Monthly Archives: Novembre 2016

la “clausola di supremazia”

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L’ art.116 della Costituzione prevede che le 15 regioni a Statuto ordinario possano accedere a maggiori forme di autonomia solo nei campi indicati dalla norma. Si tratta di un ambito circoscritto alle materie di “legislazione concorrente” previste dall’art.117 a cui si aggiungono l’organizzazione della giustizia limitatamente ai giudici di pace, le norme generali sull’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Ciò più avvenire con un procedimento negoziato tra lo Stato e ciascuna singola Regione che lo richieda, mediante una legge ordinaria votata a maggioranza assoluta.

Le regioni sono fortissime per i poteri che hanno, tant’è che nessuna ha mai richiesto poteri aggiuntivi. Con la riforma Renzi-Boschi tutte le regioni a statuto ordinario perdono poteri. Diventa perciò fondamentale per il Nord riprendersi, con il trucco dei conti in ordine, ben tredici poteri strategici. L’articolo 116 infatti sarà modificato in modo che solo le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese potranno chiedere maggiore autonomia legislativa su materie quali: organizzazione della giustizia di pace; disposizioni generali e comuni per le politiche sociali; disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; politiche attive del lavoro; istruzione e formazione professionale; commercio con l’estero; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; governo del territorio.
Resta invariato il vaglio delle Camere ma viene eliminato il quorum della maggioranza assoluta dei componenti per l’approvazione delle leggi che concedono autonomia. E quindi diventa fondamentale per il Nord riprendersi, con il trucco dei bilanci, 13 poteri fondamentali. E prendersi il vantaggio competitivo che loro potranno agire per esempio in materia di turismo o commercio con l’estero e noi no.

La virtuosità di un territorio non può dipendere dalla sua ricchezza, nè gli errori amministrativi da parte di alcune regioni del Sud possono coincidere con la privazione di autodeterminazone, soprattutto in ragione del fatto che la capacità contributiva è bassa e il pareggio di bilancio, rebus sic stantibus, è praticamente impossibile da raggiungere. E’ inaccettabile che la cosiddetta “clausola di supremazia” prevista dalla riforma, permetterà ad una Regione del Nord di decidere, ad esempio, se ospitare un sito di stoccaggio di score nucleari o opporsi, mentre la Calabria, la Campania, la Basilicata o la Puglia saranno costrette a diventare siti strategici nazionali e a subire esclusivamente le scelte dello Stato centrale. La riforma la guardo da Sud. Possiamo domandarci se è tutta sbagliata o se ci sono delle parti condivisibili, ma modificandola in questo modo diventa l’ennesimo trabocchetto anti-meridionale a danno dei nostri diritti.
Flavia Sorrentino

La sanità differenziata

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I sostenitori del “Sì” tra le argomentazioni adottate nella campagna referendaria, focalizzano l’attenzione sulle maggiori garanzie che deriverebbero in materia di salute, nel caso in cui la riforma dovesse divenire legge. Ma procediamo per ordine.
Con la Riforma del Titolo V, diversi sono stati i contenziosi tra Stato e Regioni. Le modifiche del 2001 hanno dato vita ad un Federalismo Fiscale non solidale ma asimmetrico; le regioni avrebbero dovuto colmare le diversità sul territorio e ledere gli ostacoli alla fruizione dei diritti.
Sarebbe stato compito del Fondo Perequativo, come quanto disposto dall’art. 119 della Costituzione, “rimuovere gli equilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti alla persona”, e tra questi, anche quello alla salute. Tale norma costituzionale non ha trovato applicazione, il fondo non è mai stato adeguatamente finanziato, i cittadini non si sono visti riconoscere un’uguaglianza dei servizi e delle prestazioni sanitarie, a prescindere dalla regione di appartenenza.
Un vizio originario contenuto nel Titolo V, a cui si è tentato di sopperire, con la Riforma Renzi- Boschi, aggirando il problema. L’attuale riforma che modifica l’articolo 117, non garantisce la fruizione del diritto equamente su tutto il territorio, non scioglie il nodo : con la Riforma non si inciderà sulle risorse, e quindi sul reale e originario problema; lo Stato determinerà solo i livelli essenziali. Come disciplina il 119 modificato: “Con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni”.
Compare sempre la parola “efficienza”, non equità, ergo, la prestazione e fruibilità dei servizi non dipenderà dai bisogni dei cittadini, ma sarà condizionata dalle risorse disponibili sul territorio.
La riforma costituzionale, ancora una volta, si rivela uno specchietto per le allodole, anche in materia di salute. Il binomio dicotomico regioni virtuose- inefficienti, segnerà una volta per tutte la costituzionalizzazione di una linea politica discriminante tra regioni ricche e regioni povere. La salvaguardia e la tutela dei diritti sociali escono pesantemente inficiati nella loro ragion d’essere; stiamo assistendo al dispiegamento di una riforma non perequativa ma discriminante, volta ad istituire una graduatoria tra cittadini meritevoli e no, sulla base di un criterio avente per ratio la ricchezza che sta a monte in ogni singola regione.
Carmen Altilia

I vini del ventaglio

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Parte da sud e guarda al sud “i Vini del Ventaglio”, un innovativo progetto di marketing territoriale centrato sul mondo del vino. Filosofia ispiratrice dell’iniziativa, che vede impegnate due società salernitane, la IPSE Srl di Sarno e la KYNETIC Srl di Salerno, è valorizzare le produzioni vitivinicole del Mezzogiorno troppo spesso – nonostante i crescenti e riconosciuti standard qualitativi e poche sporadiche eccezioni – non ancora in grado di reggere il confronto con i colossi produttivi del nord Italia e dell’estero.
Il nome – con un ovvio rimaneggiamento imposto dai tempi – viene dal passato. Deriva da quella spettacolare Vigna del Ventaglio che Ferdinando IV di Borbone volle realizzare a San Leucio, ad un tiro di schioppo dalla Reggia. Si trovava tra il Belvedere e la cascata del parco, nella zona tra il casino di San Silvestro e il capanno di sosta dei reali, ed inglobava numerose vigne già esistenti.
Ferdinando la fece disegnare a Luigi Vanvitelli, che tracciò un vigneto dall’ insolita forma di ventaglio che sfruttava al meglio la morfologia del terreno. Era formato da nove raggi, quindi 10 settori, che partivano da un cancelletto di accesso, abbellito da un roseto. In ogni settore il re volle che venisse coltivato un vitigno tipico del Regno delle due Sicilie, giacché voleva seguirne la produzione ma anche la coltivazione, con l’idea di definire linee-guida delle tecniche colturali da diffondere poi nel Regno.
Un cippo in travertino di Bellona, posto all’inizio di ciascun “raggio” del ventaglio, specificava, sotto la corona borbonica, il nome del vino prodotto: Lipari rosso, Delfino bianco, Procopio, Piedimonte rosso, Piedimonte bianco, Lipari bianco, Siracusa bianco, Terranova tosso, Corigliano rosso e Siracusa rosso. Sul finire del ‘700 fu impiantata un’ulteriore vigna detta la “Zibibbo” dal nome della varietà importata da Calabria e Sicilia.
«Tre secoli dopo “I Vini del Ventaglio” – spiega Remo Ferrara, giornalista salernitano, amministratore della Ipse Srl – intende per certi versi riproporre il progetto di Ferdinando IV: studiare ma anche promuovere e valorizzare le produzioni vitivinicole del Mezzogiorno, approfondire la conoscenza dei vitigni e delle diverse tecniche colturali, ma anche allargare il raggio d’azione per abbracciare la storia, le tradizioni, la cultura legati al mondo del vino che spesso, al sud, hanno radici antichissime. Non è del resto un caso che il primo bicchiere da degustazione di vino del mondo occidentale sia stato rinvenuto proprio qui al sud, ad Ischia: la Coppa di Nestore. A Pompei e ad Ercolano sono state rinvenute anfore per il vino che venivano sigillate e sulle quali venivano annotate la zona di origine delle uve e l’anno della vendemmia: già in epoca antichissima, insomma, qui era già vivo ed avvertito il concetto di denominazione d’origine e l’importanza del territorio di coltivazione delle uve per la qualità del vino».
L’informazione e la formazione sono il cuore pulsante del progetto “i Vini del Ventaglio”: «Avremo anche una web TV – spiega ancora Ferrara – che visiterà le cantine per presentare le principali produzioni, con degustazioni e consigli di abbinamento ai piatti della tradizione gastronomica meridionale; e che approfondirà anche gli aspetti culturali, colturali, tecnici, scientifici. Parleremo così del vino nella storia, nella letteratura, nel cinema, nelle tradizioni ma anche nella superstizione meridionale. Daremo voce agli studi scientifici sui vitigni autoctoni, coinvolgendo scuole, università e istituti di ricerca. Un progetto ad ampio raggio che vuole radicare la consapevolezza che le produzioni tipiche locali, soprattutto quelle di qualità, possono diventare un’opportunità di sviluppo e valorizzazione del territorio».
Integrano e completano il progetto un canale di commercializzazione B2B e una originale e peculiare “Carta dei Vini” per promuovere il consumo di vino meridionale nella media e alta ristorazione del territorio, giacché è proprio nei ristoranti locali che deve compiersi il primo step della valorizzazione delle produzioni autoctone.
Ma i Vini del Ventaglio guarda anche oltre: «Il nostro progetto prevede la creazione di una rete di enoteche in franchising, e un’agenzia enoturistica per promuovere nelle aziende vitivinicole già organizzate e strutturate dal punto di vista ricettivo».
«Louis Pasteur diceva che una bottiglia di vino contiene più filosofia di tutti i libri del mondo – conclude Remo Ferrara – e Robert Louis Stevenson che il vino è poesia imbottigliata. Tutte queste verità nel sud Italia si arricchiscono e si connotano ancor di più, travalicando finanche tutto quel complesso di valori, di sentori e di proprietà che, in gergo tecnico, vengono racchiusi nel concetto di territorio. Una bottiglia di vino del sud Italia racchiude tante altre cose che vanno ben oltre il colore, le essenze, il gusto. Cose che appartengono alla nostra storia, alle nostre tradizioni, al nostro modo d’essere, alle nostre superstizioni. Al nostro amore. La nostra sfida ambiziosa è spillare, col nostro ottimo vino, anche tutto questo».

La riforma dà i superpoteri al Nord: parola del Pd (dell’Emilia Romagna)

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Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini non saranno più uguali. Anche oggi non lo sono, ma mai si era arrivati ad incrementare le differenze Nord-Sud addirittura nella legge fondamentale dello Stato. Sarebbe come scrivere in Costituzione: “Le donne possono esser trattate peggio”.

Lo illustrano bene i Consiglieri regionali del Pd dell’Emilia Romagna. In un documento approvato a fine settembre, spiegano: “Viene dato vita in sostanza ad un federalismo differenziato, selettivo e meritocratico, che punta a premiare le Regioni più virtuose. La formulazione dell’art. 116, fornisce un rilevante strumento di autonomia alle Regioni più virtuose sotto il profilo del bilancio, consentendo a queste ultime di accedere a forme e condizioni particolari di autonomia in alcuni ambiti di competenza esclusiva dello Stato tra i quali sono inclusi: il governo del territorio, le politiche attive del lavoro, l’ordinamento scolastico, la tutela dei beni culturali, l’ambiente, il turismo, il commercio con l’estero”.

Traduciamo: la riforma toglie molti poteri alle Regioni, però ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo l’Emilia Romagna, come tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Gli altri si arrangeranno con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali.

Creare un’Italia differenziata, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B o C è l’obiettivo della riforma. Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere per sé, mentre le popolazioni dei territori meridionali (con minore capacità contributiva), dipenderanno esclusivamente dalle scelte dello Stato Centrale. La Calabria, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, la Campania, la Basilicata non avranno autonomia decisionale sulle politiche ambientali o su quelle di sfruttamento energetico e perciò non potranno esprimersi a favore o contro trivelle, gasdotti e centrali a carbone. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. Altrove sarà deciso il futuro della parte già più debole e sacrificata del paese. Ed io voto no.

Flavia Sorrentino

Dopo l’aeroporto di Crotone chiude anche quello di Reggio Calabria?

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di Pino Aprile (dalla pagina Terroni di Pino Aprile)

Nella regione più povera e abbandonata, nell’Italia impazzita di un Fanfarone allo sbando, e con il governo più anti-meridionale di sempre (dopo quelli che mandarono i Cialdini, i Pinelli, i Pallavicini, i Milon e altri carnefici a sterminare i terroni), si lascia che chiuda l’aeroporto di Crotone, che pure aveva fatto registrare incrementi lusinghieri e mostrato la sua necessità di esistere, specie dove muoversi è un’impresa spesso impossibile (niente treni, salvo la linea tirrenica; la Salerno-Reggio Calabria dichiarata “finita” da Renzi-il-Bugiardo, nonostante 50 chilometri, i peggiori, ancora da rifare; voli a tariffe fra le più alte d’Italia, visto che il biglietto Reggio-Milano costa più del Reggio-New York, a patto di trovare ancora un aeroporto, perché adesso rischia la chiusura anche lo scalo di Reggio Calabria.

Ora i “meridionalisti evoluti” diranno che “è colpa della classe dirigente locale”, che di sicuro è colpevole. Sindaco della città metropolitana di Reggio, presidente della Provincia e presidente della Regione avrebbero dovuto agire meglio e per tempo, con maggiore consonanza e lungimiranza. Non ci piove. E c’è il sospetto che alcuni facciano il tifo per altri gestori, a cui far cedere lo scalo a prezzi di liquidazione. Vero o no, diamo pure per scontato che “la classe dirigente locale” sia inadeguata. Non esiste una “classe dirigente nazionale”? E come mai questo governo di malfattori (nel senso tecnico di chi “fa male” e lo fa coscientemente) ha sabotato l’Agenzia messa a punto dai precedenti ministri Trigilia e Barca, grazie alla quale le inadempienze locali sarebbero state affidate a una struttura nazionale, per rispettare impegni di tempo e di spesa nell’esecuzione di opere e progetti?

Forse perché i soldi della cassa della Coesione servivano ad altro, tipo i 3,5 miliardi rubati al Sud da Renzi-Delrio e usati per incrementare l’occupazione al Nord, a spese dell’area europea con la più alta disoccupazione, insieme alla Grecia? E come mai quando “la classe dirigente locale” genera mostri come la Brebemi, l’autostrada-deserto costata il doppio a chilometro, della Salerno-Reggio, la soluzione e i soldi si trovano? E quando gli enti locali lombardi partoriscono una Expo che fa un flop inconfessabile e un deficit abissale, il governo interviene riempendo di soldi Milano per il dopo-Expo? E Reggio Calabria no?

La “classe dirigente locale” è un alibi. La cosa che emerge ormai in modo clamoroso è una sospetta comunanza di interessi fra governi nord-centrici e criminalità che è ormai improprio definire “meridionale”, visto che fa i suoi affari al Nord, dall’Expo alla Tav, con la complicità di politici, enti, manager e imprenditori-prestanome del Nord.

Quale settimana fa, la SWG, un importante istituto di ricerche sociali di Trieste, lanciò un allarme che avrebbe dovuto togliere il sonno a chiunque diriga qualcosa, in questo Paese: la situazione al Sud, scrisse, è ormai al limite, per rabbia e abbandono, e il clima è pre-insurrezionale.

E manco a farlo apposta, la banda di malfattori che si è impossessata del governo, con l’intervento di un presidente della repubblica iscritto a una loggia statunitense da quasi quarant’anni (Giorgio Napolitano era “ministro degli esteri” del Pci), ha incrementato le azioni a danno del Mezzogiorno, che sta perdendo le sue università (hanno messo per iscritto, in un decreto, che non deve averne); vogliono far passare una “riforma” che renda “costituzionale” il trasferimento di fondi e diritti solo alle Regioni del Nord, inventando il “federalismo differenziato”, ovvero l’apartheid, riducendo quelle meridionali a “colonia interna”, non solo di fatto, ma per legge fondamentale del Paese; e la Commissione interparlamentare ha appena stabilito che i soldi per i trasporti locali vadano solo a chi li ha: soltanto dopo le proteste si è intervenuti per “aggiustare”, promettendo (seeee…) che alle città del Sud cui erano stati destinati zero euro (avete letto bene: zero), daranno “qualcosa”, magari si rovineranno con uno zerovirgola; e norme altrettanto “uguali per tutti” stabiliscono che la salute di un arzillo 85enne che vive al Nord può valere sino a cinque volte quella di una ragazza di vent’anni che muore di cancro nella Terra dei fuochi.

Quindi, cosa volete che gliene importi alla banda di malfattori se due aeroporti su tre chiudono in una regione già irraggiungibile, a parte un’autostrada incompleta e in rifacimento da mezzo secolo e la linea ferroviaria tirrenica?

Trasporti, salute, istruzione, diritti… cos’altro devono rubarci? Ed è esagerato pensare che lo facciano proprio per indurre il Sud ad andarsene per i fatti suoi dopo averlo svuotato, se non accetta lo stato di subordinazione “costituzionale”? L’errore politico è considerare tutti questi episodi e i tanti altri che non citiamo per non ripeterci troppo, come slegati, isolati, locali. Quante coincidenze ancora servono per dimostrare che si tratta di una strategia; anzi: di una aggressione che continua da un secolo e mezzo, anche se con altri mezzi?

Il sistema scolastico nel Regno delle Due Sicilie, prima e subito dopo l’unità

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Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere.
I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria.
Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei.
Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa.
Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia.
Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra.
In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono, senza successo, di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero.
Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Più tardi Gaetano Salvemini scriveva su La Voce: “Le scuole e tutti gli altri servizi pubblici nel Sud sono nati per motivi esclusivamente elettorali, hanno avuto fin dall’inizio personale volgare e ignorante, fornito di titoli esclusivamente elettorali”.
Francesco Antonio Cefalì

4 novembre: diamoci un taglio

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Il 4 Novembre in Italia è la “Giornata dell’unità nazionale” e la “Giornata delle forze armate”: può sembrare un singolare accostamento, ma in realtà è un coerente filo rosso sangue che lega le due ricorrenze.

Anzitutto sembra difficile poter festeggiare al pensiero che l’Italia, con tutte le carenze che ha in ambito sociale e infrastrutturale – eminentemente al Sud – spenda oltre 20 miliardi di euro all’anno per mantenere in piedi la macchina bellica. Praticamente ogni ora che passa, spendiamo per armi, militari e guerra oltre 2 milioni di euro: sì, due milioni di euro all’ora senza sosta!
Quando poi si pensa che la maggior parte dei soldati sono meridionali (nell’ordine: pugliesi, campani e siciliani), mandati a morire in guerre che tutelano gli interessi dei potentati economici del Nord, allora si comprende che anche sotto questo profilo siamo solo carne da macello per i nostri padroni.
Il 4 novembre -anniversario della fine della I Guerra Mondiale con l’annessione di Trento e Trieste- dovrebbe, piuttosto, essere una buona occasione per riflettere su come liberarci di questo scomodo e oneroso fardello e sulle alternative alla guerra e alla difesa armata, che ci sono ma che naturalmente non incrociano gli interessi dei produttori di armi, delle gerarchie militari e dei bellicosi alleati dell’Italia.

Quanto all’altra ricorrenza odierna, quella dell’unità nazionale, verrebbe voglia di stendere un velo pietoso ma, in realtà, la virtù nobile della pietà in questo caso la si esercita più con la denuncia che con il silenzio.
Il fatto che i popoli si orientino a forme di unione, più o meno stringenti, può essere senz’altro un valore, ma la condizione perché di ciò si tratti e non di un tragico inganno, è che l’unità si realizzi e si mantenga in un clima di solidarietà, di sentire comune, di rispetto reciproco, di giustizia e verità.
Ora, tutti sappiamo, nonostante il lavaggio del cervello che subiamo a scuola, che la cosiddetta unità d’Italia avvenne grazie ad una guerra sanguinosa e ad una successiva repressione del dissenso, durata dieci lunghissimi anni, che fece quasi mezzo milione di morti. La storia ulteriore e l’esperienza quotidiana attuale, poi, ci dicono che quel rapporto di forza conquistatore-conquistato, cioè Nord e Sud d’Italia, non si è mai modificato. Lo Stato italiano, monarchico prima e repubblicano poi, ha sempre discriminato il Sud ed ha sempre fatto orecchi da mercante agli insulti razzisti che vengono lanciati al nostro popolo. Perché in 156 anni non si è mai avviato un programma educativo in favore degli italiani del Nord, affinché imparino a liberarsi del razzismo e ad avere rispetto verso il Sud? Semplice: perché non c’è interesse a farlo. Come non c’è interesse a smettere di trattare il Sud come una terra da sfruttare e un mercato da riempire di prodotti delle industrie settentrionali.

Questa non è unità, è colonizzazione: e non c’è nulla da festeggiare. Ma poiché nessun popolo può essere a lungo tenuto in scacco se smette di collaborare con i suoi oppressori e con gli ascari che fanno il loro gioco perverso, c’è speranza di sconfiggerla. Chi domina, ha comunque bisogno di una dose di collaborazione, volontaria o forzata, da parte delle vittime: se questa viene meno, quel regime implode. Allora, alla retorica di questo giorno rispondiamo dandoci un taglio: alle spese militari e al regime coloniale italiano. I meridionali che oggi festeggiano, invece, appaiono come quel tale dell’illustratore polacco Pawel Kuczynski: per scaldarsi ad un modestissimo focherello, sacrifica i pioli della scala che potrebbero farlo salire verso un destino ben più luminoso.

Confini

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Monte San Biagio (oggi in provincia di Latina), frontiera nord-ovest del Regno delle Due Sicilie. Ancora è visibile il posto di dogana nella Torre Portella, situata sulla cosiddetta “terra di nessuno”, un fascia cuscinetto tra il nostro Regno e lo Stato Pontificio nella quale, appunto, si svolgevano le pratiche doganali. Attraverso questa porta passò anche Mozart l’11 maggio 1770, in viaggio verso Napoli.

Il concetto di confine travalica il senso politico-geografico e abbraccia differenti dimensioni della condizione umana. Ci sono, ad esempio, i confini interiori della nostra coscienza e del dialogo con noi stessi, o i confini immateriali come quelli dell’identità e della cultura di un popolo. La gestione sapiente dei confini invita a farne al tempo stesso luoghi di riservatezza e di dialogo, di consapevolezza e di incontro, mentre la violenza in tutte le sue forme, dalla manipolazione psicologica alla guerra, li considera barriere fastidiose od ostili da abbattere, per conquistare e sfruttare: che si tratti della libertà di pensiero di un individuo o della libertà di autodeterminarsi di un popolo. Saper stare sulla soglia è arte del rispetto e della mutua contaminazione, promozione reciproca e non tentativo di estirpare l’indipendenza dell’altro.

Davanti a questa testimonianza del passato che riporta alla memoria la violenza di un’invasione, il pensiero corre all’urgenza della riappropriazione di ciò che di più bello custodisce un confine, che non è certo la chiusura all’altro, al diverso, ma al contrario è l’apertura ad un’autostima di quel sé –individuale o collettivo- che fondi un amore libero per l’altro. I confini interiori, come quelli esterni, non sono barriere escludenti, ma segni del rispetto, dovuto e difeso, della capacità di scegliere chi essere e come esserlo.

Antonio Lombardi

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