Manna avvelenata per Vincenzo De Luca

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Chiuso in una torre di ferro, De Luca “allucca”: “Olio bollente contro chi m’attacca, io questo Manna non lo conosco” e scarica tutte le colpe sul suo braccio destro, Mastursi, che avrebbe condotto a sua insaputa la trattativa, sullo scambio sentenza assolutoria-posto all’Asl, con Manna, marito della giudice Scognamiglio, che doveva giudicare sull’applicazione della legge Severino per De Luca, e a sentenza avvenuta lo avvisa via sms con un “è fatta”. Il coniuge a sua volta avvisa immediatamente “il braccio destro” del governatore con un “è andata come previsto”. Unica incognita la sede da dirigente Asl, a lui non piace Napoli, chissà perché, ma vuole la provincia, Benevento o Avellino. Scoperta la trattativa, la giudice Scognamiglio afferma: “Io non sapevo niente, con mio marito sono separata in casa.” Separata in casa ma non al telefono, visto che, andata in porto “la buona sentenza” per De Luca, lei dice al coniuge “Ora ti potrai mettere in vacanza”.

De Luca ribadisce la propria estraneità alla pantomima, in un incontro con i giornalisti, in cui però fornisce la propria versione ma non accetta domande. Insomma, sarebbe tutta colpa del fido segretario Mastursi che, per fare un favore non richiesto al governatore, sarebbe andato oltre il suo mandato. “Sì, gira e vota sì, chillo ‘o fatto è niro niro” si cantava un tempo. Fatto sta che il segretario s’è dimesso e, a meno che non parli, sarà difficile dimostrare il diretto coinvolgimento di De Luca. Che volete, il braccio sinistro non deve sapere quel che fa quello destro, e una mano lava l’altra. Dopotutto, sono state pagati appartamenti principeschi con vista Colosseo ad insaputa dell’acquirente, che volete che sia un posto da dirigente Asl con vista Irpinia?

Queste le notizie diffuse oggi, ancora da accertare. Intanto, mentre Renzi, in viaggio a Malta chissà se con il nuovo aereo da 200 milioni, tace, il ministro alla giustizia Orlando, già commissario PD in Campania, afferma che lui De Luca non l’avrebbe mai scelto. Al paese mio, si chiama scaricabarile per salvare la poltrona. Alla fine, detto per paradossale fantapolitica, chissà se Renzi scaricherà il tutto sui “gufi” dei giornali e sui politici dell’opposizione, facendo chiudere i primi e facendo dimettere in massa dal parlamento i secondi, per non avere più fastidi. Fatto sta che lo stesso De Luca ha invocato la chiusura del Fatto Quotidiano, unico grande giornale libero dai lacci della casta. Tuttavia le bravate ducesche di De Luca non ci meravigliano, ne ha dette e fatte tali e tante, non si sa se per caratteriale incontinente arroganza, o se per garantite protezioni dall’alto. Indimenticabili il suo incontro con Salvini e le sue frasi contro donne, Rom e immigrati.

Al di là dell’episodio, ciò che colpisce è la guerra in atto all’interno del PD, già spaccato con copiosa fuoruscita di capi, ma la cui resa dei conti è ancora tutta da venire, visto che lo stesso Orlando, dopo aver scaricato De Luca, se la prende anche con Renzi, che non avrebbe un progetto per il Paese ma che, per restare in sella, segue i desiderata dei partiti minori di Governo. Rosy Bindi contro Renzi e contro De Luca, Renzi contro Marino, chissà chi contro Crocetta, Bersani s’accontenta del nulla e tutti contro tutti. Resta la spina Emiliano, che non sanno ancora come affrontare. Divisioni politiche che mascherano una feroce guerra finanziaria per la gestione di mega appalti, cifre miliardarie da gestire a Milano, per il dopo-Expo, con la candidatura del suo stesso commissario unico, Giuseppe Sala, a Roma per fondi del Giubileo, a Napoli per i fondi all’area di Bagnoli, che Renzi vuole sottrarre alla legittima gestione di De Magistris, per affidare tutto il potere a un commissario da lui scelto.

E’ uno spettacolo, questo sì, “indecoroso”, nel paese più corrotto d’Europa, governato da Nord mediante una centrale del malaffare. Giustamente, nel paese più corrotto la capitale non può essere che Milano. Non che il Sud se la passi meglio, dopo i fatti di Sanremo dove 35 dipendenti comunali marcavano il cartellino a sbafo, è notizia di oggi che nella tormentata Messina, pur governata da un bravo sindaco, dodici consiglieri falsificavano la loro partecipazione alle riunioni di commissioni, per arrivare a fottersi oltre 2.000 euro di gettoni al mese, per una spesa di un milione di euro l‘anno.
Ovvio che, come diceva Salvemini, un governo ladro deve lasciare che si rubi in periferia, per garantirsi complicità e poter ricattare i feudatari, al Sud più di tutto per garantirsi l’assenso del ceto politico al sistema antimeridionale. Questa pseudo nazione ha bisogno di una rigenerazione totale, se mai sia stata generata, è necessario l’azzeramento e il rinnovamento dell’intero ceto politico, a Nord come a Sud. Tuttavia, abbiamo la sensazione che non mancherà molto alla cacciata dei mercanti dal tempio che liberi il Paese da questa razza padrona e il Sud dalla condizione coloniale cui quella l’ha ridotta.

Pd-Renzi e PdL-Salvini a Bologna. Il super partito anti-Sud.

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile
“Silvio non è ancora rimbambito come pensate voi cronisti” confessa l’Umberto ai giornalisti nella piazza grande di Bologna, cantata dal grande Lucio Dalla, un tempo ritrovo di cervelli pensanti e ora di omuncoli pesanti. A difendere la saviezza del vecchio amico, forse per far emergere quel poco che resta di quella propria, è quel Bossi padano, sotto processo per una truffa di 59 milioni di euro, che ha chiamato in correità i complici politici Salvini e Maroni, secondo lui veri gestori della sparizione e della spartizione di quella montagna di soldi.

Il Silvio, dichiarato non del tutto rimbambito dall’Umberto, che fa il padre nobile della combriccola leghista, è un ottuagenario milanese, già tesserato alla loggia P2, più volte capo di governo, poi condannato per mega evasione fiscale, e processato per induzione minorile alla prostituzione di una prorompente nipotina di Mubarak, di cui però ignorava sia la parentela che l’età, ancora inquisito per compra-vendita di senatori a botto di milioni e di donnine innamorate delle mazzette che elargiva loro. Ma questo è niente se non fosse che ha ispirato un partito il cui fondatore e suo braccio destro sta in galera per faccende di mafia. “Grillo è come Hitler” ha urlato dal palco Berlusconi, mentre s’alleava con Salvini e Meloni, fratelli e sorelle d’italiella, nostalgici del “quando c’era lui, caro lei”, e a loro volta amici di Forza nuova e casa Pound, che le nostalgie da Terzo Reich non se le fanno mancare.
E mentre il Silvio sproloquia, la piazza leghista lo fischia e rumoreggia, spingendo Salvini a battere il pugno sul leggio per far capire a Silvio che è tempo di lasciargli il microfono, ora è lui il capo, Salvini Matteo, autodefinitosi un nullafacente di Milano e prende il microfono per dire che Alfano è un cretino.

Se non fosse tutto tragicomicamente vero, si penserebbe ad una repubblica delle banane, e invece la sceneggiata tribale accade nella un tempo dotta Bologna: sarà per colpa della tropicalizzazione del clima che le banane ora crescono in Val Padana, mentre molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono avanti per onestà di governo e libertà di stampa?

A Bologna, è nato il nuovo partito della destra italiana unita, una destra di strada, imbarbarita in chiave xenofoba, dopo aver cavalcato per decenni l’antimeridionalismo più becero, ora messo da parte in nome del progetto di “sfondamento” leghista al Sud, mentre la destra storica da salotto, più colta e raffinata, ha scelto il partito di Renzi, meno rozzo ma più efficace nella gestione del potere. Un potere comunque riconducibile agli interessi della borghesia del Nord e del ceto politico parassitario del Sud a quella asservito, in cambio di briciole di ricchezze.

La grande borghesia finanziaria subalpina, che regge ininterrottamente il potere in Italia fin dalla sua fondazione, oggi governa per conto Renzi, continuando a fare ciò che ha sempre fatto: assorbire, anzi derubare le risorse dello Stato e utilizzare il Mezzogiorno come colonia interna da spremere per avere forza lavoro e risorse naturali a basso costo. Il tutto con la complicità delle mafie associate allo Stato. Mai governo italiano fu più antimeridionale di quello attuale. E questa sarebbe la cosiddetta “sinistra” di uno Stato pur ricco che ha un debito pubblico spaventoso, accumulato a botta di 100 o 200 miliardi di euro di corruzione l’anno, tra la più alta al mondo, maturata dalla spartizione di opere pubbliche alla stessa alta finanza che risiede nella Piazza Affari della fantomatica “capitale morale”, dove famiglie storiche di imprenditori settentrionali e politici mangiasoldi, formano la razza padrona che s’arricchisce smodatamente, maggiorando i costi fino a dieci volte il reale, com’è accaduto per l’alta velocità ferroviaria.

In quanto alla destra Salviniana di cui sopra, è il partito dei piccoli cumenda brianzoli, padroncini, allevatori, ‘gnurant e gran lavuratur con la mania degli sghei, e degli operai specializzati, anche figli e nipoti di immigrati meridionali, messi razzisticamente contro i loro cugini rimasti al Sud, da loro additati come colpevoli della perdita progressiva dei loro privilegi, al fine di nascondere le proprie colpe di arraffoni, come nel caso clamoroso delle multe miliardarie delle quote latte, pagate con i soldi destinati al sud.
Laddove la borghesia “illuminata” alla De Benedetti, patron di Repubblica e tessera numero 1 del PD, e iscritto ad altre logge, parla invece un linguaggio culturalmente avanzato, per mistificare l’uso funzionale di Renzi ai suoi progetti, e nasconde accuratamente il razzismo antimeridionale, additando i cattivi costumi meridionali come colpevoli del divario Nord-Sud.

In comune, sinistra e destra hanno l’interesse a finire di spolpare il Sud, e di impedire la sua crescita industriale, concorrenziale a quella loro. Un Sud che oggi più che mai non conta una mazza nel governo a zero ministri meridionali, che dirotta oltre l’80% delle sue risorse per “far ripartire il paese” al di sopra della linea gotica, al motto di “prima il Nord”. Ferrovie, strade, aeroporti, industrie, stanziamenti per dissesto idrogeologico, grandi opere, Nord tutto si fa per te, amor di Renzi e Salvini.

Siamo al regime, ma nessuno dimentichi che non esistono regimi incrollabili, oggi è crollato incredibilmente quello birmano per opera di una piccola grande donna, Aug San Suu Kyi, insignita di Nobel, che stravince con il 70% dei voti. Non dormano sonni tranquilli i gestori del regime italiano, ciò che sembra eterno è destinato a finire. A parte l’incognita a 5 Stelle che già agita i loro sonni, tanti piccoli meridionali consapevoli preparano il vero rovesciamento del regime italico: la fine della Questione meridionale.

Mezzogiorni d’Europa: cosa fanno Germania, Francia e Spagna per i loro “Sud” e cosa non fa (ancora) l’Italia

di Mattia Di Gennaro

Eccellente inchiesta quella di Chiara Bussi su “IlSole24Ore” del 9 novembre 2015 che ci racconta di un’altra Europa, fatta di aree che producono meno ricchezza pro capite della media nazionale di riferimento e per questo destinatarie di misure di stimolo economico eccezionale: sono i “Mezzogiorni” d’Europa, con cui tutti i grandi Paesi europei hanno a che fare, a ribadire che la “questione meridionale” non è un cruccio solo italiano.

“Che cos’hanno in comune la Calabria, la spagnola Extremadura, il Land tedesco del Meclemburgo, la francese Piccardia e i territori d’Oltremare? Sono aree svantaggiate con un PIL pro capite ben al di sotto della media nazionale e un tasso di disoccupazione alle stelle”. Le similitudini per la giornalista continuano col fatto che tutte queste aree “beneficiano di misure ad hoc da parte dei governi nazionali”, cosa che i lettori dei post di MO – Unione Mediterranea sanno non essere propriamente vera.

Germania, Francia e Spagna negli ultimi anni hanno profuso attenzione e risorse per i loro “Sud” in nome dell’equità dei cittadini e dell’equo diritto degli stessi a beneficiare di diritti e trattamenti simili, indipendemente da dove essi abbiano la residenza.

Per citare qualche esempio, nei Land della ex-DDR, la Cassa depositi e prestiti tedesca ha dispensato, dagli anni ’90, ben 194 miliardi tra finanziamenti alle infrastrutture e aiuti alle imprese, con interventi che durano ancora oggi, associati ad altri pacchetti di stimoli all’economia che prevedono investimenti nella ricerca e nella creazione di poli d’eccellenza. Chiara Bussi ci racconta che anche la Spagna ha deciso di impostare il recupero delle aree svantaggiate attraverso il finanziamento di progetti in ricerca e sviluppo, in particolare nella Bioeconomia, mentre la Francia per il “suo Mezzogiorno” ha puntato soprattutto sul taglio delle imposte e la costituzione di aree a fiscalità agevolata, in perfetta conformità all’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che sancisce la possibilità per gli stati membri di programmare interventi a finalità regionale per sostenere lo Sviluppo Economico e la creazione dei posti di lavoro delle regioni europee più svantaggiate.

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E l’Italia? Per l’Italia, dopo anni di silenzio in cui il Sud sembrava sempre più abbandonato a sé stesso, il Governo Renzi ha annunciato la pianificazione di un piano di interventi straordinari, il famigerato MasterPlan per il Sud, che, per ora, si è risolto in tre slide colorate e dieci paginette, piene di chiacchiere senza concretezza. E non siamo solo noi di MO – Unione Mediterranea ad averlo affernato; nell’edizione de “IlSole24Ore” del 7 novembre scorso, Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, ha rintuzzato il Governo per il deficit di concretezza del documento: ”Il MasterPlan Sud, annunciato dal Presidente del Consiglio ai primi di agosto, colma una vistosa lacuna comunicativa, ma, non risponde alla “svolta” che fiduciosamente era attesa e che avrebbe dovuto trovare riscontro – sempre a detta del Consiglio – nella Legge di Stabilità. […] Si tratta di una razionalizzazione organizzativa che dovrà essere imperniata su 15 accordi di programma con altrettante amministrazioni regionali e metropolitane meridionali. […] Il tutto preceduto dal tronfale annuncio della disponibilità fino al 2023 di 95 miliardi tra fondi strutturali e cofinanziati e Fondo di sviluppo Coesione (che in realtà includono anche risorse destinate al CentroNord per oltre 20 miliardi di euro, ma non è il caso di sottilizzare)”.

Dopo le frecciate a Renzi, Laterza parte in un’inarrestabile elencazione degli effetti della crisi sul Mezzogiorno, snocciolando dati e distruggendo alcuni pregiudizi sul Sud assistito: “A parte gli storici divari nel Sud, la grande crisi ha ingoiato 600.000 posti di lavoro e 50 miliardi di Pil (su base annua). […] Dal 2008 al 2014 gli investimenti pubblici e privati sono crollati del 38%, nell’industria di oltre il 59%. Come è possibile? Non stiamo parlando del pezzo più sovvenzionato dell’apparato produttivo nazionale? Ebbene, decisamente no. Negli scenari Industriali del Centro Studi Confindustria emerge con chiarezza che tra il 2008 e il 2013 gli interventi di incentivazione concessi sono calati del 16,9% nel CentroNord (da 3,2 miliardi a 2,6) ma del 76,3% al Sud (da 5,5 a 1,3 miliardi). […] Insomma, negli ultimi anni, lo Stato ha rinunciato sostanzialmente, ad una politica di riequilibrio produttivo a beneficio dei territori più in ritardo”.

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Il Mezzogiorno, dunque, non può più essere liquidato con le solite promesse ma necessita di essere messo al centro della politica nazionale, anche perché a beneficiarne non sarebbero solo i residenti dell’Italia Mediterranea ma tutto il Paese. Il responsabile Mezzogiorno di Confindustria lo sa bene e afferma che “Tutto ciò ha senso [gli interventi di riequilibrio del sistema economico del Sud] nell’interesse nazionale. Perché il Mezzogiorno è il primo mercato per il sistema produttivo del resto del Paese. Perché per ogni euro investito al Sud, 40 centesimi diventano acquisti di beni e servizi nelle altre ripartizioni territoriali C’è di più. Contrariamente al luogo comune corrente, la spesa nel mezzogiorno è più bassa del 20% (2,394 euro in meno) rispetto al resto del Paese; del 25% circa se solo si considera il Settore Pubblico Allargato (Ferrovie, Anas, Enel). […] Contrariamente ad un altro luogo comune corrente, i dipendenti pubblici del Sud (diminuiti di 130mila unità tra il 2000 e il 2013) sono il 5% della popolazione residente, esattamente nella media nazionale”.

Dunque, interventi concreti mirati al Mezzogiorno non solo utili a tutta l’economia italiana ma quasi moralmente obbligati, data la dieta dimagrante che negli ultimi anni gli è stata imposta. Con un Sud che, riscoprendo e sfruttando la sua strategicità per il resto del Paese, potrà finalmente rivendicare la propria centralità e la propria autonomia, esattamente come MO – Unione Mediterranea auspica da tempo, incentrando il proprio programma per le prossime elezioni comunali di Napoli sull’autonomia della Capitale del Mezzogiorno.

Dopo-EXPO, altri 200 milioni. La goccia che trabocca.

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Nel giorno stesso in cui si scopre che il governo toglie 150 milioni di euro già destinati alla bonifica della Terra dei fuochi, e si scopre che Calabria, Sicilia e Campania sono state escluse dagli stanziamenti per il dissesto idrogeologico, Renzi annuncia un investimento pubblico di 200 milioni di euro ancora per l’Expo, ancora per Milano, dove su parte dell’area fieristica si farà un centro di eccellenza scientifico.
Nella città già ingolfata di ricchezza “assistita” e di ingiustificata supponenza da “capitale morale” dove l’esperienza Expo si è rivelata un fallimentare bluff, con una spesa pubblica di quasi 15 miliardi di Euro, in piccola parte per il fierone delle mancate meraviglie, ma in gran parte per fare opere pubbliche e infrastrutture di collegamento per Milano, come se ne avesse avuto bisogno, e in buona parte finiti in mazzette.

Sia ben chiaro, fare un centro di eccellenza scientifico, come dicono, per la ricerca nanotecnologica e alimentare, allo scopo di “migliorare la qualità della vita”, non ci vede contrari, anzi, ma ciò che si contesta è la concentrazione in una sola parte del paese, sempre la stessa, degli investimenti pubblici, mentre il Sud viene abbandonato a un destino infame. Il Mezzogiorno trattata come “bad company” di una nazione fondata sulla corruzione, tra le prime in classifica al mondo nel campo. Una nazione che attribuisce proprio alla città dove più che altrove si concentra la mazzetta, il ruolo di “capitale morale” è davvero inemendabile. E’ il riconoscimento del malaffare come motore guida del paese.

Ecco dunque gli attacchi mediatici contro la vera capitale d’Italia, pur corrotta, ma non più di Milano, ecco dunque gli attacchi contro la capitale del Sud, quella vituperata Napoli che rialza faticosamente la testa, grazie a un ceto politico comunale onesto (in Italia vi pare poco?) questa sì da proporre come “capitale morale”, visto che sono anni che non si hanno notizie clamorose di arresti, mazzette e tangenti, come del resto a Bari, a Messina ed altre città del Sud, premiate per le loro virtù amministrative. Forse che un Sud virtuoso non è concepibile? Non può appartenere all’idea dell’Italia? Eppure è proprio da queste città, i cui cittadini dallo Stato ricevono la metà dei finanziamenti destinati a quelli del Nord, che spira un vento di buona politica.

Senza entrare più di tanto nel merito del dopo-Expo, sul quale torneremo prossimamente, vi diciamo solo che, oltre i 200 milioni iniziali, costerà 145 milioni l’anno per la gestione delle attività. Parlare di sana ricerca alimentare, dopo aver consegnato l’Expo nelle mani delle multinazionali della cattiva alimentazione, quali Coca Cola e Mc Donald’s, è come regalare una pistola a un killer. Renzi dimentica che, proprio nei giorni scorsi, l’Organizzazione mondiale per la sanità ha definito altamente cancerogeni le carni lavorate così tanto prodotte e consumate al Nord e ha “benedetto”, ove ancora ve ne fosse bisogno, la dieta mediterranea come la migliore al mondo per la salute. Che le cime di rapa pugliesi, i pomodorini campani, il tonno calabrese e le melanzane siciliane, fossero un’eccellenza milanese non lo sapevamo.

Ma Renzi ha le cambiali da pagare, non solo quelle ad Alfano: Ponte sullo stretto, contanti a 3.000 euro e abolizione dell’art. 18, ma deve pagare soprattutto il cambialone alla borghesia del Nord, che ha sostenuto e finanziato dall’inizio il ducetto di Firenze, bravo nel fare il governo più antimeridionale della storia. Così come a suo tempo fece per il duce romagnolo. Ma questa è un’altra storia.

RidipingiaMO il Sannio: parte la raccolta di pittura bianca per riverniciare gli edifici distrutti dall’alluvione

Il Sannio è in ginocchio. Anche se i riflettori mediatici si sono spenti, in terra sannitica perdura un grave stato di emergenza e i segni dell’alluvione devastante che ha colpito strade, scuole e aziende, sono ancora visibili.

L’ allarme ha interessato i paesi a ridosso dei corsi d’acqua e i piccoli centri, come Pontelandolfo, che in queste settimane hanno potuto contare sull’aiuto e la solidarietà dei volontari. MO-Unione Mediterranea si è messa in contatto con gli abitanti del posto per offrire un contributo concreto.

Le pareti delle abitazioni, delle scuole, dei negozi e delle aziende sono state interamente sporcate dal fango: servono fusti di pittura bianca per interni e pennelli per tinteggiare le pareti delle abitazioni. Servono subito. Ecco perchè abbiamo deciso di far partire una vera e propria campagna per ripulire e riverniciare il Sannio. Chiunque volesse darci una mano può consegnare i fusti di vernice bianca rivolgendosi al seguente recapito: 081418035 (telefonare ad orario negozio) e chiedere di Annamaria Pisapia. La raccolta dei bidoni terminerà Sabato 14 Novembre 2015.

Per tutti coloro che volessero dare un contribuito economico la Caritas Diocesana di Cerreto Sannita chiede aiuto attraverso una raccolta fondi, per aiutare le attività commerciali distrutte dall’alluvione affinché le famiglie possano essere accompagnate nel riprendere il loro lavoro necessario per sostenere la famiglia.

Il conto è intestato a Caritas Diocesana-Cerreto Sannita Bn ed è aperto presso la Banca Prossima. IBAN: IT57N0335901600100000106776 CAUSALE ALLUVIONE VALLE TELESINA E CAUDINA.

RidipingiaMO il Sannio.

Masterplan: a Mezzogiorno aria fritta.

di Raffaele Vescera
Eccolo qui, arriva con un mese e mezzo di ritardo il famoso masterplan, pomposamente annunciato in tipico stile circense-renziano: “Attenzione, signori, questo non è un libro dei sogni, ma una politica fatta di obiettivi concreti”. Il piano del governo, contenuto in nove paginette, nove, rinvenibile sul sito governo.it, prevede tre punti, detti di partenza, tant’è che è nomato “ricomincio da tre”, “un insulto per il Sud che il guitto Renzi si richiami al grande attore napoletano”, fa notare il giornalista del Mattino di Napoli Marco Esposito.

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Denuncia Libero e TG2, ultime notizie

Come molti di voi ricorderanno, MO – Unione Mediterranea aveva già in passato provveduto a citare in giudizio sia Libero che la Rai a seguito di due servizi denigratori che facevano apertamente riferimento a “Napoli città simbolo e culla dell’imbroglio, con una fama prestigiosa e secolare in materia di scippi” (Tg2, lunedì 10 novembre 2014) e “Napoli città che vive al di fuori della legge i cui abitanti, anche quelli che non sono criminali, tengono abitualmente comportamenti che in altre parti d’Italia non sono tollerati” (Libero, venerdì 5 settembre 2014, in seguito alla morte di Davide Bifolco).

La prima udienza per quanto riguarda il giuduzio contro Libero, si è tenuta in data 27.10.2015, la prossima udienza di merito e’ stata rinviata al 10 gennaio 2017 (!!!!).

Per quanto riguarda il giudizio contro la RAI anche questo fissato per il 27.10.2015 e’ stato rinviato d’ufficio per esigenze di ruolo del giudicante per la prossima udienza del 12 maggio 2016.

Purtroppo i tempi sono indecentemente lunghi, ma siamo fiduciosi sul fatto che riusciremo ad ottenere giustizia.

Cogliamo l’occasione per ringraziare gli avvocati Alessandro Izzo e Francesco Labruna che stanno seguendo la causa, mettendo le loro professionalità gratuitamente a disposizione della nostra terra.

Ricordiamo che, qualora il giudice dovesse disporre un risarcimento danni, i soldi verranno devoluti in beneficenza.

Napoli Autonoma: la città torni a camminare sulle proprie gambe

“La città di Napoli, come tutte le grandi città che cessano di essere centri di un governo di un grande Stato, la città di Napoli ha fatto all’Italia un immenso sacrificio; l’Italia ha in questo modo contratto un grande debito verso la città di Napoli e l’Italia dovrà soddisfarlo”

(Ubaldo Peruzzi, fiorentino, primo ministro dei Lavori pubblici, discorso in Parlamento del 1861 – tratto da G. Galletti, P. Trompeo, Atti del Parlamento italiano: sessione del 1861, VIII legislatura, p. 163, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862)

Ubaldo Peruzzi, fiorentino, pensava che l’Italia avesse un debito con Napoli, mentre ancora troppi napoletani continuano a credere il contrario. L’ironia della sorte non finisce qui perché, proprio nel 150esimo anno di unità, è proseguita l’attuazione del (non abbastanza) famoso federalismo fiscale: il sistema per cui molti dei contributi versati dai cittadini vengono trattenuti e impiegati sul territorio in cui vivono, o almeno così dovrebbe funzionare.

Ovviamente, nei comuni in cui c’è più ricchezza, più posti di lavoro e stipendi più alti, ci saranno anche più fondi pubblici da impiegare nei servizi, mentre nei comuni in cui c’è meno ricchezza, i servizi che spettano di diritto ai cittadini rischieranno di non essere garantiti. Questo pericoloso divario dovrebbe essere appianato dal cosiddetto fondo di perequazione, che prevede una cassa statale atta a ridistribuire una parte dei contributi, in modo da garantire le prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, anche ai comuni con minore capacità fiscale.

Fino a qui, nulla di male. In realtà questo metodo può funzionare bene in un paese mediamente ricco, ma in Italia ha bisogno di molta più attenzione:

Questo “fondo di perequazione” non è stato istituito, come non sono stati calcolati i Lep (livelli essenziali della prestazioni), sostituiti da calcoli basati sui servizi erogati nel 2010. Significa che il livello standard dei fondi necessari ai comuni è stato fissato sulle prestazioni del 2010, anche dove i comuni non erano stati in grado di erogare servizi sufficienti, o addirittura pari a zero. I risultati offendono logica e buonsenso, ridicolizzano il concetto di “unità nazionale” e violano la legge, che chiede di superare la spesa storica in favore dello sviluppo territoriale.

In attesa del fondo di perequazione, previsto per i Comuni nel 2013, è stato istituito il fondo sperimentale di riequilibrio, prontamente tagliato di due miliardi dalla montiana legge Salva Italia di fine 2011, dove anche il fondo di perequazione ha subito un taglio preventivo, della stessa cifra, ma in modo totalmente anticostituzionale: il suo importo non può essere determinato a priori, poiché deriva in modo matematico dalle scelte effettuate sui livelli essenziali delle prestazioni, dal calcolo dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali.

Se il principio di perequazione è determinato dalle necessità del Comune, tagliarlo significa negare i diritti fondamentali dei cittadini che in tutto il Paese pagano tasse secondo le proprie possibilità, salvo poi non godere dei servizi con la stessa uniformità.

Nel 2013 il vecchio fondo sperimentale di riequilibrio non si trasforma in fondo di perequazione, bensì in fondo di solidarietà comunale (non alimentato dallo Stato ma da una quota pari al 38% dell’ Imu dei singoli Comuni).
Nessuna perequazione dallo Stato per i Comuni, ma una “perequazione” dai Comuni per lo Stato, che nel 2015 ha prelevato 1,2 miliardi dal fondo di solidarietà comunale.

Le complesse dinamiche giuridiche ed economiche occultano ancora le vere ragioni dell’arretratezza in cui versa la città di Napoli, ma è arrivato il momento di sfatare qualche mito senza permetterci opinioni: lasciamo parlare la matematica.

I sussidi riservati a Napoli negli ultimi 5 anni sono andati così:

2010 Trasferimenti erariali 646.437.167
2011 Fondo sperimentale riequilibrio 514.143.937
2012 Fondo sperimentale riequilibrio 426.012.328
2013 Fondo solidarietà comunale avere 382.166.815
2013 Fondo solidarietà comunale dare -67.639.651
2014 Fondo solidarietà comunale avere 375.032.449
2014 Fondo solidarietà comunale dare -65.012.266
2015 Fondo solidarietà comunale avere 323.931.978
2015 Fondo solidarietà comunale dare -65.032.315

In pratica si è passati dai 646 milioni del 2010, situazione ante federalismo fiscale, ai 259 del 2015. Un taglio del 60%, pari a 387 milioni.

Oggi Napoli riceve un sussidio di 259 milioni di euro, soldi che la rendono ancora una città assistita. Tuttavia le tasse pagate dai cittadini napoletani sono superiori alle somme che restano in città, per poi essere destinate ai servizi pubblici, che sono inferiori alla media procapite nazionale per pensioni, sanità, trasporti e investimenti. 

La proposta per una Napoli Autonoma, legittimata dall’articolo 119 della Costituzione, prevede come primo passo il raggiungimento di un’autonomia fiscale.

I 259 milioni del sussidio possono essere sostituiti grazie all’attribuzione diretta al Comune, di due imposte: quella sui trasferimenti di immobili (il cui valore nella città di Napoli è stimato in 150 milioni) e la compartecipazione Irpef, che cedendo una quota del gettito pari a 1,2 punti al Comune, coprirebbe i restanti 109 milioni.

 

A partire dal 2016 Napoli Autonoma rinuncerebbe al Fondo di solidarietà comunale, apportando numerosi benefici:

  • Maggior controllo sui 259 milioni che, quando forniti dal Fondo di solidarietà comunale, non garantiscono né l’importo, né il tempo di erogazione.
  • Nessun aggravio fiscale per i cittadini, ma più consapevolezza sulla destinazione dei contributi versati, dato che una quota maggiore resta nella città.
  • Collegamento diretto tra il miglioramento delle condizioni economiche generali e gettito tributario.
  • Le responsabilità degli amministratori diventano evidenti agli occhi dei loro elettori.
  • Napoli Autonoma non potrà più essere accusata di assistenzialismo.

Nella proposta è previsto, inoltre, che il Consiglio comunale modifichi il proprio nome in Assemblea Partenopea, per sottolineare il cambiamento rivoluzionario nelle politiche amministrative.

Tra gli effetti positivi che il progetto si propone di realizzare c’è quello di obbligare l’amministratore ad adottare politiche di riqualificazione sociale e urbanistica al fine di aumentare il valore delle proprietà private all’interno dell’area comunale e garantire così un maggiore gettito.

L’Assemblea partenopea potrà controllare, grazie a un accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali, il processo di valorizzazione dei beni storici, ambientali e artistici, cercando di rendere così meno farraginosa l’attuale macchina burocratica che troppo spesso impedisce a cittadini ed associazioni di poter godere dell’immenso patrimonio artistico e culturale di cui disponiamo.

Sempre nell’ambito delle autonomie proposte, vi è quello legato alla gestione dei fondi comunitari. L’Assemblea Partenopea potrà decidere in autonomia come gestire i fondi nell’interesse comune, anche al fine di concentrare gli investimenti sui settori che riterrà strategici per il rilancio della città.

 

Napoli si è ammalata quando è stata privata del proprio prestigio, in favore di politiche di sfruttamento. Quanto ancora può lasciarsi spogliare delle sue ricchezze?

Neapolis, città antica di millenni ma nuova ogni giorno, può tornare a crescere. Riappropriarsi del diritto di camminare con le proprie gambe, è una necessità che non può più essere rimandata o delegata.

Ci rendiamo conto che non è mai facile assumersi la responsabilità di credere nei cambiamenti, ma l’alternativa è aspettare ancora che lo Stato si ricordi di occuparsi della città che più ha spogliato e depredato.

La battaglia per proteggere Napoli e i suoi cittadini può essere vinta solo da chi ha a cuore il suo progresso, è arrivato il momento di smettere di credere alla storia del Paradiso abitato da diavoli: l’alternativa c’è.

Pasolini, uomo mediterraneo

di Salvatore Legnante

Ricorrono in questi giorni i 40 anni da quella tragica notte all’idroscalo di Ostia, in cui si spense una delle voci più coraggiose, autentiche e libertarie del ‘900.

Pier Paolo Pasolini non è stata una stella singola nel firmamento della cultura italiana del secolo scorso. È stata una costellazione. E nel suo splendore, ha dato luce alla sua visione mediterranea della vita, e al suo profondo amore per i Sud che ha attraversato.

Lui, nato a Bologna, cresciuto nel ventre del Friuli, può essere sicuramente annoverato nel Pantheon di un movimento politico che si rifà a valori meridiani per riscattare le terre del Sud.

Il Pasolini che riscopre i Sassi di Matera e gli dà nuova vita nel “Vangelo secondo Matteo”, il Pasolini che nei suoi scritti difende la cultura popolare partenopea, il Pasolini che entra nelle periferie con la stessa grazia con cui viaggia nel ventre di Napoli, senza giudicare, ma ritenendo l’espressione di quei luoghi delle necessarie resistenze alla omologazione piccolo-borghese voluta dal centro e dal Potere, ecco quel Pasolini è un gigante della cultura Mediterranea.

Si può essere figli nobilissimi del meridione pur non essendoci nati, si può penetrare nelle viscere del Sud, arricchendolo e arricchendosene, anche se si arriva dal profondo nordest di Casarsa, si possono leggere le stupende contraddizioni di questa terra nobile e disgraziata anche con gli occhi privi del pregiudizio ma vivi di un’intelligenza pura, di un’innocenza tenera, di una fragilità commovente.

Il Pasolini mediterraneo è quello che scrive che lo sviluppo non è di per sé un concetto positivo, se si tratta di rinunciare a cuor leggerissimo a culture come quelle legate alla terra, senza ottenere un effettivo progresso per chi ne subisce gli effetti più devastanti, da quelle perdite. E’ profetico, Pasolini, per quello che è capitato a tanti territori del Sud, che hanno visto un modello di sviluppo imposto da altri luoghi, dalla politica che ha sempre avuto cervello e cuore spostato a Nord di questo paese.

Profetico perché quello che è successo – ad esempio – alla Taranto devastata dall’Ilva niente altro è che questo: la perdita di culture storiche a favore di uno sviluppo, incensato da tutto il Potere dell’epoca, che oggi mostra il suo lato brutale, con una città perdutamente inquinata.

O ancora, è profetico nel demolire il mito fasullo di un incessante sviluppo industriale che aveva fatto sparire le lucciole, e che nell’ex Terra di Lavoro (cantata nelle Ceneri di Gramsci) ha poi acceso i   roghi tossici, figli anche essi della facile rinuncia che l’Italia del boom economico aveva accettato del Sud testardamente agricolo.

Un Intellettuale acutissimo, immaginifico lettore della storia e dei suoi tempi, cantore della geografia meridionale, una geografia commossa e commovente, come il suo amore per i Sud: anche questo è stato Pier Paolo Pasolini, magnifica e appassionata anima Mediterranea.

Sputtanapoli a L’Arena. Lettera a Roberto Fico: “lo stipendio di Giletti lo pagano anche gli “indecorosi napoletani”.

Annamaria Pisapia

“Gentile On. Roberto Fico
Presidente Commissione Vigilanza Rai

Ed eccomi qua, ancora una volta,ad inviarle un altra mail. Non è che la cosa mi renda felice, ma si dà il caso che non mi riesce proprio di assistere impassibile all’ennesimo attacco a Napoli.

Infatti era quello che denunciavo nelle due precedenti mail, ma ce ne sarebbero state molte altre. Solo per un minimo ricordo: nella prima in data 12-7-2013 facevo riferimento alla puntata della trasmissione Virus, condotta da Nicola Porro, costruita palesemente sui soliti luoghi comuni contro i napoletani incivili, incapaci, delinquenti e che soprattutto non sanno fare la raccolta differenziata, l’argomento era la terra dei fuochi, malgrado il prof Marfella continuasse a parlare di tentata strage. Ma niente, il messaggio che doveva passare era un altro e Porro era ben determinato a portarlo avanti. A questa mia non fece seguito alcuna risposta da parte sua, non solo a me, ma al popolo napoletano.

Così come non vi fu risposta alla seconda inviata in data 12-10-2014 in merito al servizio del tg2, dove alla notizia di una truffa di inglesi a danno dei napoletani questi ultimi risultavano essere peggiori degli stessi truffatori. Così il giornalista Gianluca Di Schiena, poté deliziarci con una pagina di alt (r)o giornalismo vomitando insulti infamanti e razzisti: “Napoli città simbolo dell’imbroglio, e ancora: Gragnano in provincia di Napoli, cui prestigiosa fama di scippi è secolare… Anche questa rimase lettera muta.

Così con la presente siamo a tre mail di protesta. Protesta? No, la definizione non mi piace. Trovo più giusto dire: richiesta di giustizia. Accidenti, ancora peggio. Tanto è abusata questa parola. Mah, basterà a far sì che lei, in qualità di Presidente Commissione Vigilanza Rai, possa prendere provvedimenti in merito alla indecorosa, quella si condotta tenuta da MassimoGiletti, conduttore della trasmissione “L’Arena di domenica in” nella puntata andata in onda in data 1-11-2015? Il sig Giletti, ha intrattenuto gli ospiti lanciandosi i apprezzamenti razzisti: ” Napoli è una città indecorosa con spazzatura ad ogni vicolo”. Inutile dire che a dargli man forte, c’era l’indecoroso oltre che onnipresente Salvini.

Mi permetto di rammentarle che Giletti conduce un programma pubblico, tra l’altro non nuovo ad episodi di razzismo contro Napoli, percependo uno stipendio annuo di 500 mila euro, pagato anche dagli indecorosi napoletani e non è un programma autogestito dalla lega, anche se comincio a nutrire qualche dubbio.

Servirà aver inviato una mail per l’ennesimo episodio di intolleranza? Non so a lei, ma a me si. Non fosse altro per ricordarmi chi sono coloro che sono dalla parte del popolo, oppure della partitocrazia nord centrica.

Distinti saluti.

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