Author Archives: Vittorio Terracciano

Appello ai ricercatori napoletani all’estero in sostegno di De Magistris

Share Button

Di Roberto Cantoni

Nell’attuale contesto politico, riconosciamo nell’attuale amministrazione comunale napoletana una significativa “anomalia”, dal punto di vista nazionale ed internazionale, sia nella sua opposizione alle politiche neo-liberiste portate avanti dal governo Renzi e dall’Unione Europea che nel suo percorso di apertura ai movimenti sociali ed alle esperienze di autogestione.

La giunta guidata dal Sindaco Luigi De Magistris ha avuto il coraggio di respingere i ricatti del dissesto comunale, di tenere la testa alta sul commissariamento di Bagnoli, e, allo stesso tempo di sostenere le forze vive e le energie della città. Una città nella quale non si ordinano sgomberi di spazi sociali ed esperienze autogestite, che, al contrario, vengono incoraggiati. Una città nella quale si sperimentano percorsi di partecipazione popolare, tramite il coinvolgimento di comitati ed assemblee di quartiere nei processi decisionali.

Napoli sta cambiando: la città sta faticosamente riconquistando la propria dignità. Provando a lasciarsi alle spalle le umiliazioni (politiche e mediatiche) cui è stata sottoposta in anni di malgoverno, ruberie ed emergenze create ad arte. Rispettando la volontà popolare nella gestione dei beni comuni, come dimostrato dalla avvenuta ripubblicizzazione del servizio idrico, unico caso in Italia dopo il Referendum del 2011.

Napoli sta cambiando, anche attraverso gesti simbolici molto forti, come la vicinanza ai popoli impegnati in eroiche lotte antimperialiste, espressa attraverso la cittadinanza onoraria ad Abdullah Ocalan; tramite le iniziative in solidarietà con il popolo Palestinese; mediante politiche di apertura e accoglienza verso i migranti, perché dalla nostra terra sono partiti e partono a migliaia.

Napoli sta cambiando, e a qualcuno questo processo fa paura: perché è la coscienza dei cittadini partenopei ad essere protagonista, è una comunità che costruisce cultura, solidarietà, entusiasmo. Napoli sta cambiando; nonostante le resistenze e l’apatia della borghesia cittadina e di parte del mondo intellettuale partenopeo, attardati nella nostalgia dell’ancién regime; nostalgia di un recente passato fatto di connivenze e corresponsabilità barattate con ricche prebende e consulenze d’oro. Un passato che, pericolosamente, si staglia all’orizzonte e incombe sulla città tramite le speculari e sovrapponibili candidature di Lettieri e Valente, espressione dei medesimi appetiti affaristici e degli stessi poteri forti.

Napoli sta cambiando e noi, da lavoratori della conoscenza, da migranti che conservano un inscindibile e vivo legame con la propria terra d’origine, ci stringiamo intorno a questo generoso tentativo. L’anomalia napoletana può rappresentare un esempio di alternativa per un’Italia stretta fra crisi e finti spettacoli di governo, fra disoccupazione e corruzione.

Sosteniamo la candidatura di Luigi De Magistris a sindaco di Napoli, e, all’interno della sua coalizione, le forze rappresentative di movimenti di lotta e di esperienze di conflitto politico, sociale e sindacale. Per un secondo mandato, che metta al centro dell’azione di governo il rilancio delle periferie e dei quartieri popolari, vero motore per la rinascita di Napoli e della sua area metropolitana; per continuare a difendere le aziende partecipate di Napoli e della Città Metropolitana, e, al tempo stesso garantire servizi e prestazioni decenti – prioritariamente alle fasce popolari della città; per bloccare gli speculatori del partito unico del mattone, pronti a lanciarsi, come avvoltoi, sul territorio e sul patrimonio comunale; per rintracciare le risorse per rendere operativa la recente delibera di indirizzo sul reddito di cittadinanza; per una città che sia laboratorio politico della resistenza ai diktat neo-liberisti del Governo Renzi e dell’Unione Europea, ed attiva protagonista della promozione di un mediterraneo di pace e di nuovi rapporti economici e culturali.

Primi Firmatari: Andrea Genovese (University of Sheffield, Gran Bretagna); Triestino Mariniello (Edge Hill University, Gran Bretagna); Giovanni Savino (Russian Presidential Academy of National Economy and Public Administration; Federazione Russa), Davide Matrone (Universidad Politécnica Salesiana; Ecuador); Roberto Cantoni (Université Paris-Est; Francia); Livio Carlucci (Wageningen University; Paesi Bassi); Antonella Garzilli (Universiteit Leiden; Paesi Bassi); Doriana Cimmino (Universität Basel; Confederazione Svizzera); Maria Amoroso (Higher School of Economics; Federazione Russa); Marco Gebiola (University of Arizona, USA); Mario Pansera (University of Exeter; Gran Bretagna); Serena Masino (University of Oxford, Gran Bretagna).

Xylella: cui prodest?

Share Button

Qualcuno di loro è sopravvissuto alla peste, quasi tutti hanno visto gli Asburgo, i Borboni, la nascita del Regno d’Italia, ben due guerre mondiali. Nulla sembrava poterli abbattere, finché il malvagio batterio Xylella non è approdato sulle nostre terre per annientarli. Chi? Gli olivi plurisecolari della Puglia. Sono quasi tre anni ormai che la Xylella semina il panico. La verità, però, è che la cosiddetta “epidemia” non riguarda solo il celebre batterio, ma il CodiRo, complesso di disseccamento rapido, infatti non è ancora stata accertata l’effettiva patogenicità della Xylella e ancora nessuno è stato in grado di rilevare i sintomi del CodiRo in assenza di concause determinanti, come l’eccessivo utilizzo di agenti chimici, i nuovi metodi di sfruttamento intensivo del terreno e la presenza di diversi funghi patogeni. Anzi, a dirla tutta la Xylella non è per niente nuova agli alberi salentini, infatti i periti della Procura di Lecce hanno recentemente affermato che il batterio si sia stabilito sui nostri ulivi almeno quindici o venti anni fa.

Raccontata così questa Xylella non sembra essere terribilmente letale ma, anche quando il temibile batterio fallisce, le istituzioni corrono a darle man forte: dal 2013 sono stati abbattute migliaia di piante plurisecolari per motivi di “contenimento e prevenzione” senza test di laboratorio a dimostrarne l’infettività.

Sembra scontato dire che gli olivi pugliesi facciano parte del patrimonio culturale e paesaggistico del territorio ma, data la facilità con cui sono stati condannati a morte, è evidente che qualcuno lo abbia dimenticato. Chi lo sapeva bene, invece, era il governo Parri che firmò il decreto legislativo luogotenenziale 27 luglio 1945, n. 475 riguardante il divieto di abbattimento di alberi di olivo, oltre il numero di cinque ogni biennio, specificando che “il divieto riguarda anche le piante danneggiate da operazioni belliche o in stato di deperimento per qualsiasi causa”, immaginate? 1945, un paese da ricostruire e Parri pensava agli ulivi, viene quasi il dubbio che fossero considerate piante importanti. La legge fu riconfermata nel 1951 e addirittura nel 2007 con la Legge Regionale n.14. 
Una legge definita “all’avanguardia” e che, come tutte le leggi all’avanguardia, dà fastidio a qualcuno, tanto che la stessa verrà integrata nell’aprile 2013 con la R.L. Puglia n. 12/2013. Si scrive “integrazioni” ma si legge “stravolgimento”, poiché già nell’articolo 1 essa apre la possibilità di espiantare gli ulivi, anche quelli monumentali, per fabbricati (pubblici o privati), strade e aree ad uso collettivo in zone che siano anche parzialmente edificate. Che significa? Che da aprile 2013 praticamente chiunque può far sradicare centinaia di anni di storia e costruirci qualcosa di più redditizio. 
Non finisce qui, perché appena qualche mese dopo, a seguito di una “folgorante intuizione” di fine agosto, viene tirata fuori dal cilindro la prima pubblicazione ufficiale sul ritrovamento del batterio di Xylella Fastidiosa nel Salento. Passa solo un altro mese quando, con la delibera della Giunta Regionale nr. 2023, vengono emanate le misure d’ “emergenza e prevenzione” che nel giro di poco tempo porteranno all’abbattimento dei primi centoquattro alberi.

Mentre nel corso dei mesi le misure di prevenzione mietono centinaia di verdi vittime, qualcosa cambia nelle zone considerate infette: si parla di progetti urbanistici, resort e campi da golf ma, appena si sparge la voce, molti progetti vengono cancellati. Un buon esempio però è rimasto ed ha già fatto scalpore: il Comune di Taviano ha approvato la realizzazione di una discoteca in zona Li Sauli, a due passi dalla turistica Gallipoli. Appena una settimana dopo l’acquisto del suddetto terreno una perizia aveva dichiarato la presenza di ben 16 ulivi (secolari) infetti, cioè da espiantare. Quale poteva essere l’interesse ad acquistare un terreno destinato al verde agricolo se gli alberi presenti manifestavano già i chiari sintomi del disseccamento?

Non sappiamo se la Xylella sia una realtà o una fantasia montata ad hoc, l’unica certezza è che non è così che si tutela il patrimonio culturale e l’economia del Salento. Siamo stanchi di pagare così cari gli interessi della classe dirigente, sempre pronta a sacrificare i patrimoni del Mezzogiorno. Tutti noi siamo interessati alla creazione di imprese e posti di lavoro nella terra nostra, ma siamo anche consapevoli che queste “scorciatoie” verso il profitto non fanno l’interesse di tutti. Presto impareremo ad alzare la testa, come già fanno da mesi i coltivatori salentini per difendere i loro maestosi alberi.

Di Beatrice Lizza

Comunicato MO-UM: presentazione disegno di legge NA-Napoli Autonoma

Share Button

Vi invitiamo a partecipare alla conferenza stampa di presentazione in Parlamento del progetto di legge “Na – Napoli Autonoma” martedì 3 maggio ore 12:00 presso l’Agorà, via Santa Brigida n.65, Napoli. Saranno presenti il Sindaco Luigi De Magistris, la portavoce nazionale di MO Flavia Sorrentino e il capogruppo SI alla Camera Arturo Scotto.
Il progetto “NA – Napoli Autonoma” che MO – Unione Mediterranea ha presentato assieme al sindaco Luigi De Magistris per il governo di Napoli si rivolge a tutto il Sud. L’autonomia cui auspichiamo non è soltanto un’autonomia fiscale ma innanzitutto liberatoria: dagli stereotipi che ci vogliono città assistita, come tutto il Sud, dal convincimento, a volte introiettato, che non siamo capaci di governare i nostri territori. L’autonomia che vogliamo guarda finalmente al futuro di Napoli e di tutto il Sud, tenendo a mente il ricordo di una terra storicamente indipendente, può tornare ad essere snodo centrale per il Mediterraneo.

Parco della Marinella – Storia di un parco dimenticato

Share Button

Di Sergio Melucci

L’odissea del parco della Marinella parte dalla metà degli anni ’90, anni in cui l’area di circa 35.000 metri quadri di Via Marinella a Napoli, doveva diventare unaVilla per il popolo napoletano e in particolare per il popoloso quartiere Mercato – Pendino, così come deliberato dal Consiglio Comunale quando era ancora sindaco Bassolino. Il progetto fu cofinanziato dall’Unione Europea, ma l’area fu recintata e abbandonata al degrado assoluto per tanti anni a causa di un problema burocratico grottescamente banale: l’area apparteneva al demanio, per questo motivo i lavori non potevano cominciare. L’enorme area del cantiere è servita per lungo tempo a poveri extracomunitari che si accampavano in baracche di fortuna, costruite all’interno del cantiere in situazioni igienico-sanitarie disarmanti a causa dello scarico di immondizie e materiali di risulta. Intanto era scaduto anche il temine formale dei lavori “Marzo 2006”. La situazione comincerà a sbloccarsi solo sotto la giunta De Magistris, con il trasferimento dell’area dalla competenza demaniale a quella del comune. Uno spiraglio di luce sembrava apparisse all’orizzonte ed invece, a causa della burocrazia, i disagi per i cittadini non erano ancora finiti! Nel settembre 2014 il Comune di Napoli aggiudica l’appalto per la progettazione esecutiva ed i lavori di realizzazione del parco della Marinella alla ditta RE.AM Srl. Nel frattempo ad Ottobre dello stesso anno l’area fu interessata anche da un “misterioso” incendio poco prima di alcuni lavori di bonifica. L’incendio ha provocato un danno ambientale notevole in una zona in cui gli abitanti hanno visto sfumare sempre di più l’idea di avere una zona verde in cui respirare aria pulita, in cui poter portare i propri figli, adattati a giocare in zone limitrofe non sempre protette e sicure.

(vedi link) http://www.comune.napoli.it/flex/FixedPages/IT/Lavori.php/L/IT/frmSearchHaveData/OK/frmSearchText/-/frmSearchYear1/2014/frmSearchMonth1/3/frmSearchYear2/2014/frmSearchMonth2/4/frmResultOrder/3/frmCurrentPage/1/frmID/1121
Successivamente Lande Srl, classificatasi seconda, ricorre al TAR per chiedere l’annullamento dell’aggiudicazione e subentro nell’appalto ritenendo inammissibile l’offerta economica presentata dalla prima. Il TAR accoglie il ricorso e ritiene doverosa l’esclusione dalla gara della prima classificata, la quale rifiuta la decisione e ricorre per questo al Consiglio di Stato, fornendo adeguata documentazione a propria difesa.

(vedi link)

http://www.comune.napoli.it/flex/FixedPages/IT/Lavori.php/L/IT/frmSearchHaveData/OK/frmSearchText/-/frmSearchYear1/2015/frmSearchMonth1/1/frmSearchYear2/2015/frmSearchMonth2/3/frmResultOrder/3/frmCurrentPage/1/frmID/1233
Il Consiglio di Stato rigetta in parte la decisione del giudice di I grado e accoglie in parte il ricorso della prima classificata, con sentenza però non definitiva, rimandando all’Adunanza Plenaria il giudizio sul principio di diritto di alcuni punti.  E intanto siamo arrivati al 2016 !
Ora occorre conoscere, nei tempi previsti a norma di legge, come deciderà di pronunciarsi l’Adunanza Plenaria per sapere se la sentenza diverrà definitiva e se potranno così iniziare i lavori. Nel frattempo il quartiere purtroppo non dispone di un’area verde, cruciale per la vivibilità degli abitanti della II municipalità della città di Napoli.

Tifo DOP – Denominazione Origine Partenopea

Share Button

Di Lara Caimano

Quante volte avete sentito parlare di “razzismo” o meglio di “discriminazione territoriale” nei confronti dei napoletani? Scommetto tantissime, o almeno sarà così per coloro che seguono il calcio e sono tifosi del Napoli e ad ogni partita ( anche quando gli azzurri non sono in campo) devono ingoiare questo boccone amaro.

Eppure io sono convinta che non si parli abbastanza dell’argomento.

Provo a darvi il mio punto di vista sulla questione.

Io sono Lara, ho 24 anni e vivo e sono nata al Nord, in Lombardia eppure sì, sono una grandissima tifosa del Napoli. Ma non una di quelle che lo dice per moda, tanto perché “fa figo” dirlo; a me il Napoli scorre nel sangue.

È il caso di dire che la genetica non tradisce mai: mio nonno, lui che al solo vedere D10S in tv scoppiava a piangere, deve avermi lasciato questa grande passione, questa “malattia” come siamo soliti dire ed io non potrei esserne più fiera.

Ecco, per una ragazza come me, nata emigrante, l’amore per il Napoli è servito da ponte per sentirmi sempre legata alla mia amata Terra. Quando nasci e cresci lontano da quelle che sono le tue radici si possono verificare 2 ipotesi: la prima è che ci si adatti ai pensieri e pregiudizi altrui, arrivando a condividere le loro vedute, la seconda ipotesi invece è quella della “ribellione”, è un “lottare” contro tutto e tutti per difendere la propria identità.

A volte mi chiedono come sia possibile tutto questo, come sia possibile che io ami visceralmente una Terra, una città in cui non sono nemmeno nata e credetemi che le mie sensazioni possono essere capite soltanto da chi si trova nella mia stessa posizione: noi Napoletani 2.0 come piace definirci alla mia amica Beatrice Lizza, conosciuta sui social network proprio grazie a questo grande senso di appartenenza.

È proprio questa la parola chiave: APPARTENENZA.

Essere tifosi del Napoli significa essere Napoletani, sono due cose che vanno di pari passo e non possono essere scisse. Significa gonfiare il petto quando la squadra gioca bene e batte “le grandi” del Nord. Significa fregarsene se gli altri pensano che siamo dei poveri illusi che cercano riscatto in una squadra di calcio, il nostro amore è così grande che sopporta qualsiasi parola di troppo.

Siete mai stati allo stadio? Avete mai guardato una partita? Beh, vi faccio una breve descrizione dei cori alquanto deplorevoli che ci vengono costantemente dedicati.

Odio Napoli” “Noi non siamo napoletani” “Oh Vesuvio lavali col fuoco” “Senti che puzza scappano anche i cani stanno arrivando i napoletani” e qui mi fermo perché mi sta salendo la bile.

In ogni partita, qualsiasi tifoseria si diverte ad intonare questi cori colmi d’odio. Non importa che si tratti di Inter, Milan, Juve, Roma o squadre minori di Serie A e Serie B. Loro si divertono così invece di supportare la propria squadra. Se glielo si fa notare rispondono che sono dei semplici sfottò da stadio ma qui la questione va ben oltre. Sapete qual è la cosa comica? Che puntualmente la FIGC, il giudice sportivo o chicchessia finge di non sentirli. Lo scorso campionato hanno provato a squalificare e chiudere qualche curva, come a farci “fessi e contenti” e si è scatenato un polverone. Sono state dette dai tifosi avversari cose del tipo “I napoletani sono dei vittimisti, piangono sempre… sono solo degli sfottò” e il palazzo li ha accontentati tant’è che ora le società si limitano a pagare una multa nel caso in cui l’arbitro metta a referto la presenza di questi cori.

La risposta più bella proviene proprio dai tifosi del Napoli che all’odio rispondono con amore, un amore puro e immenso.

Gli avversari ci gridano “Noi non siamo napoletani”? Noi li applaudiamo come a dire MENOMALE e intoniamo il coro “Partenopei, noi siamo Partenopei”. Questa cosa così semplice in realtà racchiude l’appartenenza sopra citata. In quale altra tifoseria ci si batte il petto citando la propria storia, citando la Sirena Parthenope, essere mitologico a cui sono legate diverse leggende ed a cui si fa risalire la fondazione di Napoli?

E quando inneggiano al Vesuvio, allo sterminio, sapete qual è la risposta?

Alè alè alè alè alè Vesuvio, perché il Vesuvio è la Terra che amiamo, dell’eruzione ce ne freghiamo” oppure ancora “E’ passato tanto tempo, non ci lasceremo mai, siamo figli del Vesuvio, forse un giorno esploderà..”

Sono risposte importanti a chi crede di umiliarci, di farci sentire inferiori, a chi è pronto solo a sputare fuori odio. Noi gridiamo di essere orgogliosi della nostra identità, con tutte le sue mille sfaccettature, sempre e comunque.

In fondo è così, un napoletano, un Partenopeo non può che tifare Napoli. Lo fa incondizionatamente sapendo che saranno più i periodi bui e senza gloria che quelli di trionfo, proprio come ci ha condannato a imparare da sempre la storia del nostro popolo. Lo fa perché ne va orgoglioso.

Stiamo parlando di una comunità di 6 milioni sparsi per l’Italia e per il mondo perché è una passione che gli emigranti si sono portati dietro esattamente come per tutte le nostre tradizioni.

Ovunque ci sia un napoletano c’è un pezzo di Napoli ed in questo concedetemelo, siamo unici.

Operazione ETICA, liste pulite MO!

Share Button
La presidente della commissione Antimafia Rosy Bindi oggi ha annunciato l’intenzione di realizzare un progetto d’osservazione delle liste per le amministrative del 5 giugno nei Comuni attualmente sciolti per mafia, in quelli precedentemente sciolti per mafia e mai tornati a votare, e in alcuni Comuni che hanno avuto la commissione d’accesso e sono in commissariamento. Si tratta di un progetto che in tutto riguarderebbe una decina di Comuni, tra cui Roma. Nonostante il fatto che Napoli non sia tra i Comuni posti sotto osservazione, MO – Unione Mediterranea ha avviato di sua volontà un’operazione di etica e trasparenza inviando la propria lista di candidati lunedì 11 aprile all’attenzione di Raffaele Cantone, Autorità Anticorruzione, Rosy Bindi, Commissione Antimafia e Gerarda Maria Pantalone, Prefetto di Napoli.
L’iniziativa di MO – Unione Mediterranea è in netto anticipo rispetto all’annuncio della Commissione Antimafia e a iniziative analoghe da parte di altre liste concorrenti per Napoli che non hanno ancora diffuso i nomi dei propri candidati.
Ufficio stampa MO-Unione Mediterranea

Se la fortuna è cieca, la sfortuna abita a casa Valente

Share Button

Povera Valeria Valente, candidata a sindaco di Napoli per il Pd in vista della prossima tornata amministrativa del 5 Giugno a seguito delle rocambolesche, per non dir di peggio, primarie del suo partito, che l’hanno vista contrapposta all’ex presidente Bassolino, e che si sono concluse in seguito ad una fantozziana sequela di ricorsi, contro ricorsi e accuse reciproche dopo la pubblicazione di video che mettevano in serio dubbio la regolarità dello svolgimento della consultazione.

Pochi giorni fa, forse nell’illusione di giocarsi una carta vincente, ha lanciato dalle colonne del Mattino ciò che ha finito con l’assomigliare più ad un “pizzino” che ad un messaggio politico, dichiarando che “siamo gli unici a poter garantire alla città l’efficacia di una filiera istituzionale in grado da una parte di attrarre risorse nazionali e regionali, dall’altra di suscitare l’interesse dei privati a investire”.

Messaggio che lascia trasparire per intero lo spessore della cultura “istituzionale” del partito di cui fa parte: in sostanza i trasferimenti dallo stato centrale per scuole, strade e servizi, nonché gli investimenti per lavoro e sviluppo non sono diritti, bensì favori che può reclamare solo chi è amico del governo in carica, ed a patto ovviamente di dimostrare nel concreto tale vicinanza votando per il partito e la candidata giusta, quella più gradita all’esecutivo. Che dire, popolo (napoletano) avvisato, mezzo salvato: altro che sovranità e libertà di scegliersi il sindaco , se decidi per quello sbagliato, Napoli avrà meno soldi in cassa e meno investimenti.

Ebbene presumibilmente nelle stesse ore in cui veniva rilasciata l’intervista Salvo Nastasi, commissario straordinario per la bonifica e la riqualificazione di Bagnoli-Coroglio nominato dal governo, rende noto che si procederà agli espropri: 350 famiglie sfrattate, mille persone che da un giorno all’altro si ritrovano in mezzo ad una strada. Premesso che Matteo “cuor di leone” Renzi, nonostante l’imponente apparato di sicurezza che lo circondava, non ha avuto il coraggio di rendere nota una scelta del genere nelle ben due volte in cui è stato a Napoli negli ultimi giorni, non occorre particolare acume politico per comprendere che tale decisione peserà come un macigno sulla prossima amministrazione cittadina di Napoli, qualunque ne sia il colore politico e tanto più se – malauguratamente – dovesse trattarsi di uno vicino all’attuale governo.

In sostanza a poco più di un mese e mezzo dal voto, e senza neanche avere il buon gusto di attendere i risultati della sua candidata prediletta, Renzi ha dimostrato plasticamente quanto vale nella realtà la millantata “filiera istituzionale” di cui vaneggia la Valente: meno di zero, se paragonate agli interessi ed alle scadenze delle lobby che maggiormente gli stanno a cuore. Un vecchio adagio sottolinea che in taluni casi si fa più bella figura a rimanere in silenzio, e se la candidata del Pd avesse maggiore considerazione di tale detto la sua dovrebbe essere a ben guardare la campagna elettorale più silenziosa del continente europeo.

Di Lorenzo Piccolo

DEF 2016: niente di nuovo sul fronte meridionale

Share Button

Di Mattia Di Gennaro

“Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Finalmente, venerdì scorso, il Governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2016. “Finalmente” perchè dopo tanti discorsi sulle ricette miracolose per risollevare le sorti del Mezzogiorno, finalmente ci si aspettava di leggere azioni, numeri, tabelle e date ben ordinate nel famigerato “Masterplan per il Mezzogiorno”.

Un’attesa iniziata in un torrido pomeriggio di agosto di un anno fa, quando alla Direzione del PD, il signor primo ministro, Matteo Renzi, decise che bisognava esorcizzare il drammatico rapporto Svimez, pronunciando un quel fatidico termine, che richiamava un’efficienza anglosassone sempre vagheggiata dagli italiani, specialmente se cresciuti negli anni ’80.

Dopo aver pronunciato la formula magica, ormai sicuro di poter risolvere la questione meridionale, Renzi chiosò la sua relazione annunciando l’intenzione di vedere finalizzato quel mostruoso piano di interventi per metà Settembre.

Venne settembre, e venne la festa dell’Unità a Milano. Noi di MO – Unione Mediterranea c’eravamo e fummo testimoni, dell’ennesima occasione mancata. Tra presidenti di Regione, parlamentari ed economisti “democratici” che si alternavano sul predellino, ancora una volta furono prodotte solo parole, che ebbero l’unico effetto di rinviare all’autunno successivo ogni azione pratica. Nel frattempo che piovevano parole sul Sud, i soldi, quelli veri, continuavano ad arrivare al Nord efficiente e produttivo.

Ottobre arrivò presto. L’ex sindaco di Firenze presentò, nell’ambito dell’anteprima della Legge di Stabilità 2016, tre immaginette colorate che non aggiungevano assolutamente nulla di nuovo alle chiacchiere già spese sull’oggetto oscuro “Masterplan”. A noi tutti non restò che aspettare la versione definitiva della Legge di Stabilità, pubblicata ormai a fine 2015, lasciandoci ancora sedotti e abbandonati, ancora, cioè, senza uno straccio di dettaglio sugli interventi da intraprendere (salvo che per generici rimandi alla Salerno – Reggio Calabria o alla Alta Velocità Napoli – Bari, progetti, peraltro, già in piedi da anni).

Salutato il 2016, calò il silenzio più totale sul Sud, sovrastato dal rumore di scandali, intercettazioni, banche, trivelle e primarie. Almeno fino ad aprile, mese di pubblicazione del DEF, lo strumento con cui il Governo provvede a dare informativa sullo stato economico/ finanziario della Repubblica e a dare dettaglio sugli investimenti che intende intraprendere negli anni a venire. Insomma, il classico documento dove ti aspetteresti di trovare i dettagli di un “Masterplan degli interventi”.

Avidi di informazioni, abbiamo cercato qualche traccia nelle innumerevoli tabelle di questo documento – composto, in realtà, da più documenti, per quasi un migliaio di pagine. Cerchiamo “Mezzogiorno” speranzosi di vederlo scritto migliaia di volte, ma ci dobbiamo fermare alle poche decine (solo 4 volte nel documento principale su 155 pagine). Cambiamo ricerca e digitiamo “Masterplan” e qualcosa, finalmente, troviamo. “[…] il Masterplan per il Mezzogiorno mira a sviluppare filiere produttive muovendo dai centri di maggiore vitalità del tessuto economico meridionale, accrescendone la dotazione di capacità imprenditoriali e di competenze lavorative”. Talmente che è piaciuta la definizione che la troviamo, con qualche leggera variazione, altre due volte nello stesso documento e un’altra volta in un altro allegato.

Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Il Masterplan avrebbe dovuto prevedere 16 patti per il Sud – 8 per ciascuna regione meridionale e altrettanti per le 8 città metropolitane – e nei documenti se ne fa, in effetti, menzione. Niente di più della generica definizione, purtroppo. Nulla su risorse, scadenze e azioni tese a risollevare le sorti del Mezzogiorno e delle sue città più rappresentative.

Noi siamo buoni, però, e diamo il beneficio della buonafede a tutti. Consci del fatto che un documento così lungo come il DEF sarebbe risultato ancor più appesantito se avesse riportato anche i Patti per il Sud, siamo andati direttamente sul sito del Governo per cercare qualche informazione in più. In effetti, è proprio lì che dovevamo cercare. Su quel sito esiste una sezione dedicata al “Masterplan per il Mezzogiorno”. Una pagina con tutte le linee guida, emesse a Novembre 2015. E poi basta. Nessuna informazione sui Patti per il Sud. Tutto è fermo a Novembre 2015, data dell’ultimo aggiornamento. Sei mesi fa.

Anche Marco Esposito, dalle colonne de Il Mattino ha commentato il DEF, in particolare l’allegato “Infrastrutture e trasporti”: “I trasporti carenti sono una vera e propria «minaccia» per lo sviluppo del Sud. No, non è il consueto rapporto Svimez, stavolta è il governo a puntare il dito contro «la disomogenea distribuzione di infrastrutture e servizi sul territorio nazionale, per cui risultano svantaggiate, in termini di accessibilità, alcune aree del Mezzogiorno».

L’analisi è, nero su bianco, in un documento che più ufficiale non si può, visto che è allegato al Def 2016 appena approvato dal governo. A subire le conseguenze di trasporti inadeguati sono in particolare le filiere produttive meridionali e il turismo. Problemi esistono in tutta Italia, ma «il concentrarsi di tali minacce nelle aree meridionali del Paese – si legge nel rapporto firmato dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio – non fa che accentuare il divario tra Nord e Sud: un ulteriore ostacolo alla tenuta della coesione sociale del Paese e all’efficacia delle politiche strutturali». Il governo, si dirà, più che fare analisi deve trovare risposte.

Nel settore dei trasporti però si sta attraversando una sorta di terra di mezzo: si è detto stop alla legge Obiettivo ideata dal governo Berlusconi nel 2001, ma non sono ancora partiti né l’aggiornamento del Piano generale dei trasporti e della logistica (Pgtl) né il primo Documento pluriennale di pianificazione (Dpp), che dovrebbe riguardare il 2017-2019“.

Cari mediterranei, neppure a sto giro si è realizzato il nostro sogno di vedere una lista di interventi concreti e monitorabili. Finora, solo chiacchiere che valgono fino a un certo punto. E noi al Sud lo sappiamo bene, perchè la saggezza popolare insegna che “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignammo, ‘o Bbanco ‘e Napule nun ‘e ‘mpegna!”. E il credito che vantava il Governo nei nostri confronti è ormai bello che finito.

Bagnoli e trivelle: troppo facile dare la colpa ai localismi

Share Button

Di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, a proposito della visita di Matteo Renzi a Napoli, il giornalista del Corriere della Sera Goffredo Buccini tentava di spiegare come mai il Mezzogiorno, benché assente dalla lista di priorità del governo, avesse finito per assumere “un valore assai simbolico”.

Per Buccini la situazione è chiara: il Sud anti-renziano, rappresentato da Luigi De Magistris al comune di Napoli e da Michele Emiliano alla regione Puglia, non sa fare altro che scandire dei ‘no’ di fronte alle politiche di sviluppo del governo centrale. La ragione, secondo Buccini, sono i particolarismi regionali e municipali meridionali: il ‘cacicchismo’, lo chiama riprendendo un’espressione di Massimo D’Alema. Ogni cacicco, cioè ogni politico meridionale influente, guarderebbe esclusivamente al proprio bacino elettorale, incurante di una politica d’interesse nazionale. Se anche quest’argomentazione avesse un potere esplicativo – e a mio avviso ne ha ben poco: spiegherò nel seguito il perché – verrebbe da chiedersi: ma i particolarismi sono questione esclusivamente meridionale?

Certo, non si può negare che la Campania abbia dato i natali ai Mastella e ai De Mita, per citare solo due tra gli esempi più noti di cacicchismo nostrano. Ma a questo punto bisognerebbe chiedersi perché si siano formati i potentati ‘personalizzati’ meridionali; quali siano i processi storici che hanno portato a questa situazione. Bisognerebbe chiedersi anche, in quanto a cacicchismo, come la mettiamo con quello della Lega Nord in Veneto. E infine, ha senso accomunare De Magistris ed Emiliano a Mastella e De Mita, dimenticando che quando si parla di Napoli o della Puglia, non si parla di Ceppaloni o Avellino, né quantitativamente né simbolicamente?

Ma torniamo all’accusa di particolarismo. Accostando la Bagnoli napoletana e il referendum sulle trivelle del 17 aprile, Buccini si chiede chi debba decidere della politica energetica di un paese: il governo centrale (“un esecutivo che poi ne risponda agli italiani”, nelle parole del giornalista del Corriere) o le regioni e i comuni (“un puzzle di campanilismi in grado soltanto di dire ‘no, non nel mio cortile, please’”). Cosa c’entri la questione di Bagnoli con la politica energetica italiana, non è chiaro. Come non è chiaro il motivo per cui l’esecutivo nazionale debba essere considerato l’unico a poter rispondere agli italiani della compatibilità tra ambiente e attività industriali, considerato che anche le giunte regionali e municipali rispondono delle loro politiche ai cittadini, e che esistono 21 agenzie regionali per la protezione ambientale che si occupano – o si dovrebbero occupare – esattamente delle problematiche di compatibilità tra industria e ambiente.

Il comune di Napoli e le regioni referendarie non dicono semplicemente di no a un’imposizione forzata di un’idea di sviluppo che spesso si traduce nel favorire gl’interessi economici del capitalismo industriale a discapito delle istanze delle comunità territoriali in stato socio-econmico più critico. Attraverso quei ‘no’, De Magistris ed Emiliano propongono, al contrario, una prassi decisionale diversa, che conceda una maggiore autonomia agli enti locali: prassi, peraltro, che ben si adatta alla riforma federalista portata avanti da oltre un decennio dalle amministrazioni nazionali. Ironicamente, finché il federalismo è stato applicato in nome della volontà di fare cassa da parte delle regioni settentrionali, a Roma pochi se ne sono lamentati. Ora che vi si appellano le regioni meridionali per esercitare un potere decisionale autonomo, ecco che diviene indigesto al governo centrale.

Quanto all’accusa di ‘Nimby’, (dall’inglese ‘not in my back yard’, non nel mio giardino), che è quella che Buccini muove al movimento referendario e al sindaco di Napoli, sarebbe senz’altro ora di farla sparire una volta e per tutte dall’armamentario argomentativo di critica alle mobilitazioni di protesta. È da almeno due decadi che gli studi sociologici hanno dimostrato l’irrilevanza di questo concetto, messo in campo originariamente, non a caso, in ambiente industriale. È un’argomentazione che, nel suo semplicismo, non attribuisce alcun peso né alle istanze propositive dei movimenti d’opposizione, che ci sono e sono numerose (a volerle vedere), né all’ampiezza delle motivazioni avanzate dai cittadini contro una particolare opera industriale. Motivazioni che sono invece riassumibili nell’acronimo: ‘not here or anywhere else’, né qui né altrove. Non si tratta un’opposizione localista, ma un’opposizione concettualmente globale, che si esprime, per forza di cose, in una prassi locale. Finché si continuerà a vedere la protesta in termini di Nimby, non si andrà molto avanti nell’analisi delle ragioni del no. Certo, è indubbiamente uno strumento comodo per delegittimare la protesta.

Riferendosi alla storia del Meridione “segnata da lazzari e sanfedisti”, e quindi, fuor di metafora, alla supposta passività delle plebi napoletane ai capipopolo, Buccini non troppo velatamente accomuna la manifestazione contro Renzi alle istanze più retrive dell’epoca duosiciliana. Forse farebbe bene a ricordare che, come sono esistiti i sanfedisti e i lazzari, è esistita anche la Repubblica Partenopea del 1799; è esistito un popolo che si è opposto in vario modo e con diversità di mezzi e fini ai soprusi dei regnanti di turno, prima che l’esercito italiano gli facesse fare una brutta fine; è esistita ed esiste un’intellighenzia culturalmente forte, nonostante i tassi sempre elevatissimi di emigrazione. Ecco, tutti questi attori sociali, quando Renzi rivendica di aver salvato Pompei mentre Pompei cade a pezzi, o di aver sbloccato Bagnoli quando l’ha commissariata esautorando la giunta comunale, sanno benissimo che non si tratta che di propaganda elettorale. Contrariamente a quanto sostiene Buccini, non è il ‘nonsipuotismo’ la prima terra espugnare: è invece il ‘non-c’è-alternativismo’, cioè l’argomento che la linea proposta dal governo centrale sia l’unica possibile per lo sviluppo delle regioni e dei comuni meridionali. Regioni e comuni di cui, e qui mi sento di concordare con Buccini, il Primo ministro italiano si è fino a poco fa ampiamente disinteressato.

La mano di Dio e gli ultimi giorni di Matteo

Share Button

Di Raffaele Vescera dalla Pagina Terroni di Pino Aprile
Pur miscredente, sono suggestionato dalle strane coincidenze. A pochi giorni dal referendum contro le trivelle assassine, che Renzi voleva far passare sotto silenzio per boicottare il raggiungimento del quorum, salta il tappo del vulcano che comprimeva l’affaire petrolio, e la schiuma si diffonde per ricadere puteolente sulle facce di ministri e capi di governo come un marchio, uno stigma divino che li mette alla gogna, spingendo il popolo alla ribellione, e al voto referendario.

E’ successo di tutto in questi giorni. Una ministra intercettata a far porcherie petrolifere col fidanzato, un’altra già chiacchierata per affari di famiglia, tirata in ballo, un primo ministro che non potendo dire, “non sapevo”, rivendica per sé tutte le responsabilità, facendo passare, con il gioco delle tre carte, un indebito favore alle lobby del petrolio come un successo per il Paese.
Ed è successo proprio ieri sera, in Francia, che un oleodotto della Total, la stessa società petrolifera che ha ricevuto il favore Tempa Rossa in Basilicata, si è spaccato, lasciando sfuggire mezzo milione di litri di petrolio sul terreno, a detta della stessa Total, ma presumo ben di più, e contaminando terre, acque, piante e animali. Strano però che i giornali non ne parlino.

Strane coincidenze, dicevo, sono cose che non accadono tutti i giorni. La partita del referendum sembrava di difficile soluzione, ecco che gli aiuti cadono dal Cielo. Ricordate la “mano de dios” di Diego Armando Maradona ai lontani mondiali di calcio in Argentina? Giocando contro l’Inghilterra, in quel momento nemica per via della disputa sul possesso delle Isole Malvine o Falkland, Maradona riuscì a mandare la palla in rete con la mano e a vincere la partita. Quando le telecamere scoprirono il fallo, se la cavò dicendo che era stata la mano di Dio a fare goal.

Che altro deve succedere, dunque, per suggestionare persino un miscredente qual sono? E’ come se il creatore fosse sceso in campo per salvare il creato. Certo, coincidenze favorevoli, ma gli antichi greci dicevano che queste manifestano la volontà degli dei, mentre un proverbio cinese dice che, quando si vuole fortemente una cosa, l’universo congiura affinché si realizzi.

Il vulcano è esploso, dunque, non solo per eruttare petrolio sporco su Renzi, oggi a Napoli, contestatissimo, per consegnare Bagnoli, secondo De Magistris, nelle mani di altre lobby, ma anche per seppellirlo con le ceneri delle sue promesse non mantenute. Il Sud completamente abbandonato, anzi discriminato, penalizzato, colonizzato ancor di più. Mai nessun governo, della pur lunga trafila di governi antimeridionali, è arrivato a tanto. Povertà galoppante, disoccupazione alle stelle, salute attentata da criminali inquinamenti, investimenti per il 90% al Nord, in tutti i campi per favorire i potentati finanziari lì residenti, distruzione delle poche risorse a beneficio del Sud, quali agricoltura, pesca e turismo. Infine, accusati di essere piagnoni se protestiamo.

Il Mezzogiorno l’ha capito, e gli dà filo da torcere, si ribella ovunque, dalla Campania al Salento, dalla Basilicata alla Sicilia, è un ribollire di lotte in difesa della propria terra massacrata. Persino nel suo stesso partito Renzi è contestato, e vi sono posti dove non mette piede, come in Puglia.
E mentre il Sud protesta, a Roma gli stanno scavando la fossa, non solo la minoranza Pd che passa apertamente all’attacco, con un D’Alema redivivo, ma anche gli opinionisti e i direttori di giornali nazionali, sostenitori della scalata al potere del fiorentino, ora lo stanno mollando. E se lo mollano loro, vuol dire che lo hanno già mollato anche gli stessi gruppi finanziari che hanno puntato su Renzi. I politici oggi sono usati dalla finanza in virtù del consenso che hanno, utile a imbonire il popolo. Se perdono il consenso, non servono più.

Un Renzi ormai contro tutto e tutti, non come un solitario eroe romantico che conduce battaglie di giustizia, ma come colui che ha fallito la missione di affermare nuove ingiustizie sociali. Il suo governo definito un comitato d’affari in Parlamento, non basterà, la sua ostentata sicumera e popolana arroganza a salvarlo dalla caduta, è agli sgoccioli, agli ultimi giorni che precedono il crollo. Inviso a tutti, ormai è fuori gioco. Il sistema si prepara al dopo Renzi. Ma se il Paese gli fa terra bruciata intorno, sarà il vulcano del Sud a seppellire Matteo. Non basterà la schiera di impresentabili politici meridionali, vieppiù inquisiti e a lui legati, a salvarlo.
Se non sarà il 17 aprile, avremo le elezioni amministrative di maggio, e poi il referendum sul massacro della Costituzione in autunno e infine le elezioni politiche. Se mai Renzi vi arriverà. La fiducia nel Pd è scesa di altri due punti, come quella nel governo, che è a un misero 26%. Fatti un po’ i conti, il 74% gli è contro.

« Articoli precedenti Articoli recenti »