Author Archives: Andrea Melluso

Renzi: “sud piagnone”. Daje Matteo, facce ride’ ancora che nun è arte do presidente

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Ogni volta che Renzi parla di Sud ci viene immediatamente da ridere, non per accettazione del suo invito a non piangerci addosso, ma perché noi Meridionali non ci curiamo dei suoi e altrui insulti, sappiamo ridere più degli altri e ridiamo soprattutto per le sue battute comiche sul Sud, quando afferma che finalmente lui “metterà i soldi per far rinascere il Mezzogiorno.”

Come? Sentite un po’ che cosa ha detto nella sua specie di discorso di fine anno in un’intervista rilasciata al Mattino di Napoli: “Faremo le bonifiche delle Terra dei fuochi e dell’area di Bagnoli, e per le infrastrutture la linea ferroviaria Napoli-Bari, il completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la riforma dei porti. Se noi riusciamo a fare solo una parte di ciò che abbiamo deciso e finanziato, torniamo a essere competitivi”.

Tutto qui. Al Sud, basterebbe una ripulitura della Campania, una strada e un treno per rinascere. Roba da Circo Barnum. Insomma Matteo, i governi italiani depredano il Sud da sempre dando ai suoi cittadini il 40% in meno che a quelli del resto del Paese e lasciandolo senza industrie, lavoro, ferrovie, aeroporti, porti, scuole, asili, ospedali, tribunali, e tu ci vieni a raccontare la barzelletta che bastano queste cosucce per sanare il debito?

La Terra dei fuochi è stata martoriata per decenni dallo stato italiano e ora Renzi, dopo aver destinato 1500 milioni di euro al dopo Expo, ne dà appena la decima parte per “bonificare la Campania”, soldi che non basteranno neanche a rimuovere le ecoballe accumulate dall’azienda lombarda Impregilo, che avrebbe dovuto già farlo a proprie spese. Ma il regalo non finisce qui.
Il completamento della Salerno Reggio Calabria? E’ un atto dovuto da mezzo secolo, e rinviato all’infinito per colpa dei governi italiani che hanno mancare i finanziamenti e della stessa Impregilo che ha gestito la costruzione dell’opera.
Il raddoppio della linea ferroviaria Napoli Bari? A 155 anni dalla fondazione del paese Italia spa (indovinate a chi appartengono le azioni) non esiste ancora un treno tra le due maggiori città del Sud continentale. In quanto ai porti, stendiamo un velo pietoso”.

Ma questa è musica vecchia, la battuta più comica della sua intervista è quando afferma che “se riparte l’Italia riparte anche il Sud”. Riparte forse per emigrare ancora, visto che il tessuto produttivo del Sud è stato distrutto dai governi italiani a fin di nord? Insomma è la solita storiella del “prima aiutiamo a crescere il Nord e poi si vedrà per il Sud”. Altrettanto comica è la battuta che se riesce a fare per il Sud anche solo una parte delle cose che ha elencato, “torniamo a essere competitivi”.

Se non venissimo fuori da un’allegra festa per l’arrivo del nuovo anno ci incazzeremmo davvero, ma l’adrenalina è scarica e ci ridiamo su, mentre, nonostante l’euforia della festa, non riusciamo a ridere, sulle parole “politically correct” del presidente Mattarella, riusciamo solo a sorridere. Esce grigio che più grigio non si può, seduto in un grigio salotto quirinalesco, per leggere un discorso scritto senza un tono di passione: pur essendo siciliano parla senza alcun accento, e non ha accenti neanche per il Sud, per il quale dice che “bisogna fare di più”. Perché s’è fatto forse qualcosa sinora? Oppure intende dire che al Mezzogiorno bisogna fare ancora più male?
E come fa a non parlare della condanna a morte del giudice Nino Di Matteo, colpevole di indagare sul patto Stato-mafia, lui che ha avuto un fratello ammazzato dalla mafia?
Pare il presidente che non c’è, fa quasi tenerezza. Grillo l’ha definito un ologramma. Io arrivo a dubitare persino della sua esistenza reale, sembra quasi trasparente, pare uno di quei personaggi a mo’ di monsieur Travet inventati dal web, possono dire ciò che vogliono ma non possono fare nulla, neanche prendere un caffè per mancanza di soldi a fine mese.

.Che altro dire? Se gli auspici istituzionali per il Sud sono questi, ai cittadini del Sud non resta che voltare le spalle e affidarsi alla propria capacità di lotta, quella già dimostrata dalla battaglia contro il Muos in Sicilia, alla Terra dei fuochi, dalla difesa dei Bronzi di Reggio, a quella per gli ulivi, fino a quella contro le trivelle petrolifere. Battaglie vinte, ma la guerra da farsi è lunga, molto lunga, dunque prima si comincia e meglio è.

CTFS, arriva un nuovo mostro ai danni del SUD

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Nella legge di stabilità appena approvata dal Parlamento, e che a giorni sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, all’articolo 1 comma 29 spunta una nuova Commissione – la Commissione tecnica fabbisogni standard (CTFS) – che si occuperà dei fabbisogni standard dei Comuni e delle Città metropolitane/Province. Tale CTFS prende il posto della COPAFF, Commissione paritetica attuazione federalismo fiscale, introdotta nel 2009.

Come spesso accade, dietro un linguaggio tecnico si nascondono trappole molto ma molto concrete. In particolare:

1) La CTFS è un nuovo passo verso il neocentralismo: la COPAFF era “paritetica”, nel senso che avevano pari peso componenti tecnici di nomina del governo e componenti tecnici di nomina degli enti locali; la CTFS sarà composta di undici membri di cui sei di nomina del governo (compreso il presidente), uno dell’Istat, quattro degli enti locali (tre Anci, uno Regioni). Con queste premesse, la CTFS rischia di nascere come un nuovo mostro ai danni del Sud.

2) La CTFS – che sarà nominata entro 30 giorni dall’approvazione della legge con decreto del Presidente del Consiglio e quindi a fine gennaio – ha il compito di approvare nel tempo massimo di 15 giorni le scelte del governo sui fabbisogni standard, tema delicatissimo perché finora sono stati utilizzati metodi che danneggiano il Sud (a Napoli un terzo di Torino per asili nido e istruzione), grazie a trucchi come il fabbisogno posto a zero dove non ci sono asili nido, i servizi di istruzione assegnati in base alla situazione storica e non ai bisogni della popolazione e, per le Province e Città metropolitane, i tagli più forti nelle aree ricche dove però l’indice di ricchezza è legato a quanto si paga di Rc auto!

3) L’Anci, l’associazione dei Comuni italiani guidata dal torinese Piero Fassino, nelle prossime settimane dovrà quindi nominare tre componenti della CTFS, di cui uno in rappresentanza delle ex Province, e i precedenti non lasciano ben sperare (nella COPAFF erano cinque i membri Anci: uno in rappresentanza del Comune di Milano, uno in rappresentanza di quello di Torino e tre in rappresentanza della segreteria romana dell’Anci).

E’ indispensabile per noi meridionalisti porre all’Anci il tema di un esponente nella CTFS che abbia a cuore le sorti del Sud: ci sono studi tecnici che dimostrano come l’effetto redistributivo dei fabbisogni standard è sistematicamente a danno degli enti locali del Mezzogiorno.

MO-Unione Mediterranea scriverà una lettera aperta a Piero Fassino per chiedere all’Anci una scelta che non sia territorialmente discriminatoria.

Centri commerciali, camorra e perdita d’identità

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di Salvatore Legnante

Se può esserci un caso emblematico dell’estrema urgenza e necessità di un movimento meridionalista, che nelle nostre terre dia il senso e una nuova visione di cosa deve essere la politica, beh questo caso è rappresentato dall’affaire Jambo, che nei giorni scorso ha portato alla ribalta l’ennesima dimostrazione di quanto sia incancrenito il rapporto tra camorra e istituzioni in taluni territori del Sud, e in particolar modo nell’agro aversano.

Una terra in cui malavita e politica hanno dato vita, per decenni, ad una vera e propria trattativa, un do ut des vantaggioso per entrambe le parti in causa, che ha condannato i cittadini a subire ancor più che in altre zone del Sud la condizione coloniale perpetrata dall’Italia.

Oggi che lo Stato ha finalmente messo in campo una reazione che ha portato alla decapitazione dell’ala militare dei clan, restano però le scorie tossiche dei colletti bianchi, dei gattopardi, di quei politici che hanno beneficiato dei voti e dei favori dei clan camorristici.

L’affaire Jambo, dicevamo, è emblematico. Un centro commerciale controllato da Michele Zagaria, il boss che con Iovine ha assunto, negli ultimi anni, la reggenza del clan camorristico comunemente conosciuto come ‘dei casalesi’, secondo l’abitudine tutta italiana e tutta coloniale di identificare un intero popolo come malavitoso. I camorristi sono camorristi, i casalesi sono soprattutto altro.

Il controllo avveniva – secondo gli inquirenti – con il consenso e l’appoggio della malapolitica, dei sindaci della zona, in particolar modo di Michele Griffo, primo cittadino di Trentola Ducenta, al momento latitante.

Una forza politica, in casi del genere, deve chiedersi come e perché sia potuto avvenire tutto questo, e quali azioni si possono mettere in campo.

Ecco, noi non riteniamo che quello che è avvenuto a Trentola, per il Jambo, sia un mero problema di criminalità organizzata. Non riteniamo neanche che sia sufficiente dare la responsabilità a quei politici che non si fanno scrupolo di fare affari con la camorra. Quello che è avvenuto, e che purtroppo avviene in altre realtà meridionali, è il frutto di un avvelenamento culturale, per meglio dire di un genocidio culturale.

Cos’è la presenza massiccia dei centri commerciali, concentrati in pochi km quadrati, se non il segno della perdita dell’identità dei nostri territori? Tra le province di Napoli e Caserta sono sorti in meno di un decennio numerosi di questi mostri  della modernità, che spesso hanno fatto scempio di beni artistici (come nel caso del Campania, a Marcianise), o sono stati utilizzati anche come discarica (Vulcano Buono, a Nola). Le nostre terre, le nostre campagne, sono state letteralmente svendute, sia praticamente che culturalmente: il controllo è passato facilmente ai clan camorristici, ed in cambio di pochi soldi un territorio a vocazione agricola ha cambiato forma, omologandosi a qualcosa di altro da sé.

La camorra e la malapolitica hanno avuto vita facile: perché operavano in zone senza più memoria, senza più identità, senza più legami con quella cultura contadina che faceva di quelle campagne le più fertili d’Europa. Da terra di eccellenze alimentari, di piccoli produttori, di artigiani, siamo stati consapevolmente portati a diventare terra di consumatori di merci prodotte altrove, svendendo noi stessi. I centri commerciali sono un totem del colonialismo italiano: al Sud la presenza della criminalità organizzata, assieme alla parte peggiore dei partiti politici, ha fatto sì che potesse sembrare progresso e sviluppo quella che era in realtà la morte civile del nostro modo di essere.

Il Campania, il Medì, il Jambo, l’Auchan, la Reggia Outlet, le Porte di Napoli, il Vulcano Buono, ecc.. sono sorti sulle macerie di un’identità collettiva e di una cultura contadina perduta, svilita, vista come retrograda. Può dirsi oggi sviluppato un territorio che ha visto sostituirsi quella cultura al consumismo senza regole di cui quei mostri sono il simbolo? Consumismo di cui si è nutrita, letteralmente, la camorra.

E’ per questo che un movimento politico meridionalista non può limitarsi a fare di casi come quelli del Jambo una semplice questione criminale. E’ una questione culturale, oltre che giudiziaria e politica. Una forza meridionalista deve interrogarsi sul modello di sviluppo futuro che i nostri territori possono avere,  tenendo sempre fortemente presente quell’identità svenduta e sottovalutata da tutti gli altri partiti di matrice italiana e perciò coloniale.

Abbiamo il dovere di proporre iniziative contro i legami tra mafie e politica che ancora oggi, purtroppo, imperversano in tanti comuni meridionali, abbiamo il dovere di sostenere quelle esperienze politiche che stroncano ogni giorno questi legami (pensiamo alla Napoli di De Magistris, che ha messo alla porta clientele ed affaristi camorristici, pensiamo a Renato Natale, che a Casal di Principe ha ridato orgoglio al suo popolo denigrato, ecc..), ed in più abbiamo il sacro dovere di essere degni della nostra identità, storica, territoriale, culturale.

Solo così, riteniamo, potremo finalmente togliere ossigeno alla malapolitica, che è la forma più perversa e pericolosa di camorra presente nella nostra terra, nobile e disgraziata.

Inaugurazione di Via Martiri di Pietrarsa: la strada per la consapevolezza

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di Beatrice Lizza

Questo 19 Dicembre a San Giorgio a Cremano, verrà intitolata una strada ai martiri di Pietrarsa.

Se non li si conosce non c’è da arrossire: questi coraggiosi operai sono stati nascosti, per non dire “seppelliti”, dal processo di nazionalizzazione che ha contribuito all’estinzione della consapevolezza meridionale.

La storia del Real Opificio Borbonico di Pietrarsa comincia nel 1837, quando  Ferdinando II di Borbone inaugura il grande piano industriale che porterà, appena due anni dopo, alla costruzione della prima tratta ferroviaria della penisola: lunga poco più di 7 chilometri, la Napoli-Portici rappresenta il primo passo per svincolare il Regno dalla dipendenza tecnologica inglese.

In breve tempo l’industria diventa il fiore all’occhiello della metal-meccanica della penisola, realizzando prodotti in ghisa ma soprattutto macchine e locomotive a vapore. Cresce lì, il primo nucleo industriale, precedendo di molto le storiche Fiat, Ansaldo e Breda: alla vigilia dell’unità vi lavorano ben 1050 operai.

Sorge spontaneo chiedersi quale sia la ragione per cui un gioiello tale, non trovi spazio nei libri di storia, eppure la risposta non potrebbe essere più banale:

dopo la conquista del Regno comincia una scellerata speculazione al ribasso della produzione meridionale.

Il Real Opificio di Pietrarsa viene venduto a un prezzo stracciato al signor Jacopo Bozza, imprenditore ed ex-impiegato borbonico, meritatosi tale regalo grazie all’entusiasmo riservato ai nuovi sovrani.
Nel giro di pochi mesi Pietrarsa perde più della metà dei suoi operai. Rimasti in poco più di quattrocento, questi ultimi si vedono sottrarre buona parte del salario, nonostante fossero aumentate le ore di lavoro.

A questo punto Pietrarsa, per la seconda volta, si fa primato italiano: alle tre del pomeriggio del 6 Agosto 1863, comincia la protesta degli operai che, una volta riunitisi nel cortile dell’Opificio, gridano sdegnati contro il nuovo direttore. Jacopo Bozza rifiuta qualsiasi dialogo e, spaventato, invoca l’aiuto delle forze dell’ordine.

In pochissimo tempo si presentano, baionette in canna, i bersaglieri piemontesi che senza esitare sparano ad altezza uomo.

Quanti morirono? I documenti ufficiali parlano di sette morti e una ventina di feriti ma in realtà la stampa coprì l’entità dell’accaduto; sarà difficile conoscere tutta la verità di quel tragico evento, negato dal patrio oblio.

Ciò che (non) ci è dato sapere, è che i primi operai nella storia d’Italia a combattere per i propri diritti furono quelli del Real Opificio di Pietrarsa.

Intitolare una via a questi martiri del lavoro non restituisce loro solo Rispetto e Riconoscenza.

Riporta al cuore dei cittadini meridionali di oggi una grande consapevolezza: non è vero che il Mezzogiorno è nato storpio e incapace, anzi, è stato per lungo tempo il primo motore dell’innovazione.

Orgoglio e identità possono far ripartire la fiducia di cui ha bisogno la terra nostra per tornare a camminare, senza più oppressori, sulla via della prosperità.

Sabato 19 Dicembre, alla biblioteca comunale di villa Bruno di San Giorgio a Cremano, alle ore 10.30 si terrà un incontro prima dell’inaugurazione della via: interverranno il sindaco G. Zinno e i relatori G. Di Fiore, M. Esposito, A. Vella e V. Gulì, che si ringraziano per l’impegno profuso al conseguimento di questo piccolo e importante successo.

 

Un passo verso la decolonizzazione: perchè è importante cambiare la toponomastica delle città del Sud.

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Di Annamaria Pisapia

“Di fronte al mondo sistemato dal colonialista il colonizzato è sempre supposto colpevole” –Frantz Fanon “I Dannati della Terra” .

La colonizzazione del Sud, avviata 155 anni fa, potè espandersi grazie, anche, alla diffusione capillare su tutta la penisola, di una storiografia improntata all’annichilimento delle popolazioni del Mezzogiorno, della sua storia, della sua identità,  con l’intento di sottrargli forza e capacità. Un modello che si è sviluppato in maniera esponenziale e su cui la classe politica nord-centrica ha costruito la sua egemonia sul Sud. Fin dal 1860 la divulgazione storiografica fu affidata a quegli storici che vennero definiti “sabaudisti”.

Essi avevano il compito di divulgare la “Storia Patria” attraverso la mitizzazione dei Savoia. L’indottrinamento avveniva mediante compendi, letture e manuali, che venivano imposti nelle scuole elementari, così che l’imprinting (condizionamento)potesse fissarsi e forgiare le giovani menti.  In una Circolare Ministeriale del 26 novembre 1860 si legge: “La storia nazionale deve essere identificata con quella dei sovrani sabaudi…”. Ma, per la riluttanza di molti insegnanti, in special modo quelli del Mezzogiorno, ad adottare la nuova versione storiografica, il Ministro della P.I. Broglio, nel 1868 istituì una commissione d’inchiesta in cui spiegava: “ I maestri sono estranei in massima parte, quando non ostili, al nuovo corso politico inauguratosi nel 1861… specie nelle scuole degli ex territori pontifici e del Meridione…”  Così, al fine di un vigoroso attecchimento il Ministro Baccelli istituì delle “Conferenze Pedagogiche” da tenersi in tutta la penisola.

E’ inutile dire che da allora nulla è cambiato e  i libri di testo scolastici sono tuttora concepiti in maniera da alimentare la colonizzazione del Sud.  Colonizzazione che fu chiara fin da subito a eminenti politici, come il Deputato Proto Maddaloni,  il quale presentò una mozione parlamentare a riguardo il 20 novembre 1860, censurata dalla Commissione Parlamentare, e ad altri tra cui il Ministro Francesco Saverio Nitti, che non esitò a denunciare le condizioni cui era costretta a vivere Napoli: “…ridotta ormai a città capitale di una colonia…”. Da allora le condizioni in cui è  tenuta Napoli continuano, tuttora, ad essere quelle di una capitale colonizzata.  Condizioni che si sono negli ultimi decenni fatte sempre più evidenti, in cui non possiamo non riconoscere  quelle dinamiche innescate da quel fatidico 1860 e che sono proprie dei colonizzatori. Tra queste ne riconosciamo alcune, tuttora ben visibili: l’occultamento della storia, come già evidenziato, e  la distruzione dei segni del passato del popolo conquistato. Quest’ultima dinamica acquista una importanza rilevante, come ci insegna la semiotica, perché fa riferimento, inequivocabilmente, al predominio e marcazione del territorio. Il tutto viene attuato rimuovendo monumenti e toponimi da strade, vie, piazze, che vengono sostituiti da quelli dedicati ai nuovi governanti.

Questa lunga premessa si rendeva necessaria per focalizzare meglio l’attenzione su  uno dei punti fondamentali:” Napoli, così come l’intero Mezzogiorno, ahimè, prima di essere colonizzata economicamente continua ad esserlo mentalmente”. E fintanto che continuano ad esistere monumenti, strade, vie e piazze in ricordo di coloro che si resero rei del massacro del Sud la colonizzazione si autoalimenta.  E con essa l’educazione alla minorità. Tutto ciò ci depriva delle nostre radici, della nostra memoria e della nostra identità: indebolendoci e instillandoci un errato senso di colpa e di riconoscenza verso i nostri “liberatori”.

Pertanto ritengo di fondamentale importanza la rimozione di quei toponimi, dedicati a personaggi che si sono macchiati di delitti efferati contro il popolo napoletano. E, laddove possibile, di ripristinare l’antico toponimo. Considerando che: “La memoria del proprio passato restituisce dignità e identità ad un popolo e ne rafforza l’autostima”.

 

Costituzione “Segreteria Ponte” fino al 3° Congresso Nazionale di Unione Mediterranea.

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In seguito alle dimissioni del Segretario Enrico Inferrera, “per motivi legati alla indisponibilità di tempo occorrente per la riorganizzazione del movimento”, il Coordinamento nazionale di Unione Mediterranea ha provveduto alla costituzione di una “Segreteria Ponte”, organismo provvisorio, che ha il compito di affiancare il Presidente Francesco Tassone e la Portavoce Flavia Sorrentino fino al prossimo Congresso del MOvimento e di svolgere in maniera collegiale, le funzioni proprie della Segreteria.

La Segreteria Ponte è costituita da un coordinatore per ciascuna delle regioni rappresentate nel Coordinamento: Nicola Manfredelli per la Basilicata, Salvatore Procopio per la Calabria, Rosario Terracciano per la Campania, Martino Grimaldi per la Lombardia, Davide Abramo per il Piemonte, Crocifisso Aloisi per la Puglia e Placido Altimari per la Sicilia.

La Segreteria Ponte ha già determinato i prossimi passi da compiere per organizzare il terzo Congresso Nazionale, la campagna di tesseramento e le attività dei circoli territoriali in vista delle elezioni amministrative del 2016.

L’entusiasmo e la determinazione nel condurre questa battaglia di riscatto della nostra terra non ha subito battute d’arresto: MO-Unione Mediterranea è nata nella certezza di appartenere a chi ne ama lo scopo e, al di là delle difficoltà, lo persegue.

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Georisorse: forse non tutti sanno che…

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a cura di Giada Lieto

L’ultimo decreto del governo Renzi “Sblocca Italia” ammette la possibilità di procedere con le trivellazioni del sottosuolo marino alla ricerca di giacimenti di idrocarburi di cui, secondo l’amministrazione della Leopolda, il meridione sarebbe letteralmente ricca.

Unione Mediterranea Calabria si è occupata della spinosa questione durante il convegno tenutosi lo scorso 27 Novembre con il titolo “Il destino di una Georisorsa. Workshop sullo sfruttamento ecosostenibile del Mare Jonio”.

Durante il convegno , hanno presentato i loro interventi esperti e personalità varie i cui contenuti hanno avuto un unico fil rouge: la preoccupazione dell’impatto che siffatte operazioni potrebbero avere sul patrimonio geo marino del Mar Mediterraneo con gravissimi danni non solo alla fauna e alla flora ma anche e soprattutto alla salute dell’uomo , fruitore ultimo del patrimonio marino.

I dati mostrati nel convegno lasciano presagire che il sottosuolo marino mediterraneo non sarebbe così ricco di idrocarburi come vogliono farci credere.

Si stima addirittura che si tratti di circa 10 mila migliaia di tonnellate di petrolio, quantità piuttosto irrisoria a fronte dell’invasività degli strumenti utilizzati per la relativa estrazione.

La domanda che ci siamo posti è: è davvero così fondamentale pregiudicare una delle ricchezze più grandi del Meridione e dell’Italia in genere per ottenere una così irrisoria quantità di georisorse che basterebbe appena per qualche mese?

Ebbene, i grafici di seguito possono rendere di immediata evidenza le ragioni delle preoccupazioni nutrite a riguardo:

trivelle1

Nella tabella si legge che il consumo medio di idrocarburi in un mese nel 2015 è pari a 4.982 migliaia di tonnellate, ossia la metà di quello che si suppone ci sia in tutto il Mar Mediterraneo.

Conclusioni simili possono essere raggiunte anche considerando i dati raccolti dal Mise e pubblicati dall’Unione Petrolifera Italiana:

trivelle2

trivelle3

A fronte di questi dati incontrovertibili, risulta d’uopo procedere con un bilanciamento di interessi: da un lato , l’interesse (prettamente economico e speculativo) di estrarre una presunta quantità X di idrocarburi dal Mar Mediterraneo; dall’altro, quello di indubbia rilevanza economica, sociale e biologica di salvaguardare i nostri mari.

In particolare, tra i relatori riconosciamo Rosella Cerra, responsabile Ambiente di UM per la Calabria ed autrice di diverse osservazioni contro le istanze di ricerca nel mar Ionio, la quale ha rimarcato che la necessità di continuare l’azione di informazione fra la popolazione perché è ingiustificata sia l’attività di ricerca che quella di estrazione stando ai dati della Direzione Generale delle Risorse Minerarie ed Energetiche .

Quanto asserito dalla nostra Rosella risulta poi condiviso da personalità come Gianni Pavan, membro del gruppo di lavoro internazionale che ha steso le linee guida ACCOBAMS (Agreement on the Conservation of Cetaceans in the Black Sea, Mediterranean Sea) che attualmente sono in fase di aggiornamento, direttore del CIBRA (Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali) dell’Università di Pavia; Salvatore Critelli , ordinario di geologia all’Unical il quale ha, peraltro, preso parte nel 2005 al gruppo di lavoro che, a bordo della nave Explora dell’Istituto Nazionale di Oceonografia e Geologia Sperimentale, ha scandagliato i fondali del crotonese alla ricerca di faglie e vulcani sottomarini.

Accanto a tali esperti, ci sono poi coloro che del mare ci vivono come pescatori professionisti i quali temono che da tali trivellazioni possano derivare seri danni all’equilibrio della flora e fauna marina con effetti incontrollabili ed irreversibili.

La Calabria, come si nota dal convegno tenutosi, è particolarmente attenta a tale tema caldo tanto che ha intrapreso svariate azioni rivolte alla salvaguardia del nostro mare e territorio, dall’impugnazione del famoso articolo 38 dello sblocca Italia che svuota di valore e significato i ruoli stessi della regione in materia energetica, fino alla recentissima delibera di indizione del refendum “no-triv”  (ad oggi dieci sono le regioni firmatarie).

Per questa ragione , si auspica di porre tale tematica al centro del dibattito pubblico per dare una buona volta rilevanza alle ricchezze che il nostro territorio offre invece che limitarsi a depredarlo in maniera vile e senza senso.

Alitalia, incazzatura a tre colori

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di Pierluigi Peperoni

L’immagine che vi mostro di seguito è stata una delle più condivise su Facebook nelle ultime ore.

tariffe alitalia

Si tratta di una semplice tabella riepilogativa dei costi dei voli Alitalia da Milano verso alcune località nazionali ed internazionali, che evidenzia la sproporzione del costo dei voli per Reggio Calabria rispetto a quelli diretti verso altre mete.

La risposta dei social media manager della ex compagnia di bandiera italiana è di circostanza, ma l’effetto virale è stato dirompente ed in breve sono iniziati a fioccare i commenti al post pubblicato inizialmente da Tonino Sanfedele.

Alcuni commenti sono particolarmente interessanti come quello di Chiara che afferma: <<controllo il vostro sito quotidianamente dal mese di Ottobre ed i prezzi sono sempre stati superiori ai 200€ sola andata. Cosa intendi per “prenotare con anticipo”? E cosa per “soluzioni più economiche”?>> oppure quello di Antonino che suggerisce di non protestare <<altrimenti ci tolgono anche questo volo nonostante sia sempre pieno!>>.

Alitalia (controllata al 49% dalla società araba Etihad Airways) è a tutti gli effetti una compagnia privata. Inutile recriminare sul fatto che approfitti del proprio vantaggio competitivo di essere monopolista di fatto della tratta Milano – Reggio Calabria. Non è più la compagnia di bandiera italiana e quindi non ha alcun obbligo nei confronti dei cittadini. Se ha una posizione di dominio su un mercato è giusto che realizzi il maggior profitto possibile. Si tratta delle normali leggi di mercato.

Quello che forse non tutti sanno è che la libertà di circolazione è sancita in Italia dalla Costituzione italiana (Art. 16) e in Europa nella Carta dei diritti dell’Unione europea (Art. II-105).

Ora chiediamoci come mai i voli verso le altre destinazioni italiane hanno costi tanto inferiori rispetto a quelli per Reggio Calabria. Le ragioni sono principalmente due:

  • Alitalia ha dei concorrenti sulle stesse tratte;
  • esistono dei mercati alternativi, come quello ferroviario o autostradale che tendono a livellare verso il basso il costo dei voli.

E allora mi incazzo, divento verde di bile se penso al diritto calpestato degli studenti calabresi a poter tornare a casa per Natale, ai tanti che lavorano fuori e devono spendere mezzo stipendio solo per poter tornare a casa ad abbracciare i propri parenti per qualche giorno.

Sbianco di fronte alla pochezza dei nostri amministratori, incapaci di fornire collegamenti di livello europeo a 20 milioni di cittadini meridionali, pur avendone la possibilità. Sbianco se penso che questa gente ha in mano il nostro futuro.

Divento rosso di rabbia se penso che la stessa Alitalia è stata salvata con i soldi di tutti i contribuenti italiani, di ogni latitudine e ceto sociale.

Tre colori, come il logo della stessa Alitalia, una degna compagnia di bandiera di questa italiella.

Corsica, Catalogna e…Napoli: se identità e autonomia fanno vincere le elezioni

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di Mattia Di Gennaro

In Corsica hanno vinto gli autonomisti di “Pe’ a Corsica”, lista elettorale nata dalla fusione del partito nazionalista “Femu a Corsica” con gli indipendentisti di “Corsica Libera”. “E’ la vittoria della Corsica e di tutti i corsi” ha dichiarato il leader dei nazionalisti Gilles Simeoni che ha pensato fosse opportuno creare una federazione tra le forse autonomiste, indipendentiste e identariste per lanciare l’attacco al governo della regione. E ha avuto ragione.

Simeoni e il leader di “Corsica Libera”, Jean-Guy Talamoni, si sono messi alle spalle decenni di conflitti fratricidi riservando la carica critica ai partiti nazionali e scrivendo un programma di governo credibile, condiviso e pragmatico con l’obiettivo di fare della Corsica una regione a statuto speciale o, addirittura, un nuovo stato indipendente nel più breve tempo possibile.

“Governeremo per tutti i cittadini dell’Isola, anche per chi non ci ha votato” ha dichiarato Simeoni, già sindaco di Bastia, tra le principali città corse, che da governatore ha gia chiaro quali siano i temi prioritari a cui lavorare fin da subito: infrastrutture e trasporti all’interno dell’Isola e tra l’Isola e il Continente; la messa in opera di un piano di rilancio e sviluppo economico e sociale; la piena unità amministrativa tra il Nord e il Sud dell’Isola, presupposto per lo snellimento e il miglioramento dei processi burocratici e normativi.

I corsi, tuttavia, non sono stati l’unico popolo di Francia che ha voluto legittimare alle urne la propria identità e il proprio status di nazione. La lista “Oui la Bretagne” – in Bretagna, appunto – ha cercato di federare le forze regionaliste locali sotto la guida di Christian Trodec, sindaco di Carhaix, cuore culturale e politico della regione bretone. La lista, purtroppo, non potrà contare su alcun rappresentante nella prossima assemblea regionale; tuttavia, la stessa coalizione bretone ha raggiunto e superato il 10% in molte località, arrivando ad essere in alcuni centri la prima forza politica.

Programma politico improntato sull’identità e l’autonomia politica e finanziaria, superamento degli interessi dei singoli per perpetrare più generali interessi comuni, guida politica già legittimata politicamente, unità: questi sembrano essere stati gli ingredienti per il successo delle forze autonomiste alle urne corse e per il buon risultato a quelle bretoni, dove, se gli autonomisti non hanno avuto una vittoria nell’immediato, avranno sicuramente da raccogliere nelle prossime votazioni i frutti del loro lavoro politico.

In questo contesto, dunque, sembra quasi che più lo Stato cerchi di accentrare poteri e prerogative, togliendole alle istituzioni locali, più i popoli rispondono con una voglia di maggiore autonomia. Il caso storico ed eclatante è quello della Catalogna, che lo scorso settembre ha rinnovato il mandato di “Presidente della Generalitat” ad Artur Mas, leader storico dell’indipendentismo catalano, che è riuscito con la sua coalizione “Junts per Si” ad ottenere la maggioranza. Come vi abbiamo già raccontato, “Junts pel Si” rappresenta il paradigma delle unioni di scopo, giacchè è arrivata a mettere d’accordo forze catalane di destra e di sinistra in nome dell’interesse superiore dell’indipendenza da Madrid.

Il processo, ormai, è segnato: a un’Europa di Stati si sta affermando sempre più un modello di Europa di Nazioni, con popoli diversi per lingua e cultura impegnati nella cooperazione civile ed economica, in cui nessuno debba più sentirsi periferia, ma in cui tutti possano sentirsi al centro della vita civile e politica. Questo hanno detto le urne in Corsica, in Catalogna ma anche in Scozia e in sempre più regioni d’Europa. E le forze regionaliste, autonomiste e indipendentiste di questi territori lo hanno capito: si vince se ci si unisce, ossia se si antepongono gli interessi generali di chi si vuole rappresentare alle bramosie e gli interessi personali.

L’esperienza della lista civica “MO!” alle scorse regionali in Campania si inserisce perfettamente in questo processo, laddove il movimento promotore, Unione Mediterranea, propose a singoli e ad altre forze meridionaliste di presentare insieme un programma scritto con il contributo degli attivisti e dei cittadini comuni, improntato alla riscossa del Mezzogiorno. Resta, al di là del risultato, un avvenimento di portata storica, giacchè mai in un elezione regionale si era potuto votare per una lista a vocazione meridionalista e indipendente dalla partitocrazia italiana.

Lo stesso disegno di legge popolare “NA – Napoli Autonoma” va verso la stessa direzione: dotare di autonomia amministrativa e finanziaria il territorio dove risiede un popolo – nella fattispecie quello partenopeo – che a buon grado può riconoscersi nazione, posta in essere grazie alla rinuncia dei trasferimenti dallo Stato centrale in cambio della trattenuta di buona parte delle imposte prodotte dai residenti.

Questi sono solo i primi passi, sebbene siano dei passi importanti. Dopotutto, era il 1769 quando le milizie di Pasquale Paoli, presidente della Repubblica Corsa, cadde sotto i colpi dell’esercito del Re di Francia nella battaglia di Ponte Nuovo, mettendo fine all’indipendenza corsa. Pasquale Paoli, eroe nazionale corso, che si formò militarmente e intellettualmente a Napoli – culla dell’Illuminismo – per il quale Regno combatté valorosamente e da cui partì nel 1755 per fondare la Repubblica indipendente, che 247 anni dopo la sua fine sembra, finalmente, tornare realtà.

‘Perché sei restato a Napoli?’

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di Salvatore Legnante

Maurizio De Giovanni, nel corso della presentazione del suo ultimo romanzo, Cuccioli, sabato 12 dicembre a Casoria (NA), ha raccontato lo stupore che lo ha colpito quando ha ricevuto questa domanda da una giornalista del Corriere della Sera.

In genere, ha detto De Giovanni, ci si chiede perché uno ha lasciato la propria città, non perché è rimasto. In genere. Non in Italia, non al Sud. L’innocente domanda della giornalista del Corriere, infatti, altro non è che una proiezione di quel ‘colonialismo introiettato’ di cui è pervaso l’establishment culturale – ma non solo – italiano.

Chiedere ad un napoletano di successo, quale è De Giovanni, uno degli scrittori più letti e tradotti,  chiedergli perché non è andato via dalla sua terra, da Napoli, rispecchia la visione che l’Italia ha del Mezzogiorno: una terra da cui fuggire. Una terra ostile al talento. Una terra da cui disinvestire in cultura e alta formazione. E’ la visione che i vari governi succedutisi soprattutto negli ultimi venti anni hanno impresso alla nostra terra, con le loro politiche improntate a disincentivare il diritto allo studio al Sud, coi vari tagli alle università meridionali.

Una politica che tenta in ogni modo di anticipare il momento della fuga dal Sud: ci dicono, con atti e fatti concreti, che è inutile restare qui, che l’Italia ha abbandonato il mezzogiorno, che qui al massimo ci si può tornare a trovare i parenti, una volta al mese, ma se ci vogliamo ‘realizzare’ dobbiamo andare altrove. Dobbiamo prendere un treno ad alta velocità, che infatti collega il Bel Paese soltanto lungo la direttrice Sud – Nord, e non in senso inverso, e dobbiamo andare a studiare in una delle università settentrionali, più funzionali e più aiutate dallo Stato, perché è lì, a Milano, Torino e Bologna che c’è speranza di futuro.

Anticipiamo la partenza, sembra dirci l’Italia. Anticipiamo lo spaesamento, lo sradicamento, abbandoniamo una terra abbandonata dallo Stato, troppo preso da altro per pensare al Mezzogiorno, un problema, anzi, un fastidio, presente nel dibattito politico italiano soltanto un paio di settimane all’anno, dopo il rapporto Svimez a cui seguono sempre promesse di impegno, che si rivelano poi solito fumo negli occhi. Ultimo esempio, il Masterplan per il Sud, annunciato in pompa magna dal governo Renzi, non meno leghista, de facto, dei governi che vedevano al loro interno ministri in camicia verde.

Oggi una forza politica meridionalista deve seguire innanzitutto due strade: opporsi ‘ideologicamente’ a questo abito mentale che vuole il Mezzogiorno terra da cui fuggire, appena possibile,  e lottare ‘concretamente’ per invertire la rotta, contro atti, leggi e disegni che vanno nella direzione indicata, quella dello spostamento coatto da Sud verso Nord.

E’ una battaglia durissima, quella contro il ‘colonialismo introiettato’. Perché non coinvolge soltanto la politica, ma tutto il sistema di potere di un Paese abituato a pensare a Nord e da Nord.

E’ una battaglia di resilienza, una battaglia controcorrente. Convincere i giovani a provare a restare qui, invece di immaginarsi altrove come gli impongono tutti.

E’ un lungo cammino, in salita, su un sentiero aspro. Ma è l’unico cammino che vale la pena di percorrere.

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