Author Archives: Andrea Melluso

È dalle regioni più in difficoltà che è arrivato il NO!

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Mentre i partiti italiani si spartiscono le percentuali del risultato referendario, i dati ISTAT sono agghiaccianti. 1 italiano su 4 è povero. Le famiglie sotto la soglia di povertà sono così distribuite:

  • Nord 17.4%,
  • Centro 24%,
  • Sud 46.6%.

Le regioni più in difficoltà si confermano Sicilia, Puglia e Campania. L’emigrazione giovanile è in grave aumento. Nonostante ciò l’esecutivo Renzi ha calcolato le soglie di povertà assoluta in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 55% dei sussidi statali al Nord e il 45% al Sud (assecondando la richiesta delle soglie territoriali proposta dalla Lega nel 2005).

Il 4 dicembre si votava per modificare l’impianto costituzionale, certo. E di sicuro molti hanno scelto nel merito di una riforma avvertita come sbagliata. Ma l’eccessiva personalizzazione del referendum ha reso le percentuali un’occasione di giudizio popolare sull’operato politico del Governo. Il No in maggioranza dei giovani è geograficamente più forte al Sud ed esprime un messaggio di reazione ed inequivocabile insofferenza da parte di chi si sente ultimo nelle lista delle priorità di un paese diviso sempre più miope, gerontocratico e scandalosamente diseguale.

di Flavia Sorrentino

Botricello (CZ) – Noi ci unimmo per lottare per respingere l’attacco del padrone

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La soddisfazione che il circolo Unione Mediterranea – A. Scopelliti  – manifesta per il risultato referendario la esprime non solo  citando questo breve ma significativo passo della nota canzone di Bertoli ma soprattutto dicendo GRAZIE a chi ha sposato da subito la causa del No al referendum sulla Costituzione. Grazie a chi ha meditato e nel corso della discussione ha deciso per il NO. Grazie a chi ha scelto all’ultimo minuto la strada del NO
Grazie al nostro paese Botricello e alla Calabria
Partendo dal nostro circolo, plauso e frutti raccolti anche grazie all’unica manifestazione pro No ad opera dello stesso che ha visto la partecipazione nella discussione dell’ On. Nico Stumpo  (Pd per il No), della Dott.ssa Emanuela Altilia (Fondazione della libertà e del bene comune), dell’Avv. Salvatore Iannone ( società civile), del Sig, Giuseppe Marino (circolo UM) e di Franco Falbo coordinatore del circolo stesso.
Le nostre riflessione a caldo:
a Botricello, il NO ha superato la media nazionale attestandosi al 67.88% (dati Viminale)
– il risultato schiacciante del No assume valenza politica a livello comunale perchè con tale vittoria si è voluto anche penalizzare fortemente i due schieramenti politici locali quasi tutti per il Si
– la nomenclatura politica locale è stata di fatto surclassata dal voto libero dei cittadini che hanno responsabilmente detto NO
– da ultimo e non per importanza e considerando tale risultato non un punto di arrivo ma  un punto di partenza , ci proponiamo di continuare come circolo UM, su questa strada di opera politica e civile al fine di confermare e rafforzare tale risultato nel futuro prossimo del nostro paese.
Grazie

L’altra faccia del referendum, la fine dei capibastone

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Per il coordinatore lucano di UM, Manfredelli, ha vinto la volontà di riscatto della popolazione

L’esito del Referendum è stato accolto con grandissima soddisfazione da parte del Movimento UNIONE MEDITERRANEA, che ha sostenuto con forza le ragioni del No, non per un fatto ideologico, ma esclusivamente per opporsi a una proposta di modifica costituzionale dannosa e pericolosa per il Sud, il quale, attraverso il meccanismo del “regionalismo differenziato”, avrebbe rischiato di essere ridotto a terra di conquista senza possibilità di difesa.

Anche in Basilicata, come in tutte le regioni meridionali – sottolinea il coordinatore regionale, Nicola Manfredelli – con la schiacciante vittoria del NO, emerge con chiarezza la volontà di riscatto della popolazione, che ha deciso di riappropriarsi della propria autonomia e di votare secondo le proprie convinzioni, indipendentemente dalle posizioni e dagli ordini dei partiti.

Dopo una campagna referendaria condotta mettendo in campo ogni mezzo possibile e immaginabile per far prevalere il SI, il dato delle urne ci consegna un risultato che non lascia dubbi sulla scelta della gente di voler difendere le norme democratiche e i diritti dei territori e delle popolazioni a dire la propria sulle scelte che si compiono, a maggior ragione in Basilicata dove sono in gioco questioni decisive per le sorti future.

Se nessuno si può intestare la vittoria del NO è certo però, che tra i sostenitori del SI, oltre a Matteo Renzi e al suo governo ha perso di brutto quell’apparato intermedio di “capibastone”, il cosiddetto plotoncino di “cani alla guardia dei palazzi del potere”, che da sempre ha svolto un ruolo essenziale nella gestione del consenso politico ed elettorale.

L’altra faccia del Referendum dimostra, infatti, che l’azione di quei personaggi e di quei corpi intermedi delle categorie e del sindacalismo consociativo, è stata pressoché ininfluente, se non dannosa per chi governa, ai fini dell’orientamento e del condizionamento del voto dei cittadini.

Il vero cambiamento non può essere attestato nei gruppi e nelle sovrastrutture di ristretto interesse economico, ma deve essere seriamente collegato al tessuto sociale delle diverse realtà, indispensabile per recupere dignità e credibilità istituzionale e politica.

Dal risultato del Referendum esce, in sostanza – afferma Manfredelli – una Basilicata più forte e consapevole che apre la strada per rilanciare una significativa azione politica basata sul protagonismo della gente e sull’autonomia del Sud, per troppo tempo penalizzato e maltrattato, alla pari di una colonia di altri tempi.

Voti No? Sei populista

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Nel torpore di una notte troppo breve passata a seguire exit poll e proiezioni, sono inavvertitamente passato davanti allo specchio. Non saprei descrivere il fastidio che ho provato nel rendermi conto conto che lì, a pochi centimetri da me, si trovava l’immagine di qualcuno che, senza possibilità di errore, rifletteva in tutto e per tutto i caratteri morfologici del populista.

Accendo il computer, ricontrollo i dati. Non c’è dubbio: i populisti hanno vinto il referendum con percentuali di 60 a 40 a livello nazionale, e addirittura 70 a 30 nelle principali regioni del Sud (poco oltre il 70 per il No in Sicilia e Sardegna).

Perché è chiaro che io, in quanto votante per il No, come del resto altri 19 milioni di cittadini italiani, sono un populista.

Questo, almeno, è stato uno degli argomenti forti della campagna per il Sì: “Non votate No, perché Salvini e Grillo votano No. Grillo e Salvini sono populisti. Quindi chi vota No è populista”. Ogni tanto si aggiungeva, in ambienti di sinistra filogovernativa, che anche Casapound aveva dato indicazioni per il No, e che quindi qualcuno che si professasse di sinistra avrebbe dovuto votare Sì. Argomento che ricorda la battuta secondo cui, poiché Hitler aveva un naso, allora chi era contro Hitler non poteva avere un naso, altrimenti sarebbe stato come Hitler.

Una trovata geniale, quella dell’argumentum ad personam contro Grillo e Salvini, che però si è rivoltata contro chi l’aveva partorita, ermettendo ai due personaggi di avere un risalto mediatico molto maggiore del dovuto. Grillo e Salvini, per inciso, ringraziano: oggi, approfittando dell’assist fornito dalla campagna per il Sì, si dichiarano i vincitori assoluti del referendum. È un circolo vizioso che quasi nessuno sembra interessato a spezzare: del resto ci guadagnano tanto il PD, che in qualche modo può appellarsi al populismo innato della maggioranza italiani per giustificare la sconfitta, tanto Lega e M5S, che avranno per un po’ gli onori della cronaca.

Solo che in questa narrativa c’è un problema. E il problema – serio – nasce dal fatto che, oltre ai 5 Stelle e alla Lega, un buon numero di altri movimenti e partiti, fosse per il No. Lo siamo stati noi di MO; lo è stata tutta la sinistra a sinistra del PD – e anche la sinistra interna al PD; lo è stato la già citata destra sociale. Lo è stato il centrodestra berlusconiano. Del resto l’aveva riconosciuto lo stesso (ormai ex) premier, quando aveva parlato di un’ ‘accozzaglia’ per definire la schiera di istanze politiche contro cui si sarebbe dovuto battere. Un’accozzaglia irriducibile ai due spauracchi populisti. Qualcuno ha fatto menzione di quest’accozzaglia? Sì, ma con scarso risalto mediatico. Del resto, dati Agcom alla mano, è evidente in che direzione siano andati i media televisivi durante la campagna. Eppure diversi osservatori esteri hanno ben chiaro che molti di coloro che hanno votato No non hanno nulla a che fare né con Salvini né con Grillo, e che non li voterebbero in caso di elezioni politiche, come sottolinea per esempio il britannico The Guardian.

Sembra quasi superfluo ricordare – ma, alla luce di quanto detto, giova invece farlo – che, in primo luogo, gli argomenti in favore del No sono stati molto più variegati e complessi di quanto la campagna per il Sì abbia tentato di far credere (altri articoli su questo blog li hanno esaminati a dovere). E che in secondo luogo noi, in quanto meridionalisti, molto difficilmente potremmo condividere le basi ideologiche della posizione di un Salvini, che dichiara come suo primo nemico il Meridione.

Ma al di là dei programmi ideologici, uno sguardo ai dati mostra per esempio come a Napoli, tutt’altro che una roccaforte leghista o pentastellata, le percentuali di No abbiano raggiunto livelli di molto al di sopra della media nazionale. Idem dicasi per Bari, Palermo (anche se, nel caso della Sicilia, va detto che il M5S locale è uno dei più agguerriti a livello nazionale) e Cagliari. Un altro dato interessante? Nella Parma fiore all’occhiello dei 5 Stelle e del sindaco pentastellato Pizzarotti, ha vinto il Sì (i dati disaggregati comune per comune li trovate qui).

La risposta alla domanda se la modalità comunicativa della campagna per il Sì abbia pagato è sotto gli occhi di tutti. La strategia deliberata di riduzione della complessità discorsiva (voti No  sei un populista), al fine di costruire dei facili uomini di paglia contro i quali focalizzare l’attenzione degli elettori, è stata devastante per il Sì. E, a dirla tutta, non ha neanche denotato una grande onestà intellettuale. Nonostante la presunzione di cavalcare il caro vecchio sistema clientelare tricolore, guardando i risultati, è stata una strategia che non sembra aver influenzato minimamente il voto degli elettori meridionali. Forse le fritture di pesce sono diventate indigeste.

di Roberto Cantoni

Analisi meridionale del referendum

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Il risultato del referendum costituzionale è inequivocabile: è no, e a dirlo con più forza sono coloro che hanno pagato in misura maggiore i danni provocati dalle scelte fallimentari del mai passato per le urne governo Renzi. Dice no la fascia più giovane degli elettori, quella dai 18 ai 34 anni, dove l’opposizione al quesito raggiunge la soglia plebiscitaria dell’81%: è evidente che la mancata crescita, il fallimento del Jobs Act e l’aumento dell’emigrazione sia interna che verso l’estero, tanto per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti, non hanno giovato molto alle pretese di grandezza del guitto fiorentino.

Dice no il Sud, con un risultato che si attesta mediamente intorno al 70%, ovvero dieci punti percentuali ed oltre rispetto a quanto fatto registrare nelle regioni del centro – nord, ed è fin troppo facile ricordare che stiamo parlando di uno dei governi, quello del duo Renzi – Delrio, più antimeridionale di sempre, a partire dagli investimenti nelle infrastrutture destinati in percentuali bulgare al settentrione e passando per lo svilimento dei diritti sociali, della sanità e delle università del Mezzogiorno. Sembrava difficile far passare la denuncia del regionalismo differenziato, ovvero la nostra terra colonia interna per costituzione, nel marasma della propaganda nazionale, e tuttavia se si analizzano i risultati di alcune realtà come Taranto o Napoli viene anche da pensare che alcuni errori madornali, commessi a ridosso della tornata consultiva, come i 50 milioni per il caso ILVA scomparsi nel nulla oppure i 308 milioni per Napoli spacciati per panacea di tutti i mali, salvo poi destinarne più del doppio alla città metropolitana di Firenze, che ha un terzo dei residenti rispetto ala realtà partenopea, abbiano contribuito a scavare la fossa al premier uscente.

Accanto alla questione dell’articolo 116 ve ne era un’altra non meno importante, ovvero quella dell’articolo 117 e della subordinazione della carta costituzionale ai vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea, cosa che avrebbe aperto la strada a due tasselli fondamentali dell’agenda neoliberista, ossia unione bancaria e armonizzazione fiscale. Non è in discussione la geografia o l’antropologia, ovvero l’Europa e i suoi popoli, ma l’impianto ultra-neoliberista dei trattati europei che si traduce in una serie di sigle per lo più ignorate dalla stampa ufficiale, come TTIP, CETA, MES, ma la cui interpretazione è alquanto semplice: favorire gli interessi di grandi banche e multinazionali. Quando tali direttive si trasformano in scelte concrete, diventano altrettanti rulli compressori contro qualsivoglia velleità di autonomia, identità e realtà economiche locali, basti pensare agli agrumi siciliani o all’olio pugliese sacrificati sull’altare di accordi internazionali che non hanno tenuto in alcun conto le esigenze e le specificità del Mezzogiorno.
Tornando al risultato referendario nella nostra terra, è abbastanza evidente che esso è la risultante di diverse componenti che si sono ritrovate assieme contro ciò che è stato di comune accordo percepito come minaccia: si va dalle associazioni e gruppi presenti sul territorio alle varie anime del pensiero meridionalista, passando per gli attivisti pentastellati e l’esperienza di Napoli Autonoma e DEMA fino ad autentici “picchi”, come la spaccature tutta interna al Pd, ovvero la netta contrapposizione tra De Luca e Emiliano, oppure l’inaspettato “outing” di Caldoro.

In sostanza è evidente che anche esponenti politici non chiaramente ascrivibili alla corrente meridionalista o facenti parte di partiti nazionali sono stati costretti dalla forza dei fatti, dall’innegabile trattamento da colonia interna della nostra terra e dalla minaccia rappresentata dal regionalismo differenziato (ossia la perdita di autonomia in base a quanto si è più o meno ricchi), a portare avanti battaglie meridionaliste o ad assumerne almeno in parte il linguaggio e la chiave di lettura.

Il dato politico è abbastanza chiaro: siamo stati capaci di dire cosa non vogliamo, adesso il punto per il mondo meridionalista è avere progetti, proposte ed organizzazione per dire, ed anche per pretendere, ciò che vogliamo. L’altro aspetto interessante della questione sarà osservare fino a che punto gli esponenti dei partiti tradizionali potranno ancora provare a conciliare gli interessi della propria terra con le direttive padanocentriche dei gruppi politici di riferimento, oppure se si raggiungerà un “punto di non ritorno”, al di là del quale le priorità dell’agenda politica saranno dettate dagli interessi del Mezzogiorno. In sintesi questa è la sfida per l’immediato futuro, anche se almeno per le prossime ore è cosa buona e giusta concedersi il lusso di godersi questo scampato pericolo per la nostra terra.

Il rottamatore è stato rottamato…dal Sud.

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Il popolo ha rifiutato nel merito una riforma pasticciata e neo centralista, un rifiuto politico che delegittima il governo più anti-meridionale di sempre. Il rottamatore è stato rottamato. Soprattutto al Sud con picchi di sfiducia nelle isole. La Sicilia e la Sardegna si attestano capitali del NO insieme alla Campania. In Calabria, Puglia e Basilicata le percentuali superano il 65% e la provincia di Napoli raggiunge punte del 70%. Il No ha vinto ovunque tranne che in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano.

La risposta negativa al Sud è stata netta e ha fatto la differenza. Solo chi è legato o orientato dai partiti nazionali può affermare che questo risultato non rappresenti un segnale di grande insofferenza sociale verso politiche discriminatorie e nord-centriste che hanno condannato, mai come in questi anni, i territori meridionali a subalternità politica ed economica. L’esecutivo Renzi ha sbagliato tutto con il Mezzogiorno: non accorgersene riduce la dialettica politica contingente ad una versione di favore di chi non non tiene conto (o non sa interpretare) il sentimento di rabbia e ribellione che sta montando al Sud.

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell’aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferrovie grazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano “Connecting Europe Facility“ (Meccanismo per collegare l’Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L’Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l’ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l’istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l’evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan “Prima il Nord“.

Il referendum costituzionale era il banco di prova per il futuro indirizzo politico del Governo. Il SI lo avrebbe reso imbattibile ed incontrastabile; il NO lo ha esautorato.

La Costituzione non può mai essere uno strumento di affermazione del potere nè un’arma di ricatto sociale. Chi è in grado di attuarla ora che il popolo si è pronunciato? Il dopo Renzi è quasi più temibile di Renzi se si osserva il panorama partitico italiano.

Il voto del 4 Dicembre segna il punto di partenza di un nuovo protagonismo collettivo in grado di rimettere al centro dei processi decisionali gli interessi delle persone e dei territori, la loro autodeterminazione e sovranità. Se c’è ancora una speranza, coincide con una visione meridiana del cambiamento, fatta di donne e uomini liberi proiettati in direzione ostinata e contraria alla deriva leghista, populista e corrotta dell’Italia di ieri e di oggi.

Il riconoscimento dei diritti della nostra terra è lotta popolare per la dignità. Attenzione perciò a non accostare o sminuire il segnale politico di resistenza che arriva dai territori meridionali alla vittoria di propaganda dei partiti nazionali: la battuta d’arresto del Governo è risposta di riscatto e autonomia dopo decenni di umiliazioni e depauperamenti.

Flavia Sorrentino

Il NO vince e stravince solo grazie al sud che s’è svegliato e mette l’Italia sull’attenti

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La ripartizione territoriale del voto è da farsi meglio, ma una cosa appare chiara e inequivocabile, il No a Renzi ha stravinto solo grazie al Sud, al quale oggi possiamo felicemente aggiungere il Basso Lazio, storicamente meridionale, e la Sardegna, vittima anch’essa, ancor prima delle ex Due Sicilie, della politica coloniale del Nord. Queste regioni, insieme, hanno una corpo elettorale di circa 20 milioni, di questi sono andati a votare circa il 60%, una dozzina di milioni, i quali hanno detto No per il 70% , oltre 8 milioni. Se il Sud avesse votato come il Nord, avrebbe dato al Sì 2 o 3 milioni di voti in più, determinandone forse la vittoria.
Oggi l’Italia democratica deve dire grazie al Sud se la Costituzione è salva dagli insulti autoritari del potere renziano che, proponendo il “regionalismo differenziato”, con questo referendum ha provato a legalizzare lo status del Mezzogiorno, quale colonia interna, cui pure è stato ridotto di fatto.

Quel Sud che ha sofferto nella povertà e ha lottato nel silenzio dei media per salvare il salvabile della sua economia, l’agricoltura e il turismo, anch’essi pesantemente minacciati, dopo la distruzione del tessuto industriale, scientemente operata dal nord paraleghista negli ultimi trent’anni. Il Sud rinasceva e lottava con forza, nella Terra dei fuochi contro lo Stato-rifiuti&camorra, in Basilicata contro lo Stato-petrolio, in Puglia contro lo Stato-gas-carbone&xylella, in Calabria e Sicilia contro lo Stato-mafia. Tutto ciò mentre il Nord gonfio e tronfio di soldi pubblici e ricchezze private si corrompeva, mettendo da parte i valori di democrazia e di solidarietà, attribuendo al Sud colpe che non gli appartengono, poiché il degrado sociale della nostra terra, ha un solo responsabile: lo stato italiano fondato sullo sfruttamento, l’impoverimento e l’emarginazione del Mezzogiorno.

Un Sud oggi rinato anche culturalmente, con i suoi mille comitati popolari, i nuovi movimenti meridionalisti, i sindaci indipendenti alla De Magistris, il M5S prima forza politica e lo stesso PD spaccato dalle sacrosante emergenze del Sud, istituzionalmente rappresentate da Emiliano. Un Sud che ha accolto a calci nel sedere sia Renzi che la sua finta alternativa, quel Salvini capo di un partito intollerante, razzista e antimeridionale. Non sono bastati i giornali di potere a fregare ancora una volta il Sud, non sono bastati i soldi distribuiti a pioggia, ma ancora una volta più al Nord, per convincere i meridionali a vendersi per una frittura di pesce, versione opulenta del piatto di lenticchie.

Quella del Sud è innanzitutto una vittoria popolare e culturale, sganciata dal potere politico. Tutte le regioni meridionali sono in mano al Pd-Ncd, che nonostante abbia messo in moto la sua capillare macchina clientelare s’è dovuto fermare al 25-30% . Anche nella stessa “isola felice” salernitana, saldamente controllata dall’impresentabile Vincenzo De Luca, istigatore alla corruzione di 300 sindaci, per il Sì è stata una débâcle.
Di questa vittoria popolare il Sud può essere fiero, è la vera avanguardia progressista del paese, e possiamo andarne fieri anche noi che, grazie all’azione mediatica concessaci dal web e dalle pubblicazioni editoriali, abbiamo dato un grande contributo al suo risveglio culturale. La nostra pagina Terroni ha raggiunto con i suoi post oltre un milione di persone a settimana, e con noi pagine più importanti, come Briganti e altre.
Il Sud s’è svegliato, e mo’ sono cazzi per il potere finanziario e mediatico tosco-padano che lo schiaccia da 155 anni. Qualunque nuovo governo s’insedi, ora deve i conti con questo Sud che esiste e resiste. Un Sud che tuttavia deve trasformare il risveglio culturale in organizzazione politica, intesa nel senso migliore, quello della ricerca del benessere dei propri cittadini, e ciò si potrà fare solo con la consapevolezza che è il momento di dire basta allo status di cittadini di serie B, cui lo stato italiano, da oltre un secolo e mezzo, dà il 40% in meno che a un cittadino del Centronord, in termini di investimenti, di lavoro, di ferrovie, aeroporti, istruzione e quant’altro profonde ai “felici” cittadini del Nord.

di Raffaele Vescera

Il momento di votare è arrivato. Voteremo no, e lo faremo per noi.

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Cominciano a tirarsi le somme degli ultimi giorni di campagna referendaria.
Mentre la ministra Boschi presenzia di programma in programma, entrando direttamente nelle case degli italiani, il premier Renzi impazza tra le piazze d’Italia e i pc degli italiani, attraverso le continue dirette Facebook.
Da tempo ormai non si assisteva ad un acceso dibattito politico; da anni non si verificava una divisione politica di tale entità.
L’agognata riforma costituzionale, menzionata dall’inizio dell’anno 2016 e  scorporata nelle sue sfaccettature negli ultimi mesi; eppure mai, come in questo caso, abbiamo assistito ad un’autentica informazione disinformatrice. L’ossimoro risulta calzante, poichè  se tra i sostenitori del sì, tanto si è parlato della “loro” riforma, altrettante volte lo si è fatto in maniera del tutto sibillina e fuorviante. Ci hanno servito un pacco regalo dalla carta lucida e l’interno vuoto, perché dietro la riduzione del numero dei parlamentari, si cela un senato ineleggibile; dietro il superamento del bicameralismo perfetto, si nasconde un bicameralismo confuso; dietro la semplificazione politica, vi in è in realtà una riforma che darà vita ad una struttura complessa e farraginosa.
Avvisaglie di novità rivestono punti oscuri di una manovra politica che vuol rendere l’Italia un paese accentrato:
– Le autonomie locali  soffocate da una clausola di supremazia che permetterebbe allo stato di imporsi anche in materie di pertinenza non statale;
– la partecipazione politica depotenziata, con un aumento di ben 800000 firme, per i referendum abrogativi;
– il principio di uguaglianza calpestato dalla dicotomia regioni virtuose- regioni inefficienti, all’interno della quale si nasconde una pericolosa discriminazione tra regioni ricche e povere, utilizzando come parametro di misura la ricchezza storica.
Difendiamo il nostro diritto alla libertà, alla partecipazione, all’uguaglianza.
Rivendichiamo il  diritto a decidere cosa fare in materia di ambiente, turismo, istruzione, beni culturali, gestione del territorio, ordinamento scolastico.
Il diritto all’uguaglianza, pietra angolare di ogni democrazia, non può essere denaturato da un disegno politico oligarchico.
Giorno 4 saremo chiamati ad esprimere la volontà di preservare la nostra sovranità popolare: non deludiamo chi, prima di noi, ha lottato affinché venisse riconosciuta.

Domenica non  andremo a dare un giudizio a Renzi o al suo governo, ma ad esprimerci sui nostri diritti e sul diritto di esercitare tali diritti.
Innalziamo lo sdegno verso chi ci vorrebbe cittadini di serie B, indigniamoci di fronte a coloro che vorrebbero dare vita ad una democrazia elitaria.
No presidente del consiglio, non riconduca il voto alla sua persona; abbiamo qualcosa di più importante su cui esprimerci e per cui lottare.
Tuteliamo la nostra terra, difendiamo le nostre libertà da questa tendenza oligarchica;  voteremo no, non per lei, Renzi, ma per noi.
I governi passano, caro presidente, ma la Costituzione resta.

Carmen Altilia

Napoli: ‘O Monumento per ricordare il genocidio del Sud

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Si scrive ‘O Monumento, con l’apostrofo prima della “O”. Vero. Ma Facebook non lo permette. E allora va bene anche O Monumento. Basta che si faccia, che si possa iniziare insieme un’opera di “Rimemorazione”.
Il progetto è concreto. C’è l’artista – Domenico Sepe – disposto a realizzarlo gratis. C’è la localizzazione, nella zona della Ferrovia. C’è il consenso del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. C’è la promotrice, Annamaria Pisapia, con il sostegno di MO Unione Mediterranea e di tutti i gruppi che vorranno unirsi al progetto.
Ma ‘O Monumento sarà firmato dal “Popolo Napoletano” perché una simile iniziativa va a segno se raccoglie il consenso di tanti. Ecco perché apriamo una sottoscrizione pubblica per raccogliere la somma necessaria per le spese vive di realizzazione, trasporto e installazione del monumento: 3.000 euro. Presto comunicheremo le modalità per la raccolta fondi.

Perché ‘O Monumento?
Nel 1860 il popolo del Regno delle Due Sicilie venne massacrato, stuprato, derubato e infine colonizzato dalle truppe sabaude. L’oblìo fu il destino delle centinaia di migliaia di vittime che si opposero o anche solo subirono l’invasione piemontese. Pino Aprile in Carnefici fornisce cifre agghiaccianti. Di questo sacrificio vi sono tracce labili nella storia ufficiale. Nessun libro di scuola riporta quanto accaduto nella sua reale dimensione. Nessun monumento lo ricorda. Nessuna strada è intitolata alle vittime dell’invasione. Il grido di dolore di un popolo annientato è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. Nessuna elaborazione del lutto. Tutto doveva essere ed è stato cancellato, represso e con esso anche il dolore, per lasciare il posto a una macabra euforia da “liberazione”.
Da 155 anni il popolo del Sud vive in un limbo in attesa di una rimemorazione. Nei casi di genocidio, come quello avvenuto alle genti del Sud, il processo di identificazione è lacerato, rendendo quasi impossibile la percezione dell’importanza dell’identità. Identità che un popolo costruisce dalla memoria del suo passato, laddove identità e memoria sono interdipendenti, come ci ricorda la semiotica, ed entrambe ci consentono di proiettarci nel futuro.
Ed è a tal proposito che, da molti anni, persone come Annamaria Pisapia immaginano un doveroso riconoscimento alle vittime delle barbarie perpetrate dalle truppe piemontesi. Un’ opera che ne ricordasse il sacrificio, ma che nel contempo servisse come “Luogo della Memoria”. Ora, finalmente, l’intuizione di Annamaria, appoggiata da MO Unione Mediterranea, fatta propria nel progetto di Napoli Autonomia e Identità, a cui ha prontamente aderito il Comune di Napoli nella figura del Sindaco Luigi de Magistris e degli assessori Carmine Piscopo e Mario Calabrese, è stata accettata. Ma, che sia detto in modo esplicito, una simile iniziativa non è di una sola persona o di un solo movimento: è un’azione di popolo. E così sarà firmata.
Dopo 155 anni quel grido di dolore si libera e prende corpo attraverso l’opera unica dello scultore Domenico Sepe, già autore di sculture di notevole pregio presenti in Vaticano e in molte città d’Italia, che ha partecipato con enfasi al progetto, rinunciando a ogni compenso. Da adesso il Sud può cominciare a riscrivere la sua storia. Chi conosce il passato, merita il futuro.

Referendum: la clausola di supremazia che ci incatena tutti

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Il nuovo art. 117, comma 4 stabilisce che “su proposta del governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Traduzione: il governo può intervenire liberamente anche nelle materie legislative dedicate alle Regioni se lo ritiene in qualche maniera necessario per la tutela dell’interesse nazionale.
Provvedimenti come quello dello sblocca italia, ovvero atti di forza giustificati con la formula “di interesse nazionale”, diventeranno più semplici.

Ad esempio se una trivella è interesse nazionale, si fa come decide il governo.
Un sito di stoccaggio scorie di interesse nazionale, si fa come decide il governo.

Nell’art. 70 si afferma che nel merito di quanto scritto sopra può esprimersi il Senato “nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti.”

Cosa significa? Che il Senato “delle autonomie” scavalca le Regioni e deve esprimersi in tempi rapidissimi, forse fantascientifici per la burocrazia italiana: 10 giorni! Ma la immaginate tutta questa efficienza? Io no.
Ma questo è il meno.
L’altro aspetto più preoccupante è che alla fine la Camera può anche decidere di non conformarsi alle decisioni del senato.

Immaginiamo uno scenario: il governo decide che è necessario fare un certo tipo di intervento di forte impatto sul territorio. I cittadini devono eventualmente trovare il modo di orientare il senato (e non più la Regione). Se pure riescono a farlo il senato deve esprimersi nel merito in 10 giorni. Se pure riesce a farlo la camera può fregarsene.

di Pierluigi Peperoni

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