opera entro le 12 miglia nautiche (22,2 km) dalla costa, mentre eventuali nuove attività sono già vietate dal decreto legislativo 152, e il referendum non ha alcun effetto sulle attività d’estrazione oltre le 12 miglia. Il referendum agirebbe quindi su 21 concessioni esistenti. Il secondo punto, che dovrebbe interessarci ancora di più in quanto MO!, è che, di queste 21 concessioni, ben 17, cioè l’81%, si trovano in acque di competenza di Regioni del Sud (precisamente, sette in Sicilia, cinque in Calabria, tre in Puglia e due in Basilicata), mentre quattro si trovano al Centro-Nord. Questo secondo dato conferisce al referendum un’ulteriore valenza, politica, che va ad aggiungersi a quelle energetica, ambientale e legislativa. Una valenza politica su cui conviene soffermarsi un istante.

Il referendum è interpretabile infatti come una volontà ferma da parte delle Regioni meridionali – la proposta è infatti inizialmente partita dal governatore piddino della Puglia, Michele Emiliano, per poi estendersi anche al Nord – di opporsi, nello spirito dell’autonomia regionale, a una decisione imposta dall’alto, che gioverebbe in primo luogo agli oligopoli industriali e alle casse dello stato centrale, riversando le eventuali conseguenze ambientali su zone in condizioni socio-economiche e ambientali già deboli o critiche (non occorre andare troppo indietro nel tempo per ricordare la crisi dei rifiuti in Campania, o l’inquinamento causato ancora oggi dagli stabilimenti petrolchimici di Taranto e Gela).

Ma la questione, in realtà, è ancora più ampia. In un’epoca in cui l’Unione Europea si è schierata fermamente per la decarbonizzazione del consumo energetico – cioè, per un uso sempre minore di energie fossili – e per le energie rinnovabili, il discorso del gas come energia ‘ponte’, che si fa da più parti, ha poco senso. In primo luogo, perché è controversa l’affermazione secondo cui il gas nel lungo termine emetterebbe meno gas a effetto serra di petrolio e carbone. In secondo luogo, perché continuare a ripetere ad nauseam che non è ancora tempo per le rinnovabili è un discorso funzionale unicamente agli interessi delle compagnie petrolifere e gasifere, e che in ultima istanza ritarda lo sviluppo delle stesse rinnovabili. Dal punto di vista globale, infine, non solo non avrebbe senso ma sarebbe addirittura altamente dannoso che, nel momento in cui le varie Conference of Parties (qui per saperne di più) e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico lanciano l’allarme sulla necessità di dare un forte giro di vite alle emissioni di gas a effetto serra, si cercasse di prolungare l’estrazione di gas fino a esaurimento dei giacimenti.

In definitiva, quindi, la questione delle trivelle rappresenta molto di più del contenuto del quesito referendario. È una questione di autonomie regionali, di giustizia ambientale e di conformità procedurale ai regolamenti europei. Soprattutto, è una questione di modelli di sviluppo, e di modelli di futuro. Che tipo di futuro vogliono le Regioni del Sud? Che tipo di sviluppo? Industriale? Turistico? Agricolo? La decisione dovrebbe spettare a loro, e unicamente a loro. Il governo centrale dovrebbe accettare il fatto che nel 2016 non si può continuare a ragionare e ad agire secondo logiche del 1950. Non lo farà mai di sua spontanea volontà: ed è per questo che è importante dare un segnare forte al governo, e votare Sì.

Comunicato MO-UM: inaugurazione Circolo Territoriale “Portici Bellavista”

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Unione Mediterranea continua a crescere. Venerdì 18 marzo alle ore 18.30 sarà inaugurato il Circolo “Portici Bellavista”, via della Libertà n.218. Il Circolo nasce, tra l’altro, per progettare e realizzare anche a Portici un modello di autonomia territoriale “perché Portici è parte della Città Metropolitana di Napoli e in quanto tale vuole contribuire culturalmente e politicamente agli importanti obiettivi perseguiti da Mo-Unione Mediterranea, tra cui il progetto “Na-Napoli Autonoma”. Ideatori e referenti dell’evento inagurale l’arch. Antonio Avano e la dr.ssa Alessandra Panetta, rispettivamente presidente e vice presidente del Circolo. All’inaugurazione di “Portici Bellavista” interverranno Salvatore Tamburo, esperto di finanza, l’autore di Made in Naples Angelo Forgione, il giornalista Marco Esposito e la portavoce nazionale di Unione Mediterranea Flavia Sorrentino.

Il Sud è così cattivo come lo disegnano?

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a cura di Marco Rossano
Sociologo Visuale

Il 10 febbraio 2016 la puntata de “Lo Stato dell’Arte”, programma di Rai Cultura dedicato ai grandi e piccoli temi d’attualità, è intitolata “il Sud è così cattivo come lo disegnano?”. Conduttore della serata il giornalista Maurizio Ferraris con ospiti Alessandro Laterza editore e vice presidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno e Stefano Cristante docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università del Salento.

Il comunicato stampa della Rai recita: Nei media nazionali, il Sud Italia – il Meridione – è spesso rappresentato come terra della criminalità e del degrado. Questa rappresentazione si limita a cogliere dati di fatto, oppure aggiunge ai fatti un’interpretazione che fa di alcuni problemi locali la chiave di lettura di un’intera area geografica? Il Sud ha nella cultura e nell’opinione pubblica italiana l’immagine che davvero si merita, oppure è oggetto di processi di semplificazione e di caricatura?

Incuriosito ho seguito i 25 minuti di trasmissione e sono rimasto piacevolmente colpito dai contenuti, dai toni e dalle informazioni che sono state divulgate.

Laterza si è soffermato sull’aspetto politico ed economico della nuova questione meridionale cercando di sfatare diversi luoghi comuni tra cui quelli negativi sul lavoro pubblico, criminalità e spreco di risorse. L’editore pugliese ricorda come le risorse destinate al Sud, contrariamente a quanto ritenuto dall’opinione pubblica, sono minori rispetto a quelle destinate al Nord del paese. Afferma che i meridionali non sanno che negli ultimi 10 anni ogni cittadino del Sud ha ricevuto circa 3000/4000 euro in meno rispetto a uno del Centro Nord. Un dato che non riflette la retorica che racconta di grandi sforzi da parte del paese di colmare il divario tra le due aree. Uno sforzo che in realtà non c’è e, rimarca Laterza, di fatto è un problema politico e culturale.

Durante il programma si mette in risalto che il numero dei dipendenti pubblici nel Sud rientra nella media nazionale. Così come non è vero che il meridione sia l’epicentro della corruzione e della criminalità organizzata che ha da tempo spostato il suo baricentro verso il Nord del paese e all’estero. Oppure si affronta il problema della formazione universitaria che vede le università del sud depauperate a vantaggio di uno spostamento delle risorse verso quelle del nord.

C’è un atteggiamento generalizzato da parte della politica e dei media a non evidenziare gli aspetti positivi esistenti nel Mezzogiorno come per esempio nel campo della produzione culturale – dalla narrativa alla musica, dal cinema al teatro – i cui maggiori esponenti provengono tutti dalle regioni meridionali. Insomma contrariamente al pensiero dominante il Sud è vivo, in fermento e produttivo.

L’intervento che ho trovato più interessante, dal momento che sono un sociologo visuale e mi occupo di questi argomenti, è quello di Stefano Cristante sociologo della comunicazione. Il professore che dopo aver insegnato a Padova e Roma attualmente è docente a Lecce presso l’Università del Salento è autore del libro “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo” (2015) un lavoro che descrive e analizza il modo in cui viene narrato il Sud nella comunicazione di massa e lo fa indagando telegiornali e testate nazionali, siti internet e opinioni di protagonisti dell’industria culturale.

Cristante sollecitato dal conduttore afferma che gli organi di informazione giocano un ruolo di primo piano nel costruire l’immagine negativa del meridione, mettendo in risalto sistematicamente e quasi esclusivamente notizie legate alla criminalità, alla violenza e alla malasanità in modo da rappresentare il Sud come una zavorra per il resto d’Italia. Particolarmente interessanti e spunto di riflessione sono i dati raccolti e analizzati da Cristante che alla domanda di Ferraris su quali siano i motivi per cui il Sud viene dipinto in modo così negativo risponde con i risultati raccolti investigando sul Tg1, il telegiornale più seguito dagli italiani. Da 35 anni solo il 9% delle notizie apparse sul Tg1 sono dedicate al Sud Italia, parte del paese che conta 1/3 della popolazione nazionale. Come se non bastasse la mancanza di attenzione e la sottorappresentazione del meridione, di questo 9% ben il 75% è rappresentato da cronaca e criminalità seguito dal meteo e dal welfare che la maggior parte della volte si traduce in casi di malasanità. Tutto il resto, anche campi in cui il Sud eccelle a livello nazionale e internazionale come per esempio la cultura, non viene raccontato.

Dalle parole e dal libro di Cristante si evince chiaramente che le proteste che in questi ultimi anni si stanno levando da Sud contro gli organi di informazione e contro una politica nazionale nordcentrica, non sono sintomo di un vittimismo che storicamente si utilizza per descrivere le popolazioni meridionali, ma risultato di un malessere profondo e di una presa di coscienza da parte di molti settori nel Mezzogiorno che hanno voglia di cambiare e di non essere più trattati né considerati la “palla al piede” causa dei problemi dell’intero paese.

Purtroppo la classe dirigente e politica meridionale non è ancora in grado di intercettare il malcontento e di proporsi come una vera alternativa di cambiamento anche se in alcuni casi qualcosa si comincia a muovere.

Concludo con un estratto del libro Numero Zero (2015, 58-59) del compianto Umberto Eco:

“Lo so che si è sdottorato sul fatto che i giornali scrivono sempre operaio calabrese assale il compagno di lavoro e mai operaio cuneese assale il compagno di lavoro, va bene, si tratta di razzismo, ma immaginate una pagina in cui si dicesse operaio cuneese eccetera eccetera, pensionato di Mestre uccide la moglie, edicolante di Bologna commette suicidio, muratore genovese firma un assegno a vuoto, che cosa gliene importa al lettore dove sono nati questi tizi? Mentre se stiamo parlando di un operaio calabrese, di un pensionato di Matera, di un edicolante di Foggia e di un muratore palermitano, allora si crea la preoccupazione intorno alla malavita meridionale e questo fa notizia… Siamo un giornale che si pubblica a Milano, non a Catania e dobbiamo tener conto della sensibilità di un lettore milanese. Badate che fare notizia è una bella espressione, la notizia la facciamo noi, e bisogna saperla far venire fuori dalle righe. Dottor Colonna, si metta nelle ore libere con i nostri redattori, sfogliate i dispacci di agenzia, e costruite alcune pagine a tema, addestratevi a far sorgere la notizia la dove non c’era o dove non si sapeva vederla, coraggio”.

 

Referendum trivelle, non aspettare l’incidente.

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Al quorum non ci credeva nessuno. Mentre raccoglievamo in strada le 500 mila firme per il referendum sull’acqua pubblica e contro il nucleare sapevamo che la nostra era una battaglia nobile votata all’insuccesso. Da troppi anni i referendum erano affossati dalla scarsa partecipazione al voto: nel 1997 i votanti erano stati appena il 30%, nel 2005 su un tema serio come la procreazione assistita si era scesi al 25% e nel 2009 sulla materia elettorale addirittura al 23%. Risalire la china, nel 2011, appariva impossibile.

Poi, l’11 marzo di quell’anno, il mondo assisté sgomento alla tragedia di Fukushima. Se Chernobyl nel 1986 aveva mostrato soprattutto l’arretratezza tecnologica dell’Unione sovietica (la quale di lì a poco si dissolse), Fukushima dimostrava come non basta la tecnologia del Giappone e la consapevolezza di vivere in una terra altamente sismica per tenere a bada le forze della natura. A causa del maremoto dell’11 marzo 2011 seguito dallo tsunami con un onda alta 14 metri gli impianti della centrale sono andati in tilt e si è registrata la fusione dei noccioli di tre reattori dell’impianto con l’emissione nell’ambiente di radiazioni letali.

A distanza di 5 anni dal triplice disastro di Fukushima, solo 60mila persone delle 160mila che lasciarono le proprie abitazioni per colpa delle radiazioni hanno potuto fare ritorno. La parte più spinosa è capire cosa avviene all’interno dei reattori: la rimozione del combustibile nucleare non inizierà prima del 2017, attualmente neanche i robot comandati a distanza resistono all’alto livello di radiazioni nel cuore dei reattori. Lungo le colline del villaggio di Iitate sono stati ammassati 2 milioni e 900 mila sacchi di suolo radioattivo e si prevede che occorrano trent’anni per la bonifica.

Tre mesi dopo quell’incidente in Giappone, il 12 giugno 2011, gli italiani si misero in fila ai seggi e la partecipazione sfondò il quorum del 50% attestandosi al 55%. Dalle urne uscì uno stop chiaro al nucleare e un sì all’acqua pubblica.

Il 17 aprile del 2016 si vota per fermare le trivellazioni nei nostri mari. Un incidente grave per le piattaforme petrolifere, come quello nel Golfo del Messico del 20 aprile 2010, nel Mediterraneo non si è mai verificato e c’è da augurarsi che non accada, perché in un bacino chiuso le conseguenze sarebbero agghiaccianti. Non occorre aspettare una Fukushima dei mari per capirlo.

Non aspettare l’incidente: votare il 17 aprile è un dovere.

Di Marco Esposito

“Innovazione” fa rima con sperequazione.

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È di ieri 8 marzo l’introduzione del Pin unico per accedere a tutti i servizi della pubblica amministrazione.

Questa innovazione, di cui la ministra della semplificazione e della P.A. Marianna Madia va molto fiera, consiste nella realizzazione di un sistema unico di autenticazione per tutti i servizi pubblici e che, in futuro, dovrebbe diventare estendibile anche ai servizi privati tramite l’approvazione dell’ imminente decreto attuativo.
I benefici di questa nuova “identità digitale”, così battezzata proprio dai suoi promotori con l’acronimo Spid (sistema pubblico d’identità digitale), offre già 300 servizi online, numero destinato a raddoppiare con l’introduzione dei servizi Tim, Poste Italiane, e Infocert previsto per settimana prossima. 
E’ così che i cittadini cominceranno a dire addio alle code chilometriche e altri intoppi burocratici. Basterà inserire un nome utente, una password e voilà: un notevole risparmio di tempo ed energie a portata di click!

Un’altra innovazione, fuori vecchio e dentro il nuovo, ecco la tecnologia che dovrebbe rivoluzionare il paese e avvicinarlo agli standard tecnologici europei. E’ periodo di rottamazione, è una corsa verso il cambiamento, tranne un piccolo dettaglio, che non passa mai di moda: il Mezzogiorno è rimasto tagliato fuori.

Leggiamo sul sito dell’ Agenzia per l’Italia Digitale che “a partire da marzo 2016 i cittadini potranno accedere ai primi servizi online attraverso l’identità unica SPID”, poi una piccola icona blu, in basso, proprio a fine pagina, con una freccia. Lì sono segnalati gli organi coinvolti:

10 Pubbliche Amministrazioni

Amministrazioni centrali: Agenzia delle Entrate, INAIL, INPS

Regioni: Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche

Comuni: Firenze

Non occorre essere esperti di geografia per notare che in Italia c’è una linea immaginaria sotto la quale i cittadini sembrano essere immuni al progresso, ma non temete, a dirla tutta questo Spid non è nemmeno una grande novità. In realtà il primo passo verso la digitalizzazione dei servizi è stato fatto nel 1997, quando le leggi Bassanini hanno stabilito che, a decorrere dal 1 gennaio 2006 in alcuni comuni sarebbe arrivata la carta d’identità elettronica (CIE) che, insieme alla Carta nazionale dei servizi, è stata fino al 2015 l’unico strumento di autenticazione prevista dal Codice dell’Amministrazione Digitale. 
Fino ad oggi l’utilità della stessa CIE è rimasta dubbia, infatti molti Comuni non hanno ancora cominciato a rilasciarla, eppure questo non ha fermato il governo che, nonostante l’ inefficacia del servizio, ha preferito promuovere l’uso dello Spid a partire dai comuni che già erogano i servizi CIE. 
Che significa? Significa che nessun addetto ai lavori si è finora preoccupato di colmare l’evidente divario tra chi gode già di buoni servizi e chi, invece, si vede costretto a una perpetua arretratezza.

Il Mezzogiorno che rimane a bocca asciutta è ormai una vecchia storia ma noi non perdiamo il conto: la spesa prevista nel DL 78/2015 per questo Spid, o meglio per la nuova CIE, è di 67,5 milioni solo negli anni 2015-2016.

Il Mezzogiorno incassa un altro colpo senza fare “piagnistei”, per dirla alla Renzi, che pochi mesi fa parlava di salvare il sud attraendo “investimenti esteri”, esteri perché lo Stato non vuole di certo scommettere a Sud. Eppure, anche quando si tratta di fondi europei, il nostro Sud non può fare altro che accontentarsi delle briciole, come nel caso degli investimenti per la banda larga: solo il 4% sarà investito al Mezzogiorno, tenendo a mente che ben l’80% del FSE (fondo sociale europeo, grazie al quale è finanziato il progetto) è, solo teoricamente, destinato alle regioni meridionali.

Non solo non si investe a Sud, ma il governo “prende in prestito” dai fondi destinati al meridione per investire a nord, come spiegato recentemente da Paolo Panontin, assessore Regionale alle Autonomie Locali, parlando proprio di broadband: “il sud anticipa queste risorse al centro nord nell’immediato, per fare la banda ultra larga. Ma il Governo si impegna a restituirle più avanti nell’ambito del più ampio Fondo sviluppo e coesione”.

Intanto il Mezzogiorno e tutti i suoi cittadini attendono di sentire i piagnistei di chi li accuserà nuovamente di vivere nell’arretratezza. Noi invece rassicuriamo il Governo che anche al sud qualcosa cresce: la rabbia.

Di Beatrice Lizza

 

 

Comunicato MO-Unione Mediterranea

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MO-Unione Mediterranea aderisce al referendum per fermare le trivelle ed invita a votare SI all’abrogazione della attuale norma che prevede lo sfruttamento del giacimento fino ad esaurimento, ponendo un limite temporale alle attività estrattive, portandole quindi ad estinzione. Così come sta avvenendo in tutta Italia con la nascita di comitati regionali di sostegno al SI per il referendum, MO-Unione Mediterranea è presente e ha aderito già ai comitati referendari in Calabria, Campania, Puglia e Basilicata, oltre che al coordinamento nazionale no-triv.

Il 17 aprile 2016 si dovranno recare alle urne circa 26 milioni di elettori per il referendum NO-TRIV. È una sfida difficile ed impegnativa, che chiama all’appello tutte le forze sane e democratiche che intendono rispettare e far rispettare il mandato democratico della nostra repubblica. Senza dubbio la scelta/imposizione di una data troppo vicina e di tempi ristrettissimi per la conduzione di una necessaria campagna referendaria è un tentativo di sabotare il referendum sperando nel mancato raggiungimento del quorum.

Il valore di questo referendum è quello di dare un chiaro segnale a questo governo e a sostegno dell’ambiente.

MO-Unione mediterranea c’è sempre in difesa della nostra terra.

Dipartimento Ambiente MO-UM

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

I raggiri di Caserta: tutti con il direttore, ma qual è la verità?

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“Finita la pacchia, sindacati ridicoli”, Renzi si schiera col direttore della Reggia di Caserta. “Manager accusato da Usb, Ugl e Uil: lavora troppo, Uilpa sconfessa i suoi: puniremo responsabili” e sospende i delegati Uil. Camusso: “hanno sbagliato, lo riconoscano quei sindacati”. Così i giornali, dal Mattino, a Repubblica e persino l’indipendente Fatto quotidiano, trattano con estrema durezza i rappresentanti sindacali della bellissima Reggia, colpevoli, a loro avviso, di lesa maestà nei confronti del neo direttore “stakanovista” Mauro Felicori da Bologna, che avrebbe il merito, in soli tre mesi, di aver risollevato le sorti della Reggia, facendo aumentare del 70% il numero dei visitatori. La qual cosa, secondo i sindacati, sarebbe invece merito del precedente lavoro e della generale rinascita dell’immagine della Campania.

Inoltre, la Tv di Stato ne combina una delle sue, Rai1, nel servizio mandato in onda, mostra le immagini della Reggia di Carditello, abbandonata da secoli e in rovina, anziché quelle della splendida reggia borbonica di Caserta, da molti considerata, a ragione, la più bella d’Europa. Ma questa è una tipica e perfida tecnica comunicativa, quando si parla di Sud, non può essere altro che “Gomorra”, mentre la Sodoma del Nord la si edulcora accuratamente.

Insomma, tutti contro i dipendenti “fannulloni” ma, come spesso accade quando si parla di Sud e di dipendenti pubblici, le notizie sono da prendere con le pinze: contro l’uno e gli altri è in atto un attacco senza precedenti. Il Sud depredato dal governo è accusato di essere “piagnone” mentre Renzi fa strage dei diritti sindacali dei lavoratori. Tra l’altro, la motivazione addotta sembra davvero risibile: quali sindacati potrebbero mai commettere la sciocchezza di contestare un direttore perché “lavora troppo”? La faccenda puzza, dunque proviamo a far luce sulle ragioni dell’insolita querelle.

Abbiamo letto il documento firmato dalle sigle sindacali, CGIL; CISL, UIL; UGL e USB, inviato al ministro Franceschini, (ma Cgil e Cisl poi ritirano la firma) e abbiamo sentito il delegato UGL Carmine Egizio. Cosa che i giornalisti “nazionali” non hanno fatto, accontentandosi delle veline governative. Ebbene, l’oggetto del contendere non è affatto il lavoro extra del direttore ma la sua mancata risposta ai problemi della carenza di vigilanza e sicurezza delle strutture della Reggia, problema sollevato dallo stesso ministero la scorsa estate, prima dell’arrivo ad ottobre di Felicori, e aggravato per l’appunto dalla sua permanenza oltre orario. Per regolamento museale, al previsto orario di chiusura, visitatori e dipendenti devono abbandonare tutta la struttura, che viene presa in consegna dalle forze di vigilanza e dunque nessun dipendente, neanche il direttore, può restare nella struttura se non sorvegliato dalla sicurezza. La sorveglianza degli uffici sottrae inevitabilmente le già insufficienti forze a quella delle vastissime strutture museali.

Tutto ha inizio il 30 luglio, quando Il Ministero competente invia una nota in cui denuncia l’insufficienza del personale di vigilanza, e definisce la situazione “Ai limiti della liceità”, al fine di risolvere le criticità, il responsabile della Direzione Genenale Musei, Soragni, in vacanza del posto del direttore della Reggia, nomina come direttore pro tempore l’Arch. Flavia Belardinelli, già direttrice dei musei della stessa, in attesa del nuovo direttore, che arriva a ottobre. Tuttavia, secondo i sindacati, il direttore anziché risolvere la già carente mancanza di sorveglianza, l’aggrava, aprendo nuove strutture e intrattenendosi oltre l’orario consentito.

Il 22 febbraio, i delegati sindacali stilano una nota che inviano al Ministero, il documento si apre con queste parole: “Come OO.SS. responsabili, abbiamo l’obbligo di denunciare agli organi superiori, che il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave (su tale argomento, nel mese di febbraio, c’è stata anche una interrogazione parlamentare al “question time” da parte dell’Onorevole Adriano Galgano al Ministro Dario Franceschini).” La nota sindacale prosegue denunciando che il direttore predisponeva il trasferimento di una parte del personale di vigilanza in mansioni amministrative: “ Tale iniziativa tende a sguarnire ancora di più l’organico del personale addetto al servizio di accoglienza e vigilanza attiva delle sale, riducendo la tutela, la sicurezza e la stessa fruizione del Museo. Il Direttore non può far transitare il personale della vigilanza in compiti amministrativi, soprattutto nell’attuale fase di organizzazione dei vari istituti.”

Infine, la nota sindacale fa un cenno alla permanenza oltre l’orario del direttore, non certo per contestarla, ma per organizzare il previsto servizio di vigilanza: “si insiste nel procedere nel mancato rispetto del Decreto della Direzione Generale Musei, che detta le linee guida per la determinazione delle aree funzionali da istituire e dei relativi uffici amministrativi; l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione); Il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale…”.

Intanto nessuno dà ascolto alla voce dei delegati sindacali che così rispondono per bocca di Carmine Egizio: “La nostra unica colpa? Voler tutelare i lavoratori della Reggia di Caserta e segnalare, a chi di competenza, le problematiche e i disagi che paralizzano la rinascita di questo importante patrimonio storico culturale. Inviterei tutti coloro, primo fra tutti il premier Matteo Renzi a leggere con attenzione la missiva indirizzata al ministero dei beni e delle attività culturali dove evidenziamo una serie di gravi inadempienze e difficoltà con le quali quotidianamente convivono i lavoratori. Nessuno ha voluto attaccare il direttore Mauro Felicori. Da sindacalisti, responsabili e seri, abbiamo voluto solo evidenziare i problemi che persistono e che danneggiano la struttura”.

Arte della pizza candidata a patrimonio dell’UNESCO. Pizza napoletana, non dimentichiamolo.

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“Sarà l’arte dei pizzaiuoli la candidatura italiana all’Unesco per il patrimonio immateriale made in Italy”. Ad annunciarlo su Twitter è il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Il ministro non specifica che la protagonista è napoletana, così come napoletana è l’arte della vera pizza, quella che tutti amano e riconoscono nel mondo, nonostante i tentativi di famose associazioni eno-gastronomiche di accontentare un po’ tutti affiancando alla pizza napoletana le varie focaccine e suole di scarpa farcite prodotte nel Paese.
La candidatura della pizza “tutela un settore che vale 10 miliardi di euro ma soprattutto un simbolo dell’identità nazionale”, commenta il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo dopo la riunione della Commissione di valutazione nazionale per l’Unesco. L’arte dei pizzaiuoli napoletani, riferisce ancora la Coldiretti, sarebbe il settimo ‘tesoro’ italiano ad essere iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’agenzia dell’Onu.
A parte la straordinaria arte cremonese della produzione di violini, quale potrebbe essere la provenienza delle rimanenti 5 arti italiane già riconosciute? Ovviamente sono tutte tipicamente meridionali: dieta mediterranea, opera dei Pupi, canto a tenore della cultura pastorale sarda, celebrazione delle grandi strutture processionali a spalla come la Festa dei Gigli di Nola, la coltivazione della ‘vite ad alberello’ di Pantelleria.
Chiamateci campanilisti, ma la palla al piede d’Italia, come alcuni amano auto convincersi, ha prodotto e continua a produrre cultura. La parte esilarante è che all’occorrenza il Sud non è più il grande bordello. Da Napoli in giù, la linea Maginot delineata da Renzi durante il suo colloquio con il Ceo di Apple Tim Cook scompare miracolosamente quando si tratta di farsi belli all’estero. Non mettiamo in dubbio la buona fede di alcuni, forse addirittura di tanti, ma ancora stupisce che l’Italia delle (quasi) 7 bellezze trascuri nei fatti la parte del Paese che elogia in altre occasioni.
Per la Commissione designatrice “l’arte dei pizzaiuoli ha svolto una funzione di riscatto sociale, elemento identitario di un popolo, non solo quello napoletano, ma quello dell’Italia. E’ un marchio di italianità nel mondo“. Per capirci: quando fa comodo, una cosa è di tutti, quando i napoletani, ma non solo, rivendicano dignità e rispetto per la propria cultura vengono bollati come anacronistici e vittimisti.
La candidatura ha anche l’obiettivo di evitare “contraffazioni”, come lo “scippo” da parte degli americani, che nei giorni scorsi avevano annunciato la candidatura della “pizza” american-style. Sacrosanto, ma perché lo stesso ragionamento non vale per la mozzarella di bufala, che oramai può produrre chiunque in Italia, oppure per le imitazioni regionali della pizza? Cosa accadrebbe se da Aosta o Catanzaro partisse la produzione di parmigiano? Sospettiamo che qualcuno, come popolo, si sentirebbe scippato.
Plaudiamo la meritata candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani. Ciò che l’Italia non merita, invece, è il premio per la coerenza.

Di Eva Fasano

Il giorno della verità: per non dimenticare

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Giorno 2 marzo i Circoli Michelina De Cesare e Federico II di Lamezia Terme organizzeranno, per il secondo anno consecutivo, il giorno della memoria del massacro del popolo meridionale da parte dei Savoia. L’incontro si terrà presso la sede di Italia Nostra in Via U. De Medici 2, Lamezia Terme (CZ).

In occasione dell’evento, sarà ospite il Prof. Giancarlo Costabile dell’Università della Calabria. Verrà anche girata una puntata della nuova serie del programma televisivo “Sotto sopra”, ideato e condotto da Franco Gallo, coordinatore regionale Calabria di Unione Mediterranea.

Invitiamo iscritti e simpatizzanti a partecipare, perché la storia è scritta dai vincitori ma la memoria non può essere cancellata, anche a 155 anni di distanza.

 

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