Tre seminari gratuiti in nome di consapevolezza, identità e azione

È arrivato il momento di camminare insieme verso un nuovo orgoglio, basato sull’identità e sulla creatività delle persone che vogliono re-agire. Per questo abbiamo deciso di offrire tre appuntamenti completamente gratuiti, per affrontare e discutere insieme di argomenti fondamentali per una migliore gestione della città.

SEMINARIO GRATUITO: COSA FA UN COMUNE?

In questo seminario parleremo del ruolo che ha il Comune nella gestione del territorio, le sue autonomie e i suoi limiti, tutto ciò che fa e che può fare perché la legge non lo vieta. Conoscere le responsabilità del Comune è uno strumento fondamentale per partecipare alla vita politica del territorio, aiutare la città a crescere e migliorarsi. Il seminario sarà tenuto da Marco Esposito sabato 16 gennaio (posti esauriti) sabato 23 gennaio 2016 alle ore 10.00, presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30 (Napoli)

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SEMINARIO GRATUITO: AUTODIFESA COLLETTIVA, IDENTITÀ E AZIONE

Qui parleremo di come si può reagire al continuo processo di denigrazione che vede protagonista la città di Napoli. Il seminario, tenuto da Antonio Lombardi, servirà a fornire alcuni aspetti teorici e metodologici di una pratica di autodifesa. E’ fondamentale per i cittadini imparare a rispondere in modo creativo e costruttivo alla colonizzazione mentale, per proteggere il territorio bisogna riscattarsi dalla condizione di discriminazione e dal senso di impotenza che essa provoca. L’appuntamento è il 30 Gennaio 2016 presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30 (Napoli).

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SEMINARIO GRATUITO: E-DEMOCRACY, LA DEMOCRAZIA AI TEMPI DEL WEB

Questo è un appuntamento è per chi vuole discutere vantaggi e limiti della democrazia via internet. Oggi il cittadino può sentirsi davvero coinvolto nelle attività politiche grazie al web ma per essere un soggetto veramente informato ed attivo occorre conoscerne i limiti e le opportunità. Verranno presentati al seminario anche diversi software attualmente esistenti.
Il seminario sarà tenuto da Pierluigi Peperoni il 13 febbraio 2016 presso la nostra sede in via Vittoria Colonna, 30.

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Il dovere di esserci

Maikol. 27 anni. Morto per essersi trovato al posto sbagliato nel momento sbagliatissimo. Ennesima vittima innocente di una guerra che ammazza Napoli e il sud da mesi, anni, decenni.

Lo smarrimento provato di fronte a tante vite spezzate dalla malavita, l’impotenza appresa da chiunque ami la propria terra al punto da volerla sognare un giorno libera dal giogo mafioso, l’insostenibile puzza di quella montagna di merda che è la camorra, rappresentano un rischio. Il rischio di voler gettare la spugna, di abbandonare la speranza che lottare per una causa giusta possa essere utile, il rischio di credere, consciamente e inconsciamente, che tanto nulla potrà mai cambiare. Qui, nei sud di Forcella, della Sanità, Casal di Principe, Crotone, Corleone, ecc.

Ogni singolo giorno noi crediamo innanzitutto di dover combattere contro questo pericolo del ‘tutto è inutile’. Perché non è così, noi sappiamo che non è così. Abbiamo il dovere di ritrovarci innanzitutto come popolo, per far capire ai camorristi che non possono più pensare di trovare ‘zone franche’. Abbiamo il diritto di chiedere una Napoli disarmata. Di chiederlo a noi stessi, e allo Stato, qualora si decidesse a capire che la lotta contro le mafie non può essere estemporanea. Ma deve essere continua. Un continuo lavoro sia militare che culturale. Se le mafie ancora presenti nei nostri territori stridono con la narrazione attuale di un’Italia tutta Leopolde e ottimismo, è compito nostro lottare e manifestare per la verità. Per Maikol, ucciso a Forcella, per Genny, vittima innocente della Sanità, per chiunque si sia trovato al momento sbagliatissimo nel posto ancora più sbagliato.

Ecco perché domani ci sareMO, assieme ai tanti che si sono messi in cammino, contro questa nuova fottuta camorra, che ci insanguina il futuro.

#UnPopoloInCammino è un popolo che ha alzato la testa. E non intende abbassarla mai più.

Renzi: “sud piagnone”. Daje Matteo, facce ride’ ancora che nun è arte do presidente

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Ogni volta che Renzi parla di Sud ci viene immediatamente da ridere, non per accettazione del suo invito a non piangerci addosso, ma perché noi Meridionali non ci curiamo dei suoi e altrui insulti, sappiamo ridere più degli altri e ridiamo soprattutto per le sue battute comiche sul Sud, quando afferma che finalmente lui “metterà i soldi per far rinascere il Mezzogiorno.”

Come? Sentite un po’ che cosa ha detto nella sua specie di discorso di fine anno in un’intervista rilasciata al Mattino di Napoli: “Faremo le bonifiche delle Terra dei fuochi e dell’area di Bagnoli, e per le infrastrutture la linea ferroviaria Napoli-Bari, il completamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e la riforma dei porti. Se noi riusciamo a fare solo una parte di ciò che abbiamo deciso e finanziato, torniamo a essere competitivi”.

Tutto qui. Al Sud, basterebbe una ripulitura della Campania, una strada e un treno per rinascere. Roba da Circo Barnum. Insomma Matteo, i governi italiani depredano il Sud da sempre dando ai suoi cittadini il 40% in meno che a quelli del resto del Paese e lasciandolo senza industrie, lavoro, ferrovie, aeroporti, porti, scuole, asili, ospedali, tribunali, e tu ci vieni a raccontare la barzelletta che bastano queste cosucce per sanare il debito?

La Terra dei fuochi è stata martoriata per decenni dallo stato italiano e ora Renzi, dopo aver destinato 1500 milioni di euro al dopo Expo, ne dà appena la decima parte per “bonificare la Campania”, soldi che non basteranno neanche a rimuovere le ecoballe accumulate dall’azienda lombarda Impregilo, che avrebbe dovuto già farlo a proprie spese. Ma il regalo non finisce qui.
Il completamento della Salerno Reggio Calabria? E’ un atto dovuto da mezzo secolo, e rinviato all’infinito per colpa dei governi italiani che hanno mancare i finanziamenti e della stessa Impregilo che ha gestito la costruzione dell’opera.
Il raddoppio della linea ferroviaria Napoli Bari? A 155 anni dalla fondazione del paese Italia spa (indovinate a chi appartengono le azioni) non esiste ancora un treno tra le due maggiori città del Sud continentale. In quanto ai porti, stendiamo un velo pietoso”.

Ma questa è musica vecchia, la battuta più comica della sua intervista è quando afferma che “se riparte l’Italia riparte anche il Sud”. Riparte forse per emigrare ancora, visto che il tessuto produttivo del Sud è stato distrutto dai governi italiani a fin di nord? Insomma è la solita storiella del “prima aiutiamo a crescere il Nord e poi si vedrà per il Sud”. Altrettanto comica è la battuta che se riesce a fare per il Sud anche solo una parte delle cose che ha elencato, “torniamo a essere competitivi”.

Se non venissimo fuori da un’allegra festa per l’arrivo del nuovo anno ci incazzeremmo davvero, ma l’adrenalina è scarica e ci ridiamo su, mentre, nonostante l’euforia della festa, non riusciamo a ridere, sulle parole “politically correct” del presidente Mattarella, riusciamo solo a sorridere. Esce grigio che più grigio non si può, seduto in un grigio salotto quirinalesco, per leggere un discorso scritto senza un tono di passione: pur essendo siciliano parla senza alcun accento, e non ha accenti neanche per il Sud, per il quale dice che “bisogna fare di più”. Perché s’è fatto forse qualcosa sinora? Oppure intende dire che al Mezzogiorno bisogna fare ancora più male?
E come fa a non parlare della condanna a morte del giudice Nino Di Matteo, colpevole di indagare sul patto Stato-mafia, lui che ha avuto un fratello ammazzato dalla mafia?
Pare il presidente che non c’è, fa quasi tenerezza. Grillo l’ha definito un ologramma. Io arrivo a dubitare persino della sua esistenza reale, sembra quasi trasparente, pare uno di quei personaggi a mo’ di monsieur Travet inventati dal web, possono dire ciò che vogliono ma non possono fare nulla, neanche prendere un caffè per mancanza di soldi a fine mese.

.Che altro dire? Se gli auspici istituzionali per il Sud sono questi, ai cittadini del Sud non resta che voltare le spalle e affidarsi alla propria capacità di lotta, quella già dimostrata dalla battaglia contro il Muos in Sicilia, alla Terra dei fuochi, dalla difesa dei Bronzi di Reggio, a quella per gli ulivi, fino a quella contro le trivelle petrolifere. Battaglie vinte, ma la guerra da farsi è lunga, molto lunga, dunque prima si comincia e meglio è.

CTFS, arriva un nuovo mostro ai danni del SUD

Nella legge di stabilità appena approvata dal Parlamento, e che a giorni sarà pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, all’articolo 1 comma 29 spunta una nuova Commissione – la Commissione tecnica fabbisogni standard (CTFS) – che si occuperà dei fabbisogni standard dei Comuni e delle Città metropolitane/Province. Tale CTFS prende il posto della COPAFF, Commissione paritetica attuazione federalismo fiscale, introdotta nel 2009.

Come spesso accade, dietro un linguaggio tecnico si nascondono trappole molto ma molto concrete. In particolare:

1) La CTFS è un nuovo passo verso il neocentralismo: la COPAFF era “paritetica”, nel senso che avevano pari peso componenti tecnici di nomina del governo e componenti tecnici di nomina degli enti locali; la CTFS sarà composta di undici membri di cui sei di nomina del governo (compreso il presidente), uno dell’Istat, quattro degli enti locali (tre Anci, uno Regioni). Con queste premesse, la CTFS rischia di nascere come un nuovo mostro ai danni del Sud.

2) La CTFS – che sarà nominata entro 30 giorni dall’approvazione della legge con decreto del Presidente del Consiglio e quindi a fine gennaio – ha il compito di approvare nel tempo massimo di 15 giorni le scelte del governo sui fabbisogni standard, tema delicatissimo perché finora sono stati utilizzati metodi che danneggiano il Sud (a Napoli un terzo di Torino per asili nido e istruzione), grazie a trucchi come il fabbisogno posto a zero dove non ci sono asili nido, i servizi di istruzione assegnati in base alla situazione storica e non ai bisogni della popolazione e, per le Province e Città metropolitane, i tagli più forti nelle aree ricche dove però l’indice di ricchezza è legato a quanto si paga di Rc auto!

3) L’Anci, l’associazione dei Comuni italiani guidata dal torinese Piero Fassino, nelle prossime settimane dovrà quindi nominare tre componenti della CTFS, di cui uno in rappresentanza delle ex Province, e i precedenti non lasciano ben sperare (nella COPAFF erano cinque i membri Anci: uno in rappresentanza del Comune di Milano, uno in rappresentanza di quello di Torino e tre in rappresentanza della segreteria romana dell’Anci).

E’ indispensabile per noi meridionalisti porre all’Anci il tema di un esponente nella CTFS che abbia a cuore le sorti del Sud: ci sono studi tecnici che dimostrano come l’effetto redistributivo dei fabbisogni standard è sistematicamente a danno degli enti locali del Mezzogiorno.

MO-Unione Mediterranea scriverà una lettera aperta a Piero Fassino per chiedere all’Anci una scelta che non sia territorialmente discriminatoria.

Centri commerciali, camorra e perdita d’identità

di Salvatore Legnante

Se può esserci un caso emblematico dell’estrema urgenza e necessità di un movimento meridionalista, che nelle nostre terre dia il senso e una nuova visione di cosa deve essere la politica, beh questo caso è rappresentato dall’affaire Jambo, che nei giorni scorso ha portato alla ribalta l’ennesima dimostrazione di quanto sia incancrenito il rapporto tra camorra e istituzioni in taluni territori del Sud, e in particolar modo nell’agro aversano.

Una terra in cui malavita e politica hanno dato vita, per decenni, ad una vera e propria trattativa, un do ut des vantaggioso per entrambe le parti in causa, che ha condannato i cittadini a subire ancor più che in altre zone del Sud la condizione coloniale perpetrata dall’Italia.

Oggi che lo Stato ha finalmente messo in campo una reazione che ha portato alla decapitazione dell’ala militare dei clan, restano però le scorie tossiche dei colletti bianchi, dei gattopardi, di quei politici che hanno beneficiato dei voti e dei favori dei clan camorristici.

L’affaire Jambo, dicevamo, è emblematico. Un centro commerciale controllato da Michele Zagaria, il boss che con Iovine ha assunto, negli ultimi anni, la reggenza del clan camorristico comunemente conosciuto come ‘dei casalesi’, secondo l’abitudine tutta italiana e tutta coloniale di identificare un intero popolo come malavitoso. I camorristi sono camorristi, i casalesi sono soprattutto altro.

Il controllo avveniva – secondo gli inquirenti – con il consenso e l’appoggio della malapolitica, dei sindaci della zona, in particolar modo di Michele Griffo, primo cittadino di Trentola Ducenta, al momento latitante.

Una forza politica, in casi del genere, deve chiedersi come e perché sia potuto avvenire tutto questo, e quali azioni si possono mettere in campo.

Ecco, noi non riteniamo che quello che è avvenuto a Trentola, per il Jambo, sia un mero problema di criminalità organizzata. Non riteniamo neanche che sia sufficiente dare la responsabilità a quei politici che non si fanno scrupolo di fare affari con la camorra. Quello che è avvenuto, e che purtroppo avviene in altre realtà meridionali, è il frutto di un avvelenamento culturale, per meglio dire di un genocidio culturale.

Cos’è la presenza massiccia dei centri commerciali, concentrati in pochi km quadrati, se non il segno della perdita dell’identità dei nostri territori? Tra le province di Napoli e Caserta sono sorti in meno di un decennio numerosi di questi mostri  della modernità, che spesso hanno fatto scempio di beni artistici (come nel caso del Campania, a Marcianise), o sono stati utilizzati anche come discarica (Vulcano Buono, a Nola). Le nostre terre, le nostre campagne, sono state letteralmente svendute, sia praticamente che culturalmente: il controllo è passato facilmente ai clan camorristici, ed in cambio di pochi soldi un territorio a vocazione agricola ha cambiato forma, omologandosi a qualcosa di altro da sé.

La camorra e la malapolitica hanno avuto vita facile: perché operavano in zone senza più memoria, senza più identità, senza più legami con quella cultura contadina che faceva di quelle campagne le più fertili d’Europa. Da terra di eccellenze alimentari, di piccoli produttori, di artigiani, siamo stati consapevolmente portati a diventare terra di consumatori di merci prodotte altrove, svendendo noi stessi. I centri commerciali sono un totem del colonialismo italiano: al Sud la presenza della criminalità organizzata, assieme alla parte peggiore dei partiti politici, ha fatto sì che potesse sembrare progresso e sviluppo quella che era in realtà la morte civile del nostro modo di essere.

Il Campania, il Medì, il Jambo, l’Auchan, la Reggia Outlet, le Porte di Napoli, il Vulcano Buono, ecc.. sono sorti sulle macerie di un’identità collettiva e di una cultura contadina perduta, svilita, vista come retrograda. Può dirsi oggi sviluppato un territorio che ha visto sostituirsi quella cultura al consumismo senza regole di cui quei mostri sono il simbolo? Consumismo di cui si è nutrita, letteralmente, la camorra.

E’ per questo che un movimento politico meridionalista non può limitarsi a fare di casi come quelli del Jambo una semplice questione criminale. E’ una questione culturale, oltre che giudiziaria e politica. Una forza meridionalista deve interrogarsi sul modello di sviluppo futuro che i nostri territori possono avere,  tenendo sempre fortemente presente quell’identità svenduta e sottovalutata da tutti gli altri partiti di matrice italiana e perciò coloniale.

Abbiamo il dovere di proporre iniziative contro i legami tra mafie e politica che ancora oggi, purtroppo, imperversano in tanti comuni meridionali, abbiamo il dovere di sostenere quelle esperienze politiche che stroncano ogni giorno questi legami (pensiamo alla Napoli di De Magistris, che ha messo alla porta clientele ed affaristi camorristici, pensiamo a Renato Natale, che a Casal di Principe ha ridato orgoglio al suo popolo denigrato, ecc..), ed in più abbiamo il sacro dovere di essere degni della nostra identità, storica, territoriale, culturale.

Solo così, riteniamo, potremo finalmente togliere ossigeno alla malapolitica, che è la forma più perversa e pericolosa di camorra presente nella nostra terra, nobile e disgraziata.

Inaugurazione di Via Martiri di Pietrarsa: la strada per la consapevolezza

di Beatrice Lizza

Questo 19 Dicembre a San Giorgio a Cremano, verrà intitolata una strada ai martiri di Pietrarsa.

Se non li si conosce non c’è da arrossire: questi coraggiosi operai sono stati nascosti, per non dire “seppelliti”, dal processo di nazionalizzazione che ha contribuito all’estinzione della consapevolezza meridionale.

La storia del Real Opificio Borbonico di Pietrarsa comincia nel 1837, quando  Ferdinando II di Borbone inaugura il grande piano industriale che porterà, appena due anni dopo, alla costruzione della prima tratta ferroviaria della penisola: lunga poco più di 7 chilometri, la Napoli-Portici rappresenta il primo passo per svincolare il Regno dalla dipendenza tecnologica inglese.

In breve tempo l’industria diventa il fiore all’occhiello della metal-meccanica della penisola, realizzando prodotti in ghisa ma soprattutto macchine e locomotive a vapore. Cresce lì, il primo nucleo industriale, precedendo di molto le storiche Fiat, Ansaldo e Breda: alla vigilia dell’unità vi lavorano ben 1050 operai.

Sorge spontaneo chiedersi quale sia la ragione per cui un gioiello tale, non trovi spazio nei libri di storia, eppure la risposta non potrebbe essere più banale:

dopo la conquista del Regno comincia una scellerata speculazione al ribasso della produzione meridionale.

Il Real Opificio di Pietrarsa viene venduto a un prezzo stracciato al signor Jacopo Bozza, imprenditore ed ex-impiegato borbonico, meritatosi tale regalo grazie all’entusiasmo riservato ai nuovi sovrani.
Nel giro di pochi mesi Pietrarsa perde più della metà dei suoi operai. Rimasti in poco più di quattrocento, questi ultimi si vedono sottrarre buona parte del salario, nonostante fossero aumentate le ore di lavoro.

A questo punto Pietrarsa, per la seconda volta, si fa primato italiano: alle tre del pomeriggio del 6 Agosto 1863, comincia la protesta degli operai che, una volta riunitisi nel cortile dell’Opificio, gridano sdegnati contro il nuovo direttore. Jacopo Bozza rifiuta qualsiasi dialogo e, spaventato, invoca l’aiuto delle forze dell’ordine.

In pochissimo tempo si presentano, baionette in canna, i bersaglieri piemontesi che senza esitare sparano ad altezza uomo.

Quanti morirono? I documenti ufficiali parlano di sette morti e una ventina di feriti ma in realtà la stampa coprì l’entità dell’accaduto; sarà difficile conoscere tutta la verità di quel tragico evento, negato dal patrio oblio.

Ciò che (non) ci è dato sapere, è che i primi operai nella storia d’Italia a combattere per i propri diritti furono quelli del Real Opificio di Pietrarsa.

Intitolare una via a questi martiri del lavoro non restituisce loro solo Rispetto e Riconoscenza.

Riporta al cuore dei cittadini meridionali di oggi una grande consapevolezza: non è vero che il Mezzogiorno è nato storpio e incapace, anzi, è stato per lungo tempo il primo motore dell’innovazione.

Orgoglio e identità possono far ripartire la fiducia di cui ha bisogno la terra nostra per tornare a camminare, senza più oppressori, sulla via della prosperità.

Sabato 19 Dicembre, alla biblioteca comunale di villa Bruno di San Giorgio a Cremano, alle ore 10.30 si terrà un incontro prima dell’inaugurazione della via: interverranno il sindaco G. Zinno e i relatori G. Di Fiore, M. Esposito, A. Vella e V. Gulì, che si ringraziano per l’impegno profuso al conseguimento di questo piccolo e importante successo.

 

Un passo verso la decolonizzazione: perchè è importante cambiare la toponomastica delle città del Sud.

Di Annamaria Pisapia

“Di fronte al mondo sistemato dal colonialista il colonizzato è sempre supposto colpevole” –Frantz Fanon “I Dannati della Terra” .

La colonizzazione del Sud, avviata 155 anni fa, potè espandersi grazie, anche, alla diffusione capillare su tutta la penisola, di una storiografia improntata all’annichilimento delle popolazioni del Mezzogiorno, della sua storia, della sua identità,  con l’intento di sottrargli forza e capacità. Un modello che si è sviluppato in maniera esponenziale e su cui la classe politica nord-centrica ha costruito la sua egemonia sul Sud. Fin dal 1860 la divulgazione storiografica fu affidata a quegli storici che vennero definiti “sabaudisti”.

Essi avevano il compito di divulgare la “Storia Patria” attraverso la mitizzazione dei Savoia. L’indottrinamento avveniva mediante compendi, letture e manuali, che venivano imposti nelle scuole elementari, così che l’imprinting (condizionamento)potesse fissarsi e forgiare le giovani menti.  In una Circolare Ministeriale del 26 novembre 1860 si legge: “La storia nazionale deve essere identificata con quella dei sovrani sabaudi…”. Ma, per la riluttanza di molti insegnanti, in special modo quelli del Mezzogiorno, ad adottare la nuova versione storiografica, il Ministro della P.I. Broglio, nel 1868 istituì una commissione d’inchiesta in cui spiegava: “ I maestri sono estranei in massima parte, quando non ostili, al nuovo corso politico inauguratosi nel 1861… specie nelle scuole degli ex territori pontifici e del Meridione…”  Così, al fine di un vigoroso attecchimento il Ministro Baccelli istituì delle “Conferenze Pedagogiche” da tenersi in tutta la penisola.

E’ inutile dire che da allora nulla è cambiato e  i libri di testo scolastici sono tuttora concepiti in maniera da alimentare la colonizzazione del Sud.  Colonizzazione che fu chiara fin da subito a eminenti politici, come il Deputato Proto Maddaloni,  il quale presentò una mozione parlamentare a riguardo il 20 novembre 1860, censurata dalla Commissione Parlamentare, e ad altri tra cui il Ministro Francesco Saverio Nitti, che non esitò a denunciare le condizioni cui era costretta a vivere Napoli: “…ridotta ormai a città capitale di una colonia…”. Da allora le condizioni in cui è  tenuta Napoli continuano, tuttora, ad essere quelle di una capitale colonizzata.  Condizioni che si sono negli ultimi decenni fatte sempre più evidenti, in cui non possiamo non riconoscere  quelle dinamiche innescate da quel fatidico 1860 e che sono proprie dei colonizzatori. Tra queste ne riconosciamo alcune, tuttora ben visibili: l’occultamento della storia, come già evidenziato, e  la distruzione dei segni del passato del popolo conquistato. Quest’ultima dinamica acquista una importanza rilevante, come ci insegna la semiotica, perché fa riferimento, inequivocabilmente, al predominio e marcazione del territorio. Il tutto viene attuato rimuovendo monumenti e toponimi da strade, vie, piazze, che vengono sostituiti da quelli dedicati ai nuovi governanti.

Questa lunga premessa si rendeva necessaria per focalizzare meglio l’attenzione su  uno dei punti fondamentali:” Napoli, così come l’intero Mezzogiorno, ahimè, prima di essere colonizzata economicamente continua ad esserlo mentalmente”. E fintanto che continuano ad esistere monumenti, strade, vie e piazze in ricordo di coloro che si resero rei del massacro del Sud la colonizzazione si autoalimenta.  E con essa l’educazione alla minorità. Tutto ciò ci depriva delle nostre radici, della nostra memoria e della nostra identità: indebolendoci e instillandoci un errato senso di colpa e di riconoscenza verso i nostri “liberatori”.

Pertanto ritengo di fondamentale importanza la rimozione di quei toponimi, dedicati a personaggi che si sono macchiati di delitti efferati contro il popolo napoletano. E, laddove possibile, di ripristinare l’antico toponimo. Considerando che: “La memoria del proprio passato restituisce dignità e identità ad un popolo e ne rafforza l’autostima”.

 

Costituzione “Segreteria Ponte” fino al 3° Congresso Nazionale di Unione Mediterranea.

In seguito alle dimissioni del Segretario Enrico Inferrera, “per motivi legati alla indisponibilità di tempo occorrente per la riorganizzazione del movimento”, il Coordinamento nazionale di Unione Mediterranea ha provveduto alla costituzione di una “Segreteria Ponte”, organismo provvisorio, che ha il compito di affiancare il Presidente Francesco Tassone e la Portavoce Flavia Sorrentino fino al prossimo Congresso del MOvimento e di svolgere in maniera collegiale, le funzioni proprie della Segreteria.

La Segreteria Ponte è costituita da un coordinatore per ciascuna delle regioni rappresentate nel Coordinamento: Nicola Manfredelli per la Basilicata, Salvatore Procopio per la Calabria, Rosario Terracciano per la Campania, Martino Grimaldi per la Lombardia, Davide Abramo per il Piemonte, Crocifisso Aloisi per la Puglia e Placido Altimari per la Sicilia.

La Segreteria Ponte ha già determinato i prossimi passi da compiere per organizzare il terzo Congresso Nazionale, la campagna di tesseramento e le attività dei circoli territoriali in vista delle elezioni amministrative del 2016.

L’entusiasmo e la determinazione nel condurre questa battaglia di riscatto della nostra terra non ha subito battute d’arresto: MO-Unione Mediterranea è nata nella certezza di appartenere a chi ne ama lo scopo e, al di là delle difficoltà, lo persegue.

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Georisorse: forse non tutti sanno che…

a cura di Giada Lieto

L’ultimo decreto del governo Renzi “Sblocca Italia” ammette la possibilità di procedere con le trivellazioni del sottosuolo marino alla ricerca di giacimenti di idrocarburi di cui, secondo l’amministrazione della Leopolda, il meridione sarebbe letteralmente ricca.

Unione Mediterranea Calabria si è occupata della spinosa questione durante il convegno tenutosi lo scorso 27 Novembre con il titolo “Il destino di una Georisorsa. Workshop sullo sfruttamento ecosostenibile del Mare Jonio”.

Durante il convegno , hanno presentato i loro interventi esperti e personalità varie i cui contenuti hanno avuto un unico fil rouge: la preoccupazione dell’impatto che siffatte operazioni potrebbero avere sul patrimonio geo marino del Mar Mediterraneo con gravissimi danni non solo alla fauna e alla flora ma anche e soprattutto alla salute dell’uomo , fruitore ultimo del patrimonio marino.

I dati mostrati nel convegno lasciano presagire che il sottosuolo marino mediterraneo non sarebbe così ricco di idrocarburi come vogliono farci credere.

Si stima addirittura che si tratti di circa 10 mila migliaia di tonnellate di petrolio, quantità piuttosto irrisoria a fronte dell’invasività degli strumenti utilizzati per la relativa estrazione.

La domanda che ci siamo posti è: è davvero così fondamentale pregiudicare una delle ricchezze più grandi del Meridione e dell’Italia in genere per ottenere una così irrisoria quantità di georisorse che basterebbe appena per qualche mese?

Ebbene, i grafici di seguito possono rendere di immediata evidenza le ragioni delle preoccupazioni nutrite a riguardo:

trivelle1

Nella tabella si legge che il consumo medio di idrocarburi in un mese nel 2015 è pari a 4.982 migliaia di tonnellate, ossia la metà di quello che si suppone ci sia in tutto il Mar Mediterraneo.

Conclusioni simili possono essere raggiunte anche considerando i dati raccolti dal Mise e pubblicati dall’Unione Petrolifera Italiana:

trivelle2

trivelle3

A fronte di questi dati incontrovertibili, risulta d’uopo procedere con un bilanciamento di interessi: da un lato , l’interesse (prettamente economico e speculativo) di estrarre una presunta quantità X di idrocarburi dal Mar Mediterraneo; dall’altro, quello di indubbia rilevanza economica, sociale e biologica di salvaguardare i nostri mari.

In particolare, tra i relatori riconosciamo Rosella Cerra, responsabile Ambiente di UM per la Calabria ed autrice di diverse osservazioni contro le istanze di ricerca nel mar Ionio, la quale ha rimarcato che la necessità di continuare l’azione di informazione fra la popolazione perché è ingiustificata sia l’attività di ricerca che quella di estrazione stando ai dati della Direzione Generale delle Risorse Minerarie ed Energetiche .

Quanto asserito dalla nostra Rosella risulta poi condiviso da personalità come Gianni Pavan, membro del gruppo di lavoro internazionale che ha steso le linee guida ACCOBAMS (Agreement on the Conservation of Cetaceans in the Black Sea, Mediterranean Sea) che attualmente sono in fase di aggiornamento, direttore del CIBRA (Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali) dell’Università di Pavia; Salvatore Critelli , ordinario di geologia all’Unical il quale ha, peraltro, preso parte nel 2005 al gruppo di lavoro che, a bordo della nave Explora dell’Istituto Nazionale di Oceonografia e Geologia Sperimentale, ha scandagliato i fondali del crotonese alla ricerca di faglie e vulcani sottomarini.

Accanto a tali esperti, ci sono poi coloro che del mare ci vivono come pescatori professionisti i quali temono che da tali trivellazioni possano derivare seri danni all’equilibrio della flora e fauna marina con effetti incontrollabili ed irreversibili.

La Calabria, come si nota dal convegno tenutosi, è particolarmente attenta a tale tema caldo tanto che ha intrapreso svariate azioni rivolte alla salvaguardia del nostro mare e territorio, dall’impugnazione del famoso articolo 38 dello sblocca Italia che svuota di valore e significato i ruoli stessi della regione in materia energetica, fino alla recentissima delibera di indizione del refendum “no-triv”  (ad oggi dieci sono le regioni firmatarie).

Per questa ragione , si auspica di porre tale tematica al centro del dibattito pubblico per dare una buona volta rilevanza alle ricchezze che il nostro territorio offre invece che limitarsi a depredarlo in maniera vile e senza senso.

Alitalia, incazzatura a tre colori

di Pierluigi Peperoni

L’immagine che vi mostro di seguito è stata una delle più condivise su Facebook nelle ultime ore.

tariffe alitalia

Si tratta di una semplice tabella riepilogativa dei costi dei voli Alitalia da Milano verso alcune località nazionali ed internazionali, che evidenzia la sproporzione del costo dei voli per Reggio Calabria rispetto a quelli diretti verso altre mete.

La risposta dei social media manager della ex compagnia di bandiera italiana è di circostanza, ma l’effetto virale è stato dirompente ed in breve sono iniziati a fioccare i commenti al post pubblicato inizialmente da Tonino Sanfedele.

Alcuni commenti sono particolarmente interessanti come quello di Chiara che afferma: <<controllo il vostro sito quotidianamente dal mese di Ottobre ed i prezzi sono sempre stati superiori ai 200€ sola andata. Cosa intendi per “prenotare con anticipo”? E cosa per “soluzioni più economiche”?>> oppure quello di Antonino che suggerisce di non protestare <<altrimenti ci tolgono anche questo volo nonostante sia sempre pieno!>>.

Alitalia (controllata al 49% dalla società araba Etihad Airways) è a tutti gli effetti una compagnia privata. Inutile recriminare sul fatto che approfitti del proprio vantaggio competitivo di essere monopolista di fatto della tratta Milano – Reggio Calabria. Non è più la compagnia di bandiera italiana e quindi non ha alcun obbligo nei confronti dei cittadini. Se ha una posizione di dominio su un mercato è giusto che realizzi il maggior profitto possibile. Si tratta delle normali leggi di mercato.

Quello che forse non tutti sanno è che la libertà di circolazione è sancita in Italia dalla Costituzione italiana (Art. 16) e in Europa nella Carta dei diritti dell’Unione europea (Art. II-105).

Ora chiediamoci come mai i voli verso le altre destinazioni italiane hanno costi tanto inferiori rispetto a quelli per Reggio Calabria. Le ragioni sono principalmente due:

  • Alitalia ha dei concorrenti sulle stesse tratte;
  • esistono dei mercati alternativi, come quello ferroviario o autostradale che tendono a livellare verso il basso il costo dei voli.

E allora mi incazzo, divento verde di bile se penso al diritto calpestato degli studenti calabresi a poter tornare a casa per Natale, ai tanti che lavorano fuori e devono spendere mezzo stipendio solo per poter tornare a casa ad abbracciare i propri parenti per qualche giorno.

Sbianco di fronte alla pochezza dei nostri amministratori, incapaci di fornire collegamenti di livello europeo a 20 milioni di cittadini meridionali, pur avendone la possibilità. Sbianco se penso che questa gente ha in mano il nostro futuro.

Divento rosso di rabbia se penso che la stessa Alitalia è stata salvata con i soldi di tutti i contribuenti italiani, di ogni latitudine e ceto sociale.

Tre colori, come il logo della stessa Alitalia, una degna compagnia di bandiera di questa italiella.

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