Author Archives: Andrea Melluso

Ancora eccellenze portate via dal mezzogiorno

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di Andrè Melluso

SICTA, così come il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center) e molti centri di ricerca nati e cresciuti a Sud e poi portati al Centro o al Nord (vedi anche qui), trasferirà le sue risorse (comprese quelle umane) alla sede di Roma.

SICTA nasce nel 1993 e si occupa di attività ingegneristiche come simulazioni e gestione del traffico aereo e dal 2012 è consorzio del gruppo ENAV. Il Consorzio coopera con le comunità scientifiche nazionali ed internazionali nei principali programmi e progetti di ricerca europei nell’ambito della gestione del traffico aereo (come SESAR, Horizon 2020). Insomma, una vera e propria eccellenza napoletana. Ma proprio ENAV ha preso l’infausta decisione di chiudere la sede della città d’origine e costringere i dipendenti a trasferte o trasferimenti a Roma, nonostante le loro proteste e richieste.

Ci stringiamo ai lavoratori e restiamo perplessi di fronte alla scelta di portar via il consorzio dalla città ricca di professionalità che ne ha permesso la crescita.

Cassa Sacra: come le Due Sicilie gestivano i terremoti

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CASSA SACRA

Il 5 febbraio del 1783, alle ore 12.45, un rovinoso terremoto (gradi 11,00 della scala Mercalli- Cancani – Sieberg, corrispondenti a gradi 7,00 della scala Richter) con epicentro la Piana di Gioia Tauro sconvolse la Calabria Ulteriore causando la distruzione di molti centri abitati e la morte di 29451 persone (1041 uomini, 10829 donne, 8265 ragazzi, 204 religiosi e 112 religiose), oltre i quasi 1000 del messinese.
Altri 5000 persone morirono negli anni successivi per carestie, pestilenze e miseria per effetto delle continue scosse, durate per oltre tre anni.
Alla prima scossa ne seguirono altre minori (tra il VII e l’VIII grado della scala Mercalli): nella notte tra il 5 e il 6 febbraio nella zona aspromontana, alle 20.20 del 7 tra Monterosso e Soriano e tra il 28 febbraio e il primo marzo nella zona di Polia.
Con il terremoto si ebbero: crolli, frane, scivolamenti di intere colline, fenomeni di liquefazione, pestilenze, carestie e malattie di ogni genere.
Nella parte nord – ovest dell’Aspromonte e nella Piana di Gioia Tauro intere colline franarono precipitando nei fondovalle trascinando diversi centri abitati e ostruendo i corsi d’acqua, che di conseguenza formarono alcuni laghi.
Nel tratto di mare tra Bagnara Calabra e Scilla si verificarono pure fenomeni di tsunami con onde alte 8 m.
La notizia dell’immenso disastro fu data al governo borbonico il 14 febbraio dal comandante della nave militare S. Dorotea, partita da Messina e di passaggio dalle coste calabresi proprio nel momento del sisma.
Secondo lo scrittore ed economista Achille Grimaldi il valore approssimato del danno fu di circa 31.250.000 ducati (per avere un’idea reale del disastro si pensi che in quel periodo un muratore costava circa 0.50 ducati).
Il governo borbonico, subito dopo aver appreso la notizia, impose un’imposta straordinaria di 1.200.000 ducati e il re Ferdinando IV inviò nelle zone interessate del sisma, in qualità di Vicario Generale il maresciallo Francesco Pignatelli, principe di Strongoli.
Dopo il terremoto il geologo francese Déodat Guy Silvain Tancrède Gratet de Dolomieu, gli accademici partenopei e il cavaliere Hamilton (inviato straordinario e ministro di S.M. Britannica alla corte delle Due Sicilie), su incarico dei reali di Napoli, fecero le relative relazioni sui danni.
Pure l’ambasciatore d’Inghilterra a Napoli, su una “speronata” noleggiata appositamente, visitò attentamente le zone colpite dal sisma, sbarcando spesso sulla costa per rendersi conto personalmente dei danni.
I 391 paesi della Calabria Ulteriore furono suddivisi in base ai danni in: interamente distrutti e da riedificare in nuovo sito (33), interamente distrutti e da riedificare nello stesso sito (150), in parte distrutti ed in parte non abitabili (91), parzialmente distrutti o lesionati (44), inabitabili perché gravemente lesionati (14), lesionati ma abitabili (26), poco lesionati (18), parzialmente distrutti (8) e rimasti illesi (7).
Gli esperti inviati dal governo centrale misero in risalto le antiche e gravi condizioni economiche della Calabria, peggiorate a causa dal terremoto.
Gli stessi proposero un moderno sistema economico e amministrativo capace di eliminare la prepotenza dei baroni, le gravose tasse dovute alla manomorta, la povertà e la corruzione.
Interessanti furono le norme emanate dal governo borbonico per la ricostruzione, le quali suggerivano la forma delle città, la regolarità degli edifici, la larghezza delle strade (la strada principale doveva essere diritta e larga 8 metri per le città minori, da 10 a 13 per quelle più importanti; le strade secondarie, larghe da 6 a 8 metri, diritte e ortogonali tra loro) e le regole per eseguire le strutture degli edifici adottando, il cosiddetto sistema delle case baraccate, che prevedeva la costruzione di case non oltre i due piani di altezza, le strutture portanti in legno all’interno delle murature, capaci di resistere alle sollecitazioni sismiche e l’eliminazione dei tetti spingenti.
Il reali di Napoli, per sostenere le gravose opere della ricostruzione e per favorire i coloni a diventare proprietari della terra, emanarono una serie di dispacci tra il 15 maggio e il 4 giugno del 1784.
Nel “dispaccio” del 15 maggio, trasmesso dal Vicario Generale maresciallo Francesco Pignatelli, si dispose l’abolizione degli enti ecclesiastici della Calabria Ultra e l’utilizzazione dei loro beni per aiutare le popolazioni colpite dal terremoto, si dispose altresì che tutti i religiosi fossero trasferiti in altre province e le religiose inviate alle case paterne o presso famiglie agiate.
Nel “dispaccio” del 4 giugno vennero emanate le “norme istitutive” della Cassa Sacra, necessarie per riscuotere tutte le rendite ecclesiastiche ed amministrarle in attesa di essere utilizzate per il recupero delle opere più urgenti. Si stabilì anche che la stessa fosse gestita da una giunta, con sede in Catanzaro, composta da 4 Ministri: Don Francesco Pignatelli Strongoli, il vescovo di Catanzaro Don Salvatore Spinelli, Don Andrea de Leone e Don Domenico Ciaraldi.
La Cassa Sacra aveva la facoltà di vendere, affittare o censire i beni dei monasteri soppressi o sospesi. I beni invenduti, inoltre, dovevano essere concessi in enfiteusi con l’obbligo del versamento di un corrispettivo annuo in censo liquido o in derrate.
Col “dispaccio” reale del 29 maggio 1784 furono allargati gli espropri già previsti con la confisca delle rendite delle abbazie, dei benefici dei patronati laicali, delle cappelle laicali e gentilizie vacanti e delle rendite che costituivano la dote dei monti frumentari.
Nel febbraio 1785 furono incamerate le proprietà delle congreghe laicali, la quarta e quinta parte delle rendite delle abbazie, le rendite dei vescovati vacanti, il terzo delle rendite dei vescovati non vacanti ed infine lo spoglio dei vescovi defunti.
Gli enti ecclesiastici colpiti dai provvedimenti della Cassa Sacra furono diversi: alla fine del settecento, in Calabria Ultra, vi erano 450 parrocchie e 250 conventi (120 francescani, 17 basiliani, 40 domenicani, 17 agostiniani, 10 carmelitani; inoltre cistercensi, certosini e benedettini).
Nonostante il pronto intervento e l’impegno fattivo del governo borbonico per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma e per aiutare i coloni, le cose non andarono come previsto.
Infatti, le proprietà ecclesiastiche della Calabria, già deturpate da borghesi e contadini fin dal periodo angioino ricevettero un colpo mortale con l’avvento della Cassa Sacra,.
I “riformisti” non hanno tenuto conto che nei secoli la proprietà ecclesiastica hanno consentito prestiti massicci alle famiglie importanti e piccole anticipazioni ai ceti poveri.
Il patrimonio ecclesiastico ha esercitato quindi, pur con alcuni aspetti negativi, un importante “calmiere” sociale.
La Cassa Sacra, riforma rivoluzionaria e coraggiosa, fallì quasi completamente i propri obbiettivi; il pagamento in contanti delle terre ecclesiastiche favorì gli avidi ricchi a discapito dei coloni che non potevano disporre di somme così cospicue.
Così i contadini, che avevano in fitto le terre, o dovettero cambiare padrone o addirittura furono cacciati.
Nel 1790, dopo una denuncia anonima dettagliata, pervenuta al governo borbonico sulle prepotenze e sugli arricchimenti di alcuni calabresi, si recò in Calabria in veste d’ispettore generale il cavaliere Luigi De Medici che, dopo minuziose indagini, inviò al governo borbonico il 15 maggio dello stesso anno una lettera da Monteleone: “talune delle persone che vi si nominano sono veramente ricche e prepotenti; ma per bene intendere la parola prepotenti fa duopo sapersi il significato che vi danno i calabresi. Qui si dicono prepotenti taluni ricchi che proteggono gli inquisiti per via di grosse contribuzioni che di continuo fanno ai subalterni ed ufficiali dell’udienza, ed a questo modo sì fatta gente ribalda resta per sempre, o almeno per lungo tratto, impunita. Questi ricchi di maltalento si servono di questi protetti facinorosi per rendersi autorevoli presso della povera gente su della quale esercitano, specialmente ne’loro negoziati, le maggiori avarie”.
Inoltre, secondo il De Medici, esistevano dei problemi gravi sulla città di Catanzaro dove erano fiorenti le idee della massoneria
Infine, secondo il De Medici, la Cassa Sacra era servita solo a poche persone in quanto il previsto acquisto delle terre ecclesiastiche da parte dei coloni era svanito.
Contemporaneamente i riformisti calabresi più importanti: De Filippis, De’ Mari, Del Toro, Muscari, Spiriti, ecc. misero in risalto il fallimento della riforma e ne indicarono i rimedi necessari per fare uscire la regione dalla miseria.
Nella primavera del 1792 Giuseppe Maria Galanti, in qualità di visitatore ufficiale, percorse la Calabria traendone pessimistiche notizie. Lo stesso scrisse una relazione al sovrano per la segreteria delle finanze dove si elencavano i motivi che hanno causato la povertà della Calabria.
La cruda e reale relazione del Galanti impensierì il re; la preoccupazione aumentò dopo che lo stesso ricevette dal vescovo di Mileto, mons. Enrico Capace Minutolo, una relazione sullo stato precario della propria diocesi e dopo che l’arcivescovo Giuseppe Rossi, incaricato dal re, mise in risalto il fallimento della riforma e la povertà della Calabria Ulteriore.
Così il 16 gennaio 1796, il governo borbonico decretò finalmente la soppressione della Cassa.

Bibliografia

BRASACCHIO G., Storia economica della Calabria, Chiaravalle Centrale1977
CIRILLO D., Squillace e la Diocesi prima e dopo il terremoto del 1783, Squillace 1983
GIUSTINIANI L., Memorie istoriche degli scrittori del regno di Napoli, Napoli 1787
PLACANICA A., L’Iliade funesta, storia del terremoto calabro messinese del 1783
PLACANICA A., Alle origini dell’egemonia borghese in Calabria, Salerno 1979
PRINCIPE I., Città nuove in Calabria nel tardo settecento, Chiaravalle Centrale 1976
SERRAO E. , Dei tremuoti di Castelmonardo e della nuova Filadelfia in Calabria, Chiaravalle Centrale 1974
VIVENZIO G., Istoria dei tremuoti, Napoli A. S.

 

di Francesco Antonio Cefalì

Perché ci sono veleni e veleni

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Le istituzioni e i cittadini della provincia di Catanzaro sono in fermento per le note vicende portate in risalto dalla cronaca nazionale con il programma delle Iene circa la presunta presenza di sostanze pericolose, radioattive, sulla spiaggia di Calalunga di Montauro.

La mobilitazione mediatica  ha portato  immediatamente  sul posto  i nuclei speciali dei Vigili del Fuoco e dei Carabinieri per  effettuare un sopralluogo, con contestuali misurazioni radiometriche e, da subito, dagli accertamenti effettuati, non venivano  evidenziati parametri al di fuori della norma.

Il Commissario dell’Arpacal, chiamato direttamente in causa dal Prefetto, ha  dichiarato  che la vicenda, di cui si e’ occupata la trasmissione televisiva, era stata oggetto di diverse verifiche nel corso degli anni 1995, 1996 e 2002; le analisi condotte sulle spiagge, sulle acque costiere e sui sedimenti, nonche’ su alcuni campioni del pescato non hanno mai rilevato la presenza di radionuclidi di origine antropica nell’ambiente costiero catanzarese. Gli esiti degli studi condotti dall’Anpa e dall’Apat nel 2002 sono pubblicati sui siti dell’Arpacal e dell’Ispra.

Nei giorni successivi sono state  nuovamente  ripetute le misurazioni e i prelievi da parte del fisico Dott. Salvatore Procopio dipendente Arpacal  ed incaricato dalla Procura della Repubblica di Catanzaro per questo specifico problema ad effettuare le analisi. Anche  queste rilevazione hanno dato esito negativo: non vi sono tracce tali da dover procedere con provvedimenti drastici.

A questo punto  le domande che ci poniamo sono diverse e talune inquietanti.

Sappiamo che i paesi di quel tratto di costa hanno appena fatto richiesta di bandiera blu. Il dubbio sorge spontaneo,potrebbe trattarsi  forse di una forma di  boicottaggio? le nostre meravigliose spiagge, riconosciute tali da tutti i visitatori, danno forse fastidio? Danneggeremo forse qualche nota spiaggia del nord? Non è forse vero che strumenti per  rilevazione così delicate non possono , seppur certificati ,  essere utilizzati da chiunque  per elaborare teorie e mettere in subbuglio un’intera regione? E potremmo continuare a lungo con gli interrogativi che ruotano intorno a questa vicenda.

Ricordiamo che  i dati statistici  del  turismo in Italia sono confortanti sia per il 2015, cosi come le proiezione del 2016 e per il futuro.

Infatti secondo lo studio e ricerche Enit “L’Europa – che si conferma l’area più visitata del mondo – ha raggiunto quota 607,7 milioni di arrivi, con 27,5 milioni di turisti in più rispetto al 2014; l’aumento è apprezzabile anche nell’Europa Meridionale/Mediterranea con 10,4 milioni di arrivi in più (+4,8%)”

Per questo e tanti altri motivi, in sostanza, i Calabresi vogliono che si faccia chiarezza sulla vicenda  a tutto tondo  per sgomberare ogni possibile dubbio residuo. Da tempo si chiede con forza che venga istituito un registro tumori che faccia una mappatura reale della incidenza di tale malattia e che individui anche eventuali dirette ed indirette cause ambientali, dove ve ne fossero.

Danno di immagine, per le inevitabili conseguenze negative sul turismo che è la base della nostra economia costiera, e procurato allarme: sono questi i reati eventuali che verranno utilizzati dal sindaco di Montauro, Pantaleone Procopio, a tutela della collettività che presiede qual’ora se ne stabilissero i presupposti.

La vicenda appare quindi non del tutto conclusa e ci  auguriamo che ciascuno  riesca a fare serenamente il proprio lavoro senza sconfinare, talvolta e frettolosamente,  nelle competenze dell’altro generando il caos mediatico.

di Lucia Gatto

Qualche precisazione per Ulisse di Alberto Angela

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Al sia pur ottimo servizio di Alberto Angela “Ulisse” andato in onda sabato su Napoli, mancavano alcune precisazioni che mi sono premurata di fargli avere. Sicura che prossimamente ne terrà conto.
“Caro Alberto Angela, da tempo apprezzo il suo lavoro, la sua onestà intellettuale. Rivedo sempre con grande piacere ed emozione le puntate di “Ulisse”, in particolar modo quelle dedicate a Napoli. Traspare il grande lavoro e che nulla è lasciato al caso. Tutto è curato nei minimi particolari. Per questo sono sicura che accoglierà positivamente qualche precisazione riguardo alla replica di Ulisse di ieri sera dedicata a Napoli, che so esserle molto cara, sicura che ne terrà in conto nelle prossime occasioni.

1) La pizza margherita non nacque nel 1889, in onore di Margherita di Savoia, in quanto preesistente. Si legge in “Usi e Costumi di Francesco de Bourcard nel 1858 a firma di Emanuele Rocco: “ Le pizze più ordinarie dette coll’aglio e l’oglio condite con strutto e cosparse di foglioline di basilico… altre sono cosparse di formaggio grattugiato… alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, alle seconde delle fettine sottili di mozzarella. Talora si fa uso di pomidoro…” Inoltre la pizza, più in generale, era ben nota alla corte dei Borbone. Salvatore Di Giacomo in “Taverne famose Napoletane riporta l’intervista fatta al figlio di Domenico Testa, famoso pizzaiolo, e di quando nella sua pizzeria in Via Santa Teresa non era raro vedere tra gli avventori Ferdinando IV di Borbone. Anche Ferdinando II amava frequentare la pizzeria. E fu proprio durante una di queste visite che suo padre venne invitato alla Reggia di Capodimonte per approntare un forno per le pizze. Il forno fu fabbricato nel bosco di Capodimonte, ed è ancora lì, e furono preparate pizze per il Re, la Regina e una ventina di persone della corte. Quella stessa sera Domenico Testa ottenne il riconoscimento di Munzù, alto riconoscimento per uno chef.

2) Francesco II di Borbone non fuggì da Napoli, ma per evitare alla capitale Napoli un bagno di sangue partì per Gaeta, dove insieme alla eroica Regina Sofia contrastò con ogni mezzo la distruzione del Regno delle Due Sicilie. L’attacco ordinato dal macellaio Cialdini procurò oltre 5000 morti, dopo oltre 102 giorni di assedio . Gaeta subì un attacco feroce incessante, oltre 250 cannoni la rasero al suolo. Notevole, per essere un “inconsistente”. Tenendo conto della sua giovane età e dei pochi mesi di regno dall’insediamento.

3) Napoli Magna Grecia dall’VIII secolo a. c. non fu mai plasmata dai romani. Fu vero il contrario.

4) su “Napoli città maledetta capace di essere sublime”, battuta infelice del narratore slegata dal contesto descrittivo e del tutto fuori luogo.

5) Su Carlo III, con questo titolo non fu mai Re di Napoli e addirittura sembrerebbe che i Borbone abbiano rappresentato una “dominazione” ( che non è) e che non fossero italiani, anzi napoletani, dopo Carlo. In conclusione: la puntata di ieri era un camèo a cui mancava solo un ultimo tocco di incisione e sono sicura che l’apprezzerà. E comunque grazie ad una persona dall’animo napoletano”

di Annamaria Pisapia

Napoli Autonoma: la risposta di Flavia Sorrentino a Saviano.

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Roberto Saviano cita sulla sua pagina Facebook, il progetto di Napoli città autonoma. Riportiamo la risposta di Flavia Sorrentino, che compare sulla sua bacheca Facebook.

Definire protezionisti coloro che vogliono raccontare Napoli nella sua complessità, nel bene e non solo nel male, è una banalizzazione che l’autore di gomorra torna a commettere e sulla quale il mio pensiero è noto. Resto convinta che della città vada raccontata la piazza che spara e quella che spera, perché l’inchiesta che non è seguita da esempi positivi di ribellione è inutile. Sbilanciarsi affermando che sono “miopi egoisti spalleggiati dalla politica locale e nazionale” i veri nemici da combattere, è una affermazione priva di qualunque elemento di verità e fondatezza. Se ci siamo lanciati in una sfida così alta ed ambiziosa di riscatto è perché qui, dopo anni di consociativismo affaristico e politico, si sta sperimentando un laboratorio democratico di partecipazione dal basso e di governo cittadino che ha messo sbarre di legalità alla porta di accesso delle infiltrazioni camorristiche, rifiutando qualunque tipo di legame con la partitocrazia, che a sproposito viene citata. Solo chi è adagiato sul pregiudizio che vuole alimentare, è incapace di comprendere il processo di rinnovamento che il capoluogo partenopeo sta vivendo, dissetato culturalmente dalla riscoperta dell’identità e rappresentato politicamente dell’autonomia. Con l’autogoverno e la valorizzazione delle proprie potenzialità, Napoli torna ad essere leadership di pensiero, ecosistema sociale di cambiamento che impatta in positivo il mondo, faro della cultura e del progresso umano. Stiamo costruendo una società che pretende di essere rappresentata da una classe dirigente consapevole, che abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autodeterminazione che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui le classi dirigenti locali hanno acconsentito. Saviano dice che questa battaglia è nemica del riscatto di Napoli. Io dico che il senso di minorità imposto ed introiettato è uno dei grandi mali di cui liberarci, insieme a chi scommette sull’eterno fallimento della nostra terra.

Flavia Sorrentino.

Riforma Renzi-Boschi: l’obiettivo è incrementare le differenze tra Nord e Sud.

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In un momento storico-politico nel quale lo scollamento tra rappresentanza partitica e bisogni dei cittadini aumenta in maniera preoccupante, il confronto democratico e la partecipazione alla vita pubblica, determinano il ruolo di ciascuno di noi nei processi decisionali da cui dipendono i nostri diritti e quelli delle nostre terre.

La consultazione del 4 Dicembre non è una consultazione elettorale come le altre: si vota sulla modifica della Legge fondamentale dello Stato e su una riforma che cambia 47 articoli della Costituzione, incidendo profondamente sull’assetto ordinamentale istituzionale. E’ dovere di ciascun cittadino responsabile informarsi ed informare affinchè non prevalgano astensionismo e bandiere di appartenenza.

Se in questi decenni la Costituzione l’avessero applicata e non umiliata oggi non staremmo ad interrogarci sul perchè viviamo in un’Italia che corre a due velocità, con cittadini di serie A e cittadini di serie B e perchè il principio di eguaglianza formale e sostanziale disciplinato non trova riscontro effettivo nelle opportunità di sviluppo e nelle condizioni economiche, sociali e culturali del paese ma al contrario sono garantite in maniera profondamente difforme sul territorio nazionale. Se la Costituzione fosse rispettata e considerata un faro di garanzia per l’effettivo esercizio dei diritti della persona, sarebbe assecondato e non solo declamato l’art. 1 che definisce l’Italia una Repubblica fondata sul lavoro (salvo poi applicare politiche di indirizzo governativo che fanno macelleria sociale dei  diritti e delle tutele per i lavoratori); si riconoscerebbe l’importanza della scuola pubblica come bene comune di crescita e progresso della collettività; sarebbe protetta  e assicurata la sanità pubblica e tutelato l’ambiente. Se la Costituzione fosse applicata e non solo annunciata oggi sarebbero rispettate le autonomie locali e la sovranità, che appartiene al popolo.

La riforma Renzi-Boschi- si dirà, sbagliando – non modifica la prima parte della Costituzione. I diritti fondamentali e le procedure istituzionali sono legate da un rapporto di inscindibilità: le azioni politiche dei governi che decidono sui diritti, si generano e modellano nelle istituzioni: cambiando le procedure e le istituzioni disciplinate nella seconda parte della Costituzione, si modificano le priorità politiche di intervento e con esse il livello di garanzia dei diritti.

Ecco perchè la Carta Costituzionale non può diventare in nessun modo l’ennesimo strumento di divisione di un paese unito, di fatto, solo nella retorica delle celebrazioni formali ma privo di qualunque elemento di solidarietà nazionale e senso di appartenenza comune. Ed ecco perchè preoccupa il modo in cui si modifica il Titolo V.

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Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini non saranno più uguali. Anche oggi non lo sono, ma mai si era arrivati a mettere nero su bianco l’obiettivo di incrementare le differenze tra Nord e Sud. La riforma infatti toglie molti poteri alle Regioni, ma ne restituisce altrettanti alle Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare i conti. L’articolo 116 infatti, qualora vincesse il Sì, prevederà che solo le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese potranno chiedere maggiore autonomia legislativa su 13 materie delicate e strategiche per il governo del territorio:

1.  organizzazione della giustizia di pace

2.  disposizioni generali e comuni per le politiche sociali

3.  disposizioni generali e comuni sull’istruzione

4.  ordinamento scolastico

5.  istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica

6.  politiche attive del lavoro

7.  istruzione e formazione professionale

8.  commercio con l’estero

9.  tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici

10.   ambiente ed ecosistema

11.   ordinamento sportivo

12.   disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo

13.   governo del territorio.

Semplificando: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere come proteggere il proprio patrimonio paesaggistico; se consentire trivellazioni; prenderanno decisioni proprie su come organizzare l’istruzione scolastica, il turismo, i rapporti commerciali con l’estero e così via. La Calabria invece, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, la Campania, la Puglia, la Basilicata su materie come energia, attività turistiche, tutela dell’ambiente, dipenderanno in tutto e per tutto dalle scelte dello Stato Centrale. Nel caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive quale sito sceglierà? Quello di una Regione in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo?

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Lo illustrano bene i Consiglieri regionali del Pd dell’Emilia Romagna in un documento approvato a fine settembre: “Viene dato vita in sostanza ad un federalismo differenziato, selettivo e meritocratico, che punta a premiare le Regioni più virtuose”.

La virtuosità di un territorio non può dipendere dalla sua ricchezza, nè gli errori amministrativi da parte di alcune regioni del Sud possono coincidere con la privazione di autodeterminazone delle comunità locali. L’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) infatti è distribuita in maniera fortemente disomogena sul territorio italiano. Ad esempio: la Calabria ha a disposizione 310 euro per ciascun abitante della Regione, il Veneto 652; la Campania circa 371 mentre la la Lombardia 862. Raggiungere il pareggio di bilancio non è un merito, è un parametro di misurazione della ricchezza. Le Regioni settentrionali hanno un gettito fiscale alto e possono trovarsi più facilmente in condizione di equilibrio tra entrate e spese. Al Sud invece, il gettito fiscale non copre mai le risorse necessarie a garantire i servizi essenziali per i cittadini che hanno minore capacità contributiva. Con la modifica dell’art. 116 prende forma il regionalismo differenziato che sancisce autonomia decisionale su base economica.

Si consuma in tal modo il disegno monopolista dei commissariamenti e delle ricette nord-centriste applicate ai territori meridionali. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. La supremazia decisionista del potere politico di Roma è uno dei veri e più insidiosi pericoli di questa riforma. Le disquisizioni sul Senato, sul bicameralismo o sul Cnel sono tutte interessanti, ma qui si sta decidendo altrove il futuro della parte più debole e sacrificata del paese.

Il Mezzogiorno non viene messo in condizione di crescere quando bisogna prevedere investimenti e incentivi pubblici per lo sviluppo. Il Governo non ha mai individuato i Lep (livelli essenziali di prestazione concernenti diritti minimi civili e sociali); non ha mai stabilito la perequazione, finalizzata a distribuire finanziamenti utili per garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale; i fabbisogni standard vogliono introdurli direttamente in Costituzione, ma per fregare il Sud hanno già attuato stratagemmi che calcolano il riparto dei fondi sulla base della spesa storica e non sulla base del reale bisogno della popolazione.

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Andrebbero applicati i principi di eguaglianza e di coesione sociale atti a rimuovere gli squilibri economici territoriali o va stabilita per legge fondamentale dello Stato, l’inferiorizzazione meridionale?

Il 4 Dicembre andiamo a votare il potere di forza della nostra autodeterminazione e l’opportunità di costruire un modello di autonomia responsabile che faccia dell’ autogoverno la vera sfida politica del Sud. Io voto NO.

Flavia Sorrentino.

Referendum Renzi-Boschi: un NO dal Sud.

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Non rappresenta una scelta casuale quella del presidente del consiglio Matteo Renzi, di svolgere la propria campagna referendaria soprattutto nel sud Italia. Matera, Foggia, Catania, Bari, non si è mai visto un Matteo così infuocato e passionale nelle sue rotte meridionali. Eppure il motivo c’è, i sondaggi parlano chiaro: il meridione d’Italia voterà compatto per il no alla riforma costituzionale.

Credevano di esserci riusciti, che il sillogismo “ragioni virtuose sì, ragioni virtuose no”, avrebbe ben mascherato l’intenzione del governo di privilegiare le regioni del nord Italia;  lo stato di assuefazione politica nella quale ci hanno relegato in questi anni, avrebbe mantenuto la situazione sotto controllo. Così, propagandare l’abbassamento del numero dei parlamentari, la riduzione dei costi della politica, avrebbe messo in una  condizione di subordinazione  l’attenzione sulla  modifica del Titolo V della Costituzione.

Il premier non aveva però fatto bene i suoi conti con un Sud sempre più sveglio, sempre più indignato e guardingo.

Le modifiche degli articoli 116 e 117, segnerebbero la costituzionalizzazione dello status di colonia interna delle regioni meridionali, la continuazione di un filo rosso a cui si è dato inizio 155 anni fa.   Così recita il testo della Riforma: “Condizioni particolari di autonomia possono essere attribuite alle regioni […] in condizione di equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio”. E’ questa una disposizione fuorviante e discriminante, poiché, di fatto, le regioni del sud Italia non sono messe in condizione di raggiungere il pareggio di bilancio. L’Imposta Regionale sulle Attività Produttive, meglio conosciuta come IRAP, ossia l’ imposta sul Reddito prodotto dalle attività professionali e produttive, rappresenta una tassa trattenuta dalle regioni, ma non uniforme sul territorio nazionale. Le regioni settentrionali possedendo un gettito fiscale più alto, possono raggiungere più facilmente una condizione di bilancio, differentemente dal meridione che,  con una minore capacità contributiva,  potrebbero raggiungerla  solamente privando i cittadini di quei servizi essenziali spettanti di diritto. Non si tratta quindi  di virtù regionale , ma di ricchezza storica.

La riforma introduce un regionalismo differenziato discriminante, in grado di danneggiare pesantemente il meridione, inficiandolo nella possibilità di scelta in ambiti vitali quali ambiente, istruzione e lavoro , turismo, governo del territorio, politiche sociali, ordinamento scolastico.  Come dire che la Toscana potrà promuovere il turismo locale, mentre la Calabria non avrà alcuna voce in capitolo; o che  l’Emilia Romagna potrà esprimere il proprio dissenso allo   stoccaggio di scorie radioattive sul proprio territorio, a differenza della Campania che dovrà  invece sottostare alle decisioni del governo centrale.

Se virtuoso (ricco), conti e  possiedi potere decisionale, mentre, se inefficiente (povero), dovrai accontentarti di ciò che lo Stato centrale deciderà al posto tuo:  questa la logica renziana.

I piani rischiano però di essere sfasati, e a farli “saltare” saranno proprio le regioni colpite, quelle ghettizzate, condannate da una politica che mira ad accrescere solo una parte del paese.

L’indignazione meridionale aleggia, si è resa tangibile: è un sud che ha deciso di alzare la testa e lottare.  Basta un “NO” per difendere i nostri diritti sociali, la nostra sovranità popolare; un “NO” per difendere il nostro diritto all’uguaglianza e alla crescita; un “No” per porre un freno alle spinte monopolistiche di un governo accentratore.

Carmen Altilia

Referendum, Italia a due velocità: il Nord è un frecciarossa, il Sud un treno a vapore.

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Insisto. Scalzare le volontà locali in riferimento a materie delicate come la produzione energetica o la tutela dell’ambiente, è un grave errore politico. Ma ammettiamo che sia più conveniente trasferire materie di legislazione concorrente, esclusivamente allo Stato centrale perché così si tenta di correggere le storture provocate dagli sprechi delle amministrazioni locali.

La riforma Renzi/Boschi toglie molteplici poteri alle Regioni, salvo restituirli alle Regioni del Nord. Giusto! (si dirà), perché il Nord è virtuoso. Ma essere in pareggio di bilancio non è un merito, è un parametro di misurazione della ricchezza. Le Regioni settentrionali hanno un gettito fiscale più alto e possono trovarsi più facilmente in condizione di equilibrio tra entrate e spese. Al Sud invece, il gettito fiscale non copre mai le risorse necessarie a garantire i servizi essenziali per i cittadini che hanno minore capacità contributiva. Con la modifica dell’art. 116 prende forma il regionalismo differenziato che sancisce autonomia decisionale su base economica. Sei ricco? Scegli come promuoverti il turismo. Sei povero? Allora sceglie lo Stato al posto tuo.

E però, scusate, come funziona? Il Mezzogiorno non viene messo in condizione di crescere quando bisogna prevedere investimenti e incentivi pubblici per lo sviluppo. Il Governo non ha mai individuato i Lep (livelli essenziali di prestazione concernenti diritti minimi civili e sociali); non ha mai stabilito la perequazione, finalizzata a distribuire finanziamenti utili per garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale; i fabbisogni standard vogliono introdurli direttamente in Costituzione, ma per fregare il Sud hanno già attuato stratagemmi che calcolano il riparto dei fondi sulla base della spesa storica e non sulla base del reale bisogno della popolazione.

La solidarietà nazionale prevede che, chi più ha più dà e chi meno ha più riceve. Andrebbero applicati i principi di eguaglianza e di coesione sociale atti a rimuovere gli squilibri economici territoriali o va stabilita per legge fondamentale dello Stato, l’inferiorizzazione meridionale? Non serve promettere zero sgravi fiscali come fa #Renzi se poi si scrive nero su bianco che l’obiettivo finale è un’Italia a due velocità, dove il Nord corre come un freccia rossa e il Sud come una locomotiva a vapore.

Flavia Sorrentino

Manutenzione strade, più soldi al Nord: lo stratagemma per fregare il Sud.

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Dopo l’inchiesta sui costi standard e i trucchi utilizzati per favorire il Nord, sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito torna a parlare di fabbisogni e servizi essenziali, smascherando le evidenti disparità nel riparto di risorse per la manutenzione di 130 mila chilometri di strade provinciali. Il servizio pubblico preso a campione mette a confronto i criteri di assegnazione dei fondi per la Città metropolitana di Milano e la Città metropolitana di Napoli, la prima con meno strade da manutenere e più soldi da spendere, la seconda con più strade da mettere a posto e la metà dei fondi da gestire. <<La Determinazione dei fabbisogni standard per le Province e le Città metropolitane>> nasconde in 88 pagine-spiega Esposito-delle vere e proprie trappole per il Mezzogiorno. Le strade gestite dalla Città metropolitana di Milano ammontano a circa 800 chilometri; quella di Napoli gestisce 1.629 chilometri, il doppio. Eppure a Milano vengono assegnati 27 milioni per la manutenzione mentre alla Città metropolitana di Napoli appena 15 milioni. Come si spiega una tale disparità?

La formula per la ripartizione di risorse  viene calcolata dalla Sose (società del Ministero del Tesoro) e approvata dalla Commissione tecnica sui fabbisogni standard (Ctfs). Il parametro per l’assegnazione dei fondi è stabilito in base al numero di chilometri da manutenere, e pertanto, a Napoli come <<fabbisogno base>>  viene destinato almeno il doppio del finanziamento necessario per Milano. Ma è qui che scatta lo stratagemma per fregare il Sud. I tecnici della Sose hanno applicato due bonus aggiuntivi di finanziamento: il primo proporzionale ai chilometri di strada in montagna, l’altro legato al numero di occupati sul territorio, che da solo vale più di tutte le somme destinate per la riparazione dei tratti stradali.

Come chiarisce l’inchiesta, per ogni chilometro di strada in montagna scatta un bonus di 2.744 euro. Nonostante vi siano ben tredici Comuni che superano i 1000 metri di quota sia per la presenza del Vesuvio che del Faito, con il massimo a Pimonte (che arriva a una vetta di 1.444 metri), per la Città metropolitana di Napoli non è previsto nessun incentivo, garantito altresì per le Province meno montane di Pavia, Rimini e Cesena. E’ calcolato invece in 17,87 euro il gettone aggiuntivo per ogni occupato: per riparare le buche, Milano riceve 34 mila euro per chilometro, Napoli solo 9 mila euro senza che venga spiegata la ratio di tale illogica sperequazione.

“Cosa c’entri il tasso di occupazione con la riparazione delle buche non si capisce. Ma gli occupati guarda caso, hanno il non trascurabile merito di essere presenti più al Nord che al Sud e così tornando al confronto Milano-Napoli con quasi 1,4 milioni di occupati la città lombarda riceve un bonus di 25 milioni, ossia 10 volte il fabbisogno di base, mentre Napoli deve accontentarsi di appena  10 milioni”, conclude Esposito.

Fabbisogni standard: diritti zero al Sud, l’Italia garantisce solo il Nord.

Marco Esposito
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Sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito spiega in dettaglio i parametri utilizzati per il calcolo dei fabbisogni standard. Ecco l’elenco dei diritti negati al Sud per convenienza del Nord:

-Sanità 108,6 miliardi. Il riparto dei fondi tra le regioni avviene dando un peso maggiore agli anziani. Così i posti in cui l’aspettativa di vita media è più bassa, Campania in testa, ricevono meno finanziamenti.

-Università 6,9 miliardi. Il costo standard per studente è calcolato sui soli studenti in corso, dando valore zero a chi è fuori corso. Negli atenei del Sud la quota di fuori corso è più consistente.

-Istruzione 4,1 miliardi. Il fabbisogno di servizi comunali di istruzione è calcolato sulla base della spesa storica (più alta al Nord) e non a livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio.

-Strade 1,5 miliardi. Tra i parametri per finanziare le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio, il quale è ovviamente più altro nelle zone ricche.

-Asili nido 1,3 miliardi. Il fabbisogno comunale non è misurato in base al fabbisogno di bambini da zero a tre anni ma sugli asili nido esistenti nel 2013. Chi aveva zero asili si ritrova fabbisogno zero.

-Trasporti 0,9 miliardi. Il fabbisogno comunale è misurato solo per i comuni che avevano il servizio nel 2013. A Caserta quell’anno la società del Tpl era fallita, per cui nel 2017 il fabbisogno è zero.

Fonte Il Mattino.

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