Author Archives: Andrea Melluso

Mezzogiorni d’Europa: cosa fanno Germania, Francia e Spagna per i loro “Sud” e cosa non fa (ancora) l’Italia

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di Mattia Di Gennaro

Eccellente inchiesta quella di Chiara Bussi su “IlSole24Ore” del 9 novembre 2015 che ci racconta di un’altra Europa, fatta di aree che producono meno ricchezza pro capite della media nazionale di riferimento e per questo destinatarie di misure di stimolo economico eccezionale: sono i “Mezzogiorni” d’Europa, con cui tutti i grandi Paesi europei hanno a che fare, a ribadire che la “questione meridionale” non è un cruccio solo italiano.

“Che cos’hanno in comune la Calabria, la spagnola Extremadura, il Land tedesco del Meclemburgo, la francese Piccardia e i territori d’Oltremare? Sono aree svantaggiate con un PIL pro capite ben al di sotto della media nazionale e un tasso di disoccupazione alle stelle”. Le similitudini per la giornalista continuano col fatto che tutte queste aree “beneficiano di misure ad hoc da parte dei governi nazionali”, cosa che i lettori dei post di MO – Unione Mediterranea sanno non essere propriamente vera.

Germania, Francia e Spagna negli ultimi anni hanno profuso attenzione e risorse per i loro “Sud” in nome dell’equità dei cittadini e dell’equo diritto degli stessi a beneficiare di diritti e trattamenti simili, indipendemente da dove essi abbiano la residenza.

Per citare qualche esempio, nei Land della ex-DDR, la Cassa depositi e prestiti tedesca ha dispensato, dagli anni ’90, ben 194 miliardi tra finanziamenti alle infrastrutture e aiuti alle imprese, con interventi che durano ancora oggi, associati ad altri pacchetti di stimoli all’economia che prevedono investimenti nella ricerca e nella creazione di poli d’eccellenza. Chiara Bussi ci racconta che anche la Spagna ha deciso di impostare il recupero delle aree svantaggiate attraverso il finanziamento di progetti in ricerca e sviluppo, in particolare nella Bioeconomia, mentre la Francia per il “suo Mezzogiorno” ha puntato soprattutto sul taglio delle imposte e la costituzione di aree a fiscalità agevolata, in perfetta conformità all’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che sancisce la possibilità per gli stati membri di programmare interventi a finalità regionale per sostenere lo Sviluppo Economico e la creazione dei posti di lavoro delle regioni europee più svantaggiate.

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E l’Italia? Per l’Italia, dopo anni di silenzio in cui il Sud sembrava sempre più abbandonato a sé stesso, il Governo Renzi ha annunciato la pianificazione di un piano di interventi straordinari, il famigerato MasterPlan per il Sud, che, per ora, si è risolto in tre slide colorate e dieci paginette, piene di chiacchiere senza concretezza. E non siamo solo noi di MO – Unione Mediterranea ad averlo affernato; nell’edizione de “IlSole24Ore” del 7 novembre scorso, Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, ha rintuzzato il Governo per il deficit di concretezza del documento: ”Il MasterPlan Sud, annunciato dal Presidente del Consiglio ai primi di agosto, colma una vistosa lacuna comunicativa, ma, non risponde alla “svolta” che fiduciosamente era attesa e che avrebbe dovuto trovare riscontro – sempre a detta del Consiglio – nella Legge di Stabilità. […] Si tratta di una razionalizzazione organizzativa che dovrà essere imperniata su 15 accordi di programma con altrettante amministrazioni regionali e metropolitane meridionali. […] Il tutto preceduto dal tronfale annuncio della disponibilità fino al 2023 di 95 miliardi tra fondi strutturali e cofinanziati e Fondo di sviluppo Coesione (che in realtà includono anche risorse destinate al CentroNord per oltre 20 miliardi di euro, ma non è il caso di sottilizzare)”.

Dopo le frecciate a Renzi, Laterza parte in un’inarrestabile elencazione degli effetti della crisi sul Mezzogiorno, snocciolando dati e distruggendo alcuni pregiudizi sul Sud assistito: “A parte gli storici divari nel Sud, la grande crisi ha ingoiato 600.000 posti di lavoro e 50 miliardi di Pil (su base annua). […] Dal 2008 al 2014 gli investimenti pubblici e privati sono crollati del 38%, nell’industria di oltre il 59%. Come è possibile? Non stiamo parlando del pezzo più sovvenzionato dell’apparato produttivo nazionale? Ebbene, decisamente no. Negli scenari Industriali del Centro Studi Confindustria emerge con chiarezza che tra il 2008 e il 2013 gli interventi di incentivazione concessi sono calati del 16,9% nel CentroNord (da 3,2 miliardi a 2,6) ma del 76,3% al Sud (da 5,5 a 1,3 miliardi). […] Insomma, negli ultimi anni, lo Stato ha rinunciato sostanzialmente, ad una politica di riequilibrio produttivo a beneficio dei territori più in ritardo”.

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Il Mezzogiorno, dunque, non può più essere liquidato con le solite promesse ma necessita di essere messo al centro della politica nazionale, anche perché a beneficiarne non sarebbero solo i residenti dell’Italia Mediterranea ma tutto il Paese. Il responsabile Mezzogiorno di Confindustria lo sa bene e afferma che “Tutto ciò ha senso [gli interventi di riequilibrio del sistema economico del Sud] nell’interesse nazionale. Perché il Mezzogiorno è il primo mercato per il sistema produttivo del resto del Paese. Perché per ogni euro investito al Sud, 40 centesimi diventano acquisti di beni e servizi nelle altre ripartizioni territoriali C’è di più. Contrariamente al luogo comune corrente, la spesa nel mezzogiorno è più bassa del 20% (2,394 euro in meno) rispetto al resto del Paese; del 25% circa se solo si considera il Settore Pubblico Allargato (Ferrovie, Anas, Enel). […] Contrariamente ad un altro luogo comune corrente, i dipendenti pubblici del Sud (diminuiti di 130mila unità tra il 2000 e il 2013) sono il 5% della popolazione residente, esattamente nella media nazionale”.

Dunque, interventi concreti mirati al Mezzogiorno non solo utili a tutta l’economia italiana ma quasi moralmente obbligati, data la dieta dimagrante che negli ultimi anni gli è stata imposta. Con un Sud che, riscoprendo e sfruttando la sua strategicità per il resto del Paese, potrà finalmente rivendicare la propria centralità e la propria autonomia, esattamente come MO – Unione Mediterranea auspica da tempo, incentrando il proprio programma per le prossime elezioni comunali di Napoli sull’autonomia della Capitale del Mezzogiorno.

Dopo-EXPO, altri 200 milioni. La goccia che trabocca.

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Nel giorno stesso in cui si scopre che il governo toglie 150 milioni di euro già destinati alla bonifica della Terra dei fuochi, e si scopre che Calabria, Sicilia e Campania sono state escluse dagli stanziamenti per il dissesto idrogeologico, Renzi annuncia un investimento pubblico di 200 milioni di euro ancora per l’Expo, ancora per Milano, dove su parte dell’area fieristica si farà un centro di eccellenza scientifico.
Nella città già ingolfata di ricchezza “assistita” e di ingiustificata supponenza da “capitale morale” dove l’esperienza Expo si è rivelata un fallimentare bluff, con una spesa pubblica di quasi 15 miliardi di Euro, in piccola parte per il fierone delle mancate meraviglie, ma in gran parte per fare opere pubbliche e infrastrutture di collegamento per Milano, come se ne avesse avuto bisogno, e in buona parte finiti in mazzette.

Sia ben chiaro, fare un centro di eccellenza scientifico, come dicono, per la ricerca nanotecnologica e alimentare, allo scopo di “migliorare la qualità della vita”, non ci vede contrari, anzi, ma ciò che si contesta è la concentrazione in una sola parte del paese, sempre la stessa, degli investimenti pubblici, mentre il Sud viene abbandonato a un destino infame. Il Mezzogiorno trattata come “bad company” di una nazione fondata sulla corruzione, tra le prime in classifica al mondo nel campo. Una nazione che attribuisce proprio alla città dove più che altrove si concentra la mazzetta, il ruolo di “capitale morale” è davvero inemendabile. E’ il riconoscimento del malaffare come motore guida del paese.

Ecco dunque gli attacchi mediatici contro la vera capitale d’Italia, pur corrotta, ma non più di Milano, ecco dunque gli attacchi contro la capitale del Sud, quella vituperata Napoli che rialza faticosamente la testa, grazie a un ceto politico comunale onesto (in Italia vi pare poco?) questa sì da proporre come “capitale morale”, visto che sono anni che non si hanno notizie clamorose di arresti, mazzette e tangenti, come del resto a Bari, a Messina ed altre città del Sud, premiate per le loro virtù amministrative. Forse che un Sud virtuoso non è concepibile? Non può appartenere all’idea dell’Italia? Eppure è proprio da queste città, i cui cittadini dallo Stato ricevono la metà dei finanziamenti destinati a quelli del Nord, che spira un vento di buona politica.

Senza entrare più di tanto nel merito del dopo-Expo, sul quale torneremo prossimamente, vi diciamo solo che, oltre i 200 milioni iniziali, costerà 145 milioni l’anno per la gestione delle attività. Parlare di sana ricerca alimentare, dopo aver consegnato l’Expo nelle mani delle multinazionali della cattiva alimentazione, quali Coca Cola e Mc Donald’s, è come regalare una pistola a un killer. Renzi dimentica che, proprio nei giorni scorsi, l’Organizzazione mondiale per la sanità ha definito altamente cancerogeni le carni lavorate così tanto prodotte e consumate al Nord e ha “benedetto”, ove ancora ve ne fosse bisogno, la dieta mediterranea come la migliore al mondo per la salute. Che le cime di rapa pugliesi, i pomodorini campani, il tonno calabrese e le melanzane siciliane, fossero un’eccellenza milanese non lo sapevamo.

Ma Renzi ha le cambiali da pagare, non solo quelle ad Alfano: Ponte sullo stretto, contanti a 3.000 euro e abolizione dell’art. 18, ma deve pagare soprattutto il cambialone alla borghesia del Nord, che ha sostenuto e finanziato dall’inizio il ducetto di Firenze, bravo nel fare il governo più antimeridionale della storia. Così come a suo tempo fece per il duce romagnolo. Ma questa è un’altra storia.

RidipingiaMO il Sannio: parte la raccolta di pittura bianca per riverniciare gli edifici distrutti dall’alluvione

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Il Sannio è in ginocchio. Anche se i riflettori mediatici si sono spenti, in terra sannitica perdura un grave stato di emergenza e i segni dell’alluvione devastante che ha colpito strade, scuole e aziende, sono ancora visibili.

L’ allarme ha interessato i paesi a ridosso dei corsi d’acqua e i piccoli centri, come Pontelandolfo, che in queste settimane hanno potuto contare sull’aiuto e la solidarietà dei volontari. MO-Unione Mediterranea si è messa in contatto con gli abitanti del posto per offrire un contributo concreto.

Le pareti delle abitazioni, delle scuole, dei negozi e delle aziende sono state interamente sporcate dal fango: servono fusti di pittura bianca per interni e pennelli per tinteggiare le pareti delle abitazioni. Servono subito. Ecco perchè abbiamo deciso di far partire una vera e propria campagna per ripulire e riverniciare il Sannio. Chiunque volesse darci una mano può consegnare i fusti di vernice bianca rivolgendosi al seguente recapito: 081418035 (telefonare ad orario negozio) e chiedere di Annamaria Pisapia. La raccolta dei bidoni terminerà Sabato 14 Novembre 2015.

Per tutti coloro che volessero dare un contribuito economico la Caritas Diocesana di Cerreto Sannita chiede aiuto attraverso una raccolta fondi, per aiutare le attività commerciali distrutte dall’alluvione affinché le famiglie possano essere accompagnate nel riprendere il loro lavoro necessario per sostenere la famiglia.

Il conto è intestato a Caritas Diocesana-Cerreto Sannita Bn ed è aperto presso la Banca Prossima. IBAN: IT57N0335901600100000106776 CAUSALE ALLUVIONE VALLE TELESINA E CAUDINA.

RidipingiaMO il Sannio.

Masterplan: a Mezzogiorno aria fritta.

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di Raffaele Vescera
Eccolo qui, arriva con un mese e mezzo di ritardo il famoso masterplan, pomposamente annunciato in tipico stile circense-renziano: “Attenzione, signori, questo non è un libro dei sogni, ma una politica fatta di obiettivi concreti”. Il piano del governo, contenuto in nove paginette, nove, rinvenibile sul sito governo.it, prevede tre punti, detti di partenza, tant’è che è nomato “ricomincio da tre”, “un insulto per il Sud che il guitto Renzi si richiami al grande attore napoletano”, fa notare il giornalista del Mattino di Napoli Marco Esposito.

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Denuncia Libero e TG2, ultime notizie

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Come molti di voi ricorderanno, MO – Unione Mediterranea aveva già in passato provveduto a citare in giudizio sia Libero che la Rai a seguito di due servizi denigratori che facevano apertamente riferimento a “Napoli città simbolo e culla dell’imbroglio, con una fama prestigiosa e secolare in materia di scippi” (Tg2, lunedì 10 novembre 2014) e “Napoli città che vive al di fuori della legge i cui abitanti, anche quelli che non sono criminali, tengono abitualmente comportamenti che in altre parti d’Italia non sono tollerati” (Libero, venerdì 5 settembre 2014, in seguito alla morte di Davide Bifolco).

La prima udienza per quanto riguarda il giuduzio contro Libero, si è tenuta in data 27.10.2015, la prossima udienza di merito e’ stata rinviata al 10 gennaio 2017 (!!!!).

Per quanto riguarda il giudizio contro la RAI anche questo fissato per il 27.10.2015 e’ stato rinviato d’ufficio per esigenze di ruolo del giudicante per la prossima udienza del 12 maggio 2016.

Purtroppo i tempi sono indecentemente lunghi, ma siamo fiduciosi sul fatto che riusciremo ad ottenere giustizia.

Cogliamo l’occasione per ringraziare gli avvocati Alessandro Izzo e Francesco Labruna che stanno seguendo la causa, mettendo le loro professionalità gratuitamente a disposizione della nostra terra.

Ricordiamo che, qualora il giudice dovesse disporre un risarcimento danni, i soldi verranno devoluti in beneficenza.

Napoli Autonoma: la città torni a camminare sulle proprie gambe

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“La città di Napoli, come tutte le grandi città che cessano di essere centri di un governo di un grande Stato, la città di Napoli ha fatto all’Italia un immenso sacrificio; l’Italia ha in questo modo contratto un grande debito verso la città di Napoli e l’Italia dovrà soddisfarlo”

(Ubaldo Peruzzi, fiorentino, primo ministro dei Lavori pubblici, discorso in Parlamento del 1861 – tratto da G. Galletti, P. Trompeo, Atti del Parlamento italiano: sessione del 1861, VIII legislatura, p. 163, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862)

Ubaldo Peruzzi, fiorentino, pensava che l’Italia avesse un debito con Napoli, mentre ancora troppi napoletani continuano a credere il contrario. L’ironia della sorte non finisce qui perché, proprio nel 150esimo anno di unità, è proseguita l’attuazione del (non abbastanza) famoso federalismo fiscale: il sistema per cui molti dei contributi versati dai cittadini vengono trattenuti e impiegati sul territorio in cui vivono, o almeno così dovrebbe funzionare.

Ovviamente, nei comuni in cui c’è più ricchezza, più posti di lavoro e stipendi più alti, ci saranno anche più fondi pubblici da impiegare nei servizi, mentre nei comuni in cui c’è meno ricchezza, i servizi che spettano di diritto ai cittadini rischieranno di non essere garantiti. Questo pericoloso divario dovrebbe essere appianato dal cosiddetto fondo di perequazione, che prevede una cassa statale atta a ridistribuire una parte dei contributi, in modo da garantire le prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche ai comuni con minore capacità fiscale.

Fino a qui, nulla di male. In realtà questo metodo può funzionare bene in un paese mediamente ricco, ma in Italia ha bisogno di molta più attenzione:

Questo “fondo di perequazione” non è stato istituito, come non sono stati calcolati i Lep (livelli essenziali della prestazioni), sostituiti da calcoli basati sui servizi erogati nel 2010. Significa che il livello standard dei fondi necessari ai comuni è stato fissato sulle prestazioni del 2010, anche dove i comuni non erano stati in grado di erogare servizi sufficienti, o addirittura pari a zero. I risultati offendono logica e buonsenso, ridicolizzano il concetto di “unità nazionale” e violano la legge, che chiede di superare la spesa storica in favore dello sviluppo territoriale.

In attesa del fondo di perequazione, previsto per i Comuni nel 2013, è stato istituito il fondo sperimentale di riequilibrio, prontamente tagliato di due miliardi dalla montiana legge Salva Italia di fine 2011, dove anche il fondo di perequazione ha subito un taglio preventivo, della stessa cifra, ma in modo totalmente anticostituzionale: il suo importo non può essere determinato a priori, poiché deriva in modo matematico dalle scelte effettuate sui livelli essenziali delle prestazioni, dal calcolo dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali.

Se il principio di perequazione è determinato dalle necessità del Comune, tagliarlo significa negare i diritti fondamentali dei cittadini che in tutto il Paese pagano tasse secondo le proprie possibilità, salvo poi non godere dei servizi con la stessa uniformità.

Nel 2013 il vecchio fondo sperimentale di riequilibrio non si trasforma in fondo di perequazione, bensì in fondo di solidarietà comunale (non alimentato dallo Stato ma da una quota pari al 38% dell’ Imu dei singoli Comuni).
Nessuna perequazione dallo Stato per i Comuni, ma una “perequazione” dai Comuni per lo Stato, che nel 2015 ha prelevato 1,2 miliardi dal fondo di solidarietà comunale.

Le complesse dinamiche giuridiche ed economiche occultano ancora le vere ragioni dell’arretratezza in cui versa la città di Napoli, ma è arrivato il momento di sfatare qualche mito senza permetterci opinioni: lasciamo parlare la matematica.

I sussidi riservati a Napoli negli ultimi 5 anni sono andati così:

2010 Trasferimenti erariali 646.437.167
2011 Fondo sperimentale riequilibrio 514.143.937
2012 Fondo sperimentale riequilibrio 426.012.328
2013 Fondo solidarietà comunale avere 382.166.815
2013 Fondo solidarietà comunale dare -67.639.651
2014 Fondo solidarietà comunale avere 375.032.449
2014 Fondo solidarietà comunale dare -65.012.266
2015 Fondo solidarietà comunale avere 323.931.978
2015 Fondo solidarietà comunale dare -65.032.315

In pratica si è passati dai 646 milioni del 2010, situazione ante federalismo fiscale, ai 259 del 2015. Un taglio del 60%, pari a 387 milioni.

Oggi Napoli riceve un sussidio di 259 milioni di euro, soldi che la rendono ancora una città assistita. Tuttavia le tasse pagate dai cittadini napoletani sono superiori alle somme che restano in città, per poi essere destinate ai servizi pubblici, che sono inferiori alla media procapite nazionale per pensioni, sanità, trasporti e investimenti. 

La proposta per una Napoli Autonoma, legittimata dall’articolo 119 della Costituzione, prevede come primo passo il raggiungimento di un’autonomia fiscale.

I 259 milioni del sussidio possono essere sostituiti grazie all’attribuzione diretta al Comune, di due imposte: quella sui trasferimenti di immobili (il cui valore nella città di Napoli è stimato in 150 milioni) e la compartecipazione Irpef, che cedendo una quota del gettito pari a 1,2 punti al Comune, coprirebbe i restanti 109 milioni.

 

A partire dal 2016 Napoli Autonoma rinuncerebbe al Fondo di solidarietà comunale, apportando numerosi benefici:

  • Maggior controllo sui 259 milioni che, quando forniti dal Fondo di solidarietà comunale, non garantiscono né l’importo, né il tempo di erogazione.
  • Nessun aggravio fiscale per i cittadini, ma più consapevolezza sulla destinazione dei contributi versati, dato che una quota maggiore resta nella città.
  • Collegamento diretto tra il miglioramento delle condizioni economiche generali e gettito tributario.
  • Le responsabilità degli amministratori diventano evidenti agli occhi dei loro elettori.
  • Napoli Autonoma non potrà più essere accusata di assistenzialismo.

Nella proposta è previsto, inoltre, che il Consiglio comunale modifichi il proprio nome in Assemblea Partenopea, per sottolineare il cambiamento rivoluzionario nelle politiche amministrative.

Tra gli effetti positivi che il progetto si propone di realizzare c’è quello di obbligare l’amministratore ad adottare politiche di riqualificazione sociale e urbanistica al fine di aumentare il valore delle proprietà private all’interno dell’area comunale e garantire così un maggiore gettito.

L’Assemblea partenopea potrà controllare, grazie a un accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali, il processo di valorizzazione dei beni storici, ambientali e artistici, cercando di rendere così meno farraginosa l’attuale macchina burocratica che troppo spesso impedisce a cittadini ed associazioni di poter godere dell’immenso patrimonio artistico e culturale di cui disponiamo.

Sempre nell’ambito delle autonomie proposte, vi è quello legato alla gestione dei fondi comunitari. L’Assemblea Partenopea potrà decidere in autonomia come gestire i fondi nell’interesse comune, anche al fine di concentrare gli investimenti sui settori che riterrà strategici per il rilancio della città.

 

Napoli si è ammalata quando è stata privata del proprio prestigio, in favore di politiche di sfruttamento. Quanto ancora può lasciarsi spogliare delle sue ricchezze?

Neapolis, città antica di millenni ma nuova ogni giorno, può tornare a crescere. Riappropriarsi del diritto di camminare con le proprie gambe, è una necessità che non può più essere rimandata o delegata.

Ci rendiamo conto che non è mai facile assumersi la responsabilità di credere nei cambiamenti, ma l’alternativa è aspettare ancora che lo Stato si ricordi di occuparsi della città che più ha spogliato e depredato.

La battaglia per proteggere Napoli e i suoi cittadini può essere vinta solo da chi ha a cuore il suo progresso, è arrivato il momento di smettere di credere alla storia del Paradiso abitato da diavoli: l’alternativa c’è.

Pasolini, uomo mediterraneo

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di Salvatore Legnante

Ricorrono in questi giorni i 40 anni da quella tragica notte all’idroscalo di Ostia, in cui si spense una delle voci più coraggiose, autentiche e libertarie del ‘900.

Pier Paolo Pasolini non è stata una stella singola nel firmamento della cultura italiana del secolo scorso. È stata una costellazione. E nel suo splendore, ha dato luce alla sua visione mediterranea della vita, e al suo profondo amore per i Sud che ha attraversato.

Lui, nato a Bologna, cresciuto nel ventre del Friuli, può essere sicuramente annoverato nel Pantheon di un movimento politico che si rifà a valori meridiani per riscattare le terre del Sud.

Il Pasolini che riscopre i Sassi di Matera e gli dà nuova vita nel “Vangelo secondo Matteo”, il Pasolini che nei suoi scritti difende la cultura popolare partenopea, il Pasolini che entra nelle periferie con la stessa grazia con cui viaggia nel ventre di Napoli, senza giudicare, ma ritenendo l’espressione di quei luoghi delle necessarie resistenze alla omologazione piccolo-borghese voluta dal centro e dal Potere, ecco quel Pasolini è un gigante della cultura Mediterranea.

Si può essere figli nobilissimi del meridione pur non essendoci nati, si può penetrare nelle viscere del Sud, arricchendolo e arricchendosene, anche se si arriva dal profondo nordest di Casarsa, si possono leggere le stupende contraddizioni di questa terra nobile e disgraziata anche con gli occhi privi del pregiudizio ma vivi di un’intelligenza pura, di un’innocenza tenera, di una fragilità commovente.

Il Pasolini mediterraneo è quello che scrive che lo sviluppo non è di per sé un concetto positivo, se si tratta di rinunciare a cuor leggerissimo a culture come quelle legate alla terra, senza ottenere un effettivo progresso per chi ne subisce gli effetti più devastanti, da quelle perdite. E’ profetico, Pasolini, per quello che è capitato a tanti territori del Sud, che hanno visto un modello di sviluppo imposto da altri luoghi, dalla politica che ha sempre avuto cervello e cuore spostato a Nord di questo paese.

Profetico perché quello che è successo – ad esempio – alla Taranto devastata dall’Ilva niente altro è che questo: la perdita di culture storiche a favore di uno sviluppo, incensato da tutto il Potere dell’epoca, che oggi mostra il suo lato brutale, con una città perdutamente inquinata.

O ancora, è profetico nel demolire il mito fasullo di un incessante sviluppo industriale che aveva fatto sparire le lucciole, e che nell’ex Terra di Lavoro (cantata nelle Ceneri di Gramsci) ha poi acceso i   roghi tossici, figli anche essi della facile rinuncia che l’Italia del boom economico aveva accettato del Sud testardamente agricolo.

Un Intellettuale acutissimo, immaginifico lettore della storia e dei suoi tempi, cantore della geografia meridionale, una geografia commossa e commovente, come il suo amore per i Sud: anche questo è stato Pier Paolo Pasolini, magnifica e appassionata anima Mediterranea.

Sputtanapoli a L’Arena. Lettera a Roberto Fico: “lo stipendio di Giletti lo pagano anche gli “indecorosi napoletani”.

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Annamaria Pisapia

“Gentile On. Roberto Fico
Presidente Commissione Vigilanza Rai

Ed eccomi qua, ancora una volta,ad inviarle un altra mail. Non è che la cosa mi renda felice, ma si dà il caso che non mi riesce proprio di assistere impassibile all’ennesimo attacco a Napoli.

Infatti era quello che denunciavo nelle due precedenti mail, ma ce ne sarebbero state molte altre. Solo per un minimo ricordo: nella prima in data 12-7-2013 facevo riferimento alla puntata della trasmissione Virus, condotta da Nicola Porro, costruita palesemente sui soliti luoghi comuni contro i napoletani incivili, incapaci, delinquenti e che soprattutto non sanno fare la raccolta differenziata, l’argomento era la terra dei fuochi, malgrado il prof Marfella continuasse a parlare di tentata strage. Ma niente, il messaggio che doveva passare era un altro e Porro era ben determinato a portarlo avanti. A questa mia non fece seguito alcuna risposta da parte sua, non solo a me, ma al popolo napoletano.

Così come non vi fu risposta alla seconda inviata in data 12-10-2014 in merito al servizio del tg2, dove alla notizia di una truffa di inglesi a danno dei napoletani questi ultimi risultavano essere peggiori degli stessi truffatori. Così il giornalista Gianluca Di Schiena, poté deliziarci con una pagina di alt (r)o giornalismo vomitando insulti infamanti e razzisti: “Napoli città simbolo dell’imbroglio, e ancora: Gragnano in provincia di Napoli, cui prestigiosa fama di scippi è secolare… Anche questa rimase lettera muta.

Così con la presente siamo a tre mail di protesta. Protesta? No, la definizione non mi piace. Trovo più giusto dire: richiesta di giustizia. Accidenti, ancora peggio. Tanto è abusata questa parola. Mah, basterà a far sì che lei, in qualità di Presidente Commissione Vigilanza Rai, possa prendere provvedimenti in merito alla indecorosa, quella si condotta tenuta da MassimoGiletti, conduttore della trasmissione “L’Arena di domenica in” nella puntata andata in onda in data 1-11-2015? Il sig Giletti, ha intrattenuto gli ospiti lanciandosi i apprezzamenti razzisti: ” Napoli è una città indecorosa con spazzatura ad ogni vicolo”. Inutile dire che a dargli man forte, c’era l’indecoroso oltre che onnipresente Salvini.

Mi permetto di rammentarle che Giletti conduce un programma pubblico, tra l’altro non nuovo ad episodi di razzismo contro Napoli, percependo uno stipendio annuo di 500 mila euro, pagato anche dagli indecorosi napoletani e non è un programma autogestito dalla lega, anche se comincio a nutrire qualche dubbio.

Servirà aver inviato una mail per l’ennesimo episodio di intolleranza? Non so a lei, ma a me si. Non fosse altro per ricordarmi chi sono coloro che sono dalla parte del popolo, oppure della partitocrazia nord centrica.

Distinti saluti.

NA – Napoli Autonoma

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Noi
cittadini di Napoli e delle terre del Sud
non ci rassegniamo
al fatto di vivere in un Paese spaccato in due per lavoro, servizi pubblici,
diritto allo studio, alla salute, alla mobilità;

ci sentiamo offesi
dal sentire giudicato il Mezzogiorno come inguaribile palla al piede del Paese
e come luogo di rassegnazione e lamenti;

siamo convinti
che nessun popolo del mondo sia privo della capacità di governarsi;

denunciamo
i seguenti atti e omissioni dello Stato a causa dei quali da anni
aumenta il divario nel Paese:

1. Asili nido e istruzione: valutati zero i bambini del Sud.
Dal 2015 i fabbisogni standard comunali sono conteggiati in
modo palesemente distorto: si misurano non i bisogni della
popolazione ma i servizi erogati in passato, anche quando tali
servizi sono inadeguati o addirittura nulli. Il fabbisogno di
asili nido è stato conteggiato zero in città come Giugliano,
Pozzuoli, Casoria, Portici, Ercolano, San Giorgio a Cremano.

2. Sanità: meno risorse dove ci si ammala di più.
Dal 2012 si utilizza nel reparto del fondo sanitario la “formula
Calderoli” con il criterio della pesatura per età: si poche
persone raggiunto la vecchiaia si tagliano risorse per le cure
con la conseguenza che nei luoghi come la Terra dei Fuochi o
Taranto dove la speranza di vita è più bassa ci sono meno
servizi sanitari e si fa meno prevenzione.

3. Trasporti locali: treni e autobus vecchi e inquinanti al Sud.
Il governo è venuto meno a un dovere preciso: non ha attuato
la legge che gli impone di calcolare i livelli di servizio di
trasporto locale. Se non fissi il livello minimo non fai mai
scattare gli investimenti sul trasporto pubblico previsti dalla
legge sul federalismo e senza il rinnovo di treni e autobus il
servizio deperisce e aumenta l’inquinamento.

4. Manutenzione strade: meno soldi se ci sono più disoccupati.
Dal 2015 si utilizza l’irrazionale parametro del tasso di
occupazione Istat per dividere i fondi pubblici per la
manutenzione delle strade provinciali e metropolitane. In altre
parole si riducono le risorse dove ci sono meno occupati, in
base alla sola logica di favorire le aree più ricche.

5. Università: borse di studio e turnover dei prof minori al Sud.
Le borse di studio sono erogate in modo saltuario al Sud
anche agli aventi diritto: uno scandalo mai affrontato. Inoltre
dal 2013 c’è un tetto al turnover dei docenti universitari più
stringente dove i redditi familiari sono bassi, con l’effetto di
aver spostato l’assunzione di 700 ricercatori dagli atenei del
Sud a quelli del Centronord e favorito un drammatico calo di
iscrizioni nelle Università del Mezzogiorno.

6. Infrastrutture e porti: da “prima il Nord a “solo il Nord”.
Lo Stato ha partecipato al bando comunitario “Meccanismo
per connettere l’Europa” presentando progetti da realizzare
entro il 2020 esclusivamente per il Nord: i treni merci di
nuova concezione collegheranno il Brennero solo con i porti
dell’alto Tirreno e dell’alto Adriatico. Si rendono meno
competitivi i porti e gli interporti del Mezzogiorno, che è il
centro del Mediterraneo.

7. Livelli essenziali di assistenza: quindici anni di attesa.
Lo Stato dal 2001 non ha mai definito quanto previsto
all’articolo 117 lettera m della Costituzione, e cioè la
“determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni
concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti
su tutto il territorio nazionale” facendo inceppare i
meccanismi solidali previsti in Costituzione.

8. Perequazione: c’è in Costituzione ma nessuno l’ha vista.
Nei commi 3 e 4 dell’articolo 119 si dice che “la legge dello
Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di
destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per
abitante” e che quelle risorse “ai Comuni, alle Province, alle
Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente
le funzioni pubbliche loro attribuite”. Quindi al Sud i servizi
pubblici non sono garantiti.

9. Produzione: sede dell’Alenia spostata da Pomigliano alla provincia di Varese.
Nel 2012 la fusione tra Alenia e la ben più piccola Aermacchi
ha visto lo spostamento della sede legale dalla sede storica di
Pomigliano d’Arco a Venegodo, in provincia di Varese. Nel
giro di pochi anni il top management è quasi tutto proveniente
dagli stabilimenti del Nord.

10. Fondi Ue: impegno statale ridotto a un terzo in Campania, Calabria e Sicilia.
Con il ciclo di fondi europei 2014-2020 il governo ha deciso
di ridurre a un terzo il cofinanziamento ai progetti europei in
tre regioni del Sud. In pratica un progetto finanziato in
Lombardia aggiunge a ogni euro di Bruxelles un euro italiano
mentre se lo stesso progetto è realizzato in Campania
l’impegno nazionale per ogni euro europeo scende a 33
centesimi.

Per tutto quanto sopra
noi, cittadini di Napoli e delle terre del Sud
consapevoli dei nostri doveri, dei nostri diritti e della
nostra identità
esigiamo
l’apertura di una specifica sessione parlamentare che, entro la
fine dell’attuale legislatura, esamini, valuti e corregga le
storture fin qui evidenziate;
proponiamo
la seguente legge d’iniziativa popolare che entro il 2016
faccia di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, una
Città Autonoma

Istituzione di NA-Napoli Autonoma

(disegno di legge)

Articolo 1
1. Il Comune di Napoli, in quanto città capitale del maggiore stato preunitario italiano e metropoli con una sua specifica identità, legata a peculiarità storiche, ambientali e demografiche riconosciute dagli organismi internazionali, in applicazione dell’art. 118, secondo comma, della Costituzione è definito Città Autonoma e assume la denominazione Napoli Autonoma, in sigla NA. Il Consiglio comunale assume la denominazione di Assemblea Partenopea.

Articolo 2
1. Napoli Autonoma è un ente territoriale i cui attuali confini sono quelli del Comune di Napoli e dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dall’art. 119 della Costituzione. L’ordinamento di Napoli Autonoma è diretto a garantire il miglior assetto delle funzioni che Napoli è chiamata a svolgere quale principale metropoli e motore di sviluppo dell’Italia meridionale, patrimonio Unesco nonché sede nazionale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

2. Oltre a quelle attualmente spettanti al comune di Napoli, sono attribuite a Napoli Autonoma le seguenti funzioni amministrative:
a) concorso alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali, culturali previo accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali;
b) sviluppo economico e sociale di Napoli Autonoma, nell’interesse di tutta l’area metropolitana, con particolare riferimento alla programmazione dei fondi comunitari e alla valorizzazione dei settori produttivo, portuale, turistico, commerciale, universitario e delle comunicazioni;
c) sviluppo urbano, pianificazione e riqualificazione territoriale;
d) edilizia pubblica e privata;
e) organizzazione e funzionamento dei servizi urbani, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità dell’area metropolitana;
f) protezione civile, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei ministri e la Regione Campania;
g) ulteriori funzioni conferite dallo Stato e dalla regione Campania, ai sensi dell’art. 118, secondo comma, della Costituzione.
3. L’esercizio delle funzioni di cui al comma 2 è disciplinato con regolamenti adottati dall’Assemblea Partenopea, nel rispetto della Costituzione, dei vincoli comunitari ed internazionali, della legislazione statale e di quella regionale nel rispetto dell’art. 117, sesto comma, della Costituzione, nonché in conformità al principio di funzionalità rispetto alle speciali attribuzioni di Napoli Autonoma.
4. L’Assemblea Partenopea, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, approva, ai sensi dell’art. 6, commi 2, 3 e 4, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, con particolare riguardo al decentramento municipale, lo statuto di Napoli Autonoma, che entra in vigore il giorno successivo alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
5. Con uno o più decreti legislativi è disciplinato l’ordinamento, anche finanziario, di Napoli Autonoma, con specificazione delle funzioni di cui al comma 2, definizione delle modalità per il trasferimento a Napoli Autonoma delle relative risorse umane e dei mezzi, trasferimento, a titolo gratuito, a Napoli Autonoma dei beni appartenenti al patrimonio dello Stato non più funzionali alle esigenze dell’Amministrazione centrale.

Articolo 3
1. In via sperimentale, nelle more di una piena e corretta applicazione del federalismo fiscale e in particolare da quanto previsto nella Costituzione all’articolo 117 lettera m (determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale) e 119 terzo e quarto comma (la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante, tale da consentire insieme alla risorse proprie di finanziare integralmente le funzioni pubbliche attribuite ai Comuni), e fermo restando quanto previsto dai decreti di cui all’articolo 2 comma 4 a Napoli Autonoma viene attribuita una quota di tributi propri di importo pari per il 2016 a quanto attribuito dal Fondo di solidarietà comunale per il 2015 e cioè 258.899.633 euro, quale saldo tra finanziamento e contributo.

2. Napoli Autonoma per il 2016, 2017 e 2018 non partecipa né in modo attivo né in modo passivo alla quota solidaristica del Fondo di solidarietà comunale di cui all’articolo 1, comma 380, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, ma soltanto al ristoro integrale dell’Imu e della Tasi, in base a quanto previsto dall’articolo 1 comma 17 della legge 208/2015 (legge di Stabilità 2016) e in particolare a quanto dovuto al Comune di Napoli al fine di tenere conto dell’esenzione di cui ai commi da 10 a 16, 53 e 54 dell’articolo 1 della legge 208/2015, prevista per l’Imu e la Tasi.

3. Per effetto di quanto previsto dal comma precedente, per ciascuno dei medesimi anni 2016, 2017 e 2018 dal Fondo di solidarietà comunale il governo può effettuare con decreto del Ministero dell’economia e finanza un prelievo straordinario in favore delle finanze statali fino a un massimo di 258.899.633 euro.

4. Per gli anni 2016, 2017 e 2018 le imposte sui trasferimenti di immobili (Iva, Registro e bollo, ipotecaria e catastale e successioni o donazioni) relative a beni ricadenti nel Comune di Napoli sono integralmente assegnate a Napoli Autonoma.

5. Per il 2016 a Napoli Autonoma è assegnata una percentuale di compartecipazione al gettito Irpef relativa ai redditi del 2015 dei residenti nel Comune di Napoli di una quota tale da pareggiare, unitamente a quanto previsto dal comma 4, l’importo di 258.899.633 euro: i versamenti effettuati al Comune di Napoli nel 2016, prima dell’entrata in vigore della presente legge, sono considerati acconti di quanto previsto in questo e nel comma precedente. La percentuale di gettito Irpef, individuata con decreto dal Ministero dell’economia e finanza entro il 30 settembre 2016, sarà assegnata a Napoli Autonoma nel 2017 e nel 2018 in misura invariata, indipendentemente dalle eventuali variazioni di gettito sia dell’Irpef stessa, sia delle imposte indicate al comma 3.

Articolo 4
1. La presente legge, che non ha oneri per lo Stato, entra in vigore il primo luglio 2016.
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Introduzione

Napoli era di gran lunga la maggiore città italiana al momento dell’Unità, sia per abitanti, sia per ricchezza in valore assoluto. Il suo declino politico è stato repentino, ma era inevitabile in un processo d’unificazione e ha colpito anche città come Torino, Firenze e, in precedenza, Venezia. Il declino economico di Napoli, invece, non era affatto scontato e dopo il 1861 è proseguito per decenni: l’assenza o la debolezza di un ruolo guida nazionale riconosciuto tra i tanti possibili per Napoli – economico, finanziario, commerciale, industriale, turistico, culturale, giuridico – hanno fiaccato il tessuto sociale della principale metropoli italiana fino ad attribuire a Napoli un’etichetta negativa: città assistita.

logoummona

1. L’Autonomia? E’ già in Costituzione

Prima di avventurarsi in una riforma di forte impatto come NA occorre valutare se è in linea con i principi della Costituzione repubblicana. L’articolo 114, secondo comma, fa cadere i dubbi.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.
Inoltre l’articolo 118, secondo comma, dice espressamente che è possibile differenziare le funzioni per specifici Comuni.
I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
Di particolare valenza è l’articolo 119 della Costituzione, composto da sette commi. Ecco il primo.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
Perfetto. Quindi l’autonomia finanziaria è la regola. Ora il secondo comma.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.
E anche qui ci siamo. Le risorse dei Comuni, come degli altri enti territoriali, devono essere autonome e di due tipologie: entrate proprie e compartecipazioni al gettito di tributi erariali
riferibili al territorio. Ora il terzo comma.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Il fondo perequativo non è mai stato istituito. Al suo posto ora c’è un fondo di solidarietà comunale, pagato dagli stessi Comuni in rapporto al gettito dell’Imu. Il fatto che la perequazione sia “senza vincolo di destinazione” conferma il principio di autonomia degli enti. Tuttavia, da un punto di vista sostanziale, un Comune che ha bisogno della perequazione per sostenersi è meno autonomo. Passiamo al quarto comma.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni
pubbliche loro attribuite.
Qui c’è una dichiarazione di principio importante: una volta attribuite le funzioni a un ente locale, questo deve ricevere tra entrate proprie, compartecipazione e perequazione una somma tale da coprire al 100% la spesa, intesa come spesa a costo standard, quindi efficiente. E’ lo Stato che ha il compito (articolo 117, lettera m della Costituzione) di determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Tali livelli non sono mai stati indicati, per cui non è possibile determinare con esattezza la somma che occorre per “finanziare integralmente” le funzioni pubbliche attribuite agli enti locali né è possibile determinare l’importo necessario per il fondo di perequazione. Passiamo poi al quinto comma, sempre dell’articolo 119.
Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse
aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Qui c’è spazio per interventi straordinari, che esulano dalle funzioni normali di un ente locale e che quindi non incidono sulla loro autonomia. Ora i commi sei e sette, che chiudono il 119 e che sono anch’essi perfettamente in linea con il principio di autonomia.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato.
Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. E’ esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.

2. Federalismo fiscale: un mostriciattolo

Come funziona oggi il federalismo fiscale per i Comuni? Non si sbaglia a descriverlo come un mostriciattolo, un essere dalle sembianze ben diverse da quelle che erano state previste sia nella Costituzione (così come modificata nel 2001), sia nella legge delega, la 42 del 2009, così come nei decreti attuativi del federalismo municipale del 2011. Non sono stati individuati i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Non è stato istituito il fondo di perequazione. I fabbisogni standard comunali sono stati calcolati per i 6.707 Comuni delle quindici regioni a statuto ordinario; tuttavia per istruzione e asili nido si è proceduto in modo irrazionale e dannoso per il Mezzogiorno: in assenza dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni) si è considerato come livello di riferimento quello effettivamente erogato nel 2010, con risultati paradossali. Laddove un Comune non aveva erogato alcun servizio di asilo nido, per esempio, il fabbisogno standard di quel Comune è stato posto a zero, in evidente contraddizione sia con la logica (il fabbisogno misura il bisogno della popolazione) sia con quanto prevede la legge, che chiede di superare il principio della spesa storica.
Napoli, in particolare, si è vista attribuire un fabbisogno standard di asili nido e istruzione pari ad appena un terzo di quanto è stato assegnato a Torino, città che ha meno abitanti.
Va considerato che per altre voci, come i servizi sociali per anziani, si è invece valutato l’effettivo bisogno della popolazione e non la spesa storica, assegnando quindi un fabbisogno anche nei comuni che non erogavano alcun servizio in merito. La mancata determinazione dei Lea inceppa anche il meccanismo che dovrebbe portare a investimenti omogenei sui territori relativi al trasporto locale.
E’ un mostriciattolo anche il fondo di perequazione che, per legge, per i Comuni doveva partire nel 2013. In attesa del fondo di perequazione era stato istituito un fondo sperimentale di riequilibrio. Con la legge Salva Italia del governo Monti di fine 2011 si è disposto un taglio di 2 miliardi a valere sul fondo sperimentale di riequilibrio e, una volta istituito, sul fondo di perequazione. Con il taglio preventivo del fondo di perequazione lo Stato ha violato in modo esplicito la Costituzione perché l’importo della perequazione non può essere determinato a priori ma deriva in modo matematico dalle scelte effettuate sul livelli essenziali delle prestazioni e dal calcolo dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali. Se, per ipotesi, il livello delle prestazioni da garantire in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale è fissato a una quota così bassa che anche il Comune con la minore capacità fiscale riesce a pagare i servizi, allora la perequazione necessaria è zero e non è pertanto tagliabile. Se invece il livello delle prestazioni è posto a una quota tale che per alcuni Comuni è necessario integrare le risorse proprie, allora il fondo di perequazione ha un valore maggiore di zero, ma non è tagliabile perché altrimenti si violerebbe il comma quattro dell’articolo 119, cioè quello che afferma come il fondo di perequazione insieme alle altre voci di entrata comunali deve consentire il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche attribuite.
Tagliare la perequazione equivale a negare l’uguaglianza dei cittadini di fronte ai diritti fondamentali.
Nel 2013 il fondo sperimentale di riequilibrio ha cambiato denominazione in fondo di solidarietà comunale. Al contrario del fondo di perequazione previsto dall’articolo 119, il fondo di solidarietà comunale non è alimentato dallo Stato bensì dai singoli Comuni con una quota pari al 38% dell’Imu. Lo Stato quindi è venuto meno al suo compito di assegnare la
perequazione e, addirittura, nel 2015 lo Stato ha succhiato per esigenze di cassa 1,2 miliardi dal fondo di solidarietà comunale, quindi ha “perequato” a favore di se stesso.

3. Napoli città assistita?

I trasferimenti pubblici ai Comuni si sono fortemente ridotti negli anni recenti, cioè da quando è entrato in vigore il federalismo fiscale. A Napoli, il Comune più sussidiato d’Italia in valore assoluto, si è registrato il seguente andamento.
2010 Trasferimenti erariali 646.437.167
2011 Fondo sperimentale riequilibrio 514.143.937
2012 Fondo sperimentale riequilibrio 426.012.328
2013 Fondo solidarietà comunale avere 382.166.815
2013 Fondo solidarietà comunale dare -67.639.651
2014 Fondo solidarietà comunale avere 375.032.449
2014 Fondo solidarietà comunale dare -65.012.266
2015 Fondo solidarietà comunale avere 323.931.978
2015 Fondo solidarietà comunale dare -65.032.315
In pratica si è passati da 646 milioni nel 2010 della situazione ante federalismo fiscale a 259 milioni nel 2015 considerando il saldo tra dare e avere del Fondo di solidarietà comunale.

Un taglio del 60% pari a 387 milioni!

I 259 milioni di euro fanno di Napoli ancora una città assistita? Nell’opinione generale sì, tuttavia le imposte riferibili al territorio napoletano, cioè le tasse pagate dai contribuenti napoletani, sono superiori alle somme che restano in città sotto forma erogazioni dirette o di servizi pubblici, perché questi ultimi sono inferiori alla media procapite nazionale per pensioni, sanità, trasporti, investimenti. Napoli, insomma, può pagarsi da sola i servizi che riceve e liberarsi dall’etichetta di città assistita.

4. NA, un passo verso la piena autonomia

Come primo passo verso una più ampia autonomia, il Comune di Napoli deve diventare autonomo dal punto di vista fiscale, in linea con la Costituzione. Non bisogna cessare di chiedere l’applicazione della Carta costituzionale e quindi livelli di servizi omogenei sul territorio nazionale, la perequazione e, quando necessario, interventi speciali per rimuovere gli squilibri economici e sociali e per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona. Tuttavia, nella situazione attuale, è necessario intanto individuare risorse proprie per 259 milioni di euro per liberare Napoli da un fondo di solidarietà che pesa sugli altri Comuni ed è soggetto a continui interventi legislativi che ne rendono aleatorio sia l’importo sia i tempi di
erogazione.
La proposta di NA è attribuire al Comune di Napoli, in linea con l’articolo 119 della
Costituzione, due imposte strettamente riferibili al territorio e cioè:

– Imposte sui trasferimenti di immobili

-Compartecipazione Irpef

La prima vale a livello nazionale 8.930 milioni di euro tra Iva (4.260 milioni), Registro e bollo (2.640 milioni), ipotecaria e catastale (1.420 milioni) e successioni o donazioni (620 milioni). Nel decreto legislativo 23 del 2011 sul federalismo municipale si prevedeva la devoluzione ai Comuni di tale imposta, norma poi cassata con il comma 729 della legge di Stabilità del 2014 (legge 147/2013). Il suo valore per la città di Napoli è stimabile in 150 milioni.
La compartecipazione Irpef (cosa diversa dall’addizionale) ha per effetto la cessione al Comune dove sono residenti i contribuenti Irpef di una quota del gettito. Se il valore di 150 milioni dovesse essere confermato, resta da coprire un gettito di 109 milioni che a Napoli equivale a 1,2 punti di Irpef. In ogni caso la legge è costruita per pareggiare esattamente i 258.899.633 euro del saldo netto del Fondo di solidarietà comunale del 2015 e fa salvo quanto dovuto dallo Stato al Comune di Napoli a titolo di rimborso per l’Imu e la Tasi prima casa (comma 17 legge di Stabilità 2016).
Il saldo per la città di Napoli per il 2016 è per definizione zero: rinuncia dal 2016 al Fondo di solidarietà comunale e aumento delle entrate tramite le imposte sui trasferimenti di immobili e la compartecipazione nell’ordine di 1,2 punti di Irpef.

Ecco gli effetti di NA:
– per il contribuente partenopeo non c’è alcun aggravio, né economico né burocratico, ma c’è la soddisfazione di sapere che una quota maggiore delle imposte che paga resta nella sua città;
– per i Comuni diversi da Napoli c’è un guadagno netto di 259 milioni come saldo tra minore gettito Imu di Napoli (65 milioni) e minore esborso del Fondo di solidarietà (324 milioni);
– per lo Stato c’è un minore gettito di entrate proprie di 259 milioni, che può recuperare (lo prevede l’articolo 3, comma 3 del disegno di legge) in tutto o in parte con un prelievo dal Fondo di solidarietà comunale, portando a zero anche il saldo per i Comuni;
– per il Comune di Napoli c’è un collegamento diretto tra miglioramento delle condizioni economiche generali e gettito tributario.
Un Comune che saprà ben amministrare se stesso punterà sulla riqualificazione urbana del centro come delle periferie, sul miglioramento della rete di trasporto pubblico, sull’attrazione di investimenti e di flussi turistici, sulla programmazione e spesa dei fondi europei, sulla valorizzazione di specificità come la presenza della sede nazionale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e di un polo universitario con tradizione millenaria. Nel disegno di legge d’iniziativa popolare si prevede l’istituzione di Napoli Autonoma e si punta su un incremento di funzioni e di responsabilità, sulla falsariga di quanto accaduto per Roma Capitale. A sottolineare l’innovazione, il Consiglio comunale di Napoli viene ridenominato Assemblea Partenopea. Gli effetti economici di un rilancio della città di Napoli saranno un aumento dei valori immobiliari e delle compravendite, nonché una crescita delle attività economiche e quindi dei redditi dei residenti. L’avvio di un circuito virtuoso, spinto anche dall’orgoglio di una città che ricomincia da se stessa senza aspettare sempre aiuti esterni, potrà avere effetti diretti positivi, con un aumento del gettito dalle imposte sugli immobili e dalla compartecipazione Irpef.
Tale maggiore flusso di risorse potrà essere utilizzato sia per ridurre la pressione fiscale sulle imposte proprie del Comune (come addizionale Irpef e Tasi), sia per erogare servizi di migliore qualità e accelerare la riqualificazione urbana.

La responsabilità, però, è una medaglia con due lati: se Napoli non sarà capace di investire su se stessa, il gettito fiscale diminuirà e il quadro finanziario diventerà più pesante rispetto
a un meccanismo basato sui sussidi. Ma non è proprio di questo che ha bisogno una comunità per mettersi alla prova? Le sfide rendono forti.
=========la citazione===========

“La città di Napoli, come tutte le grandi città che cessano di essere centri di un governo di un grande Stato, la città di Napoli ha fatto all’Italia un immenso sacrificio; l’Italia ha in questo modo contratto un grande debito verso la città di Napoli e l’Italia dovrà soddisfarlo”.

(Ubaldo Peruzzi, fiorentino, primo ministro dei Lavori pubblici, discorso in Parlamento del 1861 – tratto da G. Galletti, P. Trompeo, Atti del Parlamento italiano: sessione del 1861, VIII legislatura, p. 163, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862)

 

Dimissioni del segretario Enrico Inferrera

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Il segretario di Unione Mediterranea Enrico Inferrera ha comunicato le sue dimissioni “per motivi legati alla indisponibilità di tempo occorrente per la riorganizzazione del movimento”. Inferrera ha ringraziato tutti per la collaborazione.

Siamo noi a ringraziare Enrico per il lavoro intenso svolto in questi mesi, per le delicate decisioni prese e per l’impulso dato al movimento in vista dei prossimi impegni.

L’attività di Unione Mediterranea per il riscatto della nostra terra non subirà battute d’arresto e decisioni in merito all’organizzazione saranno presto prese dagli organi associativi.

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