Author Archives: Andrea Melluso

Milano capitale morale d’Italia? Una “cantonata”

Share Button

di Annamaria Pisapia

IL PM Raffaele Cantone: “Milano si riappropria del ruolo di capitale morale d’Italia”. Capitale morale? Milano? La mia mente parte in automatico e comincia ad inviarmi immagini di notizie su Milano, che mal si conciliano con una capitale morale. Ora se per capitale morale s’intende il fulcro del potere politico, economico, industriale in rappresentanza dell’intero paese, siamo messi male. Ancor piu mi spaventa che sia un rappresentante della giustizia, come il pm Cantone, ad affermarlo. Se la memoria non m’inganna, e non dovrebbe ingannare neanche Cantone, non fu a Milano che nel freddo inverno del 1992 venne arrestato il presidente dell’Albergo Trivulzio Mario Chiesa, membro di spicco del PSI milanese, mentre intascava una bustarella? Portando alla luce un sistema di corruzione che interessava tutto il mondo politico e finanziario milanese? Tangentopoli, per intenderci. E’ vero che l’inchiesta interessò anche altre citta, ma nessuna di queste ha avuto “l’investitura” quale capitale morale d’Italia. Mi sembra giusto, quindi, che vengano enunciati i “meriti” che hanno condotto Cantone a rinnovarle il titolo che, dopo ben 134 anni dalla prima investitura, si era un po’ offuscato. Non è forse a Cantone che Renzi ha affidato la presidenza dell’Autorità contro la corruzione, per occuparsi della mega truffa Expo? Ma come nella capitale morale d’Italia, quella che avrebbe dovuto rappresentarci nel mondo, si erano impantanati nella melma? Tutt’al più mi sarei aspettata che si impantanassero nelle risaie, dato l’argomento che avrebbe dovuto trattare l’Expo: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”. Questo era il tema, ma non essendo specificato in che modo, ognuno si è nutrito come meglio credeva. E poiché l’appetito vien mangiando si sono nutriti l’ex direttore generale di “Infrastrutture Lombarde”, Anton Giulio Rognoni, il capo dell’ufficio gare e appalti dell’Ilspa Pierpaolo Perez. E, per la serie aggiungi un posto a tavola, anche l’ex colonnello De Donno del Ros; la figlia di Pierluigi Dacco’ , che venne condannato per il crac del San Raffaele, altro capolavoro dei capitolini milanesi, coimputato con Formigoni nell’inchiesta Maugeri. Alla fine della tavolata si contarono 9 arresti e una trentina di indagati. E si sa che per nutrire il pianeta gli “chefs” non mancano, ed ecco farsi avanti Oscar Farinetti che riuscirà a farsi concedere lo spazio, senza gara d’appalto, di 8mila metri quadrati per eatitaly, ed impiantare 20 ristoranti prevedendo una royalty sugli incassi, dai ristoratori, del 5%. Misteri della dieta milanese. E poiché del maiale non si butta mai nulla, c’era ancora di che sfamarsi. Ed ecco che anche il vice presidente della Regione Lombardia Mario Mantovani si rifocilla, assieme al suo braccio destro Giacomo Di Capua, i quali predeterminavano l’assegnazione delle gare di appalti dell’Expo, oltre che truccare gli appalti nell’edilizia e nella sanità… Proprio niente male per una capitale morale d’Italia. Eppure per Cantone: “il rischio più preoccupante è che possa essere lasciata una cattedrale nel deserto…” Si ricorderà quelle che ci hanno lasciato al sud? E prosegue: “quella sarebbe la cosa peggiore. L’immagine di Expo, che ha fatto il giro del mondo, sporcata… sarebbe un peccato dopo tanto lavoro”. Non so che idea si sia fatto Cantone di lavoro e di moralità, ma temo che mal si concilino con il marciume, il sudiciume, emerso nella Milano da bere. Sono molto preoccupata che una tale immagine sia per Cantone un esempio da esportare e di cui vantarsi. A tal punto si è assuefatto al male? Una sola cosa non mi sorprende: che sia proprio un napoletano ad affermarlo… Quanto è lontana la decolonizzazione mentale del popolo del Sud.

Il Sud muore, anzi no. Il gioco delle tre carte di Renzi

Share Button

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

A soli due mesi dall’allarme sulle catastrofiche condizioni economiche del Sud, oggi la Svimez corregge il tiro, fotografando una situazione leggermente diversa: non è solo il Nord che cresce del 1%, anche il Sud, dopo sette anni di caduta libera, è in ripresa, ma dello 0,1%. Insomma, si sarebbe fermata la spirale negativa, dopo aver toccato il fondo nel 2014, con risultati da incubo: disoccupazione generale al 20,2%, disoccupazione giovanile oltre il 60%, emigrazione di 120.000 unità l’anno, investimenti del 40% inferiori a quelli del Nord e reddito pro capite altresì inferiore del 40% a quello dei cugini che vivono da Roma in su, inferiore persino a quello dei fratelli greci.

Ma, seppure veritiera la fotografia della Svimez, è cambiato veramente qualcosa in positivo in questi mesi al Sud? Repubblica ne approfitta per sparare articoli trionfalistici: “Dopo sette anni, il Sud cresce. Nel secondo trimestre del 2015, rispetto allo stesso periodo del 2014, gli occupati crescono al Sud di 120 mila unità (+2,1%) e di 60 mila unità nel Centro-Nord (+0,4%)”. La ripresa “riguarda tutte le regioni tranne la Calabria, e interessa essenzialmente i settori agricolo e terziario”. Il tasso di disoccupazione “flette leggermente scendendo a livello nazionale al 12,1%: la riduzione riguarda esclusivamente le regioni del Centro-Nord (-0,2 punti), mentre al Mezzogiorno resta al 20,2%”.
Strano, come mai se l’occupazione al Sud è cresciuta di 120.000 unità, il tasso di disoccupazione resta fisso al 20,2%? C’è qualcosa che non quadra, ad esempio il diverso modo di conteggiare gli occupati in virtù della nuova legge sul lavoro, da Renzi pomposamente chiamata “jobs act” (sapete, il primo inganno sta nelle parole).

Noi crediamo che in questi mesi per il Sud non sia cambiato nulla, zero nuovi investimenti dello Stato, zero incentivi del governo per favorire l’occupazione, zero interventi per migliorare la condizione sociale, s’è mai visto che lo zero moltiplicato per qualcosa aumenti il risultato? Tant’è che lo stesso rapporto Svimez riporta questi dati: “Se sul fronte occupazione si registrano segnali di miglioramento, la situazione sul fronte retributivo non accenna a migliorare: il Sud è sempre più povero con il 62% dei cittadini che guadagna al massimo il 40% del reddito medio.”

A conti fatti, il Sud cresce dello 0,1%, dieci volte in meno che al Nord, esattamente quanto gli investimenti destinati al Sud dal governo, la disoccupazione resta al 20,2%, il reddito pro capite è sempre del 40% inferiore al Nord e il governo continua ad infischiarsene del Mezzogiorno. Vero, c’è il dato “incoraggiante” dei consumi “cresciuti dello 0,1% al Sud”, corrispondente per l’appunto alla cosiddetta crescita del Pil, ma lo stesso rapporto Svimez invita alla cautela, l’impalpabile aumento dei consumi sarebbe dovuto agli 80 euro di aumento dello stipendio. Per chi ce l’ha, al Sud. Per il resto, buio pesto.

Dopotutto, un risultato il promesso e mai visto masterplan del governo per il Sud sembra averlo ottenuto: quello di convincere i giornali “amici” che le cose vanno bene anche quando vanno male. E’ l’illusionistico gioco delle tre carte di Renzi.
Ad essere drammatici, l’inganno mediatico è la tipica procedura dei regimi autoritari, cui l’Italia sembra andare incontro a tappe accelerate. Se restiamo invece nel campo della commedia, diciamola con il magnifico fiorentino antenato di Renzi: “Chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza”.

Vabbè al Sud neanche del presente.

La Mala Setta, storie degli intrecci Stato-Mafie nei primi anni dell’Italia una

Share Button

“Ormai non è più possibile raccontare la Storia dell’Unità d’Italia senza parlare di mafia e camorra” ha affermato Nando Dalla Chiesa intervenuto sabato scorso alla presentazione del libro “La Mala Setta” del professor Franco Benigno nell’ambito degli eventi “Book City 2015”, tenutisi a Milano, che il circolo MO-Unione Mediterranea Lombardia ha seguito per voi.

Franco Benigno, siciliano e professore ordinario di metodologia della ricerca storica presso l’Università degli Studi di Teramo, riporta nel suo libro un’accurata analisi storiografica della nascita dei fenomeni della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia e come questa s’intreccia alla storia della nascente “Italia una”. “La Mala setta”, destinati a diventare un grande classico delle “controstorie del Risorgimento” ha, tra i tanti meriti, quello di illuminare con una luce scientifica ma appassionatamente narrativa uno dei periodi più torbidi della storia italiana, cancellando l’aura di Padre della Patria a molti esponenti della Destra Storica e raccontando di come ci si serviva dei delinquenti per mantenere l’ordine (la cosiddetta “teoria delle classi pericolose”).

Entusiasti delle tesi di questo saggio, abbiamo rivolto una domanda all’autore: “Professor Benigno, alla luce del suo lavoro, di assoluto valore scientifico, che ha inteso illuminare un contesto troppo affumicato dalla retorica del Risorgimento, cosa si sentirebbe di rispondere al presidente della Commissione Antimafia, Rosi Bindi, che qualche settimana fa ha definito la Camorra tratto costitutivo della città di Napoli e del suo popolo? A quanto emerge dalla sua ricerca, si potrebbe forse affermare che la malavita organizzata è costitutiva dell’intero stato unitario, giusto?”

“Innanzitutto bisogna premettere che in quest’epoca di slogan e di social network, i politici tendono spesso a semplificare concetti molto complessi. E, per questo motivo, bisognerebbe che gli stessi si responsabilizzassero di più quando lasciano dichiarazioni o mettono giù i 140 caratteri di un tweet.

Per quanto riguarda Napoli, ma il discorso si può ben applicare alla mia Sicilia, la Camorra non è tratto costitutivo della città o del popolo, assolutamente no. La camorra è, tuttavia, tratto costitutivo dell’immaginario che, purtroppo, si è inteso diffondere della città di Napoli”

Combattere contro i pregiudizi, dunque, è l’unico modo per contrastare le idee delle menti approssimative di far coincidere una città come Napoli con l’idea ricolma di stereotipi negativi che se ne ha. Ben vengano, dunque, opere di ricerca storica come quella del professor Benigno che nel confutare tesi storiografiche ormai consolidate fanno emergere verità che possono sembrare rivoluzionarie nel tentativo di scardinare la retorica risorgimentale che troppi ancora vedono come un valore irrinunciabile.

LaMalaSetta

Comunali, Napoli: Lista MO annuncia partecipazione.

Share Button

MO-Unione Mediterranea sarà presente alle elezioni comunali di Napoli di maggio 2016 con una propria lista. Lo hanno annunciato il segretario Enrico Inferrera e la portavoce Flavia Sorrentino in un incontro con i sostenitori presso la chiesa San Gennaro all’Olmo. Punto chiave del programma saranno autonomia e identità. La lista MO! con il progetto NA-Napoli Autonoma propone di rinunciare a ogni centesimo di sostegno pubblico mantenendo sul territorio tasse riferibili al territorio stesso. “Solo contando sulle nostre forze e la nostra identità – hanno sottolineato Inferrera e Sorrentino – si potrà garantire sviluppo, lavoro, dignità”. La lista MO! – che nelle scorse elezioni regionali ha raccolto l’1,4% dei consensi a Napoli città – auspica che sul suo progetto possano convergere forze sociali e persone libere da vincoli partitici.

logoummona

Il Governo ha investito in EXPO Milano 2015 53 volte di più che per Matera 2019: tu chiamale se vuoi “discriminazioni”

Share Button

di Mattia Di Gennaro

Finalmente il ddl Stabilità 2016 è arrivato a Palazzo Madama per la discussione parlamentare. Felice della lieta notizia, l’ho scaricato dal sito del Senato e l’ho letto, nella speranza di trovare le parole “Mezzogiorno” o “Sud” scritte dovunque e, soprattutto, associate a tanti numeri con molti zeri.

Purtroppo, la mia speranza è stata presto tradita: di Mezzogiorno nulla o quasi; tuttavia, all’articolo 22, si parla di interventi in favore del programma relativo alla “Capitale europea della cultura” a favore, dunque, della città di Matera. Subito ho immaginato interventi infrastrutturali rivoluzionari per fare di Matera 2019 una vetrina italiana al pari di quanto accaduto per Milano 2015: strade, servizi, i treni nazionali!

Mentre sogno ad occhi aperti i Sassi invasi da centinaia di migliaia di turisti innammorati follemente del Mezzogiorno, un dubbio mi assale: come mai si parla genericamente di interventi e non si è ritenuto opportuno descriverli con maggiore chiarezza? Pensavo, vuoi vedere che sono talmente tanti che non avevano spazio per riportarli?

Per saperne di più faccio un salto di qualche centinaio di pagine, alla “Relazione Tecnica” al ddl Stabilità. Ecco, se cè un posto dove trovare pagine e pagine con gli interventi per Matera 2019 è proprio in questa sezione che bisogna cercare. E cosa ci trovo, invece? Giusto qualche riga che spegne definitivamente il mio entusiasmo: “Per la realizzazione del programma di interventi della città designata Capitale europea della cultura per l’anno 2019 è autorizzata la spesa di 2 milioni di euro per l’anno 2016, 6 milioni per l’anno 2017, 11 milioni di euro per l’anno 2018 e 9 milioni per l’anno 2019. L’individuazione degli interventi è effettuata con decreto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, previa iontesa con il sindaco di Matera”.

 

image001

2+6+11+9…28. 28 milioni di euro. Per Matera, Capitale europea della cultura 2019, 28 milioni soltanto! E quanti sono? Pochi se pensate che con 28 milioni ci si costruisce meno di un kilometro della ferrovia alta velocità Brescia-Verona!

Su tutte le furie, cerco, dunque, di capire quanto lo Stato, invece, abbia investito in quel carrozzone disorganizzato di Expo Milano 2015; magari, anche per questo tipo di eventi lo Stato ha cercato di fare “spending review”, come sembra sia stato fatto per Matera.

Faccio un giro sul sito Governo.it e cerco qualche resoconto sugli investimenti in favore di Expo Milano 2015. E trovo questo.

ddlstabilità

 

Ebbene, per le infrastrutture ritenute “essenziali” per l’evento Expo Milano 2015 lo Stato ha sborsato ben 1 Miliardo e 482 Milioni di euro. Questa cifra, confrontata a quanto il Governo ha in programma di spendere per Matera, è ben 53 volte più grande!

A questo punto, credete ancora che questo Governo abbia credibilità quando parla di Mezzogiorno?

Mito Xylella: tra realtà e invenzione

Share Button

di Beatrice Lizza

Gli undici milioni di olivi millenari che popolano il Salento non sono più un simbolo di pace: l’iniziativa di piantare centinaia di olivi in risposta alle condanne a morte sentenziate dall’UE, suona come una vera e propria dichiarazione di guerra.
Ma cos’è questa Xylella Fastidiosa? Quanto è realmente dannosa e quanto si sa a proposito?
L’olivo è una pianta che ha bisogno di cure e precise conoscenze tecniche per ottenere le sue pregiate olive, vanto del Made in Italy. Sono almeno vent’anni, però, che i proprietari degli oliveti non sono più agricoltori e la mano d’opera specializzata offre, giustamente, servizi a prezzi crescenti: si parla di centinaia di euro per la potatura di alcune decine di alberi. E se le olive sono puramente made in Italy, lo è anche l’interesse pressoché nullo dello Stato, il quale non ne tutela né la produzione, né la preziosa biodiversità, né la qualità. E’ comprensibile che un buon numero di proprietari favorisca l’utilizzo di agenti chimici come diserbanti e pesticidi, nettamente più economici dei lavoratori in grado di applicare tecniche agronomiche tradizionali e naturali. Il batterio assassino pare essere in grado di uccidere, da solo, centinaia di alberi, ma è davvero così?
In realtà il problema diagnosticato alle piante cosiddette “infette”, è stato segnalato per la prima volta nel 2010 e si chiama CoDiro (complesso di disseccamento rapido dell’Olivo).
In quanto “complesso”, appunto, non dipende direttamente dalla Xylella, ma presenta diverse concause: il lepidottero “Rodilegno giallo” e alcune specie funghi patogeni. E’ giusto precisare che la Xylella, come tutti gli altri batteri, non sia in grado di intaccare la salubrità della pianta a meno che questa non sia già debilitata.
Un’altra lacuna nell’informazione nazionale è quella di omettere che, sebbene sia stato riconosciuto il batterio, non ci sono dimostrazioni scientifiche della sua patogenicità, ovvero l’effettiva capacità del microrganismo di creare un danno. Eppure le altre ipotesi scientifiche, seppur avanzate da ricercatori affermati, non hanno riscontrato lo stesso successo mediatico.
La denuncia del professore Giuseppe Altieri (professore di fitopatologia, entomologia, agricoltura biologica e agroecologia) è rimasta pressoché ignorata, eppure questa volta gli imputati sono l’abbandono colturale, causato dalla mancanza di trattamenti biologici e potature autunnali, oltre ai disseccanti (utilizzati principalmente lungo le linee ferroviarie) che intaccano l’equilibrio microbico dei terreni, indebolendo le piante e i loro sistemi immunitari.

Inascoltate anche le proteste di agricoltori e studiosi che, documenti del ministero alla mano, hanno ricordato agli onorevoli boia del verde, che appena il 2% delle 26.755 piante campionate per la relazione Mipaaf del 6 Luglio 2015 (tra cui anche mandorli, oleandri e viti) è risultato positivo alla presenza di Xylella.

Nonostante tutte le perplessità sull’entità del batterio, dal 2014 le eradicazioni procedono senza pietà “per evitare la contaminazione e la diffusione”, anche se numerose testimonianze ci parlano di alberi tagliati a pezzi, ma che vengono lasciati sul posto per settimane!
Il famigerato microrganismo non può spostarsi da solo, ma ha bisogno di un insetto vettore per propagarsi, la cosiddetta Sputacchina. Vettore estremamente diffuso in tutto il territorio, prontamente individuato ma non (ancora una volta) scientificamente provato!
La risposta delle autorità competenti, alla luce di questa nuova scoperta è stata quella di ordinare l’utilizzo di fiumi di fitofarmaci, della stessa famiglia di quelli denunciati come i responsabili del disseccamento.

Questo è il batterio Xylella: un microrganismo di patogenicità dubbia, timidamente affermato come concausa di un disastro annunciato.
La frettolosa condanna a morte di piante plurisecolari è inaccettabile, mentre sotto le loro fronde si moltiplicano vistosamente le zone d’ombra.

La domanda è sempre la stessa: cui prodest?

Napoli, autonomia e identità: MO-UM presenta le linee per il programma di governo della città.

Share Button

Un programma politico improntato sui concetti di “autonomia” ed “identità” della città di Napoli: MO-UNIONE MEDITERRANEA, movimento politico che rivendica l’assoluta autonomia ed indipendenza del Sud, annuncia per il giorno 26 ottobre 2015 a Napoli presso la Chiesa di San Gennaro all’Olmo (Via San Biagio dei Librai 35) la presentazione delle linee guida del proprio programma politico in vista delle prossime elezioni comunali nella città di Napoli.

Ai cittadini tutti il movimento illustrerà i punti cardine delle
progettualità previste, in linea con gli obiettivi che l’Assemblea
degli iscritti ha individuato quali prioritari. Al dibattito seguirà
un monologo dell’attore e sceneggiatore Vittorio Ciorcalo ed un
concerto del “Coro Ensemble Napoletano”.

Enrico Inferrera, Segretario Nazionale di Unione Mediterranea
dichiara: “MO-UNIONE MEDITERRANEA continua nel novero degli obiettivi che sin dalla nascita ci siamo posti quali prioritari. Siamo dunque un movimento politico autonomo e principale punto di riferimento per un attuale e moderno meridionalismo. Napoli ha storicamente, culturalmente e socialmente tutti i crismi per essere la vera capitale del Sud umiliato dalle promesse dei partiti politici storici ormai chiaramente per niente interessati alla sua tutela ed al suo sviluppo. Napoli può essere capitale assoluta del Mediterraneo ed in tal senso il nostro programma punta ad obiettivi estremamente ambiziosi che riteniamo di poter raggiungere nell’interesse di tutto il nostro
territorio.”

Flavia Sorrentino, Portavoce Nazionale di Unione Mediterranea
ribadisce il valore del voto democratico: “la nostra gente deve
avere la consapevolezza del valore di un voto politico. Troppo spesso si è demandato presente e futuro delle nostre terre ad affaristi che nulla hanno mai fatto per rispettare il mandato elettorale. La riprova è la tragedia di queste ore a Benevento, ignorata dagli stessi politici che in campagna elettorale sono prontissimi e solerti nella richiesta del consenso.  MO-UNIONE MEDITERRANEA propone un percorso di autonomia ed identità, in cui i cittadini siano i primi attori di una rivoluzione culturale , economica e sociale storica. Lunedì 26 chiediamo ai cittadini di essere i primi promotori del cambiamento”.

 

Salviamo il Sannio: ecco come contribuire per aiutare il beneventano.

Share Button

Leggi tutto

Il dramma di Benevento. Aiutiamolo noi, da ogni parte del Sud.

Share Button

Salvatore Legnante

Risulta difficile, di fronte alle tragedie vissute in questi giorni dalla città di Benevento, e dai sanniti, trovare le parole giuste per non cadere nella retorica, nel bizantinismo del già detto, nel ‘solito piagnisteo’ di cui ti accusano a prescindere, in quanto meridionale.

Risulta difficile evitare di pensare ai presidenti del consiglio, ad esponenti della classe dirigente di questo paese, ai mass media, che sembrano sempre comportarsi in maniera differente anche rispetto alle calamità naturali, guardando come al solito alla latitudine dell’evento, se accaduto a sud o a nord di una certa linea.

E perciò cerchi una spiegazione più razionale e più umana di quella del colonialismo interno, se il Gargano o la provincia di Messina o oggi Benevento piangono morti e devastazioni senza il conforto né morale né pratico di un solo rappresentante  istituzionale  di stanza a Palazzo Chigi.

Cerchi di capire perché ti senti sempre e più cittadino di serie B, in questa Italia, ogni giorno figlio minore di una nazione mai nata, mentre vedi le immagini di un territorio come il Sannio, e di una popolazione così nobile e lavoratrice, e di una settantina di aziende agro alimentari di eccellenza, che coi loro circa 500 dipendenti sono in tremenda difficoltà e lasciate sole, sempre, non soltanto in questo momento tragico.

Ora però agiamo.

Non possiamo lasciarli soli, i nostri fratelli sanniti. Aiutiamoli in qualsiasi modo, facciamogli sentire la nostra vicinanza, attraverso una delle tante iniziative spontanee che stanno nascendo dalla rete, e andiamo lì, nei luoghi della tragedia, a dare una mano concreta, un conforto, un saluto.

Oggi il Sud è il Sannio. E’ per questo che MO-Unione Mediterranea sarà presente nel fine settimana, a Benevento, per aiutare ed abbracciare un popolo così orgoglioso.

Il  Sannio deve risollevarsi. Aiutiamolo, noi. Da ogni parte del Sud.

 

MasterPlan per il Sud? Se ne parla l’anno nuovo!

Share Button

di Mattia Di Gennaro

Era il pomeriggio afoso del 7 agosto scorso, quando uomini in maniche di camicia e donne in vesti leggiadre si alternavano, su di un predellino dalla sede del PD, per dire la propria su come risollevare le sorti del Mezzogiorno. Questi individui avevano saputo, qualche settimana prima delle agognate ferie estive, dello stato comatoso in cui versava l’economia meridionale, grazie alla pubblicazione delle anticipazioni del Rapporto Svimez 2015. Me lo ricordo bene, perché fu proprio quel giorno che sua eccellenza il primo ministro, Matteo Renzi, rassicurò i piagnoni meridionali che, entro metà settembre, il Governo sarebbe uscito con un MasterPlan di interventi per sconfiggere la depressione economica di quest’area geografica. Da allora, sotto agli ombrelloni non si parlava che di questione meridionale, più del calciomercato, più degli amori estivi dei VIP. Quella che, pian piano, sembrava essere diventata l’emergenza nazionale per eccellenza, però, è ben presto scomparsa dalle agende politiche, diventando argomento di secondo ordine, indietro nella lista delle priorità alla detassazione di ville faraoniche e castelli, piatto forte della Legge di Stabilità 2016.

Ma andiamo per ordine.

Prima del ddl Stabilità, bisogna ammettere che gli uomini e le donne del PD si sono riuniti ancora sul tema “emergenza Sud”. Era un sabato di inizio settembre, a Milano, durante la festa dell’Unità. Tra un selfie e una salsiccia, gli organizzatori hanno trovato tempo pure per il Seminario sul Sud, in cui una raggiante quanto fuori luogo Debora Serracchiani, la romana governatrice del Friuli Venezia Giulia, annunciava l’organizzazione di incontri tematici per risolvere i punti critici causa dell’arretratezza del Mezzogiorno: fondi europei, infrastrutture e rivalutazione del capitale umano. Dopo quel sabato di fine estate, nessuno ne ha più saputo nulla di questi incontri e, semmai avessero avuto luogo, sarebbe imbarazzante per il PD rivendicarne l’esistenza, dati gli sterili effetti prodotti. Metà settembre, però, era ormai vicino, e con lui sarebbe finalmente arrivato il tanto atteso MasterPlan per il Sud, di cui tutti aspettavano, con ansia febbrile, la presentazione; e, invece? Nulla. O meglio, qualcosa fu dichiarato in quei giorni: il rinvio ufficiale del MasterPlan all’emissione della disegno di Legge di Stabilità, prevista un mese più tardi, a metà ottobre. Nel frattempo sui giornali era iniziata la caccia al colpo di genio che il Governo avrebbe messo in atto per stimolare l’economia meridionale. Si è iniziato a dire e a scrivere tutto e il contrario di tutto: dal redivivo Ponte sullo Stretto di Messina a meno fantascientifiche idee come il taglio dell’IRES, la decontribuzione delle nuove assunzioni o l’incentivazione agli investimenti sotto forma di credito d’imposta per le imprese meridionali. Ad un certo punto ci si aspettava una manovra finanziaria (il ddl Stabilità, appunto) tutta e solo incentrata sul Mezzogiorno, con decine di miliardi di investimenti ad aggiungersi a quelli già previsti con la programmazione della spesa dei fondi comunitari. E poi arriva metà ottobre, arriva il tempo della verità e Renzi, invece di presentare un testo serio del ddl Stabilità alle Camere, si presenta davanti ai giornalisti con delle sgargianti slide, colorate come i fuochi di artificio che ci si aspettava per il Sud; tre di queste parlano, in effetti, di Mezzogiorno: fondi alla Salerno – Reggio Calabria, interventi per la bonifica della Terra dei Fuochi e fondo di garanzia per l’Ilva di Taranto. Praticamente, i fuochi di artificio per il Sud hanno ancora una volta fatto “fetecchia”!

12118897_10207641076535396_6868993280210782333_n

Insomma, questo è il MasterPlan per il Sud che abbiamo atteso per tutta l’estate, per questo primo scorcio d’autunno o, come qualcuno direbbe, per 155 anni? Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, sì, o meglio, anche. Come lo stesso ha raccontato a “La Stampa”, quelli delle slide sono solo gli interventi prioritari, che in un certo senso non fanno parte del MasterPlan per il Sud vero e proprio che, invece, è ancora in fase di definizione (meno male che doveva essere pronto a settembre!).

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha spiegato che sono ancora in corso di svolgimento gli incontri con i presidenti di regione e i sindaci delle principali città meridionali per mettere a punto i cosiddetti “Patti per il Sud”, che conterranno, quelli sì, interventi e obiettivi per il rilancio dell’economia meridionale. Naturalmente, questi patti non saranno pronti prima del 2016 e la cosa, ormai, non ci stupisce più. Dopotutto, che il Governo fosse impreparato sul Mezzogiorno era cosa assodata, dopo che Renzi, durante quell’incontro del 7 agosto aveva detto che quello sarebbe stato solo il primo incontro sul Sud, ammettendo implicitamente che, prima d’allora, né il PD né il Governo si era mai posto il problema della risoluzione della questione meridionale. De Vincenti, però, ha parlato anche di 7 miliardi pronti per il Sud, o meglio ha detto “abbiamo attivato la clausola per lo 0,3% di PIL, ossia, per 5 miliardi di euro di spesa nazionale, con un effetto leva complessivo di oltre 11 miliardi di investimenti di cui almeno 7 saranno destinati al Mezzogiorno”. Il sottosegretario, però, dice anche altro, ossia che questi finanziamenti saranno impiegati su progetti cofinanziati ed è subito chiaro tutto: i 7 miliardi andranno a finanziare opere e progetti la cui costruzione ed esecuzione è già stata prevista nei Piani Operativi Nazionali e Regionali di spesa dei fondi comunitari. Insomma, il Governo ha sbloccato del denaro (o, meglio, ne ha previsto lo sblocco, che è ben diverso) per investimenti già programmati prima del Rapporto Svimez, all’epoca in cui non si sapeva (o non si voleva sapere) della drammatica situazione dell’economia meridionale. Niente di eccezionale, nulla di rivoluzionario! Il solito storytelling tendenzioso del governo più anti-meridionale di sempre, che, ricordiamo nelle infrastrutture, negli incentivi alle imprese e ai cittadini ha sempre guardato sempre e solo a una parte del Paese, quella a nord del Tronto. Esempi: gli ottanta euro in busta paga, mossa populista a vantaggio della popolazione degli occupati, in maggior numero al Centro-Nord che non al Sud, o gli investimenti per le infrastrutture CEF presentati a Bruxelles con 7 miliardi e 5 milioni di euro destinati al Centro Nord e 4 milioni al Sud. Per non parlare dei fondi per il piano di prevenzione del dissesto idrogeologico, che nonostante la strage di Rossano in Calabria o del Gargano, o quelle recenti dell’Irpinia e del Sannio sono stati destinati in maggioranza alle aree settentrionali. Intanto, i 54 miliardi di Fondi per lo Sviluppo e la Coesione previsti nella legge di stabilità 2014 si erano ridotti già ai 42 miliardi degli Accordi di partenariato. Una drastica cura dimagrante per un paziente, Il Mezzogiorno, già anemico e sottopeso, il tutto per distogliere i fondi per le aree sottosviluppate ad altri scopi, alla maniera della Lega Nord e di Tremonti, che con i fondi FAS destinati al Mezzogiorno ci pagava le multe per le quote latte dei produttori padani. Qualcosa destinata in maggioranza al Sud, però, c’è: il famigerato PON “Infrastrutture e reti”, approvato dalla Commissione Europea lo scorso 29 luglio, che si occupa di finanziare progetti infrastrutturali a valere sulle tratte ferroviarie Napoli-Bari, Catania-Palermo oltre ad investimenti per la Salerno-Reggio Calabria e per alcuni porti del Mezzogiorno. Un bel librone di 120 pagine abbondanti che da un lato spiega quali sono i gap infrastrutturali del Sud e dall’altro fornisce le ricette per la loro soluzione, stanziando complessivamente 1 Mld e 800 Milioni per tutto il Mezzogiorno, che è poco più della metà di quanto stanziato per la contestatissima TAV Brescia-Verona-Padova. Tanto cosa importa, presto ci sarà il MasterPlan per il Sud, presto da Brescia si andrà a Verona in un (costosissimo) batter d’occhio. Tanto cosa importa se a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, ancora non arriva il treno nazionale! Altro che #zerochiacchiere, il Governo ancora una volta ha dimostrato che quando si tratta di Mezzogiorno è bravo a fare #solochiacchiere (e qualche slide colorata)!

Credete ancora che questo Governo e questo Parlamento abbiano ancora credibilità quando parlano di Mezzogiorno?

« Articoli precedenti Articoli recenti »