Elisabet Nebreda (Junts Pel Sí): “Vi spiego come la Catalogna otterrà l’indipendenza il prossimo 27 settembre”

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di Mattia Di Gennaro

Elizabeth Nebreda, esponente di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), è intervenuta lo scorso 19 settembre al “Forum dell’Europa dei Popoli”, organizzato in provincia di Varese conto di European Free Alliance (EFA), dove Unione Mediterranea Lombardia l’ha incontrata per voi (al convegno su delega Segretaria come osservatori).

ERC parteciperà, il prossimo 27 settembre, alle elezioni per il governo della “Generalitat” della Catalogna, in alleanza con Convergència Democràtica de Catalunya, partito di Artur Mas (‘attuale governatore catalano e leader indipendentista), Demòcrates de Catalunya, Moviment d’Esquerres e altri movimenti identitari catalani.

Dall’incontro di queste voci e idee è nata l’alleanza “Junts Pel Sí” e il “Si” che si vuole affermare insieme, domenica prossima, è quello all’indipendenza della Catalogna dalla Spagna.

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Elisabet Nebreda (che è anche consulente del Dipartimento relazioni internazionali di EFA), intervistata da Leonardo Facco, ha spiegato l’origine del movimento indipendentista catalano: “Il processo di indipendenza in Catalogna è ad uno stato di maturità avanzata grazie soprattutto a quattro fattori che caratterizzano il popolo catalano: la consapevolezza e l’orgoglio di sentirsi una nazione diversa da quella spagnola e un popolo dell’Europa; la voglia di autogovernarsi; l’amore per la propria lingua e la propria cultura; la volontà di non fermarsi davanti a nulla”.

Quanto all’autogoverno, la Catalogna non è nuova a simili esperienze e, proprio per questo, i catalani vogliono lasciarsi definitivamente indietro le date in cui fu sancita, per ben due volte, la perdita di questo diritto: 11 settembre 1714, quando Barcellona e la Catalogna vennero conquistate dai Borbone e annesse con forza allo Stato Spagnolo e il 1976 quando, in seguito alla morte del generale Franco, iniziò la discussione della nuova Costituzione. Proprio durante questo processo costituente, fu prevista la concessione di Statuti di Autonomia alle regioni facenti parte della Spagna franchista aventi un’identità propria, seppur sancendo il riconoscimento di un’unica nazionalità (e sovranità), quella spagnola.

Da buoni testardi, i catalani non si arresero e, dopo innumerevoli tentativi, nel 2006 riscrissero l’”Estatut”, il proprio Statuto di Autonomia, introducendo la nozione di “nazionalità catalana”. Il documento fu sottoposto al popolo della Catalogna e approvato con referendum da una larga maggioranza. Tuttavia, quando lo stesso fu esaminato a Madrid, furono richieste ed eseguite molte modifiche, fino a che, nel 2010, il PPE del premier Mariano Rajoy impugnò lo Statuto presso la Corte Costituzionale Spagnola. Il “Tribunal Constitucional” emise una sentenza con la quale reinterpretava diversi articoli dello Statuto, affossandone definitivamente i contenuti originali.

Questo atto, vissuto dai catalani come un affronto alla propria autonomia, scatenò un’ondata patriottica senza precedenti che sfociò in manifestazione di protesta il 10 luglio 2010 a Barcellona. Il popolo catalano sentì che il peso del governo di Madrid era diventato insopportabile e, da quel giorno, ogni 11 settembre, in occasione della “Diada” (il giorno in cui si commemora la caduta di Barcellona nel 1714 dopo 14 mesi d’assedio), la capitale catalana è invasa da una folla vestita a strisce giallo e rosse che manifesta il proprio orgoglio nazionale e che chiede a gran voce l’indipendenza.

Proprio questa spinta dal basso è il segreto del successo del movimento indipendentista catalano; è stata la spinta dal popolo a convincere i leader dei principali partiti indipendentisti e identitari a confluire in “Junts Pel Sí”, superando diversità e dissidi in nome dell’obiettivo supremo della secessione da Madrid.

E se chiedete alla Nebreda cosa succederà se “Junts Pel Sí” vincerà le elezioni del 27 settembre, il giovane avvocato non ha dubbi: “Se l’esito delle elezioni vedrà vincere “Junts Pel Sí” con la maggioranza assoluta dei votanti (50%+1), alla cerimonia d’insediamento del nuovo Parlamento Catalano verrà fatta una dichiarazione solenne con l’obiettivo di aprire il processo di distaccamento dallo Stato Spagnolo, da concludere entro i successivi 18 mesi”.

Dalla dichiarazione solenne partiranno due processi paralleli: uno, istituzionale, che provvederà alla formazione di un Governo di Unità Nazionale con l’obiettivo di creare le istituzioni di cui uno stato indipendente ha bisogno (e.g. Ministeri, Banca Centrale, Relazioni diplomatiche), l’altro, costituente, che coinvolgerà tutto il popolo catalano provvedendo a scrivere la nuova Costituzione della Catalogna.

Una volta a buon punto il processo di costruzione delle nuove istituzioni, il Governo di Unità Nazionale proclamerà unilateralmente l’Indipendenza della Catalogna dalla Spagna; con quest’atto, Mas intende vendicarsi del provvedimento con il quale il Governo Rajoy stroncò con la forza il referendum indetto il 9 Novembre 2014, per sottoporre al popolo catalano il quesito sull’indipendenza.

Agli indipendentisti di “Junts Pel Sí” non sembra spaventare neppure lo spettro di un’uscita dall’Unione Europea. La Catalogna è una regione che vive di esportazione ed è solida economicamente. Quanto a Juncker, presidente della Commissione Europea, se è vero che il suo portavoce si è dichiarato contro la secessione catalana, è anche vero che, secondo quanto riportato da Elisabet Nebreda, alla domanda “Cosa pensa di una Catalogna indipendente in Europa?” il diretto interessato abbia risposto “Perchè no?”

Insomma, scenari imperscrutabili che potrebbero trovare un epilogo proprio tra qualche giorno, quando la Storia (e la geografia) d’Europa potrebbe cambiare di nuovo, restituendo a un popolo la dignità di autodeterminarsi.

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da sinistra Domenico Oliveti, Mattia Di Gennaro, Elisabet Nebreda e Martino Grimaldi

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4 commenti

  • Pingback: Corsica, Catalogna e…Napoli: se identità e autonomia fanno vincere le elezioni

  • non fatevi sedurre dai nazionalisti catalani , fondamentalmente i loro argomenti sono egoistici , vogliono che i loro soldi restano in catalunya. hanno cambiato la storia a loro favore, non sono mai stati indipendenti vome il regno delle due sicilie o la scozia, la loro autonomia nella medio evo si basava su un sorte di candato governava un conte , mai sono stati un regno , succesivamente furono annesionati al regno di aragona e piu avanti i due il regno di castilla e aragona si unirono per ragioni martimoniali. il cavallo di battaglia dei nazionalisti è il 1714 trasformando ancora la storia facendo passare una guerra di successione al trono per una guerra di seccessione, in realta fu una guerra civile i partidari borbonici stavano nei due lati in contesa , i borboni stavano con gli austriaci e coi francesi cioe le due parti in guerra, cuando Felipe cuinto entro in Barcellona fu ricevuto dai catalani con il grido di viva España, èanche vero che da allora si restrinsero alcuni diritti come la lingua catalana in favore del castellano ( spagnolo) pero è anche veroche furono fatte delle leggi nuove per favorire la economia catalana fino a quel momento deficitaria una delle leggi piu importante fu quella di blindare il mercato del cotone, cosi i laboriosi catalani potettero vendere le loro manifatture a prezzi piu altri rispetto al mercato inglese. Ai giorni nostri i catalani nazionalisti non fanno altro che chiedere di piuallo statoe sono letteralmente insaziabili? li statuto in questipne fu ritagliatocon giusta ragione perche era discriminatoria con le altre r egioni e non fu referendato per la maggioranza dei catalani come si dice nell articolo, furonoa votare il 30% della popolazionem Nella Catalogna attuale hanno una polizia autonomica potentissima, un programma scolastico che loro chiamano immetsione linguistica ed è unico al mondo cioe nelle scuolesiinsegna solo in catalano , se un famiglia ha un bimbo di lingua madre spanolo non puo studiare in questa lingua, lo spagnola è trattato come yna lingua straniera, seha un negozio e vuoi chiamarloin spagnolo non puoi deve essere in catalano o in qualsiasi lungua meno lo spagnolopena mylte salate, hanno una televisione pubblica che trasmette soloin catalano nonostante il 52% dei catalani hanno come lingua madre lo spagnolo e perultimo vogliono se oggi la maggioranza dei scanni nel parlamentino pero no la maggioranza dei voto sono pronti a dixhiarare una indipendenza unilaterale in 18 mesi…vedete se con tutti sti privilegi dicono che lo stato spagniolo li opprime cosa dovremmo dire noi del sud italia…

  • La Catalogna è Spagna dal VI secolo d.C. così come la Magna Grecia (come area geografica) è Italia ancor prima che lo diventassero Roma e Milano.
    Ciò non toglie il diritto di autodeterminazione ma questa “diversità” di cui tanto si parla tra catalani e non è più marcata della diversità tra Venezia e Padova, tra Milano e Torino, tra Napoli e Bari (senza scomodare Regno di Sardegna e Regno delle Due Sicilie).

    L’intervistata parla di:

    consapevolezza di sentirsi una nazione diversa;
    amore per la propria lingua e la propria cultura;
    voglia di autogovernarsi;
    volontà di non fermarsi davanti a nulla.

    Glissando su quest’ultima direi che si può riassumere tutto in due concetti:
    1) autogovernarsi ovvero gestire maggior potere (cosa che fa gola ai politici catalani) e trattenere per sé tutto il gettito fiscale (visto che il reddito medio catalano è più alto della media spagnola).
    2) sentirsi diversi perché si parla un’altra lingua.

    La cultura spagnola (come quelle italiana, francese, tedesca, ecc.) è variegata ma tutti i catalani parlano spagnolo (perché per molti di loro è la loro lingua madre e il catalano sono “costretti” a impararlo). Cosa dovrebbero fare questi “catalani”? autodeterminarsi e scindere a loro volta la Catalogna in due?
    Ma è sufficiente parlare una lingua “in più” per autodeterminarsi?

    Il martellamento mediatico (così come avviene in Italia con la Lega Nord) con cui si è andato ripetendo all’infinito “i soldi dei catalani devono restare in Catalogna” sta dilaniando il paese;
    la decisione di celebrare la guerra di successione spagnola di 3 secoli fa è stata presa nel 1980 per canalizzare l’avversione verso lo Stato (ultimo impositore fiscale). Ma quella fu una guerra civile! non certo una guerra per annettere Barcellona alla Spagna! Barcellona era già spagnola. L’arciduca Carlo di Austria che combatteva contro i Borbone e che perse sonoramente nel 1713 si era proclamato qualche anno prima Re di Spagna e non baluardo della “catalanitat”!
    Ma pensate che qualche spagnolo attribuisca a quella data un crocevia della sua storia?
    Quello che intravedo è una spirale di odio che non può che nuocere a tutti gli spagnoli e all’Europa.

    Il benessere della Catalogna è frutto dello sforzo collettivo pluridecennale di tutti gli spagnoli (così come avviene in tutti i paesi indistricabilmente connessi come l’Italia).

  • Ed il nostro Sud, la propria indipendenza, “se non ora, quando” la dichiarerà?
    SEPARIAMOCI!

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