Author Archives: Andrea Melluso

MO in Quinta – Dicembre

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Nel mese delle luci e del Natale la Municipalità ha ospitato diversi eventi, tra cui: ‘Merliani in musica’, il solidale ‘pranzo dell’ amicizia’ ed il ‘Christmas Show’, tenutosi il 23 dicembre in piazza Vanvitelli con spettacoli, cori Gospel, musica e con Lino D’Angiò a presentare.

Sul fronte dell’ igiene ambientale abbiamo già parlato del progetto ‘Natale Pulito‘. La municipalità inoltre ha avuto incontri con l’ asìa per discutere delle criticità riscontrate nella raccolta differenziata.

Ci si appresta inoltre ad affrontare la questione dell’ area dell’ ex gasometro, tema di un ordine del giorno del 20 dicembre , proposto dai consiglieri Nasti e Greco e per il quale il consigliere Mimmo Cerullo ha richiesto ulteriori passaggi in commissione affinchè si possano prendere decisioni con il giusto background di conoscenze e meditazione, dedicando all’ argomento un consiglio ad hoc, invitando magari l’ assessore comunale competente.

Le nostre feste del ritorno.

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“Paola, stazione di Paola”. I Calabresi che rientrano la conoscono bene. Ma quante stazioni metaforiche esistono nel nostro Sud?

Natale per molti vuol dire casa.

Puoi vivere altrove, costituire in altri luoghi il centro dei tuoi interessi, la casa è però dove sta il cuore; e puoi andar lontano, molto lontano con le gambe, ma il tuo cuore resterà sempre a Sud.

In quegli odori, in quei sapori, in quei riti che si fanno e ripetono ogni anno. Il fumo dai comignoli che rilasciano quel tipico “odore di camino” per le strade, il saluto della gente, caldo e appassionato.
Gli anni passano, ma certe cose no, e i falò sulle strade si fanno ancora con la gente intorno a scaldarsi e sorridersi, alla Vigilia di Natale.

“Sembra che tutto nasca da quel fuoco crepitante e dallo sciame di scintille sollevate dal vento notturno”, scrive Carmine Abate a proposito della sua festa del ritorno.
Ma chi di noi, non ha una sua festa, o qualcuno che torna per la festa del ritorno.
La storia che si ripete, siamo migranti figli di migranti, spesso immersi in vite che in realtà non del tutto ci appartengono, ma ci sovrastano. In fondo lo sappiamo, ma d’altra parte, cos’altro possiamo fare?
Catapultati in un’altra storia, il Natale ci permette di rientrare con un piede nella nostra reale storia.

E allora chiudiamo gli occhi e pensiamo alla nostra futura festa del ritorno, quella che c’è già stata, ci sarà, oppure quella che per quest’anno non si verificherà. Se anche quest’anno non possiamo viverla, proviamo a riviverla nella nostra mente: sentire gli odori, vederne i colori.

I rami possono essere tagliati, ma le radici no, non vengono sradicate. Non importa quanto lontano saremo, quanto i nostri piedi cammineranno: ci sarà sempre una festa del ritorno.

Carmen Altilia

Dossier federalismo fiscale: svelati i trucchi per fregare il Sud.

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L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO SMONTA IL FEDERALISMO FISCALE

di Marco Esposito (articolo pubblicato su Il Mattino il 15/12/2016)

Il federalismo fiscale funziona al contrario: toglie ai Comuni in regioni povere e dà con generosità ai Comuni ricchi. E l’effetto cresce nel tempo, con un balzo già nel 2017 se saranno approvati i nuovi fabbisogni standard comunali.
Ecco: se il governo cerca un dossier simbolo dal quale ripartire per segnare una svolta in favore del Mezzogiorno, lo ha già sul tavolo. È la durissima relazione presentata in Parlamento dall’economista Alberto Zanardi, dell’Ufficio parlamentare di bilancio. L’Upb è una struttura tecnica e indipendente voluta dalla Ue per tenere d’occhio i conti degli Stati aderenti all’Unione europea. Zanardi ha messo a punto un dossier denso di dati e di osservazioni critiche che svela (o conferma, per i lettori del Mattino) i trucchi messi in atto per favorire le aree ricche anche quando scatta la solidarietà.

Zanardi, milanese e bocconiano, non si fa scrupolo a tirare in ballo la sua Milano. La quale, è cosa nota, è una città molto ricca e quindi le spetta contribuire non poco al Fondo di solidarietà comunale. In particolare, per la cosiddetta perequazione delle capacità fiscali, Milano versa un gettito di oltre 400 euro per abitante. Non sono pochi soldi, ma a chi vanno? Sono destinati, com’è giusto, a Comuni che ne hanno più bisogno. E chi ha fabbisogni particolarmente elevati? Milano! Che quindi si restituisce 350 euro a testa riducendo l’effettiva solidarietà ad appena 50 euro. «La determinazione dei fabbisogni standard – spiega Zanardi – essendo in parte basata sui servizi effettivamente forniti, rispecchia le capacità fiscali di ciascun Comune». In pratica se un Comune ha alte capacità fiscali (cioè è ricco) fornisce più servizi, da cui si afferma che ha più bisogni e quindi le ricchezze se le tiene, almeno in massima parte.

Tale sistema è già scattato per il 2016 e aveva come paradosso più evidente l’assegnazione di un fabbisogno zero ai Comuni dove nel 2010 (anno di riferimento) non c’era l’asilo nido. Nel 2017, continua Zanardi, il riferimento è aggiornato al 2013 ma c’è stato un «potenziamento dell’attenzione ai servizi effettivamente forniti». L’economista non fa esempi, ma i lettori del Mattino già sanno: a Caserta nel 2013 non c’era servizio di autobus perché la società di trasporto pubblico era fallita e così si è deciso di assegnare alla città fabbisogno zero di trasporto pubblico per il 2017. Come a dire: «Non passa l’autobus? Vuol dire che non ti serve».

Tale regola, va ricordato, è talmente contraria al buon senso e agli obiettivi del federalismo che la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale ha chiesto al governo di togliere per il 2017 quegli zeri sul trasporto pubblico locale e sugli asili nido. Il governo Renzi non ha avuto il tempo di dare una risposta. Ecco perché l’esecutivo Gentiloni, che ha fatto dell’attenzione al Sud un proprio marchio di fabbrica, ha l’occasione di dare un segnale concreto, anche perché la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio documenta, al di là di ogni ragionevole dubbio, la deriva che ha preso il federalismo, fino a calcolare il punto di arrivo, con Napoli – già oggi la città più colpita – che a regime si vedrebbe tagliato «il 24,3% delle risorse» mentre «Roma accrescerebbe la sua dotazione di risorse del 23%».

Zanardi poi puntualizza che molti problemi nascono dal fatto che siamo «in assenza della fissazione da parte del governo centrale di Lep», ovvero livelli essenziali di prestazioni sociali da garantire in tutta Italia. Con la conseguenza che «si indeboliscono gli incentivi agli enti in ritardo a promuovere un adeguamento delle loro forniture pubbliche» mentre cresce il «rischio di cristallizzare le disparità». Infine, accusa Zanardi, non è mai partita la perequazione delle infrastrutture previste dalla legge 42 del 2009, cioè gli interventi statali per superare i divari storici.

Come hanno reagito i parlamentari della Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale dopo aver ascoltato il j’accuse di Zanardi? Sono intervenuti in tre. Il presidente della Commissione, il deputato leghista Giancarlo Giorgetti, si è detto allarmato perché, a suo dire, i Comuni della Liguria e quelli della provincia di Sondrio ne uscirebbero «massacrati». Ha preso poi la parola la senatrice del Pd Magda Angela Zanoni che ha chiesto i dettagli regionali: «A me ovviamente interessa il Piemonte», ha precisato. Infine è intervenuta un’altra senatrice del Pd, Maria Cecilia Guerra, la quale pur affermando che a lei come emiliana «va anche bene» si è posta il problema che si stanno assegnando a dei tecnici (la Sose, la Commissione tecnica fabbisogni standard) delle scelte che dovrebbero essere politiche. E i parlamentari meridionali? Assenti o silenti.

Fiume Sarno: la Regione Campania tace e abbandona ancora i cittadini

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Le acque inquinate del Sarno scorrono ancora indisturbate sotto gli occhi del Presidente De Luca e del vicepresidente della Giunta regionale Fulvio Bonavitacola, i quali, dopo aver dichiarato e millantato guerra alle esondazioni tossiche del fiume, si sono prontamente defilati per dedicarsi a questioni più urgenti, come la pittoresca propaganda per il Sì a base di fritture.

Il piano, prima che finisse nel dimenticatoio, era quello di arginare (senza risolvere) i danni della bomba ecologica più famosa d’ Europa.

Il piano è tuttora compreso nel Grande Progetto Sarno, inserito nella programmazione europea FERS 2014/2020 – Asse 5 con un investimento di 217 milioni di euro.

Il Progetto, grazie ad una petizione popolare presentata da vari soggetti sul territorio, ha fortunatamente subito un arresto il 23 marzo 2016, grazie alla risoluzione approvata dalla VII Commissione Consiliare Permanente presieduta da Gennaro Oliviero, dopo la quale però la Regione non ha più dato segnali di interesse.

L’impiego dei 217 milioni è rimasto un’incognita e ancora, a distanza di nove mesi, non si vede l’ombra della progettazione di nuove strategie per la risoluzione del problema idrogeologico.

Ben sette Sindaci dei comuni più a rischio (Striano, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Palma Campania, San Valentino Torio e Sarno) hanno indetto un consiglio comunale congiunto  nell’ottobre scorso con l’intento di sollecitare l’intervento della Regione Campania, per:
1) completamento dei sistemi fognari dei comuni ricadenti nel bacino del Sarno;
2) Bonifica delle vasche borboniche Fornillo, Pianillo e ripristino della loro funzione originaria di assorbimento delle acque meteoriche;
3) rifunzionalizzazione idraulica del Canale Conte Sarno;
4) eliminazione delle vasche di Laminazione previste dal Grande Progetto Sarno.

La Regione rimane tuttora chiusa in un assordante silenzio. Eppure qualcosa ha fatto anche De Luca: a causa della Spending Review, la Regione ha dovuto anche sciogliere l’ARCADIS, Agenzia Regionale a difesa del suolo, originariamente preposta proprio a occuparsi di materie come il Progetto Grande Sarno.

I nostri dirigenti-cicala hanno cantato per tutta l’estate, e adesso che l’inverno porta con sé la pioggia e con questa il rischio di esondazioni, a loro poco importa se i fanghi e le acque che allagano i nostri terreni aumentano esponenzialmente il rischio di malattie neoplastiche, principale causa di mortalità nella zona.

Quasi un anno è passato invano e i fondi europei rischiano di fare la stessa fine dei buoni propositi della Regione, la questione ambientale e l’emergenza sanitaria pongono innegabilmente l’attenzione sull’ennesima insolvenza dell’amministrazione campana.

De Luca, se ci sei batti un colpo!

Dossier Pendolaria 2016

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di Salvatore Merolla

In attesa del Rapporto Pendolaria 2016, che sarà presentato a gennaio, Legambiente anticipa un dossier in cui mostra le 10 peggiori linee ferroviarie per i pendolari italiani. Dai primi dati presentati arriva la conferma che per il trasporto su ferro, come praticamente per ogni servizio fornito in questo paese, se c’è un Nord messo male, ci sarà un Sud messo peggio. Il perchè è semplice, gli investimenti degli ultimi anni sono stati destinati quasi esclusivamente al potenziamento delle linee ad alta velocità… e di queste linee il meridione di certo non abbonda (per usare un eufemismo). La totale assenza di una strategia di potenziamento non può che portare a una differenza di offerta sempre maggiore tra la rete AV e quella ordinaria; ed è così che mentre sulla linea alta velocità Roma-Milano l’incremento di offerta dal 2007 è stata del 276%, regionali e intercity vedono tagli sui trasferimenti che hanno causato una riduzione dei servizi dal 2010 del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi. Ogni giorno lavoratori e studenti sono costretti a subire gli effetti di questi tagli: diminuzione delle corse, aumento dei tempi di percorrenza, degrado dei treni e delle stazioni; disservizi che, sebbene presenti in tutto il territorio italiano, insistono maggiormente nelle regioni meridionali creando una forte disomogeneità che dovrebbe essere contrastata con interventi massicci da parte dello Stato.

Emblematico l’incidente del 12 luglio 2016, il drammatico scontro fra treni su una linea a binario unico tra Andria e Corato, che evidenziò ancora una volta la diversa situazione delle linee regionali nel paese, anche in termini di sicurezza. Proprio la regione pugliese piazza una linea all’ottava posizione tra le 10 peggiori: la Bari-Martina Franca-Taranto, 112 km quasi tutti a binario singolo (e un’imbarazzante velocità media di appena 41 km/h) per una linea che secondo la Regione Puglia dovrebbe servire 700 mila utenti tra pendolari e turisti.

Osservando le tabelle di Legambiente salta subito all’occhio la differenza tra regioni come Lombardia e Sicilia: la prima vanta 2300 corse al giorno per 10 milioni di abitanti; la seconda, nonostante di abitanti ne abbia 5 milioni, arriva a malapena a 429 corse giornaliere. Nel dossier la situazione siciliana viene definita testualmente “indegna di un paese civile che fa parte dell’Unione Europea”. La Sicilia sfiora il podio piazzando al quarto posto la Messina-Catania-Siracusa, linea che ha visto negli ultimi 15 anni una diminuzione dei treni del 41% e un abbassamento drastico della velocità media.

Medaglia di bronzo per la linea jonica che collega Reggio Calabria a Taranto. In questo caso “collega” è un parolone, parliamo di 4 corse giornaliere (di cui 1 sola diretta, con oltre 7 ore di viaggio), la più veloce impiega 6 ore e 15 minuti con 3 cambi (l’ultimo addirittura in pullman). Una linea disastrata, a binario unico e non elettrificata, che dal 2010 ha subito ulteriori tagli con la cancellazione di 2 intercity, 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta, 2 treni interregionali.

Sfiora il triste primato, superata solo dalla Roma-Ostia Lido, la Circumvesuviana. La rete ferroviaria, che si estende per 142 km distribuiti su 6 linee e 96 stazioni, fa parte del gruppo EAV e viene definita da Legambiente “la vergogna della mobilità in Campania”. I pendolari che si servono della Circumvesuviana devono fare i conti con i ritardi quotidiani, le corse soppresse (a centinaia in un anno), il degrado di treni e stazioni, la scarsa sicurezza. Negli ultimi anni il numero di treni a disposizione è sceso da 94 a 56, le corse da 500 al giorno a quasi la metà. Quasi identica la situazione delle altre linee gestite da EAV… e stiamo parlando di linee che servono un’area metropolitana di 3,5 milioni di abitanti! Ovviamente il calo di passeggeri dopo anni di disservizi non è tardato ad arrivare, i numeri dal 2010 ad oggi sono impietosi: da 40 a 27 milioni per la Circumvesuviana, da 20 a 11 milioni per Circumflegrea e Cumana, da 67 a 40 milioni per MetroCampania Nordest. L’altra linea del gruppo, l’Alifana, vede ormai l’utilizzo di solo 8 treni diesel, sostituiti nei festivi dal servizio bus.

Altro capitolo nero è quello dell’età dei treni. L’età media in Italia è 17,2 anni, migliorata rispetto allo scorso anno (18,6) solo perchè alcune regioni (come Lombardia, Toscana e Veneto… chi se lo può permettere insomma) hanno rinnovato il parco rotabile. Le prime 4 regioni nella mortificante classifica dei treni più obsoleti sono Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Calabria, con un’età media che oscilla dai 22 ai 24 anni. Parliamo di treni dove manca il riscaldamento in inverno e l’aria condizionata d’estate, dove i servizi igienici lasciano a desiderare e la parola comfort diventa pura utopia. L’innalzamento dell’età media dei convogli ha portato anche a un sensibile rallentamento su alcune linee che, come nel caso della Siracusa-Gela, ha riportato i tempi di percorrenza a quelli di 20 anni fa!

Il dossier si chiude marcando bene la situazione del meridione, non occorre aggiungere altro a queste parole:
“Si tratta di un’Italia a due velocità: il successo dei Frecciarossa da una parte e i tagli a intercity e treni regionali dall’altra con una forte emergenza al Sud. In Italia aumentano le persone che viaggiano in treno, ma con dinamiche molto diferenti da Nord a Sud. Un Paese dunque con sempre più treni di serie A e B, dove si evidenzia in alcune città una vera e propria emergenza per i pendolari, mentre al sud come una grande questione nazionale”.

Governo Gentiloni: perchè non cambia niente per il Sud.

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Di Flavia Sorrentino

Che il neo governo di Paolo Gentiloni abbia un Ministro ad hoc per il Mezzogiorno, il professore Claudio De Vincenti, già sottosegretario di Stato, non basta a rassicurare i cittadini meridionali che il 4 Dicembre hanno sonoramente bocciato la riforma costituzionale, divenuta per l’eccessiva personalizzazione, un banco di prova e fiducia popolare verso l’operato politico dell’esecutivo Renzi. Il nuovo governo infatti, è di fatto un Renzi-bis che conferma 12 ministri su 18 incaricati e addirittura promuove ai piani alti di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi, che pur declamandosi esempio di classe dirigente non attaccata alla poltrona, ha accettato senza riserve il prestigioso ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sacrificando la coerenza sull’altare dell’arroganza: il cortocircuito di chi si definisce rottamatore e si rivela restauratore. Due sono invece le new entry tra i Ministri a capo di un dicastero, Marco Minniti subentrato ad Angelino Alfano andato agli Esteri e Valeria Fedeli che prende il ruolo di Stefania Giannini, sostituita dopo i risultati della “Buona Scuola.”

Per il resto vengono riconfermati tutti: Orlando alla Giustizia, Pinotti alla Difesa, Padoan all’Economia, Calenda allo Sviluppo economico, Martina all’Agricoltura, Galletti all’Ambiente, Poletti al Lavoro, Franceschini alla Cultura, Lorenzin alla Salute e Delrio alle Infrastrutture. Cosa debba aspettarsi di diverso il Sud dalla squadra di Governo che in tre anni ha aggravato pesantemente le differenze territoriali nel paese, è la domanda a cui dobbiamo realisticamente provare a rispondere. Cambierà forse la legge leghista sulla sanità che assegna meno fondi alle Regioni in cui l’aspettativa di vita media è più bassa? Il ministro della Salute resta Beatrice Lorenzin che definisce i morti di cancro nella terra dei fuochi il risultato dei cattivi stili di vita in Campania e non la conseguenza di decenni di criminale affarismo politico-imprenditoriale irrobustito da indifferenza ed accondiscendenza di Stato. Resta al suo posto anche Graziano Delrio, che sarà ricordato dai posteri per aver rinviato ai “prossimi riparti” le storture sul calcolo dei fabbisogni standard della rete di servizi Welfare del Mezzogiorno (asili nido ed Istruzione) e per non aver investito nelle infrastrutture ferroviarie per colpa delle rocce al Sud.

L’esecutivo Gentiloni è lo stesso delle soglie di povertà calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia, riservando il 45% dei sussidi al meridione e il 55% dei sussidi al Nord; è il governo dei 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud per i progetti europei fino al 2020; è il governo dei voucher e dei 2 miliardi di euro del Sud del Piano di Azione e Coesione utilizzati per incoraggiare 536.000 nuove assunzioni al Nord, mentre i dati Istat sulla povertà, l’esclusione sociale e la disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno raggelano il sangue per drammaticità e continuità nel tempo. 

Ma questa volta-si dirà- è stato incaricato un Ministro senza portafoglio (ma dai!) per affrontare la questione meridionale, di matrice risorgimentale, mai risolta. A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina: il Sud che comincia a reagire e ha votato in maggioranza per il NO al referendum, se non può essere fermato quanto meno deve essere imbonito, lusingato e controllato. Così Claudio De Vincenti, che fino a ieri ha partecipato a tutti i tavoli di concertazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi alle decisioni discriminatorie contro il Sud, è diventato la garanzia e la promessa per la ripresa e lo sviluppo meridionale. “Il nostro Paese-ha dichiarato- ha bisogno per il suo sviluppo che il Mezzogiorno prenda in mano il suo destino e dia il suo contributo.”

Quale altro contributo? C’è da chiedersi. Quanti contributi deve ancora dare la colonia Sud prima di vedersi riconosciuti giustizia sociale, dignità lavorativa, pari diritti, condizioni ed opportunità? Un territorio con grandi sacche di disoccupazione può competere e crescere solo se le politiche di governo sono concentrate sulla definizione di una strategia di sviluppo strutturale (che preveda magari una fiscalità di vantaggio per le imprese che investono e assumono al Sud) e sull’adeguata ripartizione dei finanziamenti. Invece per dirne un’altra, il governo Renzi ha ridotto ad un terzo la programmazione dei fondi europei 2014-2020 in Campania, Puglia e Sicilia e ha utilizzato il reddito delle famiglie come indicatore di “merito” per stabilire tetti al turnover dei docenti universitari, favorendo di fatto lo spostamento di 700 ricercatori al Nord e un calo di iscrizioni negli atenei del Sud. De Vincenti questo lo sa, c’era anche lui quando drenavano risorse favorendo emigrazione e desertificazione industriale. Ed era sempre lui ad affermare che «non è scontato che sia un bene introdurre una decontribuzione differenziata ad hoc per il Mezzogiorno» così come era lui a definire <<strumentalizzazioni per coprire l’inadeguatezza del servizio sanitario pugliese>> le proteste dei tarantini dopo dietrofront del governo sui 50 milioni di euro da destinare ai bambini vittime del mostro Ilva tenuto in piedi a colpi di decreti di Stato.

Ci dicono che dobbiamo rimboccarci le maniche, ma ci fendono le braccia. Dobbiamo imparare a correre e ci spezzano le gambe. Smettetela con questo vittimismo, dicono i carnefici. Eppure su una cosa hanno ragione: dobbiamo cogliere ancora di più e con più convinzione l’invito a fare bene da soli, in autonomia. Per il Sud imperversano tempi bui e di peggiori se ne prospettano se non sapremo cogliere la richiesta di rappresentanza che viene dai territori e delle fasce più deboli della società. Tutta la sfiducia e la refrattarietà alle promesse dei partiti italiani, compresi quelli di opposizione che ora fanno la voce grossa ma in Parlamento si adeguano per fregare il Sud, è emersa con il voto sulla riforma Costituzionale. La Carta Costituzionale è salva, per niente lo sono i diritti che contiene. A partire dall’equità e dall’ uguaglianza che per troppo tempo ci sono apparse come concessioni straordinarie e che ora dobbiamo rivendicare come espressione di ritrovato orgoglio e dignità.

 

 

Il capitalismo e il suo rapporto di dominio con il Sud Italia e i Sud del mondo.

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Il capitalismo  e il suo rapporto di dominio con i Sud del Mondo e con il nostro Meridione in particolare

“Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i loro popoli sappiano cosa sta accadendo. Ciò si può ottenere tramite passi successivi, ognuno mascherato da uno scopo economico, ma che porterà alla fine e irreversibilmente alla federazione” (Jean Monnet, fondatore dell’Unione Europea con George Murnane della Banca Monnet and Murnane § Co)

Totalitario è quel regime che non si accontenta di controllare la società ma pretende di trasformarla in nome di un’ideologia totalitaria appunto, che la pervada interamente attraverso un uso combinato del terrore e della propaganda.

Premessa

La prima domanda che ogni persona, che fa parte di movimenti meridionali, deve porre a se stessa è: quali sono le motivazioni che mi hanno spinto a far parte di un movimento  che si richiama alle istanze di ricerca di autonomia della soggettività meridionale? La risposta, che dovrebbe essere, almeno in parte, comune,  è decisiva al fine di creare  gruppi il più possibile omogenei e dialoganti. Certamente le risposte possono essere molte, ma se tra le possibili motivazioni mancasse una motivazione storico – politica e, soprattutto, culturale, che sia ricerca di senso e di identità, il tutto crollerebbe come un castello di sabbia;  non c’è, infatti, politica senza cultura, così come non c’è cultura senza politica, nel senso che esse sono  due momenti di un unico processo circolare: i due termini di teoria e prassi, se separati, creano alienazione e incapacità di orientamento in una società complessa come quella attuale, caratterizzata, tra l’altro, dalla liquidità dei valori e dalla disgregazione sociale. Ciò premesso,  ci permettiamo di fare,  in modo sintetico e schematico,  un’analisi della realtà attuale della quale  siamo convinti, della conseguente condizione il cui il sud si trova e delle possibili direzioni di ricerca e di lavoro che si possono seguire.

L’ analisi

Non si può pensare storicamente il nostro tempo, specie gli ultimi tre decenni, senza pensare al capitalismo finanziario come sistema di potere che oggi domina il mondo, e del quale, paradossalmente , poco si parla. E, se lo si fa, si è attraversati da uno strano senso di disagio perché esso è comunemente percepito come un “fenomeno naturale” della nostra vita quotidiana.  Un sistema de-eticizzato che sta distruggendo i luoghi  naturali della formazione etica dell’uomo: la famiglia, ormai in profonda crisi;  la scuola considerata un’azienda, il lavoro ridotto a merce.L’ individuo  è ridotto a puro atomo senza radicamento, precarizzato e senza futuro e i rapporti sociali improntati alla logica del contratto Un sistema che ha desacralizzato  il mondo riducendolo a pura utilità e che ha messo in congedo le religioni, che potrebbero costituire ancora una possibile alternativa o resistenza al capitalismo. Un sistema che coniuga scambio ed organizzazione tecnologica, caratterizzato dall’assolutizzazione dell’economico, dal monoteismo del mercato, dallo smantellamento della sovranità dello Stato nazionale  e della  sua egemonia politica sull’economia.

Andare all’ origine del Capitalismo, individuare le condizioni che lo hanno reso possibile, tracciare il lungo secolare percorso storico delle sue metamorfosi in questa  nota non sarebbe possibile. Qui ci limiteremo a fare, prima di entrare nel merito dei suoi rapporti di dominio dell’economia di mercato, una schematica sintesi del periodo che va dal secondo dopoguerra ai giorni nostri e che può essere diviso in due fasi:

la prima  va dalla conferenza di Bretton Woords  (1 – 22 luglio 1944 durante la quale, stante la completa fiducia nel sistema capitalistico da parte di tutti i 44 stati aderenti, si stabilì la convertibilità di tutte le valute in  dollari) alla fine degli anni settanta;

la seconda fase va dalla fine degli anni settanta  ai giorni nostri.Tale fase è caratterizzata, fin dall’inizio, dalla deregulation che ha dato il via alla globalizzazione  e finanziarizzazione dell’economia.

La prima fase,  che si può definire del capitalismo regolato,  si caratterizza in Occidente per l’eccezionale crescita della produzione, per la stabilità economica, per la riduzione delle disuguaglianze, per la creazione di un ceto medio e, soprattutto per una prevalenza della politica e delle sue capacità progettuali sull’economia. Un periodo unico nella storia, durante il quale, tra l’altro,  si è avviato e, in parte, concluso il processo di decolonizzazione dei paesi ex coloniali

Ma quali sono state le cause che hanno provocato lentamente ma inesorabilmente la deregulation e il conseguente cambiamento che oggi noi sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana? Tra esse sicuramente un ruolo importante hanno avuto :

L’Inflazione Il ruolo primario dello Stato, le scelte di  politica  economica ed industriale da esso operate, le grandi spese sostenute, determinarono aumento di spesa pubblica finanziata con emissione di nuova moneta che causò  una notevole  inflazione. La politica monetaria restrittiva che ne seguì e la riduzione delle politiche sociali furono  destabilizzanti.

La contrazione dell’occupazione favorita anche  dallo sviluppo tecnologico e dal passaggio dalla fabbrica fordista (che  aveva anche  avuto il merito di far organizzare gli operai nei sindacati e a dar loro forza contrattuale) ad una organizzazione del lavoro parcellizzato.

Presenza sui mercati internazionali  di un’enorme massa di denaro conseguenza dell’aumento triplicato del prezzo  del petrolio (1973) e dei conseguenti enormi profitti delle compagnie, che, complice la politica degli anni ‘80 di Reagan e della Thatcher, facilitò  il processo di liberalizzazione  dei capitali e  privò i singoli Stati di sovranità finanziaria

Fu tale liberalizzazione a dare inizio al processo di globalizzazione dell’economia  e della conseguente finanziarizzazione  del mercato. Oggi la massa delle attività finanziare raggiunge l’astronomica cifra di cento trilioni di dollari, corrispondente al doppio del PIL mondiale)

Il capitalismo col tempo  aveva già eroso sia la moneta che il credito, introducendo da una parte la moneta di carta e dall’altra la procrastinabilità  del credito, aggirando cosi sia la convertibilità in oro della moneta  ( il 15 agosto 1971, a Camp David, presidente statunitense Richard Nixon, aveva annunciato la sospensione della convertibilità del dollaro in oro)  che l’obbligazione della  solvibilità del credito che si realizza per gli investimenti attraverso la borsa, e attraverso il debito per la finanza pubblica,. Un paradosso che ha determinato da una parte la liquefazione e, quindi, l’identificazione dei due pilastri dell’economia (moneta e credito erano tradizionalmente ben distinti) e, insieme, l’autonomizzazione del mercato finanziario, che manca totalmente di meccanismi di autoregolazione perché tratta di titoli ( il cui valore è liquido) e non di merci  reali il cui scambio è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta; dall’altra ha modificato  il rapporto di forza, tra stati nazionali e multinazionali, a favore di quest’ultime. Il mercato finanziario, insomma, è il gioco folle che ha travolto l’economia finanziaria americana e, con essa, quella degli altri stati. Scriveva Keynes prima del crollo “se lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che vi sia qualche cosa che non va bene”.Purtroppo il gioco ancora continua così come continua a crescere il debito considerato ormai  una scommessa. Un debito enorme che coinvolge tutti gli stati del mondo e del quale ognuno di noi dovrebbe almeno domandarsi chi sono i creditori.

                                                              Le conseguenze

Ci troviamo ormai all’apice del capitalismo, (molti – come Luciano Vasapollo – parlano di crisi sistemica;  altri – come Agostino Spataro – ritengono che la crisi parrebbe denunciare una difficoltà, perfino un declino, non tanto del sistema capitalistico in se stesso quanto dell’egemonia occidentale sul terreno dell’economia e della cultura) perché esso tutto ha condotto ad una vera e propria economicizzazione del reale e del simbolico. Tutto è merce. Si è realizzata  una vera e propria aziendalizzazione della società; Lo Stato stesso  è considerato  un’azienda.  La politica non decide più ma ratifica e amministra ciò che il mercato ha deciso, cioè ciò che hanno deciso le oligarchie economiche e finanziarie, entità senza volto che nessuno ha eletto e che decide del destino dei popoli. In questo tragico scenario di globalizzazione e di mercatizzazione, dove l’interesse produce danaro dal danaro, dove l’economia funziona con lo spread, con azioni e CDS  (Credit Default Swap, cioè i derivati creditizi) (1) , i partiti, o meglio il centro destra e il centro sinistra in Italia, pienamente d’accordo sul pensiero unico neoliberale, svolgono la funzione, attraverso i media, ( la spinta pubblicitaria operata dal capitale raggiunge l’astronomica cifra, a livello mondiale, di 500 miliardi di dollari all’anno) di far credere ai cittadini che sono ancora essi a decidere. Significativo, da parte loro, il richiamo alla necessità dell’Europa, non quella dei popoli, ma quella dell’Euro che appare oggi, più che mai, non tanto una moneta, quanto uno strumento del capitale mosso dalla logica di far prevalere, sempre di più, l’economico sulla politica, di ridurre al massimo i diritti e la sovranità degli Stati. Si tratta di un sistema che produce debito con effetti socialmente perversi perché se da una parte limita le risorse destinate alle infrastrutture, ai servizi pubblici,  al Welfare State, essenziali per l’equilibrio delle attuali società complesse, dall’altra avvantaggia, con guadagni faraonici, i privati determinando disuguaglianze enormi ( un piccolo numero di potenti è più ricco delle popolazioni dell’Africa – 200 multinazionali dominano un quarto delle attività del mondo – la General Motors è più grande della Danimarca – la Ford più grande del Sudafrica – in Italia il 10 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza nazionale –). Il meccanismo del sistema fa diventare i poveri sempre più poveri e i ricchi incredibilmente ricchi.

Si tratta di un  sistema che, riducendo la società a mercato, ha degradato e continua a degradare,  portando alle estreme conseguenze, la base ecologica dell’esistenza:  i cambiamenti climatici, la distruzione degli ecosistemi e delle risorse, i fenomeni immigratori (milioni di persona si spostano in questi anni in tutto il globo) sono i segni del grande pericolo che l’umanità sta attraversando. Giorgio Ruffolo scrive: “ lasciato a se stesso il capitalismo rischia queste due derive: la distruzione della società umana e delle sue basi di sopravvivenza. Mai un sistema storico di organizzazione sociale è stato così prossimo all’onnipotenza e alla rovina”.

Si tratta di un sistema di violenza fatta non attraverso eserciti ma attraverso l’economia ( gli Stati sono subordinati al mercato ; lo spread, per esempio, è l’arma che usano i mercati per gestire l’esistenza dei popoli e per riaffermare continuamente il loro dominio: il caso della Grecia insegna; il lavoro è precarizzato, sotto pagato e svalutato culturalmente) e attraverso l’ideologia pervasiva che al capitalismo non ci sono alternative: o il neoliberismo, caratterizzato dall’illimitatezza, dalla mercificazione e dal godimento illimitato  o l’abisso. Un ideologia che impone l’adattamento (non devi cambiare il mondo ma te stesso), rimuove la dialettica storica e delle idee e le stesse possibilità di esistenze diverse, e che, quindi, assolutizza la realtà in un eterno  presente.

Le categorie di questa ideologia sono penetrate nella coscienza degli individui (almeno nella maggior parte) di ogni età, genere e professione distruggendo  il soggetto, ormai disgregato, vittima dell’individualismo, del nichilismo e incapace del conflitto necessario a scoprire la propria identità. Lo strumento principe, oggi come non mai, di cui il capitalismo si serve è la manipolazione culturale di massa e il controllo dei mass-midia che gli consente di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di distruggere la verità. Specie attraverso il controllo delle televisioni i patentati economici riescono a distrarre e a distogliere l’attenzione dai veri problemi, di creare artificiosamente problemi e di offrire poi soluzioni utili ai loro interessi, di mantenere il pubblico nell’ignoranza, di orientare l’opinione pubblica. Ma la cosa più vergognosa che il Capitalismo finanziario sta tentando è quella di distruggere le Costituzioni che sono nate dalla lotta al fascismo. La prova, se di prove scritte ci fosse bisogno, è rappresentata da due documenti: il primo è una lettera, inizialmente segreta, inviata il 5 Agosto 2011 al Governo italiano da Jean – Claude Trichet e Mario Draghi e il secondo  un documento di sedici pagine redatto dalla Jp Morgan (2). Due documenti che  dettano l’agenda politica al Governo italiano ( e non solo) ed evidenziano chiaramente la sua dipendenza  dal potere finanziario internazionale.

La più grave  conseguenza di tutto ciò è quella di aver dissolto le comunità e di aver fatto della società un aggregato di individui. Lo stesso linguaggio e gli elementi simbolici sono parte di questo processo di economicizzazione: un professore che giudica valuta un alunno sulla base di crediti e debiti; gli scienziati, gli intellettuali e le forze produttive diventano un  capitale sociale; nei rapporti sentimentali si usano espressioni come investimenti affettivi, etc.

Un sistema di violenza a distanza che nasconde i carnefici alle vittime e deresponsabilizza perché – si dice – responsabile è il mercato;  che provoca alienazione, che è  crisi di rapporto con la realtà,  il processo cioè per cui l’uomo diventa estraneo a se stesso fino al punto di non riconoscersi; che  obbliga a politiche che insistono ideologicamente su termini come  modernità e progresso, concetti che – scrive Francesco Festa- “ utilizzati come paradigmi per le pratiche di crescita economica…. e  forgiati attraverso meccanismi discorsivi in un atto di violenza del discorso stesso come forma dominante di sapere che cancella i modi alternativi di interpretare e di relazionarsi con la realtàArturo Escobar ha svelato l’intelaiatura di tali discorsi – nella fattispecie del discorso dello sviluppo – come un sistema di rappresentazione e di potere che “colonizza l’immaginazione”. Dell’analisi fin qui fatta le TV e i giornali italiani non tanto ne parlano; qualche volta la sottintendono, altre volte la ignorano totalmente (3).

Le conseguenze elencate trovano la loro profonda ragione nella logica interna del sistema. E’ indiscutibile, infatti, che il capitalismo determina per il suo stesso meccanismo di accumulazione continua, per lo sfruttamento delle risorse del mondo e per la ricerca continua di nuovi mercati un processo di “periferizzazione” e di mantenimento delle periferie, funzionali al suo dominio, e che sono vere e proprie “colonie”.

I vari sud del mondo e il meridione italiano, definito, per la sua specificità e la sua storia, da Nicola Zitara una colonia interna, continuano ancora oggi ad essere periferie dipendenti  dal capitalismo che esercita il suo dominio, come abbiamo già detto, con l’economia e con l’ideologia, ma anche con  guerre come quelle di cui siamo stati e siamo testimoni diretti (4).

                                                           La Transizione

Se questa è la situazione, la domanda  che dobbiamo porci è:  come procedere, nella realtà attuale, nel percorso  di liberazione individuale, sociale e politica?

Considerato

-.  Che oggi il nostro Meridione ha alle spalle (5) “una storia di lotte anticoloniali di oltre un quarantennio, che ci consente di trarre indicazioni sugli aspetti positivi  dell’azione  fin qui svolta; ma anche  e  soprattutto sui limiti  da cui  essa è  segnata e senza il superamento dei quali il movimento non solo non diventa fatto popolare, tensione e azione di popolo, ma avvolgendosi su se stesso si consuma nei veleni del suo fallimento, come la inimicizia e la rissosità  tra i diversi movimenti ed i diversi esponenti che li rappresentano clamorosamente dimostrano”;

-. che abbiamo ritrovato la nostra memoria storica ma che sperimentiamo ogni giorno, in una combinazione circolare in cui l’uno alimenta e si alimenta dall’altro, il disastro di carattere antropologico, causato alle nostre anime, il  disastro sociale causato  con la distruzione  del nostro sistema  produttivo ed istituzionale e il disastro fisico  causato dal dissesto del territorio e dalla sempre più accentuata sua riduzione a discarica dell’onnivoro processo produttivo in atto; -.

-.che il processo di colonizzazione  non è storia di ieri ma è processo tuttora pienamente in atto, qui ed ora;

-. che esso è, insieme, processo invasivo e pervasivo articolato e molecolare che occupa tutte le dimensioni e tutti gli spazi  materiali e morali della vita delle popolazioni meridionali. E ciò avviene , in  una semplificazione meramente indicativa ed occasionale:  

 

  • con l’impianto nel territorio – o    meglio: nei territori, all’interno del territorio di questa o quella comunità calabrese, lucana, pugliese, campana  ecc., che nel loro insieme costituiscono l’impalcatura di quello che, attraverso di esse è ancora un Paese (sottolineiamo questo punto della molteplicità delle comunità, ognuna dotata di proprio territorio, di proprie istituzioni, di propria vita sociale ed economica, di  propria identità e soggettività culturale, di propria memoria e di propria storia) di attività industriali esterne  ed inquinanti tra cui  quella dell’incenerimento dei “rifiuti”;
  • con l’utilizzazione dei territori  e delle acque di questa o quella comunità come bacino  di discariche “ legali” e illegali a servizio delle produzioni esterne;
  • con l’utilizzazione dei giacimenti delle  materie prime di cui i territori sono dotati attraverso trivellazioni devastanti;
  • con la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua, dalle sementi, dal legno ricavabile dal manto boschivo che riveste le nostre montagne, ridotte a miniere di estrazione;
  • con la  riduzione della produzione agricola, anche di quella proveniente da culture specializzate quali l’agrume, l’ulivo, la vite, a materia  prima asservita all’industria della Coca Cola o della Monsanto;
  • con l’invasione dei supermercati e la sterilizzazione delle residue produzioni e delle residue attività commerciali interne;
  • con l’occupazione delle strutture della formazione e della informazione ( scuola, stampa, luoghi di formazione della cultura);
  • con la  occupazione come si è già accennato, da parte delle classi dirigenti meridionali, subordinate fin dall’inizio  all’occupante attraverso le strutture del partito meridionale di tutti gli spazi istituzionali, compresi quelli deputati  agli stretti limiti ad essi assegnati, -a governare i territori delle comunità locali,

 

                                                            In definitiva

        la storia di ieri, oggetto della narrazione svolta dal complessivo movimento meridionale come fin qui si  è configurato, lo stato di cose che su tale storia si è costituito e si è insediato nelle nostre vite, deve diventare territorio  della storia da costruire oggi e nell’immediato domani, nelle forme nuove che un complessivo e articolato movimento di rinascita meridionale, popolare e democratico, è chiamato a realizzare, non enunciando l’opera ma ponendovi mano; insieme a quanti con cuore sincero vogliono parimenti porvi mano dall’interno del secondo grande esodo di massa che si andava consumando negli anni ’50”.

Tracciata così la direzione del lavoro del movimento  aggiungiamo di seguito, per maggiore chiarezza che ogni movimento dovrebbe:

1-. Conoscere il proprio territorio dal punto di vista economico, sociale e politico;

2 -. lavorare nel proprio territorio del quale deve avere una visione complessiva e un progetto capace di portare a sistema le risorse esistenti;

3-. privilegiare la formazione dei suoi componenti perché è la persona la prima  risorsa di ogni progetto di crescita umana, sociale e politica; sono le persone, con la loro presenza, le loro idee e le loro attività, che danno senso ad un territorio; e sono anche le persone che spesso devono liberarsi dallo stato di alienazione in cui vivono;

4-. Favorire lavori di gruppo per creare le  competenze necessarie alla gestione di un paese o di una città, di un territorio;

5-. Seguire i lavori dell’Amministrazione locale e vigilare che le scelte siano trasparenti e utili alla crescita democratica e civile dei cittadini;

6-. Mantenere rapporti continui con le realtà associative e produttive del territorio.

Ma perché tutto questo  è necessario? perché, soprattutto, è indispensabile tenere al centro del nostro interesse e lavoro il territorio?

Per rispondere a questa domanda  c’è bisogno di ricordare, sia pure schematicamente,  la realtà della globalizzazione, termine usato per la prima volta nel 1983 da un economista americano e che rappresenta  un fatto nuovo nella storia  caratterizzato da tre  fenomeni interconnessi:  globalizzazione dei capitali, come abbiamo avuto modo di evidenziare precedentemente, globalizzazione del lavoro (si pensi alla delocalizzazione delle imprese e ai movimenti immigratori) e rivoluzione tecnologica che non riguarda  solo internet.

Di fronte a tale realtà non tutte le persone, non tutti i gruppi sociali, non tutti i paesi sono stati nelle condizioni di trarne profitto: nella logica del liberismo selvaggio le disuguaglianze sono triplicate; le imprese, nei paesi più poveri, sono scomparse incapaci a reggere la competizione.

Ci siamo così resi conto che la competizione non riguardava solo le singole imprese ma i territori e la loro organizzazione; ci siamo accorti che un’impresa può avere successo solo in un territorio in cui ci sono persone culturalmente avanzate, se nel territorio ci sono servizi efficienti (scuola, sanità, etc), se la sussidiarietà funziona, se c’è partecipazione democratica e impegno civico. Ci siamo convinti, specie noi del sud, che le politiche stataliste non funzionano così come non funzionano le imprese di tipo capitalistico  che guardano solo al profitto individuale dell’imprenditore; che i territori della tradizione italiana,( paese delle cento città), devono avviare un loro autonomo cammino nella logica della sussidiarietà circolare tra enti pubblici ( fiscalità generale) società civile organizzata (imprese sociali,associazionismo, cooperative sociali, etc.) e mondo delle imprese economiche non capitalistiche ( quelle cioè che guardano all’economia come  ad un’attività  che sia oltre che scelta politica anche etica (per esempio,  l’esperienza di S.O.S. Rosarno). Un’ipotesi questa legata all’idea dell’economia come impegno civile, teorizzata per la prima volta dal grande economista e studioso meridionale Antonio Genovesi che ha istituito nel 1753, per la prima volta al mondo, una cattedra di economia civile presso l’università di Napoli, e da qualche tempo ripresa da alcuni studiosi italiani (6) i quali scrivono nel loro libro: “l’economia civile, una tradizione di pensiero e di prassi tipicamente meridiana, quindi anche – ma non solo – italiana, è una grande fonte di ispirazione per un pensiero nuovo, capace di domande profonde”(pag. 13)….l’età dell’oro di questa tradizione è il regno di Napoli nella seconda metà de settecento, grossomodo tra Vico e la rivoluzione partenopea. Una tradizione antica, con alcune radici nella civiltà cittadina medievale, nei suoi monasteri, nelle sue arti e nei suoi mestieri, nella tradizione francescana e domenicana”(pag. 14). Una tradizione inabissata con la restaurazione e il Risorgimento “ma che di tanto in tanto è riemersa dando vita a importanti fenomeni economici e sociali (come quello cooperativo, i distretti industriali, l’esperienza Olivetti, l’economia di comunione)”(pag. 15).

Una tradizione di pensiero che va letta con la consapevolezza che non c’è liberazione individuale che non sia anche sociale e politica e viceversa; con la convinzione, cioè, che il conseguimento dell’autonomia di giudizio e dell’autonomia esistenziale,( che sono certamente obiettivi da raggiungere), non bastano se non si creano comunità consapevoli. E ciò è difficile.  Anzi è difficilissimo. Passare, solo per fare un esempio, dagli acquisti a chilometro zero ad un  “consumo critico”, che metta in discussione il consumismo come ragione di sopravvivenza del modello capitalistico, non è cosa facile.

 

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Mo in quinta

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La rubrica per seguire i lavori della V Municipalità di Napoli, nella cui maggioranza MO-UM è rappresentata dal consigliere Mimmo Cerullo.

“PROGETTO NATALE PULITO”

Natale è un periodo dell’ anno particolare, ricco di luci, affetti, suggestioni ed eventi ma anche un periodo in cui aumentano i consumi e di conseguenza la produzione di rifiuti. L’ impegno di cittadini e commercianti per mantenere pulita la città anche in questo periodo troverà il supporto di uno sforzo straordinario che la Municipalità guidata da Paolo De Luca, in sinergia con Asia Napoli, garantirà nei prossimi mesi attraverso pulizie delle strade del territorio con attività di spazzamento meccanico, lavaggio cassonetti, pulizia e riassetto campane, attività di diserbo.
Per il calendario delle attività si rimanda al link

http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/31626

Auguriamo buone Feste ed invitiamo la cittadinanza a godere delle iniziative messe in campo per questo Natale.

MO e il suo consigliere sono a disposizione per suggerimenti, informazioni, segnalazioni.

La nostra lettera al sindaco di Trieste Roberto Dipiazza che affoga nei rifiuti

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Roberto Dipiazza, sindaco di Trieste, affoga nei rifiuti e se ne esce con un infelice “non siamo a Napoli, qui siamo a Trieste“. Tempestato di critiche attraverso i social e probabilmente in difficoltà anche in seguito alla risposta del sindaco di Napoli, invece di fare ammenda per lo scivolone risponde con un secondo post, con il quale non fa altro che peggiorare la situazione, e nel quale scrive tra l’altro che “Il Sindaco de Magistris farebbe solo bene ad imparare da questa amministrazione, e magari guardare i servizi televisivi che riguardano la sua città e che purtroppo non trasmettono un’immagine di efficienza.
Fortunatamente conosco Napoli e con i napoletani ho trascorso momenti bellissimi, e queste polemiche, per una battuta di impeto, mi sembrano fuori luogo”.

Preso atto delle sue esternazioni infelici abbiamo deciso di scrivergli una lettera:

Caro sindaco,
se la sua è stata solo una battuta d’impeto, come mai nell’impeto non le è venuto di dire: “noi non siamo a MILANO, siamo a Trieste”?

Giusto per rinfrescarle la memoria:

Il problema dei rifiuti di Milano non può essere considerato un’emergenza eterna, né può essere usata l’emergenza come strumento per creare speculazione” (clicca qui per ricordare).

Forse dal ’95 ad oggi è passato troppo tempo, ma allora, sempre nell’impeto, avrebbe potuto dire: “noi non siamo a ROMA, siamo a Trieste”: “Roma, città invasa dai rifiuti per strada spuntano i cinghiali” (clicca qui per ricordare).

Forse il problema è che c’è un certo razzismo strisciante nell’utilizzare Napoli come metro di misura di ogni evento negativo. E forse c’è un certo razzismo strisciante nella sorpresa che lei manifesta per le reazioni suscitate: ma come, lo sanno tutti che la munnezza c’è SOLO a Napoli, e questi si permettono pure di fare gli offesi? Magari è per questo che lei adesso scrive che il sindaco di Napoli farebbe meglio a preoccuparsi dei servizi televisivi che non trasmettono un’immagine di efficienza.

Ma visto che lei ha citato Napoli, l’inefficienza e la munnezza, le vorrei ricordare che collegata a quella crisi c’è stata una CRICCA VENETA, quella dei fratelli Gavioli (clicca qui per ricordare)

Certo non sono triestini, ma ci sembra che geograficamente siano molto più vicini a voi che a Napoli. Lei dice di conoscere dei napoletani con cui ha trascorso momenti bellissimi: cosa vuole che le dica, si vede che era venuto anche il momento di conoscere napoletani che la mettessero a tacere.

di Lorenzo Piccolo

Breve storia sul caso SGA del Banco di Napoli

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La “SGA” (Società Gestione Attivi s.p.a) fu costituita nel 1996 per il recupero e la gestione di quelli che oggi chiameremmo Non Performing Loans (NPL) del Banco di Napoli, con l’approvazione della legge 19 novembre 1996 n.588, volto al risanamento, ristrutturazione e privatizzazione del Banco.

Ma perché si giunse alla necessità di costituire una società specializzata per il recupero crediti non performanti del Banco? Per comprendere al meglio la vicenda, bisogna fare un passo indietro fino al 1993.

Con il D.L. 3 Aprile 1993, n.96, il Governo Nazionale impose la cessazione dell’intervento straordinario del Mezzogiorno che garantiva incentivi annuali pari a 13.800 miliardi di lire e, più in generale, l’istituzione di un sistema di interventi ordinari nelle aree depresse del territorio nazionale. Con l’applicazione di tale intervento normativo, il tessuto imprenditoriale meridionale incappò improvvisamente in una grave crisi che si riverberò proprio sul Banco di Napoli che era l’istituto finanziario più presente nel Sud Italia.

Il Banco di Napoli, anche a causa di alcune variabili endogene, fu costretto a svalutare (a seguito di un’ispezione molto severa, e probabilmente errata, della Banca di Italia) i crediti che vantava con le imprese del territorio, giungendo quasi ad azzerare il proprio patrimonio.

In questo contesto si inserisce la legge n.588 del 1996 volto al risanamento, ristrutturazione e privatizzazione del Banco che previde:

  • Ricapitalizzazione per 2.000 mld di lire da parte del Tesoro per una quota del 100%
  • Estromissione Fondazione (principale azionista del Banco) dalla Ricapitalizzazione
  • Cessione del 60% della quota del Tesoro entro il 1997 attraverso un’asta competitiva
  • Cessione dei crediti non performanti ad una società del gruppo (SGA)
  • Diritto della Fondazione sugli eventuali utili della SGA al netto dei costi sostenuti dal Tesoro
  • Le azioni della SGA erano date in pegno al Tesoro

Il Tesoro, così, ricapitalizzò il Banco di Napoli per 2.000 mld di lire, estromettendo però la Fondazione.
Sempre nel 1996, si procedette alla dismissione del 60%: all’asta parteciparono Ambroveneto e la cordata INA-BNL. Ambroveneto, però, fu esclusa dall’asta per delle irregolarità formali, così l’unica offerta (ritenuta addirittura congrua dal Ministro Ciampi) fu quella di INA-BNL per soli 61 miliardi di lire: una cifra irrisoria perché solo qualche mese prima erano stati venduti 50 sportelli a 290 miliardi di lire – ed il Banco ne aveva ancora 757 – vantava diversi crediti fiscali, una partecipazione in Banca di Italia (6,3%) e aveva appena scorporato gli NPL alla SGA, a fronte di un credito di sicura esigibilità per lo stesso importo. Inoltre è lecito domandarsi perché ci si affrettò a fare l’asta a fine 1996, se c’era a disposizione anche l’intero anno 1997: si sarebbero potuti trovare altri potenziali acquirenti e non solo la cordata INA-BNL.

Dopo circa due anni, il Banco di Napoli venne rivenduto al Sanpaolo per 6.000 miliardi di lire: la quota incassata da INA-BNL fu di circa 3.000 miliardi di lire, che rappresentò un’enorme plusvalenza a fronte dei soli 61 miliardi di lire pagati solo qualche anno prima.

Tornando alle vicende della SGA, il 31 dicembre 1996 la SGA acquistò dal Banco di Napoli grazie a un prestito ricevuto dallo stesso Banco ad un tasso relativamente oneroso (oltre il 9%) un portafoglio di NPL per circa 6,4 miliardi di euro (con un tasso di copertura di circa il 30%).

Quali sono stati i risultati ottenuti dalla SGA nei suoi 20 anni di operatività? Dall’analisi dei bilanci è emerso che nei primi sei anni (1997-2002) ha totalizzato perdite per 3,7 miliardi di euro (di cui però 1,7 miliardi di interessi passivi che venivano incassati dal Banco di Napoli, ovvero da INA-BNL prima e Sanpaolo dopo) ripianate dalla Banca d’Italia grazie ai meccanismi di ristoro previsti dal decreto Sindona.

Dal 2003 in poi la SGA ha, invece, macinato profitti con esercizi da record: ha recuperato circa il 95% del valore dei crediti inizialmente trasferiti, accumulando oltre 450 milioni di liquidità (Dati di bilancio al 2015). Ed è proprio questo vero e proprio “tesoretto” il pomo della discordia di cui si discute oggi: quale è il suo destino? Di chi sono questi soldi?

Il 3 maggio 2016, il Mef ha stabilito di acquistare da Intesa Sanpaolo il 100% delle azioni della società della SGA, esercitando il pegno. Ora la liquidità della SGA sembra destinata ad alimentare il Fondo Atlante 2 costituito per acquistare gli NPL di alcune note banche prevalentemente del centro-nord.

Tralasciando, però, gli eventuali diritti che la Fondazione del Banco di Napoli vanta per legge su questo “tesoretto”, urge chiedersi se, capovolgendo lo Stivale e la provenienza geografica dei vari attori della vicenda, fosse stato così facile utilizzare la liquidità di una bad bank del nord per salvare alcune banche del Sud.

Vale la pena, inoltre, ripercorrere la vicenda che, nel 1996, ha portato alla scomparsa dell’istituto finanziario del Mezzogiorno più antico ed importante per salvare la BNL, dato che questa acquistò per pochi spiccioli il Banco di Napoli, ripulito dagli NPL e con un credito di sicura esigibilità su cui incassò anche interessi attivi per centinaia di milioni di euro.

 

di Andrea Rey

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