Monthly Archives: Novembre 2016

La riforma dà i superpoteri al Nord: parola del Pd (dell’Emilia Romagna)

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Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini non saranno più uguali. Anche oggi non lo sono, ma mai si era arrivati ad incrementare le differenze Nord-Sud addirittura nella legge fondamentale dello Stato. Sarebbe come scrivere in Costituzione: “Le donne possono esser trattate peggio”.

Lo illustrano bene i Consiglieri regionali del Pd dell’Emilia Romagna. In un documento approvato a fine settembre, spiegano: “Viene dato vita in sostanza ad un federalismo differenziato, selettivo e meritocratico, che punta a premiare le Regioni più virtuose. La formulazione dell’art. 116, fornisce un rilevante strumento di autonomia alle Regioni più virtuose sotto il profilo del bilancio, consentendo a queste ultime di accedere a forme e condizioni particolari di autonomia in alcuni ambiti di competenza esclusiva dello Stato tra i quali sono inclusi: il governo del territorio, le politiche attive del lavoro, l’ordinamento scolastico, la tutela dei beni culturali, l’ambiente, il turismo, il commercio con l’estero”.

Traduciamo: la riforma toglie molti poteri alle Regioni, però ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo l’Emilia Romagna, come tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Gli altri si arrangeranno con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali.

Creare un’Italia differenziata, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B o C è l’obiettivo della riforma. Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere per sé, mentre le popolazioni dei territori meridionali (con minore capacità contributiva), dipenderanno esclusivamente dalle scelte dello Stato Centrale. La Calabria, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, la Campania, la Basilicata non avranno autonomia decisionale sulle politiche ambientali o su quelle di sfruttamento energetico e perciò non potranno esprimersi a favore o contro trivelle, gasdotti e centrali a carbone. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. Altrove sarà deciso il futuro della parte già più debole e sacrificata del paese. Ed io voto no.

Flavia Sorrentino

Dopo l’aeroporto di Crotone chiude anche quello di Reggio Calabria?

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di Pino Aprile (dalla pagina Terroni di Pino Aprile)

Nella regione più povera e abbandonata, nell’Italia impazzita di un Fanfarone allo sbando, e con il governo più anti-meridionale di sempre (dopo quelli che mandarono i Cialdini, i Pinelli, i Pallavicini, i Milon e altri carnefici a sterminare i terroni), si lascia che chiuda l’aeroporto di Crotone, che pure aveva fatto registrare incrementi lusinghieri e mostrato la sua necessità di esistere, specie dove muoversi è un’impresa spesso impossibile (niente treni, salvo la linea tirrenica; la Salerno-Reggio Calabria dichiarata “finita” da Renzi-il-Bugiardo, nonostante 50 chilometri, i peggiori, ancora da rifare; voli a tariffe fra le più alte d’Italia, visto che il biglietto Reggio-Milano costa più del Reggio-New York, a patto di trovare ancora un aeroporto, perché adesso rischia la chiusura anche lo scalo di Reggio Calabria.

Ora i “meridionalisti evoluti” diranno che “è colpa della classe dirigente locale”, che di sicuro è colpevole. Sindaco della città metropolitana di Reggio, presidente della Provincia e presidente della Regione avrebbero dovuto agire meglio e per tempo, con maggiore consonanza e lungimiranza. Non ci piove. E c’è il sospetto che alcuni facciano il tifo per altri gestori, a cui far cedere lo scalo a prezzi di liquidazione. Vero o no, diamo pure per scontato che “la classe dirigente locale” sia inadeguata. Non esiste una “classe dirigente nazionale”? E come mai questo governo di malfattori (nel senso tecnico di chi “fa male” e lo fa coscientemente) ha sabotato l’Agenzia messa a punto dai precedenti ministri Trigilia e Barca, grazie alla quale le inadempienze locali sarebbero state affidate a una struttura nazionale, per rispettare impegni di tempo e di spesa nell’esecuzione di opere e progetti?

Forse perché i soldi della cassa della Coesione servivano ad altro, tipo i 3,5 miliardi rubati al Sud da Renzi-Delrio e usati per incrementare l’occupazione al Nord, a spese dell’area europea con la più alta disoccupazione, insieme alla Grecia? E come mai quando “la classe dirigente locale” genera mostri come la Brebemi, l’autostrada-deserto costata il doppio a chilometro, della Salerno-Reggio, la soluzione e i soldi si trovano? E quando gli enti locali lombardi partoriscono una Expo che fa un flop inconfessabile e un deficit abissale, il governo interviene riempendo di soldi Milano per il dopo-Expo? E Reggio Calabria no?

La “classe dirigente locale” è un alibi. La cosa che emerge ormai in modo clamoroso è una sospetta comunanza di interessi fra governi nord-centrici e criminalità che è ormai improprio definire “meridionale”, visto che fa i suoi affari al Nord, dall’Expo alla Tav, con la complicità di politici, enti, manager e imprenditori-prestanome del Nord.

Quale settimana fa, la SWG, un importante istituto di ricerche sociali di Trieste, lanciò un allarme che avrebbe dovuto togliere il sonno a chiunque diriga qualcosa, in questo Paese: la situazione al Sud, scrisse, è ormai al limite, per rabbia e abbandono, e il clima è pre-insurrezionale.

E manco a farlo apposta, la banda di malfattori che si è impossessata del governo, con l’intervento di un presidente della repubblica iscritto a una loggia statunitense da quasi quarant’anni (Giorgio Napolitano era “ministro degli esteri” del Pci), ha incrementato le azioni a danno del Mezzogiorno, che sta perdendo le sue università (hanno messo per iscritto, in un decreto, che non deve averne); vogliono far passare una “riforma” che renda “costituzionale” il trasferimento di fondi e diritti solo alle Regioni del Nord, inventando il “federalismo differenziato”, ovvero l’apartheid, riducendo quelle meridionali a “colonia interna”, non solo di fatto, ma per legge fondamentale del Paese; e la Commissione interparlamentare ha appena stabilito che i soldi per i trasporti locali vadano solo a chi li ha: soltanto dopo le proteste si è intervenuti per “aggiustare”, promettendo (seeee…) che alle città del Sud cui erano stati destinati zero euro (avete letto bene: zero), daranno “qualcosa”, magari si rovineranno con uno zerovirgola; e norme altrettanto “uguali per tutti” stabiliscono che la salute di un arzillo 85enne che vive al Nord può valere sino a cinque volte quella di una ragazza di vent’anni che muore di cancro nella Terra dei fuochi.

Quindi, cosa volete che gliene importi alla banda di malfattori se due aeroporti su tre chiudono in una regione già irraggiungibile, a parte un’autostrada incompleta e in rifacimento da mezzo secolo e la linea ferroviaria tirrenica?

Trasporti, salute, istruzione, diritti… cos’altro devono rubarci? Ed è esagerato pensare che lo facciano proprio per indurre il Sud ad andarsene per i fatti suoi dopo averlo svuotato, se non accetta lo stato di subordinazione “costituzionale”? L’errore politico è considerare tutti questi episodi e i tanti altri che non citiamo per non ripeterci troppo, come slegati, isolati, locali. Quante coincidenze ancora servono per dimostrare che si tratta di una strategia; anzi: di una aggressione che continua da un secolo e mezzo, anche se con altri mezzi?

Il sistema scolastico nel Regno delle Due Sicilie, prima e subito dopo l’unità

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Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere.
I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria.
Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei.
Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa.
Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia.
Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra.
In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono, senza successo, di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero.
Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Più tardi Gaetano Salvemini scriveva su La Voce: “Le scuole e tutti gli altri servizi pubblici nel Sud sono nati per motivi esclusivamente elettorali, hanno avuto fin dall’inizio personale volgare e ignorante, fornito di titoli esclusivamente elettorali”.
Francesco Antonio Cefalì

4 novembre: diamoci un taglio

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Il 4 Novembre in Italia è la “Giornata dell’unità nazionale” e la “Giornata delle forze armate”: può sembrare un singolare accostamento, ma in realtà è un coerente filo rosso sangue che lega le due ricorrenze.

Anzitutto sembra difficile poter festeggiare al pensiero che l’Italia, con tutte le carenze che ha in ambito sociale e infrastrutturale – eminentemente al Sud – spenda oltre 20 miliardi di euro all’anno per mantenere in piedi la macchina bellica. Praticamente ogni ora che passa, spendiamo per armi, militari e guerra oltre 2 milioni di euro: sì, due milioni di euro all’ora senza sosta!
Quando poi si pensa che la maggior parte dei soldati sono meridionali (nell’ordine: pugliesi, campani e siciliani), mandati a morire in guerre che tutelano gli interessi dei potentati economici del Nord, allora si comprende che anche sotto questo profilo siamo solo carne da macello per i nostri padroni.
Il 4 novembre -anniversario della fine della I Guerra Mondiale con l’annessione di Trento e Trieste- dovrebbe, piuttosto, essere una buona occasione per riflettere su come liberarci di questo scomodo e oneroso fardello e sulle alternative alla guerra e alla difesa armata, che ci sono ma che naturalmente non incrociano gli interessi dei produttori di armi, delle gerarchie militari e dei bellicosi alleati dell’Italia.

Quanto all’altra ricorrenza odierna, quella dell’unità nazionale, verrebbe voglia di stendere un velo pietoso ma, in realtà, la virtù nobile della pietà in questo caso la si esercita più con la denuncia che con il silenzio.
Il fatto che i popoli si orientino a forme di unione, più o meno stringenti, può essere senz’altro un valore, ma la condizione perché di ciò si tratti e non di un tragico inganno, è che l’unità si realizzi e si mantenga in un clima di solidarietà, di sentire comune, di rispetto reciproco, di giustizia e verità.
Ora, tutti sappiamo, nonostante il lavaggio del cervello che subiamo a scuola, che la cosiddetta unità d’Italia avvenne grazie ad una guerra sanguinosa e ad una successiva repressione del dissenso, durata dieci lunghissimi anni, che fece quasi mezzo milione di morti. La storia ulteriore e l’esperienza quotidiana attuale, poi, ci dicono che quel rapporto di forza conquistatore-conquistato, cioè Nord e Sud d’Italia, non si è mai modificato. Lo Stato italiano, monarchico prima e repubblicano poi, ha sempre discriminato il Sud ed ha sempre fatto orecchi da mercante agli insulti razzisti che vengono lanciati al nostro popolo. Perché in 156 anni non si è mai avviato un programma educativo in favore degli italiani del Nord, affinché imparino a liberarsi del razzismo e ad avere rispetto verso il Sud? Semplice: perché non c’è interesse a farlo. Come non c’è interesse a smettere di trattare il Sud come una terra da sfruttare e un mercato da riempire di prodotti delle industrie settentrionali.

Questa non è unità, è colonizzazione: e non c’è nulla da festeggiare. Ma poiché nessun popolo può essere a lungo tenuto in scacco se smette di collaborare con i suoi oppressori e con gli ascari che fanno il loro gioco perverso, c’è speranza di sconfiggerla. Chi domina, ha comunque bisogno di una dose di collaborazione, volontaria o forzata, da parte delle vittime: se questa viene meno, quel regime implode. Allora, alla retorica di questo giorno rispondiamo dandoci un taglio: alle spese militari e al regime coloniale italiano. I meridionali che oggi festeggiano, invece, appaiono come quel tale dell’illustratore polacco Pawel Kuczynski: per scaldarsi ad un modestissimo focherello, sacrifica i pioli della scala che potrebbero farlo salire verso un destino ben più luminoso.