Monthly Archives: Novembre 2016

Referendum, Italia a due velocità: il Nord è un frecciarossa, il Sud un treno a vapore.

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Insisto. Scalzare le volontà locali in riferimento a materie delicate come la produzione energetica o la tutela dell’ambiente, è un grave errore politico. Ma ammettiamo che sia più conveniente trasferire materie di legislazione concorrente, esclusivamente allo Stato centrale perché così si tenta di correggere le storture provocate dagli sprechi delle amministrazioni locali.

La riforma Renzi/Boschi toglie molteplici poteri alle Regioni, salvo restituirli alle Regioni del Nord. Giusto! (si dirà), perché il Nord è virtuoso. Ma essere in pareggio di bilancio non è un merito, è un parametro di misurazione della ricchezza. Le Regioni settentrionali hanno un gettito fiscale più alto e possono trovarsi più facilmente in condizione di equilibrio tra entrate e spese. Al Sud invece, il gettito fiscale non copre mai le risorse necessarie a garantire i servizi essenziali per i cittadini che hanno minore capacità contributiva. Con la modifica dell’art. 116 prende forma il regionalismo differenziato che sancisce autonomia decisionale su base economica. Sei ricco? Scegli come promuoverti il turismo. Sei povero? Allora sceglie lo Stato al posto tuo.

E però, scusate, come funziona? Il Mezzogiorno non viene messo in condizione di crescere quando bisogna prevedere investimenti e incentivi pubblici per lo sviluppo. Il Governo non ha mai individuato i Lep (livelli essenziali di prestazione concernenti diritti minimi civili e sociali); non ha mai stabilito la perequazione, finalizzata a distribuire finanziamenti utili per garantire servizi omogenei su tutto il territorio nazionale; i fabbisogni standard vogliono introdurli direttamente in Costituzione, ma per fregare il Sud hanno già attuato stratagemmi che calcolano il riparto dei fondi sulla base della spesa storica e non sulla base del reale bisogno della popolazione.

La solidarietà nazionale prevede che, chi più ha più dà e chi meno ha più riceve. Andrebbero applicati i principi di eguaglianza e di coesione sociale atti a rimuovere gli squilibri economici territoriali o va stabilita per legge fondamentale dello Stato, l’inferiorizzazione meridionale? Non serve promettere zero sgravi fiscali come fa #Renzi se poi si scrive nero su bianco che l’obiettivo finale è un’Italia a due velocità, dove il Nord corre come un freccia rossa e il Sud come una locomotiva a vapore.

Flavia Sorrentino

MO! intervistiamo i produttori del nostro territorio

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Calabria – Costa degli Dei: siamo a Spilinga(VV) città della ‘Nduja

 

In una lotta impari che  i produttori del nostro sud affrontano quotidianamente contro le carenze infrastrutturali e di servizi, vogliamo raccontare come questi eroi del lavoro riescono comunque con passione e caparbietà a produrre eccellenze famose in tutto il mondo.

Siamo in Calabria dove i mass media fanno a gara per far risaltare soprattutto le negatività che questa terrà innegabilmente purtroppo offre, ma noi vogliamo far emergere la parte migliore di questo meraviglioso territorio. Il peperoncino,  prodotto principe di questa terra, è l’ingrediente principale della ‘nduja di Spilinga che di questa terra ne è la regina .

La ‘nduja di Spilinga è un salume inimitabile, unico nel suo genere perché spalmabile, ed è prodotta con il 30% di peperoncino locale nelle tre principali varianti: il corno di toro (più dolce),  il naso di cane (più piccante) e il rotondo e con pezzi selezionati di carne di maiale (pancetta, guance e dal grasso intercostale) macinato e miscelato tutto insieme per dar vita all’unicità di questo Salume che si spalma.

L’origine della ‘nduja è incerta. Per alcuni studiosi, il salume sarebbe stata introdotto nel Regno delle Due Sicilie dagli spagnoli intorno al 1500, insieme a pepe e peperoncino. Tuttavia, la tesi più accettata oggi è che si tratti di una versione calabrese di un preparato francese chiamato “andouille” (da cui il nome nduja), che sarebbe stato importato nel periodo di Napoleone Bonaparte tra gli anni 1806 e 1815.

In tutta Spilinga, esistono solo 11 produttori certificati per la produzione di ‘nduja, con laboratori autorizzati dal Ministero della Salute.

L’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone produce annualmente 60 tonnellate di salumi, che vengono venduti nel mercato italiano ed esportati in paesi come il Canada, Dubai, Sri Lanka, Danimarca, Francia e Germania. Oltre alla ‘nduja, l’azienda produce altri insaccati come salsiccia, soppressata calabrese, pancetta e capicollo.

Oggi intervistiamo Francesco Fiamingo, presidente del consorzio della ‘nduja di Spilinga, titolare dell’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone nata nel 1999.

Francesco, qual è l’importanza del territorio di Spilinga per la sua azienda e per i suoi prodotti, in particolare per la ‘nduja?

Be’ Spilinga e’ un piccolo centro riverso a nord-ovest, racchiuso fra due fiumare e di fronte al mare: quale posizione migliore per la stagionatura dei salumi ed in particolare la nduja? Abbiamo umidità, freddo e vento dal mare, diciamo una cella di stagionatura a cielo aperto.

Quali sono le materie prime che il territorio offre per la produzione dei suoi prodotti?

Sicuramente il peperoncino la fa da padrone, è coltivato nei nostri territori e subisce una lavorazione particolare che consiste nell’essiccazione naturale dei peperoncini che dopo il raccolto vengono stesi su teloni, ed esposti al sole per circa un mese, in seguito vengono rimossi gli steli con una lavorazione manuale e successivamente vengono puliti e tritati insieme alla carne.

La ‘nduja sta avendo un successo in continua crescita, cos’ha di diverso rispetto agli altri salumi e quali gli usi che se ne possono fare in cucina?

Ormai  della ‘nduja di Spilinga si sente parlare ovunque, dalla tv  alla radio ma anche in giro per le strade, grazie all’importante lavoro promozionale fatto da noi produttori  in giro per tutta l’Italia e per quasi tutta l’Europa con fiere ed altri tipi di manifestazioni.  La ‘nduja in cucina si può adoperare dal primo al secondo fino al dolce basta un pò di fantasia , e poi si presta  a moltissimi abbinamenti rispetto agli altri salumi.

La sua azienda ha ottenuto importanti riconoscimenti per l’innovazione del prodotto, di cosa si tratta?

Sì, qualche anno fa al CIBUS DI PARMA, la manifestazione di settore piu importante d’Italia per quanto riguarda il Food, siamo stati premiati come miglior innovazione di prodotto: abbiamo presentato la ‘Nduja di spilinga confezionata in tubetto di alluminio, confezione veramente innovativa e comoda per igiene, praticità e conservazione .

La sua ultima “invenzione” è la ‘nduja nel sac à poche, ce ne parla?

Sì, da qualche abbiamo lanciato sul mercato un’altra innovazione: la ‘nduja di Spilinga nel sac à poche già pronta all’uso. Per questa confezione abbiamo pensato soprattutto ad un uso professionale che renda più facile il lavoro dei  pizzaioli. In Italia sono tante le pizzerie che usano la ‘nduja di Spilinga, ad Expo 2015 Rossopomodoro ha presentato la pizza  Ricotta di bufala e ‘nduja di Spilinga ma per le sue caratteristiche, spalmabile ma anche appiccicosa, la ‘nduja rende difficoltosa la gestione veloce, necessaria per i professionisti della pizza. Con la sac à poche impiegano pochi secondi spalmare la ‘nduja sulla pizza.

Perchè è importante che accanto alla tradizione ci sia l’innovazione di un prodotto come la ‘nduja ?

Be’ i tempi cambiano e la società si evolve, quindi io penso che se non vogliamo uscire dal mercato ci si deve adeguare ai tempi ed ai ritmi della società di oggi ma anche alle porzioni.

Secondo lei, ci sono delle oggettive difficoltà per le aziende del nostro territorio? Parliamo di carenze infrastrutturali come ad esempio la rete autostradale e ferroviaria o la velocità della connessione internet rispetto aziende presenti in altri territori.

Sicuramente la posizione geografica non ci agevola, neanche le infrastrutture carenti sono a nostro favore. Tuttavia penso che con buona volontà e pazienza, gli obbiettivi si raggiungono lo stesso.

La politica nazionale ha dimenticato la mai risolta “Questione Meridionale” eppure gli ultimi dati Svimez parlano di un sud a rischio desertificazione umana nei prossimi 30 anni, la nostra Calabria ha meno di 2 milioni di abitanti (quanto la sola Milano e provincia), come vede il futuro per il nostro territorio?

Purtroppo a parte piccole realtà,  la Calabria sta attraversando un periodo di crisi economica e sociale mai visti, io ho quasi 50 anni e non mi ricordo di gente che incontrava difficoltà anche per fare la spesa. Per questo si continua ad emigrare con il risultato che rimaniamo sempre di meno, questo fa diminuire il consumo locale di beni e alimenti con una forte contrazione dell’economia locale. A Spilinga avevamo 8 negozi di alimentari, 4 bar e 2 tabacchini ,adesso c’e’ un supermercato e mezzo e 2 bar, e non c’e’ più il distributore di carburanti, a volte io tutto questo lo paragono ad una candela accesa che tale rimarrà finche dura la cera, poi inevitabilmente  si spegnerà .

Pensa sia importante che ci sia una nuova realtà politica fatta da persone che si vogliono occupare dei problemi irrisolti del nostro territorio?

Sicuramente io sono per l’innovazione, quindi ben vengano nuove idee e nuovi personaggi, perché cosi come siamo è come uno stagno o meglio una palude putrida fatta di gente che pensa solo ai propri interessi. Basta guardare il telegiornale e se ne vedono di tutti i colori: una corruzione capillare e fitta, come la gramigna in tutti i settori.

Ogni anno spendiamo miliardi di euro per la nostra spesa, questa enorme massa di denaro va soprattutto verso prodotti di aziende che non sono nel nostro territorio ed è uno dei motivi della mancata evoluzione economica della nostra terra. Con iniziative come il Compra Sud cerchiamo di promuovere l’acquisto di prodotti di aziende con sede legale e stabilimento nel mezzogiorno, cosa ne pensa?

Sicuramente è un incentivo che può tornare utile alle aziende ed anche al consumatore, perché comprare i nostri prodotti artigianali garantisce la qualità, tuttavia questa campagna secondo me andrebbe fatta su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare la gente: in ogni angolo d’Italia ci sono meridionali. Comunque io penso che questa emigrazione sia dovuta alla mancanza di lavoro, perché se Lei pensa che circa 10 anni fa in Calabria eravamo 3.2 milioni di residenti e adesso siamo 1.6 milioni vuol dire che il consumo sul posto si e’ ridotto del 50%, per di più sono i giovani che vanno via che in realtà sono anche quelli che consumano di più. Va da sè che invertire la rotta è l’unico auspicio per non rischiare l’inevitabile spegnimento della candela una volta finita la cera.

‘Nduja e salumi Gabriella Bellantone
Indirizzo: C. da Saramalloni, Spilinga
Telefono: +39 09631940412 // +39 3388899623
Sito: www.ndujadispilinga.net

Manutenzione strade, più soldi al Nord: lo stratagemma per fregare il Sud.

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Dopo l’inchiesta sui costi standard e i trucchi utilizzati per favorire il Nord, sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito torna a parlare di fabbisogni e servizi essenziali, smascherando le evidenti disparità nel riparto di risorse per la manutenzione di 130 mila chilometri di strade provinciali. Il servizio pubblico preso a campione mette a confronto i criteri di assegnazione dei fondi per la Città metropolitana di Milano e la Città metropolitana di Napoli, la prima con meno strade da manutenere e più soldi da spendere, la seconda con più strade da mettere a posto e la metà dei fondi da gestire. <<La Determinazione dei fabbisogni standard per le Province e le Città metropolitane>> nasconde in 88 pagine-spiega Esposito-delle vere e proprie trappole per il Mezzogiorno. Le strade gestite dalla Città metropolitana di Milano ammontano a circa 800 chilometri; quella di Napoli gestisce 1.629 chilometri, il doppio. Eppure a Milano vengono assegnati 27 milioni per la manutenzione mentre alla Città metropolitana di Napoli appena 15 milioni. Come si spiega una tale disparità?

La formula per la ripartizione di risorse  viene calcolata dalla Sose (società del Ministero del Tesoro) e approvata dalla Commissione tecnica sui fabbisogni standard (Ctfs). Il parametro per l’assegnazione dei fondi è stabilito in base al numero di chilometri da manutenere, e pertanto, a Napoli come <<fabbisogno base>>  viene destinato almeno il doppio del finanziamento necessario per Milano. Ma è qui che scatta lo stratagemma per fregare il Sud. I tecnici della Sose hanno applicato due bonus aggiuntivi di finanziamento: il primo proporzionale ai chilometri di strada in montagna, l’altro legato al numero di occupati sul territorio, che da solo vale più di tutte le somme destinate per la riparazione dei tratti stradali.

Come chiarisce l’inchiesta, per ogni chilometro di strada in montagna scatta un bonus di 2.744 euro. Nonostante vi siano ben tredici Comuni che superano i 1000 metri di quota sia per la presenza del Vesuvio che del Faito, con il massimo a Pimonte (che arriva a una vetta di 1.444 metri), per la Città metropolitana di Napoli non è previsto nessun incentivo, garantito altresì per le Province meno montane di Pavia, Rimini e Cesena. E’ calcolato invece in 17,87 euro il gettone aggiuntivo per ogni occupato: per riparare le buche, Milano riceve 34 mila euro per chilometro, Napoli solo 9 mila euro senza che venga spiegata la ratio di tale illogica sperequazione.

“Cosa c’entri il tasso di occupazione con la riparazione delle buche non si capisce. Ma gli occupati guarda caso, hanno il non trascurabile merito di essere presenti più al Nord che al Sud e così tornando al confronto Milano-Napoli con quasi 1,4 milioni di occupati la città lombarda riceve un bonus di 25 milioni, ossia 10 volte il fabbisogno di base, mentre Napoli deve accontentarsi di appena  10 milioni”, conclude Esposito.

Fabbisogni standard: diritti zero al Sud, l’Italia garantisce solo il Nord.

Marco Esposito
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Sulle pagine de “Il Mattino” Marco Esposito spiega in dettaglio i parametri utilizzati per il calcolo dei fabbisogni standard. Ecco l’elenco dei diritti negati al Sud per convenienza del Nord:

-Sanità 108,6 miliardi. Il riparto dei fondi tra le regioni avviene dando un peso maggiore agli anziani. Così i posti in cui l’aspettativa di vita media è più bassa, Campania in testa, ricevono meno finanziamenti.

-Università 6,9 miliardi. Il costo standard per studente è calcolato sui soli studenti in corso, dando valore zero a chi è fuori corso. Negli atenei del Sud la quota di fuori corso è più consistente.

-Istruzione 4,1 miliardi. Il fabbisogno di servizi comunali di istruzione è calcolato sulla base della spesa storica (più alta al Nord) e non a livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio.

-Strade 1,5 miliardi. Tra i parametri per finanziare le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio, il quale è ovviamente più altro nelle zone ricche.

-Asili nido 1,3 miliardi. Il fabbisogno comunale non è misurato in base al fabbisogno di bambini da zero a tre anni ma sugli asili nido esistenti nel 2013. Chi aveva zero asili si ritrova fabbisogno zero.

-Trasporti 0,9 miliardi. Il fabbisogno comunale è misurato solo per i comuni che avevano il servizio nel 2013. A Caserta quell’anno la società del Tpl era fallita, per cui nel 2017 il fabbisogno è zero.

Fonte Il Mattino.

L’incredibile Galli della Loggia e il sud raccontato a sua immagine e somiglianza

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di Raffaele Vescera

Stamattina a Napoli, a un convegno sul Sud, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del mondo politico, imprenditoriale e culturale, il politologo (ma che vordì?) Ernesto Galli Della Loggia (quale?) ha snocciolato il suo repertorio di banalità e luoghi comuni contro il Sud, elencando una serie di stupidaggini, tutte puntualmente contraddette da statistiche, numeri e fatti. Secondo lui al Sud vi sono più truffe, ma i dati forniti dal ministero dicono il contrario. Sempre secondo Galli, al Sud sarebbe arrivato un “fiume di soldi”, anche qui i dati dicono il contrario, lo Stato per un cittadino del Sud spende la metà che per uno del Nord. E secondo della Loggia (nomen omen) gli intellettuali meridionali “amoreggiano un po’ troppo con la cultura popolare della malavita sposata con il filoborbonismo” (sic), l’ha detto citando persino la Gatta cenerentola di Roberto De Simone, tratta dalla novella di Basile, come esempio negativo. Ascoltatelo:

«Ci sono poi anche altri problemi, come le truffe assicurative, che non dipendono dalla criminalità organizzata. O ancora le dinamiche dei concorsi. La diversità di questa parte dell’Italia è anche legato al diverso senso civico, che qui è più debole. Tra l’altro qui è arrivato un fiume di risorse pubbliche. E allora bisogna chiedersi cosa non ha funzionato negli interventi per il Sud che hanno caratterizzato larga parte della Prima Repubblica. Trenta, quaranta anni fa a Napoli c’era più rispetto per le istituzioni di oggi. C’è anche una colpa degli intellettuali: dagli anni Ottanta in poi la parte più significativa e vivace ha iniziato ad amoreggiare un po’ troppo con la cultura popolare, delle sceneggiate, della malavita. Che era anche la cultura dell’omertà, dello sgarro, dell’onore, sposata con il filoborbonismo».

A Galli della Loggia replica il presidente di Unioncamere Andrea Prete, che si dice «orgoglioso di essere del Sud e contesta la visione del politologo, che mostra il Mezzogiorno come immerso tutto sotto una cappa».

Non solo il Galli della Loggia, ma anche altre mummie intellettuali del calibro di Galasso si sono dette sorprese dal recupero d’immagine del Mezzogiorno preunitario accusando di borbonismo chi lo fa, oltre la boutade di De Luca che propone un piano di assunzione di 200.000 giovani nella pubblica amministrazione, ma precari, a stipendio dimezzato e senza diritti, vi sono stati anche interventi più seri, come quello di Adrianno Giannola, presidente dello Svimez che ha parlato della necessità di mettere in campo un piano straordinaio per il Sud, come quello della Cassa per il mezzogiorno che in 10 anni ha fatto recuperare al Sud 10 punti di divario rispetto al Nord, e del prof Calise che ha parlato delle eccellenze dell’univ. di Napoli: «Nel mondo ci sono 35 milioni di studenti per 4200 corsi dei grandi Atenei mondiali. Come Federico II grazie ai fondi europei siamo il primo portale in Europa. Eppure come Italia siamo fanalino di coda per numero di laureati».

Altri interventi sono attesi per stasera e domani, prima della conclusione di Renzi che, ne siamo certi, prometterà mari e monti per il Sud, un Sud che, in verità di mari e di monti tra i più belli del mondo è stato già dotato a sufficienza dalla natura, e ora ha bisogno di fatti più che di promesse elettorali.

Ciò che Saviano non capisce: Napoli ha bisogno d’amore non di fango.

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Oggi Roberto Saviano torna a Napoli per promuovere e pubblicizzare il suo nuovo libro su Napoli, o meglio sulla Napoli violenta, dal nome #laparanzadeibambini
Per farlo, sceglie il quartiere Sanità.
Ebbene, sul ponte della Sanità è apparso uno striscione in cui, in breve, si dice che Napoli ha bisogno di amore e non di fango, riferito a Saviano. Come biasimarli?
Cosa si poteva aspettare da una cittadinanza, soprattutto bambini, che viene dimenticata quando lotta e protesta contro la camorra ma viene riportata alla luce dallo scrittore solo quando c’è un omicidio?

Ecco qui una piccola raccolta degli interventi di Saviano su Napoli. Vederlo tornare qui SOLO per promuovere l’ennesima opera sciacalla non può che farmi prendere le distanze da questo personaggio.

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Tabacco e grano duro meridionali accomunati dalla stessa sorte coloniale.

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Luglio 2015: il ministero dell’Agricoltura sottoscrive con i produttori di tabacco un accordo che mette sullo stesso piano la Campania, di gran lunga primo produttore italiano, e tre regioni del Centronord, ovvero Toscana, Umbria e Veneto, per inviare la produzione in uno stabilimento che Governo e Coldiretti hanno fatto insediare a Bologna. De Luca invece di difendere una risorsa economica e lavorativa della regione che amministra, firma e si dichiara soddisfatto.

Novembre 2016: gli agricoltori meridionali di grano duro ottengono dal parlamento l’istituzione del CUN, Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro, ma quattro regioni del Centro Nord, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, che tutte assieme producono il 20% del grano duro italiano, vorrebbero spostarlo a Bologna.

L’oggetto del contendere è presto detto: il grano che importiamo per esempio dal Canada matura artificialmente, con il glifosato, e sviluppa funghi e micotossine che arrivano sulle nostre tavole nella pasta e nella farina che mangiamo.

I grandi industriali della pasta, avendo compreso che non è più vantaggioso, in termini di immagine aziendale, utilizzare tali approvvigionamenti, vorrebbero mettere le mani sul grano duro del sud fino ad oggi hanno snobbato. Ma pretendono di avocarne a sé la gestione per controllare prezzi, varietà da coltivare e pratiche agronomiche. E’ infatti loro preciso interesse la produzione di un grano iperproteico che gli consentirebbe di fare soldi risparmiando sui costi di produzione.

Tuttavia da Sud arrivano anche le reazioni: a Foggia è stata recentemente istituita la Granosalus, associazione che per obiettivo quello di valorizzare il grano prodotto nella Capitanata, e tutelare il cliente che non conosce con quale tipo di grano viene prodotta la pasta che sta mangiando. E’ inoltre notizia di appena due giorni fa che l’azienda La Molisana di Campobasso ha siglando con gli operatori e le cooperative agricole dell’Op Cereali Centro Sud un contratto di filiera, per produrre pasta con grano prodotto al sud.

A riprova del fatto che se c’è una presa di coscienza e si riesce a far rete è possibile porre un argine, anche immediato, al destino da colonia interna cui il sistema italia vorrebbe perennemente relegarci.

Lorenzo Piccolo

Campagna referendum costituzionale – MO NO!

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Da questa pagina è possibile scaricare il materiale a disposizione di tutti per la campagna referendaria “MO NO!” per votare NO al referendum del 04 dicembre 2016 e dire no al regionalismo differenziato.

 

Manifesti 70×100 cm – scarica

Volantini flyer A5/A4 – scarica

Regionalismo differenziato: la trappola nascosta per il sud

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Del perché il sud deve votare no al referendum ne abbiamo già parlato. Creare un’Italia a due velocità, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B è l’obiettivo della nuova costituzione Renzi-Boschi.
La riforma toglie molti poteri alle Regioni, ma ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Il Sud povero invece, dovrà arrangiarsi con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali. Si introduce così un “regionalismo differenziato” che nega alle popolazioni meridionali il diritto di scegliere per il proprio futuro privandole delle autonomie locali.
A proposito di questo, è bene entrare nel merito di alcune osservazioni fuorvianti che abbiamo letto in giro.
Il “regionalismo differenziato” è giusto, perché è giusto premiare chi ha i conti in ordine e punire chi i conti in ordine non li ha.
NO! Non lo è per due ragioni. In primo luogo perché non è corretto introdurre nella costituzione una norma che determina delle differenze tra i cittadini di quella che si suppone essere una stessa nazione.
In secondo luogo c’è una ragione più tecnica, ma fondamentale: le regioni del sud non possono raggiungere il pareggio di bilancio. Questo avviene perché l’imposta principale che viene trattenuta sul territorio è l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive). Si tratta dell’imposta distribuita in maniera meno uniforme sul territorio italiano, molto bassa al sud, molto alta al nord. Questo vuol dire il gettito a disposizione delle regioni del sud per far quadrare i propri bilanci è molto più basso di quelle del centro-nord. Ad esempio la Calabria ha a disposizione 310 euro per ciascun abitante della Regione, il Veneto 652. La Campania circa 371, la Lombardia 862.
In pratica la quota necessaria per garantire i servizi minimi è superiore alle entrate delle Regioni del mezzogiorno ordinario (più l’Umbria).
Vi opponete ad una cosa che va contro la Lega.
È vero che l’attuale assetto del titolo V della costituzione è voluto da Calderoli, ma il punto è che con questa riforma non si torna ad una situazione precedente la modifica leghista del 2001. Piuttosto la si annulla per le sole regioni meridionali e lo si fa sulla base di principi voluti dagli stessi leghisti.
In altre parole se vincesse il sì le regioni del mezzogiorno perderebbero sovranità, ma lo Stato non risparmierebbe un solo euro. Le regioni del centro-nord, invece, potrebbero continuare a legiferare.
E allora perché la Lega vota no?
Lo fa per due ragioni: la prima è di natura squisitamente politica. Salvini vuole che Renzi perda per potersi proporre come premier del centrodestra. La seconda è che, qualunque sia l’esito, loro vincono lo stesso!
Se vincesse il no, allora le cose resterebbero come stanno. Se vincesse il sì, le regioni del nord conserverebbero comunque la propria autonomia.

Un “risorgimento” che dura da 155 anni

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Cos’hanno in comune le prime case di produzione cinematografica del paese, la nascita delle televisioni private, Napoli ed il colonialismo interno?

Forse non tutti sanno che nei primi anni del ‘900 a Napoli fioriscono le prime sale cinematografiche del paese, più di 20 nell’arco di pochi anni, laddove a Roma, per raffronto, ve ne erano appena due. Di lì a poco vedono la luce le prime case di produzione cinematografica, tra cui Napoli Film, Partenope Film e Lombardo Film (poi affermatasi come Titanus) fondata da Gustavo Lombardo, al cui ingegno imprenditoriale si devono anche la nascita della prima casa di distribuzione cinematografica, della prima casa discografica del paese, la Compagnia Fonografica Napoletana (1901), e di quello che possiamo definire il precursore di Cinecittà o di Hollywood, la Poli Film, nei cui studios furono girati oltre 50 film nell’arco di pochissimo tempo. Da tale fermento artistico ed imprenditoriale prendono vita nella città partenopea la prima scuola per attori e cineasti, l’Accademia d’Arte, e si afferma la prima regista donna, la salernitana Elvira Coda Notari.

Cosa ne è stato di tale fermento? Condannato all’oblio per poter essere più facilmente scippato a Napoli, come nel caso della Lombardo, costretta durante il periodo fascista a trasferirsi a Roma dove, con finanziamento pubblico, fu fondata Cinecittà, oppure isolato per non ostacolare la nascita di una più “italiana” industria discografica a più settentrionali latitudini.

Analogamente quando si parla di avvento delle televisioni private tutti pensano a Berlusconi ed all’attuale Mediaset, mentre secondo la vulgata di una più “colta”, ma pur sempre padanocentrica, storiografia ufficiale della Tv il primato spetterebbe alla piemontese Telebiella, che inizia a trasmettere nel 1972.

E invece la Tv privata via cavo nasce a Napoli, e precisamente il 23 dicembre 1966, quando l’ingegnere avellinese Pietrangelo Gregorio inizia a trasmettere da uno studio nel centro di Napoli, nel palazzo dell’Upim. Da un incontro con il direttore del suddetto centro commerciale, desideroso di pubblicizzare alcuni giocattoli natalizi, nasce l’idea di mettere in onda immagini pubblicitarie dei giocattoli, che di lì a poco saranno sostituite da presentatori, cantanti e cabarettisti.

Nel 1970 nasce la società Telediffusione Italiana – Telenapoli nel totale disinteresse del sistema “italia unita Spa”, al punto che quando nel 1972, in Piemonte, nasce Telebiella, dall’iniziativa di Beppe Sacchi, ex giornalista Rai, la sedicente novità viene presentata in pompa magna dall’intera stampa italiana come il primo caso di Tv privata via cavo, con grande stupore dello stesso ingegnere napoletano. Tuttavia il caso Telenapoli fa da apripista alla nascita di una miriade di emittenti locali le cui trasmissioni furono proibite nel Marzo 1973 dal governo Andreotti, con sanzioni che prevedevano finanche il carcere, e successivamente riammesse quando la battaglia per la loro legalizzazione ebbe la meglio.

Grazie all’esperienza sul campo e al vantaggio tecnologico acquisito, Telenapoli si trasforma in una significativa realtà di imprenditoria locale che dava lavoro a 150 dipendenti e che ancora una volta si dimostra in anticipo sui tempi quando dal cavo si passa alle trasmissioni via etere, trasformandosi nell’attuale Canale 21.

Ed è qui che si inserisce la seconda balla della storiografia televisiva padanocentrica, secondo la quale nel panorama dell’emittenza privata le superiori capacità imprenditoriali di stampo meneghino del di allora gruppo Fininvest avrebbero sbaragliato la concorrenza. La differenza tra Canale 21 e le reti del Biscione più che imprenditoriali erano politiche, e portavano il nome dei cosiddetti decreti Berlusconi, tre in tutto (694/1984, 807/1984 e 223/1985) emanati dal primo governo Craxi: le reti berlusconiane furono oscurate perché, violando la normativa di quel periodo, trasmettevano contemporaneamente su tutto il territorio nazionale. I decreti suddetti sanarono la situazione ma solo per le reti Fininvest, concedendo loro per legge i maggiori introiti garantiti dal fatto di essere gli unici a poter trasmettere sul territorio dell’intero paese, e furono tali maggiori introiti più che le capacità imprenditoriali a sbaragliare la concorrenza.

In sintesi il “sistema italia” decise che un progetto imprenditoriale e moderno di comunicazione che, oltre a fare raccolta pubblicitaria e promozione del territorio, poteva anche raccontare un paese “visto da Sud” non fosse accettabile, e pensò bene di concentrare il tutto a Milano.

Considerati in una visione d’insieme, cinematografia, discografia ed emittenti private partenopee sono la prova che Napoli è stata in grado di sfornare primati imprenditoriali e culturali, nonostante l’unità d’italia, ovvero nonostante la scomparsa dalle terre meridionali di uno stato organizzato in leggi, infrastrutture ed investimenti finalizzati a promuovere lo sviluppo del nostro territorio.

Del resto primati pre e post unitari sono accomunati dalla stessa sorte “coloniale”: condannati all’oblio per sostenere l’ingannevole vulgata di un sud atavicamente povero, mantenuto ed incapace di intraprendere, scompaiono dal sud e ricompaiono più al nord nei casi in cui suscitano interessi di natura economica o legati alla formazione e divulgazione del “pensiero dominante”.

Lorenzo Piccolo

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