Author Archives: Andrea Melluso

Il treno Palermo – Siracusa: simbolo di una rete fantasma al sud

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di Eleonora Greco

Si è parlato tanto del tema “trasporti al sud”, di collegamenti e treni fantasma, specie in Sicilia. Ora la novità: un treno diretto da Palermo a Siracusa.

Lo annunciò Trenitalia nei mesi scorsi e pare che il progetto abbia preso forma. La Sicilia potrà finalmente collegare la zona sud orientale alla zona occidentale. Ma ciò non basta a placare la mancanza di collegamenti capillari per l’intera isola. I riflettori si accendono su una realtà emarginata e abbandonata: totale assenza di investimenti, continui tagli ai treni a lunga percorrenza, ritardi, soppressioni. E pare, da voci di corridoio, che i treni utilizzati per la nuova tratta siano scarti del nord.

Per il sistema politico tutto ciò è normale! Chi viaggia, però, gli occhi chiusi non può tenerli. E al Sud succede di tutto: dal biglietto per un intercity che poi sarà un regionale ai treni alimentati ancora a gasolio. Eppure nessuno, dall’ “alto”, si impegna a salvaguardare le linee ferroviarie che col passare degli anni sono state ridotte da e per il meridione. Persino il CEF (Connecting Europe Facility), che avrebbe potuto potenziare i servizi, non l’ha fatto! Ha preferito collocare i 7 miliardi di euro previsti per il trasporto ferroviario al Sud in progetti da Roma in su. Il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Graziano Delrio ha inaugurato da circa due mesi i lavori per la tratta ad alta capacità tra Napoli e Bari (da non confondere con l’alta velocità). Lavori che si concluderanno nel 2025. Altri 10 anni per collegare le due principali città del Sud continentale con tempi di percorrenza penosi. L’alta velocità qui da noi ha solo la funzione di esportare i nostri cervelli al nord.

Una vera e propria vergogna “all’italiana” che condiziona lo sviluppo economico e sociale. Basta dare un’occhiata al TAV e alla rete ferroviaria in Europa per capire che il Mezzogiorno, la zona a più alta concentrazione di patrimoni culturali, è isolato dal resto del mondo. Creare una rete di autostrade, ferrovie, aeroporti ben collegata costituirebbe un requisito fondamentale per lo sviluppo di una solida economia meridionale.

I diritti negati: la nostra visione Mediterranea

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La nostra amata terra è da tempo un luogo con diritti limitati, ma di quali diritti stiamo parlando? Parliamo forse del diritto a lamentarsi? O del diritto di addossare tutte le colpe del declino al saccheggio del Nord o dell’Europa?

Chi ha condiviso il percorso politico di Unione Mediterranea, della lista di scopo Terra Nostra e della lista civica MO trova ovvio che la risposta alle domande poste sopra sia “no”. Il dibattito sui diritti che rivendichiamo guarda oltre i confini del Sud Italia e può trovare alleati e spunti di riflessione in tutte le aree – dell’Europa e del mondo – dove l’autodeterminazione dei popoli e degli individui si scontra con la cieca arroganza delle istituzioni nazionali e sovranazionali.

I diritti, peraltro, non sono un concetto immutabile ma camminano e si arricchiscono con la storia umana, al punto che sono state individuate cinque generazioni di diritti umani, divise secondo una prospettiva di carattere storico. Senza volere assegnare un ordine di preferenza,  ecco come si può collocare rispetto a essi il pensiero meridionalista contemporaneo.

Prima generazione: I diritti civili e politici

Questa prima generazione di diritti è elaborata durante il “secolo dei Lumi” proprio a Napoli e per essere formalizzata a Parigi – sia pure in una versione più liberista e meno sociale, rispetto alle originali idee dei pensatori napoletani –  nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. I principali diritti sanciti da questo documento sono il diritto alla vita e all’integrità fisica, alla libertà di pensiero, di religione, di espressione, di associazione, alla partecipazione politica, all’elettorato attivo e passivo. Allo stesso tempo, nella stessa Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, si affermano i principi di uguaglianza, di proprietà e di resistenza all’oppressione; parallelamente si formula il principio di sovranità, individuando nella Nazione l’organizzazione a cui spetta il dovere di tutelare i cittadini e la loro disponibilità di fruire dei diritti elencati.

Tali diritti, a partire da quello alla rappresentanza, sono stati non di rado calpestati nel Mezzogiorno fino alle umilianti elezioni del 2013. In tutto il Sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il principale partito italiano, che pure ama definirsi democratico, ha imposto ai meridionali dei capilista non espressione del territorio (Guglielmo Epifani in Campania 1, Enrico Letta in Campania 2, Rosi Bindi in Calabria, Angela Finocchiaro in Puglia e così via). Una possibilità consentita dalla legge elettorale dell’epoca, chiamata non a caso Porcellum, cancellata dalla Corte costituzionale il 4 dicembre 2013 ma riproposta nella parte che indica 100 “capilista bloccati” nell’Italicum approvato il 4 maggio 2015.

L’accettazione forzata dell’ordine di preferenza scelto dalle gerarchie dei partiti ha rappresentato già la negazione di un diritto per tutti gli elettori italiani: il diritto di scegliere un candidato, la sua storia politica o magari anche solo la sua condotta etica e sociale. Se poi si tiene in debito conto il fatto che i partiti nazionali vedono i loro equilibri economici interni indiscutibilmente molto più spostati verso l’asse Roma-Firenze-Milano-Genova-Torino che non verso il Sud della penisola, si ottiene una negazione del diritto all’elettorato molto più critica a Sud che a Nord.

Il diritto di voto può essere compresso, inoltre, con regole che limitano la scelta, con soglie di sbarramento diverse a seconda se ci si allei o meno al potente di turno. Proprio in Campania – grazie alla pronta mobilitazione della lista MO – è stata fermata una manovra di palazzo per alzare a pochi mesi dalla consultazione elettorale la soglia di sbarramento dal 3 al 10%. E – attenzione! – la soglia del 10% valeva per chi non aveva alleati mentre la stessa soglia spariva per le liste di complemento dei partiti più forti.

Ma c’è anche un altro modo, più subdolo, per comprimere il diritto di voto. E’ diffondere la cultura dell’antipolitica, affermare che nessun voto è utile anzi che votare sia dannoso. La politica, si afferma, è una cosa sporca e quindi è meglio tenersene alla larga. Un modo per consentire ai trafficanti di consenso di ottenere i risultati di un tempo limitando il voto d’opinione. Secondo la lista civica MO, la politica è un’arte nobile che non può essere lasciata nelle mani di persone con interessi non confessabili. La politica o la fai o la subisci.

Oggi che gli elettori meridionali chiedono il diritto di esercitare il proprio voto senza doversi piegare ai giochi di poltrone nazionali, il meridionalismo rappresenta una scelta di metodo coerente con la battaglia per una rappresentanza autentica. L’opzione di metodo che ne deriva è la presentazione di una lista che non debba condividere piani e risorse con i potentati nazionali, pronti ancora una volta ad asservire la gestione del territorio campano alla dinamiche di scambio elettorale che da decenni stanno svuotando di contenuti le istituzioni nazionali.

Seconda generazione: i diritti economici, sociali e culturali

La seconda generazione di diritti, pur presente in nuce nelle originali elaborazioni degli illuministi napoletani, trova applicazione dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e ottiene i suoi principali riferimenti normativi nelle carte costituzionali dei paesi europei, inclusa la Costituzione della Repubblica Italiana che, secondo molti giuristi di spessore, rappresenta uno dei documenti più avanzati al mondo in tema di tutele per la cittadinanza. I diritti affermati come prioritari includerebbero il diritto alla  tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni, all’abitazione, alle cure sanitarie, all’istruzione, al benessere sociale e alle indennità di disoccupazione. La differenza fondamentale i diritti di prima generazione e quelli di seconda sta nel fatto che i primi impongono agli stati sovrani l’obbligo di astenersi dal porre in essere attività che ledano i cittadini o i loro interessi, mentre i secondi impongono allo stato sovrano, in quanto ente di gestione di risorse, di agire per consentire ai cittadini il completo sviluppo della propria personalità e la tutela del loro benessere anche e se si vuole soprattutto se vivono in territori con minore sviluppo economico. Il Mezzogiorno era esplicitamente citato nella Costituzione del 1948 all’articolo 119 (“per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”) per poi esserne espunto con la riforma del 2001, scritta dal centrosinistra per compiacere la Lega Nord.

Le questioni più spinose in tema di diritti sociali non nascono solo dai diversi approcci politici a tanti concetti chiave dello Stato sociale, come, ad esempio: ammortizzatori sociali, sanità pubblica, merito, eccetera. Molte delle dispute più accese trovano la loro ragion d’essere sui criteri politici e geografici con cui vengono distribuite le risorse economiche in condizioni di scarsità dei fondi nazionali. Ha destato scalpore il criterio utilizzato dal governo per determinare il “fabbisogno standard” dei servizi sociali a livello comunale. Il Governo e il Parlamento della Repubblica Italiana hanno deciso deliberatamente che nei luoghi in cui la spesa sociale per istruzione e asili nido era più bassa, andava confermata la spesa storica per evitare di affrontare il tema di un riequilibrio con le aree del Paese dove quei servizi sono invece storicamente presenti in abbondanza. I tagli che questo approccio così barbaro ha apportato nel 2015 alle già limitatissime risorse disponibili negli enti locali più poveri del meridione avranno conseguenze gravi per l’uguaglianza sostanziale dei cittadini di tutta la penisola.

La Costituzione in vigore è sistematicamente violata nelle parti di diretto interesse del Mezzogiorno. Si prendano due commi dell’articolo 119, il terzo e il quarto: “La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante” e “Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni pubbliche loro attribuite”. Per Province, Città metropolitane e Comuni tale fondo perequativo non è mai stato istituito: al suo posto per i municipi c’è un fondo di solidarietà comunale che toglie ad alcuni comuni per dare ad altri alimentando una guerra tra territori che la Costituzione saggiamente non prevede ma che governanti cinici hanno alimentato. Nel 2015, addirittura, lo Stato ha attinto al fondo di solidarietà comunale: cioè, invece di istituire la perequazione, ha effettuato un prelievo da Comuni a favore di se stesso!

Lo Stato è anche venuto meno a un suo preciso dovere, indicato nell’articolo 117, lettera m, della Carta e cioè la “determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Non indicare, per esempio, qual è lo standard di civiltà e servizi sociali in materie come l’istruzione e i trasporti impedisce la corretta distribuzione delle risorse pubbliche.

Quello che emerge dalle statistiche sulla redistribuzione delle risorse su scala nazionale  è ancora più scioccante: nel 2013 il Sud Italia ha contribuito al gettito fiscale nazionale per il 24% ed ha ricevuto servizi il cui valore complessivo è inferiore al 21%, nonostante al Sud risieda circa il 34% dei cittadini italiani e il 41% dei giovani intorno ai 20-25 anni! Inoltre, questo è accaduto nonostante la palese presenza nelle regioni del sud di ostacoli ben più consistenti allo sviluppo di attività economiche e sociali rispetto al Centro-Nord.

Analoga deformazione negli interventi per l’economia del territorio è emersa con la pubblicazione degli 83 progetti presentati dall’Italia a Bruxelles per investimenti nelle infrastrutture da realizzare entro il 2020. Su 7.009 milioni di importo complessivo, appena 4 milioni fanno riferimento al Mezzogiorno. Una scelta politica che è anche un segnale a chi investe, a chi studia, a chi fa non progetto di vita: spostatevi dove lo Stato orienta i suoi progetti.

È senza dubbio fuorviante pensare che il Sud abbia come unica possibilità di sviluppo sociale quella di beneficiare indiscriminatamente di fondi statali addizionali distribuiti a pioggia: la malversazione di fondi pubblici e l’infiltrazione di numerose organizzazione  criminali negli apparati di potere delle istituzioni locali rappresentano, in questo senso, un forte deterrente. Tuttavia, proprio per le difficoltà sopra esposte, è più che lecito affermare che i cittadini del meridione hanno  tutto il diritto di rivendicare l’elaborazione di criteri di distribuzione delle risorse statali equi, trasparenti e basati sul fatto che paralizzare la spesa sociale in una parte del paese significa penalizzarlo tutto. Sacrificare la cittadinanza attiva del sud sull’altare che la Lega Nord ha eretto alla presunta superiore efficacia della spesa pubblica in terra padana, significa negare tutti i diritti sociali a cui la Costituzione impone di dedicare attenzione e fondi. E significa anche fingere di non vedere gli scandali che hanno colpito tutte le aree d’Italia, da Tangentopoli al Mose, dalla sanità lombarda al Montepaschi, dalle mutande verdi in Piemonte. Non è un caso che nella scorsa tornata elettorale solo sette regioni a statuto ordinario su quindici siano andate al voto a scadenza naturale, con il ritmo ogni 5 anni avviato nel 1970, ma all’appello mancano regioni che si autodefiniscono modello d’efficienza come la Lombardia, l’Emilia Romagna e il Piemonte, tutte sciolte perché sommerse da scandali.

Di fronte ai danni ed alle beffe ricevuti dall’apparato della Pubblica Amministrazione della Repubblica Italiana, il meridionalismo non può che porsi come la scelta di un metodo di politica fiscale basato sul federalismo fiscale efficiente e solidale. Infine, non si può pensare a scendere nel merito delle questioni sociali, da meridionalisti, senza considerare i danni causati dallo sbilanciamento del sistema bancario ed assicurativo  a tutto vantaggio del Nord.

Terza generazione: i diritti di solidarietà

La definizione dei diritti di solidarietà si presenta alla ribalta mondiale verso la fine degli anni settanta, una fase storica in cui si iniziano ad accentuare i caratteri globali della rete di collegamenti e reciproche influenze tra i popoli di tutto il pianeta. Forse proprio per questo gli elementi individuati si presentano come diritti di tipo collettivo: i destinatari non sono i singoli individui, ma i popoli. Ecco quindi che si parla di diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’uguaglianza tra i generi, alla pace, allo sviluppo, all’equilibrio ecologico, al controllo delle risorse nazionali, alla tutela dell’infanzia.

In molti hanno provato a chiudere il pensiero meridionalista tra gli angoli soffocanti di una connotazione puramente geografica. Con un’operazione poco onesta dal punto di vista intellettuale, alcuni di questi hanno provato addirittura ad affermare che definirsi meridionalisti significa negare la portata mondiale di alcuni diritti universali, facendo prevalere la difesa delle proprie specificità territoriali su quelle del resto della nazione o del pianeta. Non serve scendere nel merito di critiche tanto insensate quanto mal strutturate. È  sufficiente scorrere con lo sguardo la lista, peraltro non esaustiva, dei diritti menzionati come diritti di solidarietà per accorgersi dell’immensa portata delle tematiche coinvolte e dell’impossibilità per una sola nazione, una sola dottrina politica, una sola visione del mondo, di poterle coinvolgere tutte.

Il meridionalismo si colloca a pieno titolo tra le idee politiche che cercano una selezione delle possibilità locali di intervenire in difesa del più ampio concetto di diritti di solidarietà. Il meridionalismo si propone il riconoscimento dell’identità culturale del Sud dell’Italia per esempio attraverso la tutela delle svariate identità linguistiche che lo caratterizzano. Ciò avviene nella pratica politica e sociale perseguendo senza tregua il rispetto e la contaminazione con le altre culture presenti nel mondo. La selezione delle possibilità di azione più direttamente attuabili sul territorio del meridione di Italia non esclude, ma anzi moltiplica, la possibilità di divenire parte di reti sovranazionali per la tutela di diritti che sono globali per definizione, come i diritti di solidarietà.

Un esempio efficace di quanto può influire l’impegno locale sui meccanismi globali ci viene offerto proprio dal tema della tutela ambientale. Anche se non è stato ancora definitivamente codificato, riceve crescenti consensi il riconoscimento del diritto delle nuove generazioni che popoleranno il pianeta a usufruire dello stesso patrimonio naturale di cui disponiamo oggi, in termini di risorse naturali e di biodiversità. Le principali organizzazioni internazionali sono concordi sul fatto che per raggiungere l’obbiettivo della piena sostenibilità ambientale dovranno essere drasticamente ridotte le emissioni di CO2 e l’impiego di fonti di produzione di energia da risorse non rinnovabili.

Quarta e Quinta generazione: i diritti tecnologici e di comunicazione

Le ultime due generazioni di diritti hanno fatto la loro apparizione insieme all’evoluzione delle tecnologie di più recente introduzione, come quelle legate alla bioetica ed alla diffusione di internet. Queste generazioni vengono fuse spesso nella definizione di “diritti emergenti”, che sottolinea adeguatamente i limiti ancora incerti delle aree meritevoli di tutela giuridica e degli strumenti necessari a rendere effettiva la protezione dei cittadini. I diritti tecnologici includono principalmente il diritto alla tutela della proprietà intellettuale, i diritti relativi al campo delle manipolazioni genetiche, il diritto alla privacy e tanti altri che stanno emergendo  insieme con l’evoluzione delle tecnologie e con la loro invadenza negli spazi di autodeterminazione delle libertà individuale. Benché definibili anch’essi come “emergenti” in quanto non ancora formalizzati in modo completo, I diritti di quinta generazione si differenziano da quelli di quarta generazione perché, oltre all’aspetto di tutela delle possibilità di azione dei cittadini, coinvolgono anche la tutela del diritto di formazione dei cittadini. Si pensi, ad esempio, al diritto a formare la propria coscienza individuale, sociale e politica in modo libero, senza subire manipolazioni mediatiche; oppure al diritto a ricevere un’educazione di genere che non vada a minare le possibilità di autodeterminazione sessuale, o anche al diritto ad accedere ad informazioni rilevanti per le scelte politiche di un paese, come quelle emerse dal caso wikileaks, che i servizi di informazione internazionali tendono ad occultare nell’interesse delle classi dirigenti e del ceto politico internazionale.

Il compito di individuare i diritti emergenti e le tutele necessarie è già abbastanza arduo per gli studiosi di diritto di tutto il mondo, quindi di certo non sarà facile elaborare delle linee guida chiare per chi sta già facendo fatica a difendere i propri territori dalle speculazioni mediatiche, criminali e politiche come hanno fatto i meridionalisti di ogni epoca. Però lo sforzo di provarci non è affatto inutile, fosse anche solo per rompere il cerchio del colpevole silenzio che circonda le nostre eccellenze o per ridurre la sovraesposizione mediatica dei fallimenti delle nostre amministrazioni.

Se vogliamo che i media nazionali tutelino il diritto degli italiani tutti a formare la propria opinione sul Sud Italia senza passare per il “lavaggio del cervello” orchestrato dalla Lega Nord e da tanti altri partiti xenofobi ed antimeridionalisti, paradossalmente la nostra unica opzione è il meridionalismo. Ancora, se le imprese campane vogliono attrarre i finanziamenti ed i consumatori del Nord Italia, l’opzione di metodo necessaria è quella di una controinformazione meridionalista sulle nostre eccellenze agroalimentari, sulle strategie produttive che hanno consentito a molte di imprese campane di sottrarsi ai ricatti delle organizzazioni criminali, sull’altissimo livello dei nostri artigiani, sulle nostre bellezze storiche e paesaggistiche. Tra le caratteristiche che a ragione ci possono rendere fieri di essere meridionali c’è la possibilità di scoprire meraviglie nascoste nelle città, nelle campagne ed addirittura nel sottosuolo del nostro amato Sud. Di pari passo, tra i motivi di indignazione più forti non si può non menzionare la costante allusione ai temi dell’illegalità e del malaffare che domina nei media ogni volta che l’obiettivo delle telecamere si affaccia a cercare qualche scoop nel meridione, come se le stesse dinamiche non esistessero nelle altre regioni d’Italia. Se è quasi superfluo notare che i principali media nazionali appartengono a grandi gruppi industriali del Nord o allo Stato Italiano, che di questi gruppi è ostaggio, non è per niente scontato che a Milano possa scoppiare tanto uno scandalo come la settimana della moda, mentre Napoli balza alla ribalta quasi solo per fatti di camorra o di corruzione.

Spesso per convenienza, qualche volta per scelta politica, l’invadenza dei media nazionali e la loro soggezione alle linee guida dettate da forze antimeridionaliste giunge addirittura a manipolare le fonti di informazione. Molti esempi si trovano sulla rete e degli esperti meridionalisti di comunicazione hanno già contribuito a smascherarli, denunciando molti blogger la cui vera natura è quella di servi del ceto politico nazionale. Paradossalmente, la necessità di dotarci di strumenti di informazione e controinformazione propri, ad oggi, sembra l’unica possibilità per i meridionalisti al fine di tutelare il diritto ad un informazione autentica degli italiani del nord e dei cittadini del mondo. Ancora una volta il meridionalismo  va nel senso opposto a quello del campanilismo leghista e del particolarismo culturale. Ancora una volta il meridionalismo si propone come l’unica risposta possibile nel nostro territorio a una domanda politica globale: il diritto di autodeterminazione delle coscienze, prima ancora che delle scelte politiche.

Platì (e la locride) ancora una volta preso di mira. Stavolta alla Leoponda, da Renzi!

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di Giuseppe Mammoliti

Renzi afferma che a Platì, negli ultimi 10 anni, due amministrazioni sono state sciolte, aggiungendo che sono stati uccisi degli amministratori.

Non ho buona memoria e non saprei se le amministrazioni sciolte siano una o più di una. Forse nell’ultima tornata elettorale non si sono presentate liste o non si è raggiunto il quorum, ma non mi risulta che in questi ultimi anni siano stati uccisi degli amministratori. Io non sono il presidente del consiglio e credo che un mio errore nel riportare fatti e circostanze abbia una risonanza infinitamente minore delle dichiarazioni di un “premier”.

Questo è servito a Renzi per presentare una ragazza, militante del pd, che sfidando tutto e tutti vorrebbe “immolarsi” per il bene di Platì candidandosi a sindaco di questo nostro bistrattato, vituperato e dimenticato (quando c’è da assegnare dei finanziamenti) paese della Locride.

Sui facili scioglimenti per “infiltrazioni mafiose” e altre accuse del genere, non contemplate neanche nel codice penale, ormai si è detto tanto, pro e contro, eppure nulla cambia, nulla viene fatto, men che meno dal comitato dei sindaci della Locride. Questo organismo dovrebbe prendere una posizione chiara e determinata, uscire con una sola voce e dire al resto d’Italia in quali condizioni versa l’economia del Paese, di fatto ferma a 60 anni fa. Dovrebbe dire come le leggi del governo italiano stanno distruggendo anche quel poco che esiste in campo agricolo. La mancanza quasi totale di collegamenti stradali, ferroviari, aeroportuali e portuali, impediscono persino di ipotizzare una qualsiasi idea di sviluppo. Un territorio che ad ogni evento alluvionale si sgretola progressivamente. E’ così che si evidenziano le carenze strutturali della Locride e del meridione in genere, un’area paragonabile a qualche zona arretrata del Medio Oriente e non ad un pezzo di Europa.

I vari governi che si sono succeduti dal 1861 ad oggi non amano investire al Sud. Chi ha voglia di lavorare deve abbandonare la propria terra. Al Sud non si investe e non viene permesso di intraprendere (come auspicava un certo Brombini oltre un secolo fa), e per non investire si sono inventati un alibi: al sud non si investe perché i soldi vanno a finire nelle tasche dei mafiosi!

E allora non si dovrebbe investire in nessuna regione d’Italia! Non conosco, infatti, nessuna regione in cui il malaffare e i comitati affaristici non siano presenti. Prendiamo il caso di Venezia: la realizzazione del MOSE, opera costosissima quanto inutile, ha già inghiottito alcuni miliardi di euro senza che nessuno si sia scandalizzato più di tanto. Nessuno è finito in galera, tutto è stato messo a tacere. Eppure stiamo parlando di almeno 2 miliardi di euro! Ben 4.000 miliardi delle vecchie lire! SPARITI! SVANITI! Se una roba del genere fosse avvenuta al Sud avrebbero arrestato interi paesi e gettato via le chiavi! Ma al nord la mafia NON ESISTE per definizione e allora si continua a pompare denari sul MOSE per foraggiare le mafie del nord. Certo, sono mafie “più civili”, “meno rumorose”, insomma più eleganti. Non esiste lo stereotipo del tipo con “lupara & barritta”, ma i lupi del nord sono infinitamente più famelici e dannosi di qualsiasi altro fenomeno malavitoso. Sarà forse che attorno a quelle ricche tavole imbandite trovano posto i più grandi delinquenti d’Italia? I più grandi massoni, banchieri, politici di alto borgo, e uomini di chiesa porporati? Solo così si spiegherebbe l’assordante silenzio che avvolge gli affari delinquenziali del nord. Non si possono certo disturbare tutti codesti signori mentre banchettano… e allora?

E allora dirottiamo l’attenzione della nazione sul meridione! Paesi ormai semi o del tutto abbandonati, patrimoni edilizi per lo più fatiscenti, strutture urbane inesistenti, paesi dormitori senza speranza, senza avvenire che non ricevono dallo Stato nessun concreto aiuto, a parte qualche regalia giusto per far tacere i più riottosi. Un tantino, tanto per evitare sommosse popolari che potrebbero risultare sgradite ai signori del parlamento europeo.

Ma nessuno si sogna di finanziare una qualsiasi attività imprenditoriale di un certo respiro. Il massimo che ho visto proporre è qualche obsoleta centrale a carbone, rifiutata nel resto d’Italia. Il nord non vuole concorrenti! Vuole manodopera a basso costo che, con i continui sbarchi di un altro sud ancora più a sud di noi terroni, trova senza difficoltà alcuna. Ma pur non pesando sul bilancio statale e pur non gestendo risorse finanziarie degne di nota, i paesi del sud vengono additati come centri di malaffare e pozzi divora-soldi!
Ma quando mai!

Il signor “premier”, prima di parlare di realtà a lui sconosciute, è mai venuto a fare una visita a questi paesi dimenticati? Non credo! Dovrebbe venire e abitare per alcuni giorni o settimane e perché no, MESI, a Platì o a San Luca, o altrove nella Locride. Solo così potrebbe rendersi conto di quanto Stato ci sia nel Sud. Dovrebbe andare in giro per le strade provinciali, a tratti inesistenti, provare ad usare qualche “mezzo pubblico” per raggiungere i paesi vincitori o le grandi città del meridione e del resto d’Italia. Dovrebbe pure farsi venire un ictus o qualcosa del genere per valutare la qualità dell’assistenza medica offerta dalla sanità pubblica, oppure farsi un giro per le scuole e quant’altro di pubblico esiste ancora nella Locride.

Non sono andato a votare per eleggere il sindaco, né mai ci andrò! Almeno fino a quando lo Stato non avrà cambiato, in meglio, le regole del gioco. Nessuno andrà in galera con il mio voto!
Ho visto arrestare e condannare persone colpevoli di aver risposto ai cittadini, al telefono, con frasi del tipo: “stiamo lavorando per voi!” Roba che scritta dall’ANAS ai margini delle strade non scandalizza nessuno, ma che, se proferita da un amministratore ad un qualsiasi cittadino, ancorché in odor di mafia, diventa reato perseguibile! Si possono mandare persone serie, padri di famiglia ad amministrare i pochi averi di questi malandati comuni con il rischio di vederli portati via in manette per reati di “mafia”? Non con il mio voto! Non in mio nome!

Alla tanto intrepida ragazza che sogna chissà quale epopea salvifica del comune di Platì dico di non avere il minimo timore di venire a farsi eleggere. Forse riuscirà a farsi sentire meglio dei nostri abituali amministratori e ottenere quell’ascolto da parte dello stato finora negato agli autoctoni. Venisse pure, se non teme di vivere 5 anni in un centro in cui l’unico ritrovo è qualche bar, frequentato da alcuni amici della briscola, e il cinema più vicino è a circa 30 km. Di discoteche e roba simile non se ne parla, ma se è una amante della natura, dei grandi panorami, della montagna in genere, allora troverà ciò che cerca: il grande Aspromonte merita di essere visitato e valorizzato. Comunque dovrà prima riuscire a convincere i platiesi che lei ha una buona bacchetta magica o che comunque sia esperta in miracoli.
Auguri alla piddina intrepida, e che la forza sia con lei!

Il presidente Francesco Tassone a Napoli

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Il giudice Francesco Tassone sarà presente domani 13 Dicembre dalle ore 10.00 alle ore 13.00 in Via Toledo a Napoli, al gazebo del movimento meridionalista MO-Unione Mediterranea, di cui è Presidente, per promuovere “NA-Napoli Autonoma”, progetto di autonomia fiscale e politica della città di Napoli. Francesco Tassone, anima dei “Quaderni Calabresi”, attraverso il suo impegno ha contributo in maniera determinante al lavoro di crescita del sentimento di identità dei cittadini del Sud e da quasi mezzo secolo rappresenta la voce del “Movimento Meridionale” nato dalla collaborazione con lo scrittore meridionalista Nicola Zitara e dall’impegno sociale e politico profuso da un gruppo di intellettuali calabresi del “Circolo Salvemini” di Vibo Valentia.

Perché (non) pagare il Canone Rai

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di Roberta Zaccuri e Fabio Vitiello

Dieci rate da dieci euro ciascuna. È questa l’ultima novità introdotta in materia di “Canone Rai”, che, ormai pare certo, a partire dal 2016 verrà addebitato direttamente nella bolletta della luce di migliaia di italiani. Condizione per l’addebito automatico sarà l’aver attivato un contratto per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui è registrata la propria residenza anagrafica: sulla base di questi due presupposti lo Stato sarà autorizzato a presumere l’esistenza in casa di un apparecchio TV. Il che equivale a dire che, se il privato cittadino ritiene di non essere tenuto al pagamento del canone, dovrà essere lui ad attivarsi per dimostrare l’insussistenza di quei presupposti, mediante invio di un’autocertificazione a cui potrà seguire il controllo di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Quindi, in sostanza, a ciascuno di noi sarà automaticamente imposto il versamento di questi 100 euro, senza che lo Stato debba fare nulla per dimostrare che siamo effettivamente tenuti a farlo e basandosi sulla semplice presunzione dell’esistenza nelle nostre case di una TV – che, è appena il caso di ricordarlo, è un oggetto per il quale non esiste alcun registro dei beni, o elenco dei proprietari, nulla.

Ma su quali basi lo Stato pretende da noi questo pagamento?
Sul sito ufficiale della Rai (www.canone.rai.it) si legge che la Rai è concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, ed è quindi obbligata a trasmettere programmi di attualità, cultura e approfondimento, dovendo nel contempo attenersi a “rigorosi limiti di affollamento pubblicitario” (chi non se ne era accorto?); vengono poi elencate tutte le trasmissioni che alimentano questa ricca offerta e che giustificano la nostra contribuzione al servizio, e alla fine è citato anche “un nuovo Televideo”… Fanno sul serio??
Ma allora, direte voi, se questo pagamento è dovuto per un “servizio” offerto dalla Rai, sarà sufficiente chiederne l’oscuramento e rinunciare alla visione di tutti i loro numerosi canali culturali e del loro Televideo e usare la TV soltanto per le reti private o a pagamento. Eh no, sarebbe troppo facile: non importa se di fatto guardi o no i canali Rai, quello che conta è solo che probabilmente in casa tua esista una TV.
E solo di passaggio, quasi per caso, questo “canone” o “abbonamento” viene chiamato per ciò che realmente è, e cioè un’imposta: sì, perché di fatto il “canone Rai” non è altro che un’imposta sul possesso della TV, dovuta allo Stato – e non alla Rai –, proprio come l’imposta sugli immobili che deve versare chi è proprietario di una casa (ma qui, badate bene, tra i presupposti del pagamento nemmeno si parla di “proprietà della TV”!). Tanto è vero che il versamento va effettuato direttamente all’Agenzia delle Entrate, che in caso di omissione può affidare l’incarico a Equitalia. Sì, avete capito bene, Equitalia: la società che si occupa della riscossione dei tributi in Italia. Più chiaro di così…
Una sola curiosità rimane aperta: cosa succederebbe se, vedendoci arrivare una bolletta della luce improvvisamente gonfiata senza alcuna ragione logica e oggettiva, tutti noi, mediterranei e non, decidessimo in massa di spedire all’Agenzia delle Entrate l’autocertificazione di cui parlavamo prima? Ci ritroveremmo davvero con i citofoni intasati dai funzionari che chiedono di entrare nelle nostre case per verificare che non abbiamo la TV?…

…e se ci rifiutassimo di aprire?

#Biocidio, “Quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”

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di Salvatore Merolla

Si è tenuto al Pala Banco di Brescia, davanti a tanti giovanissimi studenti, il convegno intitolato “ambiente salute legalità”. Sono mancate le istituzioni e non sembrava cosa nuova dal momento che, come hanno fatto presente dal palco, “quando l’ASL viene invitata ad eventi del genere non si presenta mai nessuno”. Erano presenti, però, tantissime associazioni ambientaliste (lombarde e non), ma anche giornalisti, dottori, magistrati e uomini di chiesa che si sono alternati dal palco, snocciolando dati che fanno sempre più rabbrividire, sbattendoti in faccia una realtà che dopotutto conosci, di cui hai sentito parlare tante volte ma che, ogni volta, è un pugno nello stomaco.

La direttrice dell’ARPA di Brescia, Maria Luisa Pastore, ha parlato di inquinamento da cromo esavalente. A Brescia sono inquinate le falde, inquinati i terreni e inquinato è pure tutto quello che ci viene coltivato sopra. Disastri causati da aziende come la Forzanini o la Baratti Inselvini, o ancora la Caffaro, che scaricava PCB (policlorobifenili) nei canali irrigui inquinando tutto il bresciano e costringendo il Comune ad un’ordinanza che vieta tutt’oggi il transito sulle zone contaminate non coperte da asfalto o cemento.

Ma qual è il filo conduttore che da Brescia arriva nel Meridione? Lo ha spiegato benissimo il professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo impegnato da anni in una battaglia che lega fortemente salute e ambiente. Il suo intervento è stato da lui definito “passionale” e subito tutto il Palabianco se n’è accorto tanta è stata la foga con cui ha affermato “quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”. E ha ragione il professore, il ciclo dei rifiuti ci “unisce”, nel senso che nel Sud-Italia ci sono zone in cui si muore delle stesse malattie riscontrabili nelle aree fortemente industrializzate del Nord (le industrie al Sud non arrivano, ma i loro effetti si). Ha spiegato che, nonostante una maggiore attenzione mediatica sui rifiuti urbani, quelli industriali li superano abbondantemente per pericolosità (e quantità, con un rapporto di quasi 5 a 1) e una buona parte di essi vengono smaltiti illegalmente, soprattutto nel Mezzogiorno. Ad esempio, “Per lo smaltimento di tonnellate di PCB stoccati a Bologna si pensò bene di spalmarli tra Acerra e Castelvolturno; hanno trasformato il granaio dell’antica Roma nella discarica d’Europa”.

Per evitare che questo accada ancora occore una rigorosa tracciabilità dei rifiuti e pene severe per chi commette crimini ambientali; purtroppo l’Italia è, come spesso accade, in forte ritardo su questi punti, avendo approvato una (lacunosa) legge sui reati ambientali solo a Maggio di quest’anno. Su quest’ultimo punto si sofferma anche il pm Raffaele Guariniello, rimarcando quanto fosse difficile colpire i responsabili di un disastro ambientale prima dell’introduzione dei suddetti reati nel codice penale.

Nel pomeriggio è arrivato anche l’intervento di Sandro Ruotolo, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sul traffico dei rifiuti in Campania. Ruotolo ha parlato, tra le altre cose, delle eco-balle della Terra dei Fuochi e dei 450 milioni di euro stanziati dal Governo per “eliminarle” (fa notare che in realtà sono 150 milioni, gli altri sono da sbloccare nei prossimi 2 anni). Il giornalista ha sottolineato che non si capisce ancora in che modo possano essere eliminate, visto che, ad oggi, ancora non si sa esattamente cosa contengano. Verranno forse spostate? Per andare dove?

Insomma, dopo anni di battaglie dai territori e mobilitazioni popolari, il quadro generale è davvero drammatico, soprattutto considerando le troppe parole e i pochi fatti di una politica nazionale che non ha mai avuto davvero la volontà di affrontare il problema. E il Sud a pagarne ancora una volta le spese, ritrovandosi con le stesse malattie oncologiche delle zone industrializzate…ma senza le industrie!

Real Albergo dei Poveri? MO incontriamo l’assessore Piscopo

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Il Real Albergo dei Poveri o Palazzo Fuga, dal nome dell’Architetto che lo concepì, è uno dei più grandi palazzi d’Europa. La sua imponente facciata si staglia su piazza Carlo III e ai napoletani delle ultime generazioni è sempre parso come un gigante addormentato, così grande, così inutilizzato.

L’utilizzo originario prevedeva l’ambizione di dare un tetto a tutti gli indigenti del Regno di Napoli, un sogno realizzato solo in parte sotto i Borbone. In virtù di questa destinazione originaria, la Legge Regionale 1980 n. 65 ha istituito un vincolo all’utilizzo del Palazzo con il quale si obbliga ad assicurare la continuazione delle attività istituzionali per le quali l’Albergo fu stato costruito, ossia attività di assistenza sociale per gli indigenti.

Eppure, negli ultimi anni si era fatta forte la voce e la volontà di chi avrebbe voluto che il Palazzo accogliesse tutte le opere custodite nei depositi dei musei cittadini, facendo dell’Albergo dei Poveri un nuovo Louvre.

Sia l’amministrazione regionale quanto quello cittadina sembravano concordi col rilancio di questo gigante architettonico in chiave museale; tuttavia, il vincolo di destinazione comporta l’obbligo che almeno un’area sia allocata ad attività di assistenza sociale. Non stupisce, dunque, che il Comune di Napoli abbia dato avvio a un progetto di riqualificazione dell’edificio proprio per fini sociali, come riportato nell’articolo del 5 dicembre di Identità Insorgenti.

Questo mette la parola fine a chi sogna un Louvre Napoletano oppure una destinazione non esclude l’altra?

L’assessore Piscopo ci spiegherà quali sono i progetti del Comune per il palazzo Fuga nel corso di un incontro pubblico che si terrà il 17 dicembre alle ore 19 presso la nostra sede di via Vittoria Colonna, 30.

Il signor NA spiega Napoli Autonoma al signor Gennaro

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Signor Gennaro: Hai sentito? Adesso quelli di MO si sono messi in testa che Napoli deve rinunciare ai sussidi statali!

Signor NA: Buono, no?

Signor Gennaro: Ma stiamo scherzando? E come facciamo senza soldi?

Signor NA: Genna’ guarda che non è proprio così.

Signor Gennaro: E com’è allora?

Signor NA: Il federalismo fiscale ha reso le cose complicate.

Signor Gennaro: Ma che cos’è questo federalismo  fiscale?

Signor NA: E’ il sistema per cui buona parte delle tasse pagate dai cittadini vengono direttamente gestite e impiegate sul territorio in cui vivono.

Signor Gennaro: Questo significa che le città più ricche restano ricche, ma quelle dove ci sono meno lavoro e salari più bassi, che fine fanno?

Signor NA: Per quelle città ci dovrebbe essere il fondo di perequazione. Sulla carta c’è. In realtà non esiste.

Signor Gennaro: Il fondo di che?!

Signor NA: Perequazione. Cioè rendere uguali non sui redditi, quelli restano diversi e i ricchi rimangono più ricchi, ma almeno sui servizi: asili, illuminazione, sicurezza, verde pubblico, raccolta dei rifiuti, manutenzione delle strade, autobus e metropolitane…

Signor Gennaro: E chi lo paga ‘sto fondo di Perepeppè?

Signor NA: C’è, anzi, dovrebbe esserci una cassa statale, pagata con le tasse di tutti, i cui soldi vanno ai comuni meno ricchi, in modo che gli italiani siano uguali nei servizi sociali, che vivano a Monza o a Cosenza, a Milano e a Napoli.

Signor Gennaro: Però questo fondo non c’è…giusto?

Signor NA: Giusto! Quando, nel 2011, è entrato in vigore il federalismo fiscale, il governo ha stabilito che sarebbe servito del tempo per calcolare il fondo di perequazione per ogni comune, quindi ha istituito il Fondo sperimentale di riequilibrio, come sostituto provvisorio del Fondo di Perequazione, previsto per il 2013. Con la legge Salva Italia, però, nel 2012 il governo Monti ha tagliato di due miliardi il fondo sperimentale, e preventivamente anche quello di perequazione.

Signor Gennaro: Taglio preventivo? Ma tagliare il fondo di perepeppè vuol dire tagliare l’asilo e l’autobus dove ce n’è più bisogno?

Signor NA: Proprio così. E il governo lo sapeva bene. Infatti nel 2013 il fondo sperimentale non prende il nome di Fondo di Perequazione, come previsto dalla Costituzione, ma viene battezzato “fondo di Solidarietà Comunale” ed è effettivamente molto diverso dal primo, poiché non è alimentato dallo Stato ma da una quota pari al 38% dell’ Imu dei singoli Comuni.

Signor Gennaro: Mamma mia. Però non ho capito: visto che ci hanno tagliato parte dei fondi che ci spettano di diritto, la risposta sarebbe rifiutare anche quelli che ci hanno lasciato?

Signor NA: Può sembrarti strano, ma per capire bene la proposta Napoli Autonoma occorre sapere ancora qualcosa: nel 2010, prima del federalismo fiscale, Napoli ha ricevuto 646 milioni, ma nel 2015 ne ha ricevuti solo 259. Un bel taglio del 60%. Sai che significa? Che ormai i cittadini napoletani pagano una quantità di tasse superiore a quelle che vengono effettivamente impiegate sul territorio!

Signor Gennaro: Ma è ancora una città assistita! Come facciamo senza quei 259 milioni di euro?

Signor NA: In realtà 259 milioni si potrebbero recuperare attribuendo due imposte direttamente al comune: quella sui trasferimenti immobili, che nella città di Napoli ha un valore stimato di 150 milioni, e la compartecipazione Irpef dei cittadini napoletani, che coprirebbe i restanti 109.

Signor Gennaro: Ho capito l’imbroglio: due tasse in più!

Signor NA: Nessuna tassa in più per i napoletani. Sono tasse che già paghiamo e che invece di andare a Roma, dove ogni anno prendono direzioni diverse, restano nella nostra città. La cifra sarebbe la stessa.

Signor Gennaro: Scusa ma a me le cose piace capirle: se la cifra è la stessa, cosa cambia?

Signor NA: Avere soldi tuoi e non dipendere dagli altri è una gigantesca differenza. Sia per il Comune sia per i cittadini, che saprebbero dove e come vengono impiegati i loro contributi. E poi vuoi mettere lo sfizio di dire ai leghisti: Napoli fa da sé, tiè!

Signor Gennaro: Questa mi piace. Ma significherebbe non versare più tutti quei milioni nelle casse dello stato, il governo come fa a dire di sì?

Signor NA: Semplice! Recupererebbe i 259 milioni dal fondo di solidarietà comunale a cui Napoli rinuncerebbe. Se invece il governo rinuncia, quei soldi in più verrebbero divisi tra i Comuni più piccoli del Sud che ne hanno bisogno e questa forse sarebbe la scelta più giusta.

Signor Gennaro: Anche secondo me. E come si chiama questo progetto di MO?

Signor NA: Semplicemente NA.

Signor Gennaro: Ma?!

Signor NA: NA, come la targa di Napoli e sta per Napoli Autonoma.

Signor Gennaro: E come si fa a rendere Napoli una città autonoma?

Signor NA: Attraverso una proposta di legge ad iniziativa popolare, che prevede la raccolta di 50.000 firme, ma è già legittimata dall’articolo 119 della Costituzione .

Signor Gennaro: Fammi firmare, voglio essere il primo!

L’Italia delle disparità

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Ieri, 02 dicembre, è stato diffuso il consueto rapporto BES che viene elaborato una volta l’anno dall’ISTAT al fine di “misurare e valutare il progresso della società italiana”. La sigla BES sta appunto per “Benessere Equo e Sostenibile”.
 
Il rapporto certifica e conferma che il reddito medio per nucleo familiare è più basso a sud che a nord, a fronte però di un livello di tassazione locale mediamente maggiore. Fin qui nulla di nuovo.
 
Dal rapporto emerge inoltre che il 20,6% della popolazione del Mezzogiorno vive in una situazione di grave deprivazione materiale e non può permettersi di sostituire gli abiti consumati, un quinto non può svolgere attività di svago fuori casa per ragioni economiche, un terzo non può permettersi di sostituire mobili danneggiati.
 
A fronte di questo scenario cosa fa il Governo? Decide di erogare contributi alle famiglie povere basandosi sui calcoli relativi alle soglie di povertà assoluta elaborate dalla stessa istat. Queste soglie sono fortemente discriminatorie a danno delle famiglie del sud. Si stima che 1000000 (UN MILIONE!) di famiglie meridionali non avranno diritto ai bonus di povertà. Le stesse famiglie, se fossero residenti al centro nord, ne avrebbero diritto.
 
Abbiamo denunciato la cosa già ad ottobre, ma nessun’azione è stata intrapresa dal Governo. Peggio ancora le opposizioni hanno taciuto. Non una sola parola è stata spesa a riguardo da nessuna componente parlamentare.
Come sempre il SUD è isolato, abbandonato a se stesso, nelle mani di una classe dirigente incompetente e corrotta, sta a noi cambiare le cose.

Da Napoli a Potenza al medioriente: il mondo ostaggio del petrolio

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di Raffaele Vescera

Mentre emergono sempre più chiari i contorni dell’affaire petrolifero del governo turco che, secondo la circostanziata denuncia dei Russi, acquista petrolio dall’Isis in cambio di armi e addestramento militare, si ha notizia delle inchieste giudiziarie in Basilicata e Campania contro compagnie petrolifere del calibro di Eni e Q8, accusate di sversamento illegale dei rifiuti, inquinamento di terra e aria e disastro ambientale. Estraggono petrolio dalla nostra terra, anche a poche centinaia di metri da paesi e ospedali, in Basilicata, e secondo le denunce degli ambientalisti, sversano i residui tossici negli stessi pozzi trivellati e nelle acque destinate agli acquedotti. La magistratura potentina è al lavoro, sperando che faccia giustizia anche delle condanne comminate agli stessi ambientalisti, colpevoli di aver denunciato il disastro ecologico.

Mosca ha mostrato le prove fotografiche delle colonne di autobotti e uomini armati che passano il confine turco verso lo stato islamico, accusando lo stesso presidente Erdogan di favorire e coprire tale traffico, a fin di lucro familiare, poiché il figlio è a capo della principale compagnia petrolifera turca che si occupa del traffico illegale, mentre il genero del presidente è ministro dell’energia e mentre i giornalisti turchi che denunciano il traffico vanno in galera. E’ un affare da due miliardi di dollari l’anno.

L’America smentisce e parla di accuse assurde, mentre gli altri stati occidentali tacciono, a fronte della circostanziata e documentata denuncia russa. Non sono forse essi i migliori alleati della Turchia e degli altri stati fondamentalisti della Penisola arabica che supportano l’Isis? Non sono forse le potentissime multinazionali del petrolio, con la complicità di quelle delle armi, a pilotare i governi occidentali e la politica energetica mondiale, non sono forse loro a provocare nei paesi poveri guerre, colpi di stato, uccisioni mirate di politici e giornalisti critici? Non abbiamo forse nella stessa Italietta grandi misteri petroliferi, prima e dopo l’uccisione di Enrico Mattei? Da Matteotti a De Mauro, da Moro a Pasolini? Chi tocca il petrolio muore.

E muoiono più di tutti i poveri cristi sotto le bombe indiscriminate degli stessi paesi che speculano sul petrolio e sotto quelle scellerate dei terroristi islamici, in concorrenza mortuaria per il dominio del petrolio. Il tutto, mentre il mondo resta soffocato dai miasmi delle fonti energetiche fossili, che cambiano il clima e distruggono il Pianeta Terra. Non ne abbiamo un altro di riserva, il limite non è ignoto: è noto. Restano ancora pochi anni di vita a un mondo già malato, mentre i governi si riuniscono a Parigi, in una finzione ecologica che nulla contiene, e mentre l’energia pulita è a portata di mano, sole, acqua e vento. Ma possono più le compagnie del petrolio, ricchezza di pochi, che gli dei della natura, ricchezza di tutti.

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