I raggiri di Caserta: tutti con il direttore, ma qual è la verità?

“Finita la pacchia, sindacati ridicoli”, Renzi si schiera col direttore della Reggia di Caserta. “Manager accusato da Usb, Ugl e Uil: lavora troppo, Uilpa sconfessa i suoi: puniremo responsabili” e sospende i delegati Uil. Camusso: “hanno sbagliato, lo riconoscano quei sindacati”. Così i giornali, dal Mattino, a Repubblica e persino l’indipendente Fatto quotidiano, trattano con estrema durezza i rappresentanti sindacali della bellissima Reggia, colpevoli, a loro avviso, di lesa maestà nei confronti del neo direttore “stakanovista” Mauro Felicori da Bologna, che avrebbe il merito, in soli tre mesi, di aver risollevato le sorti della Reggia, facendo aumentare del 70% il numero dei visitatori. La qual cosa, secondo i sindacati, sarebbe invece merito del precedente lavoro e della generale rinascita dell’immagine della Campania.

Inoltre, la Tv di Stato ne combina una delle sue, Rai1, nel servizio mandato in onda, mostra le immagini della Reggia di Carditello, abbandonata da secoli e in rovina, anziché quelle della splendida reggia borbonica di Caserta, da molti considerata, a ragione, la più bella d’Europa. Ma questa è una tipica e perfida tecnica comunicativa, quando si parla di Sud, non può essere altro che “Gomorra”, mentre la Sodoma del Nord la si edulcora accuratamente.

Insomma, tutti contro i dipendenti “fannulloni” ma, come spesso accade quando si parla di Sud e di dipendenti pubblici, le notizie sono da prendere con le pinze: contro l’uno e gli altri è in atto un attacco senza precedenti. Il Sud depredato dal governo è accusato di essere “piagnone” mentre Renzi fa strage dei diritti sindacali dei lavoratori. Tra l’altro, la motivazione addotta sembra davvero risibile: quali sindacati potrebbero mai commettere la sciocchezza di contestare un direttore perché “lavora troppo”? La faccenda puzza, dunque proviamo a far luce sulle ragioni dell’insolita querelle.

Abbiamo letto il documento firmato dalle sigle sindacali, CGIL; CISL, UIL; UGL e USB, inviato al ministro Franceschini, (ma Cgil e Cisl poi ritirano la firma) e abbiamo sentito il delegato UGL Carmine Egizio. Cosa che i giornalisti “nazionali” non hanno fatto, accontentandosi delle veline governative. Ebbene, l’oggetto del contendere non è affatto il lavoro extra del direttore ma la sua mancata risposta ai problemi della carenza di vigilanza e sicurezza delle strutture della Reggia, problema sollevato dallo stesso ministero la scorsa estate, prima dell’arrivo ad ottobre di Felicori, e aggravato per l’appunto dalla sua permanenza oltre orario. Per regolamento museale, al previsto orario di chiusura, visitatori e dipendenti devono abbandonare tutta la struttura, che viene presa in consegna dalle forze di vigilanza e dunque nessun dipendente, neanche il direttore, può restare nella struttura se non sorvegliato dalla sicurezza. La sorveglianza degli uffici sottrae inevitabilmente le già insufficienti forze a quella delle vastissime strutture museali.

Tutto ha inizio il 30 luglio, quando Il Ministero competente invia una nota in cui denuncia l’insufficienza del personale di vigilanza, e definisce la situazione “Ai limiti della liceità”, al fine di risolvere le criticità, il responsabile della Direzione Genenale Musei, Soragni, in vacanza del posto del direttore della Reggia, nomina come direttore pro tempore l’Arch. Flavia Belardinelli, già direttrice dei musei della stessa, in attesa del nuovo direttore, che arriva a ottobre. Tuttavia, secondo i sindacati, il direttore anziché risolvere la già carente mancanza di sorveglianza, l’aggrava, aprendo nuove strutture e intrattenendosi oltre l’orario consentito.

Il 22 febbraio, i delegati sindacali stilano una nota che inviano al Ministero, il documento si apre con queste parole: “Come OO.SS. responsabili, abbiamo l’obbligo di denunciare agli organi superiori, che il Direttore disattende l’attuale legislazione che lega l’apertura degli spazi museali in funzione del numero degli addetti necessari ad una efficace tutela, proseguendo a non disporre che le sale del Museo aperte al pubblico siano regolarmente assegnate in consegna al personale della vigilanza e le sale non aperte al pubblico in consegna alla sottoguardia di turno siano chiuse a chiave (su tale argomento, nel mese di febbraio, c’è stata anche una interrogazione parlamentare al “question time” da parte dell’Onorevole Adriano Galgano al Ministro Dario Franceschini).” La nota sindacale prosegue denunciando che il direttore predisponeva il trasferimento di una parte del personale di vigilanza in mansioni amministrative: “ Tale iniziativa tende a sguarnire ancora di più l’organico del personale addetto al servizio di accoglienza e vigilanza attiva delle sale, riducendo la tutela, la sicurezza e la stessa fruizione del Museo. Il Direttore non può far transitare il personale della vigilanza in compiti amministrativi, soprattutto nell’attuale fase di organizzazione dei vari istituti.”

Infine, la nota sindacale fa un cenno alla permanenza oltre l’orario del direttore, non certo per contestarla, ma per organizzare il previsto servizio di vigilanza: “si insiste nel procedere nel mancato rispetto del Decreto della Direzione Generale Musei, che detta le linee guida per la determinazione delle aree funzionali da istituire e dei relativi uffici amministrativi; l’Area della fruizione accoglienza e vigilanza si muove in piena anarchia senza avere una chiara gerarchia rispetto alla missione istituzionale (tutela e conservazione); Il Direttore permane nella struttura fino a tarda ora, senza che nessuno abbia comunicato e predisposto il servizio per tale permanenza. Tale comportamento mette a rischio l’intera struttura museale…”.

Intanto nessuno dà ascolto alla voce dei delegati sindacali che così rispondono per bocca di Carmine Egizio: “La nostra unica colpa? Voler tutelare i lavoratori della Reggia di Caserta e segnalare, a chi di competenza, le problematiche e i disagi che paralizzano la rinascita di questo importante patrimonio storico culturale. Inviterei tutti coloro, primo fra tutti il premier Matteo Renzi a leggere con attenzione la missiva indirizzata al ministero dei beni e delle attività culturali dove evidenziamo una serie di gravi inadempienze e difficoltà con le quali quotidianamente convivono i lavoratori. Nessuno ha voluto attaccare il direttore Mauro Felicori. Da sindacalisti, responsabili e seri, abbiamo voluto solo evidenziare i problemi che persistono e che danneggiano la struttura”.

Arte della pizza candidata a patrimonio dell’UNESCO. Pizza napoletana, non dimentichiamolo.

“Sarà l’arte dei pizzaiuoli la candidatura italiana all’Unesco per il patrimonio immateriale made in Italy”. Ad annunciarlo su Twitter è il ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. Il ministro non specifica che la protagonista è napoletana, così come napoletana è l’arte della vera pizza, quella che tutti amano e riconoscono nel mondo, nonostante i tentativi di famose associazioni eno-gastronomiche di accontentare un po’ tutti affiancando alla pizza napoletana le varie focaccine e suole di scarpa farcite prodotte nel Paese.
La candidatura della pizza “tutela un settore che vale 10 miliardi di euro ma soprattutto un simbolo dell’identità nazionale”, commenta il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo dopo la riunione della Commissione di valutazione nazionale per l’Unesco. L’arte dei pizzaiuoli napoletani, riferisce ancora la Coldiretti, sarebbe il settimo ‘tesoro’ italiano ad essere iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’agenzia dell’Onu.
A parte la straordinaria arte cremonese della produzione di violini, quale potrebbe essere la provenienza delle rimanenti 5 arti italiane già riconosciute? Ovviamente sono tutte tipicamente meridionali: dieta mediterranea, opera dei Pupi, canto a tenore della cultura pastorale sarda, celebrazione delle grandi strutture processionali a spalla come la Festa dei Gigli di Nola, la coltivazione della ‘vite ad alberello’ di Pantelleria.
Chiamateci campanilisti, ma la palla al piede d’Italia, come alcuni amano auto convincersi, ha prodotto e continua a produrre cultura. La parte esilarante è che all’occorrenza il Sud non è più il grande bordello. Da Napoli in giù, la linea Maginot delineata da Renzi durante il suo colloquio con il Ceo di Apple Tim Cook scompare miracolosamente quando si tratta di farsi belli all’estero. Non mettiamo in dubbio la buona fede di alcuni, forse addirittura di tanti, ma ancora stupisce che l’Italia delle (quasi) 7 bellezze trascuri nei fatti la parte del Paese che elogia in altre occasioni.
Per la Commissione designatrice “l’arte dei pizzaiuoli ha svolto una funzione di riscatto sociale, elemento identitario di un popolo, non solo quello napoletano, ma quello dell’Italia. E’ un marchio di italianità nel mondo“. Per capirci: quando fa comodo, una cosa è di tutti, quando i napoletani, ma non solo, rivendicano dignità e rispetto per la propria cultura vengono bollati come anacronistici e vittimisti.
La candidatura ha anche l’obiettivo di evitare “contraffazioni”, come lo “scippo” da parte degli americani, che nei giorni scorsi avevano annunciato la candidatura della “pizza” american-style. Sacrosanto, ma perché lo stesso ragionamento non vale per la mozzarella di bufala, che oramai può produrre chiunque in Italia, oppure per le imitazioni regionali della pizza? Cosa accadrebbe se da Aosta o Catanzaro partisse la produzione di parmigiano? Sospettiamo che qualcuno, come popolo, si sentirebbe scippato.
Plaudiamo la meritata candidatura dell’arte dei pizzaiuoli napoletani. Ciò che l’Italia non merita, invece, è il premio per la coerenza.

Di Eva Fasano

Salviamo la Deputazione di San Gennaro: “faccia gialla” non si tocca.

Risale a pochi giorni fa, il decreto del ministero dell’Interno che modifica i criteri di nomina della Deputazione, l’Organo di Governo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. L’allarme in rete è partito in brevissimo tempo, raggiungendo le testate nazionali: questa volta i napoletani dicono no, San Gennaro nun s’ha da tuccà.

Qualcuno scambierà l’indignazione dei partenopei per una semplice manifestazione folkloristica ma, in realtà, i tesoro di San Gennaro e la Deputazione hanno un significato molto più profondo.

La Deputazione è un organo laico, istituito nel 1601 e riconfermato da ben due bolle papali: una risalente al 1605 e l’ultima, “Neapolitanae Civitatis Gloria”, firmata nel 1927.  
Questa istituzione rappresenta un caso unico, che dice molto sulla storia della città: già in tempi così antichi, la devozione e il rispetto hanno permesso l’incredibile convivenza tra il culto del Santo, la laicità e la Chiesa.

Il compito della Deputazione è quello di amministrare la Cappella che custodisce il Tesoro, tutelarne e amministrarne i beni e, infine, nominarne i cappellani.  
La Deputazione è un organo collegiale ed è composto dagli storici “sedili”, appartenenti ai discendenti delle nobili famiglie partenopee, mentre un Collegio di dodici Prelati cappellani sovrintende ai riti ed a tutti gli aspetti religiosi connessi. 
Il presidente è, dal 1811, proprio il sindaco di Napoli, una carica che sta ad indicare una cosa ben precisa: San Gennaro e il suo Tesoro appartengono ai cittadini napoletani.

Non è una banale questione amministrativa, perché non molti sanno che proprio a San Gennaro appartiene il Tesoro più ricco del mondo, battendo anche quello gli zar di Russia e quello della regina d’Inghilterra.  E’ evidente che questa inestimabile ricchezza faccia gola a qualcuno, e soprattutto è scontato che indispettisca il clero, il quale non ha alcun potere decisionale sulle questioni amministrative della cappella. 
E’ così che il decreto di Alfano arriva prontamente in soccorso degli scontenti: grazie al suo decreto, la curia napoletana avrà la possibilità di nominare ben 4 membri da affiancare ai nobili napoletani, riducendo l’ Eccellentissima Deputazione a una semplice Fabbriceria, ciùoè un qualsiasi ente  preposto ad amministrare il patrimonio della Chiesa, minandone per sempre l’unicità.

In molti credono che, dietro a questa inadeguata iniziativa del Ministero, si nascondano pressioni esercitate dal Cardinale Crescenzio Sepe. Certo è che non è la prima volta che la curia prova a mettere le mani sul tesoro dei napoletani: durante la seconda guerra mondiale, il Tesoro fu trasferito in Vaticano per essere protetto da bombardamenti e depredazioni, ma terminata la guerra la Chiesa non volle restituirlo. Ci volle l’intervento di Giuseppe Navarra,  ‘o rre ‘e Puceriale, per riportare il Tesoro alla sua legittima proprietaria: la città di Napoli.

Questa volta è compito nostro fermare l’ennesimo sopruso alla città: ci vediamo tutti sabato 5 marzo alle ore 15.00 alla Cattedrale di San Gennaro!

Di Beatrice Lizza

10 domande a Flavia Sorrentino

1) Come e perché nasce Unione Mediterranea?

Unione Mediterranea nasce a Napoli durante un’assemblea pubblica il 24 Novembre 2012 , per offrire una rappresentanza politica in cui riconoscersi al variegato mondo meridionalista e al popolo del Sud, umiliato dalle scelte dell’Italia, che ci danneggia da un secolo e mezzo di mala unità.

2) Quali finalità avete?

Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia e iscritti anche in Belgio, Francia, Irlanda e Spagna, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare al Nord o all’estero. A questi si aggiungono 17.744 elettori di MO! in Campania, lista civica promossa da Unione Mediterranea, che ha scelto di concorrere da sola con Marco Esposito candidato presidente, senza scendere a patti con Pd e Forza Italia come nel caso di altri movimenti meridionalisti. UM ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Ripudia mafia, violenza, razzismo e ogni forma di discriminazione. Assegna grande valore alla verità storica, che ritiene fondamentale inserire nei libri di testo scolastico e promuove l’acquisto di prodotti a Km 0 che favoriscano le economie locali.
Inoltre nel prendere atto dei continui attacchi e diffamazioni nei confronti dei meridionali, promuove azioni giudiziarie contro i media nazionali affinchè venga tutelata la dignità del Sud e dei suoi territori. A tal proposito abbiamo già denunciato il Tg2 e il quotidiano “Libero”.

3) E’ opportuno definirsi meridionalisti o sarebbe più opportuno parlare di duosiciliani e napolitani?

Il senso di minorità psicologica a cui siamo stati sottoposti per 155 anni, ha finito per farci vergognare di chi siamo. Il meridionalismo è innanzitutto la conoscenza della questione meridionale originatasi con lo Stato Unitario e la presa d’atto della subalternità economica e sociale del Mezzogiorno al potere politico nord-centrico. E’ la consapevolezza che la lotta per il riscatto della nostra terra non è ideologica, ma necessaria. Stiamo riscoprendo il valore dell’identità: lavorando con intelligenza e pazienza riusciremo a renderci autonomi, anche nel modo in cui definirci.

4) Cosa pensi della bandiera delle Due Sicilie?

La bandiera delle Due Sicilie è il simbolo della storia e della cultura del nostro popolo. Per alcuni identificarsi in quel vessillo comporta un’implicita identificazione nella forma di governo che rappresenta. Ma quella bandiera è un culto all’identità, non un elemento di proposta politica. E’ interessante altresì accorgersi di come venga percepita e per questo talvolta sequestrata, come accaduto allo stadio San Paolo in occasione della partita Napoli-Midtjylland del 5 Novembre. La consapevolezza ritrovata terrorizza i detrattori del riscatto

5) Come vedi l’Italia del domani? 

Penso ad un processo di riscatto del Mezzogiorno come frutto di un percorso graduale e lucido, che parte dall’ottenimento delle autonomie locali e regionali.

6) Spesso chi parla di Questione Meridionale e dei fatti del risorgimento viene additato come nostalgico, cosa pensi di questa accusa?

Stiamo ai fatti. Su 5 miliardi per le ferrovie, il 98,8% dei fondi è andato al Nord; 3,5 miliardi dei PAC, sono stati dirottati al Nord; dei 7 miliardi e 9 milioni di euro per 83 progetti nelle infrastrutture, 7 miliardi e 5 milioni sono stati destinati al Nord; su 130 milioni di euro impiegati per finanziare la filiera agricola di qualità, zero è la quantità di investimento al Sud;  700 milioni di euro è il numero di risorse sottratto agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord; il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020 è stato ridotto a un terzo in tre regioni, Campania, Calabria e Sicilia che perdono 7,4 miliardi di euro. Potrei continuare…MO-Unione Mediterranea denuncia quotidianamente le ingiustizie ai nostri danni nella convinzione che la questione meridionale nata 155 anni fa, dura da 155 anni. Non è nostalgia per uno Stato che non c’è più, ma consapevolezza che da quando è nata l’Italia, il Sud è trattato da colonia interna.

7) Cosa pensi della Lega Nord e del consenso di Salvini al Sud?

Il livello di spesa nelle infrastrutture per il sud è sceso spaventosamente da quando la Lega Nord ha fatto la sua comparsa in politica, nel 1989. La Lega è nemica del Sud, è anti-meridionale e ha costruito sulla demagogia la paura per l’altro e sull’ignoranza il suo consenso elettorale. Gli ascari che si vendono al padrone leghista di turno, ieri Bossi oggi Salvini, non hanno memoria degli insulti, le ingiustizie, le vili umiliazioni e i cori razzisti. Noi però non dimentichiamo.

8) Qual è la proposta di MO-Um per Napoli in vista delle imminenti elezioni amministrative in città?

MO-Unione Mediterranea sarà presente alle elezioni comunali di Napoli di maggio 2016 con il suo progetto NA- Napoli Autonoma. Presentiamo un modello politico fondato sull’auto governo, che scardina il pensiero comune della dipendenza economica della città al potere politico centrale e che costruisce il suo riscatto attraverso il recupero dell’identità. Proponiamo di rinunciare a ogni centesimo di sostegno pubblico mantenendo sul territorio tasse riferibili al territorio stesso. E’ la grande opportunità che ci attende: culturalmente impegnativa, tecnicamente possibile, socialmente rivoluzionaria.

 9) Cosa pensi della mafia?

Che non può esistere senza la politica, intesa come affarismo criminale. Al Sud è stata istituzionalizzata con l’unità d’Italia.
Oggi ha il volto cangiante dei partiti, degli imprenditori, dei funzionari pubblici e permea ed infiltra il tessuto sociale di tutta Italia. La sua forza è determinata dalla debolezza dello Stato, connivente e volutamente assente: un Sud ignorante, non scolarizzato ed illegale è l’assicurazione sulla vita della politica egoista del Nord e di quella ascara del Sud.

10) Un’ultima riflessione per chi legge…

Il peggiore dei mali per un oppressore è la decolonizzazione mentale dell’oppresso. La strada del risveglio è lunga, ma la stiamo percorrendo. CrediaMOci.

Il giorno della verità: per non dimenticare

Giorno 2 marzo i Circoli Michelina De Cesare e Federico II di Lamezia Terme organizzeranno, per il secondo anno consecutivo, il giorno della memoria del massacro del popolo meridionale da parte dei Savoia. L’incontro si terrà presso la sede di Italia Nostra in Via U. De Medici 2, Lamezia Terme (CZ).

In occasione dell’evento, sarà ospite il Prof. Giancarlo Costabile dell’Università della Calabria. Verrà anche girata una puntata della nuova serie del programma televisivo “Sotto sopra”, ideato e condotto da Franco Gallo, coordinatore regionale Calabria di Unione Mediterranea.

Invitiamo iscritti e simpatizzanti a partecipare, perché la storia è scritta dai vincitori ma la memoria non può essere cancellata, anche a 155 anni di distanza.

 

San Gennaro nun s’ha da tucca’!

Tra tutti gli atti d’imperio che le dominazioni estere hanno calato su Napoli e i napoletani, non se ne ricorda nessuno così arrogante e irrispettoso della cultura e dell’identità del nostro popolo.

Ci voleva il Governo Renzi e il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, per veder sputare su una delle istituzioni più caratteristiche della storia napoletana: la Deputazione di San Gennaro!

Come riportato nell’articolo di Drusiana Vetrano di Identità Insorgenti, “la Deputazione di San Gennaro, l’organo LAICO che da mezzo millennio si prende cura del Santo dei napoletani, sta per essere scalzata dalla Curia grazie ad un colpo di penna del Viminale, a firma del Ministro Angelino Alfano.
In sostanza, gli esponenti della storica nobiltà partenopea potrebbero ritrovarsi “pezzi” di Curia a gestire il Santo e le sue inestimabili reliquie.
Dopo la bellezza di cinque secoli di laicità, insomma, la Curia riuscirebbe a mettere le mani sul Santo partenopeo e sulle sue ricchezze.
Finora, infatti, la gestione da parte della Deputazione- fondata nel 1601 a seguito di un ex voto, da parte dei cittadini partenopei, legato ad un’eruzione del Vesuvio- è stata sempre slegata dalla Curia ed indipendente da essa, nonostante le pressanti e continue ingerenze”.

Ancora Identità Insorgenti spiega che “in rappresentanza del popolo napoletano, presiede la Deputazione il primo cittadino di Napoli, che ne è il garante e primo controllore in nome e per conto del popolo stesso.
Possiamo ben comprendere e condividere la rabbia dei membri della Deputazione che, attraverso il delegato per gli affari legali della stessa, Riccardo Imperiali di Francavilla, spiega che il decreto “equipara la deputazione a una Fabbriceria e rinomina arbitrariamente gli undici deputati in carica”.
Veniamo a sapere, inoltre, dei continui scontri col Cardinale Crescenzio Sepe ed il tentativo dello stesso, durato anni, di piazzare “persone sue”.
Troviamo veramente vergognoso tutto questo.
Ancora una volta, lo Stato italiano, non tenendo minimamente in considerazione la storia né l’identità di questa città di cui ignora tutto, cala dall’alto un provvedimento per danneggiarla.
Nel caso specifico, una marchetta alla Curia, di cui nessun napoletano sentiva il bisogno, di cui non comprendiamo il senso, se non quello, neanche tanto immaginato, di essere legittimati a mettere le mani su uno dei tesori più ricchi e preziosi del mondo”.

Anche MO – Unione Mediterranea, così come Identità Insorgenti e le migliaia di cittadini insorti a questa notizia, si dichiara assolutamente contraria all’ennesimo tentativo di distruggere l’identità napoletana e aderisce sin da ora a qualsiasi iniziativa posta in essere per manifestare questo dissenso.

La portavoce di MO – Unione Mediterranea, Flavia Sorrentino ha dichiarato in merito: “l’attacco alla laicità della deputazione di San Gennaro, è l’ennesimo atto di arroganza dell’esecutivo Renzi, che dimostra di non avere alcuna sensibilità, nè rispetto per la storia di Napoli e del legame che intercorre tra la sua gente ed il Santo Patrono. Il Governo si occupi di garantire i servizi minimi che spettano alla città, per la quale ha saputo solo prevedere tagli e trasferimenti di risorse, invece di preoccuparsi di questioni che attengono esclusivamente al popolo partenopeo. Ecco perchè alle prossime elezioni comunali saremo presenti, in appoggio al sindaco De Magistris, con il progetto NA-Napoli Autonoma: per restituire l’identità e l’autonomia di cui Napoli necessita per il suo riscatto”

Di Mattia Di Gennaro

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Convegno “IL MEDITERRANEO E LA SUA BIODIVERSITA’ FRA INQUINAMENTO ACUSTICO, ACIDIFICAZIONE ED ESTRAZIONI PETROLIFERE”

Gentilissimi, vi informiamo che sabato 5 marzo ad Amantea dalle 9.00 alle 13.00 si terrà il convegno “IL MEDITERRANEO E LA SUA BIODIVERSITA’ FRA
INQUINAMENTO ACUSTICO, ACIDIFICAZIONE ED ESTRAZIONI PETROLIFERE
“.

Dopo il workshop tenuto nella sede della lega Navale di Davoli, organizzato  in collaborazione con il movimento Unione Mediterranea, continua l’ informazione fra la gente e con gli addetti ai lavori. Qui si è ampliato il fronte di intervento collaborazione anche con le scuole.

Il Workshop ha come tema il Mediterraneo  e la sua biodiversità a rischio fra inquinamento acusticoacidificazionesfruttamento di idrocarburi e gli strumenti per la sua tutela.

Il workshop avrà inizio alle ore 9.00 sarà presentato  dall’architetto Saverio Magnone, presidente lega navale Amantea. Seguiranno i saluti della professoressa Monica Sabatino, sindaco di Amantea, del professore architetto Francesco Calabria Dirigente Scolastico del Polo Scolastico di Amantea e del  C.F. (CP) Antonio Lo Giudice, Comandante Capitaneria di Porto di Vibo Valentia.

 Relazioneranno 

-Dottoressa Stefania Giglio, biologa del Centro Studi Cetacei Onlus, si occupa del censimento degli spiaggiamenti di cetacei lungo la costa calabrese: “Rete di sorveglianza diagnostica a tutela della salute e del benessere degli animali spiaggiati lungo le coste Calabresi”.

-Dottoressa Maria Cristina Gambi, ricercatrice della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Ischia (Na). Si occupa di monitoraggio dell’acidificazione del Mediterraneo: “Acidificazione marina e biodiversità: esempi dai siti di emissione di CO2 dei nostri mari”.

-Professore Gianni Pavan , direttore CIBRA (Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali ) Università di Pavia, Dipartimento Scienza della Terra e dell’Ambiente, estensore Linee Guida ACCOBAMS, strumento a carattere internazionale punto di riferimento per la mitigazione dell’inquinamento acustico: Inquinamento acustico nel Mediterraneo e mitigazione dell’impatto nella legislazione

-Professore Enzo di Salvatore, Università di Teramo, docente di Diritto Costituzionale, estensore dei quesiti referendari NO-TRIV: Profili giuridici delle estrazioni petrolifere in Italia

-Avvocato Benito Spanti, dirigente avvocatura Regione Calabria,  redattore dei ricorsi della Regione contro alcune istanze di ricerca di idrocarburi nell’alto Ionio cosentino: Attività legali della Regione contro le istanze di ricerca nel Mare Ionio

A moderare il convegno sarà la dottoressa Rosella Cerra, responsabile Ambiente Unione Mediterranea Calabria

Previsto anche l’intervento degli studenti, del tutor dell’Arpacal e dei docenti coinvolti nel progetto “Quanto è Profondo il Mare”.

Le conclusioni saranno a cura del Consigliere Regionale Arturo Bova, Presidente della Commissione contro la ‘Ndrangheta , Componente Commissione Ambiente e del Rag. Antonio Nicoletta, Delegato Regionale della Lega Navale Italiana.

locandina

Ballarò, Gomorra: “Questa è Napoli”. In TV si racconta solo il Sud che conviene all’Italia. Lettera a Massimo Giannini.

Gent. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l’idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all’incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un’economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

“Come si vive a Gomorra?” o “Questa è la fotografia di Napoli!”, sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell’emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall’ altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell’esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell’interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull’omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l’occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de “Il Mattino” il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l’ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all’università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: “Questa è Napoli” e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono “nella terra di Gomorra”. Così si chiude il cerchio dell’informazione italiana, ma non della realtà.

C’è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C’è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti,

Flavia Sorrentino

Sarno: l’acqua dei fuochi

L’attuale condizione in cui versa il bacino idrografico del fiume Sarno rappresenta una vera e propria questione ambientale, dalle mille sfaccettature a molteplici conseguenze. In primo luogo occorre tenere a mente che le imprese che sono sorte attorno al bacino sarnese si concentrano principalmente nel polo conciario situato presso il comune di Solofra (alto Sarno), mentre il polo conserviero, di poco meno inquinante, è concentrato nell’Agro Nocerino-Sarnese, ai quali si aggiunge una buona quantità di scarichi urbani non depurati. Non è raro che le industrie siano situate nei pressi di un corso d’acqua ma ciò che rende il Sarno il fiume più inquinato d’Europa sono gli sversamenti abusivi di tali imprese e, seppur la loro colpevolezza sia innegabile, non è semplice individuare i responsabili che concorrono a questa condizione.

Il bacino del fiume Sarno, interessando le province di Avellino, Salerno e Napoli, percorre una zona ricca di valori storici e bellezze paesaggistiche, eppure quello che offre agli occhi dei coraggiosi addetti ai lavori è uno scenario a dir poco inquietante: i livelli di cromo, rame e tetracloroetilene, di per sé allarmanti, diventano ancora più spaventosi considerando la loro prossimità alla falda della sorgente del Sarno, da cui viene fornita acqua potabile a tutta la città di Napoli. Ma non finisce qui, poiché il dissesto idrogeologico rappresenta un’aggravante ulteriore: quando il fiume esonda, a causa dell’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria, in particolare il dragaggio, le sue acque killer finiscono per impregnare le colture circostanti, così – anche quando nessuno rischia di annegare – il male finisce sulle tavole dei cittadini.

Gli effetti di tale degrado sulla salute umana non sono una semplice ipotesi e, nonostante molti enti abbiano provato a ometterne la gravità, sono numerosi i documenti ufficiali che pongono l’accento sui danni causati dall’inquinamento del fiume: diversi studi attestano in quelle zone l’alta incidenza di malformazioni (specialmente su donne e bambini), Parkinson e leucemia, mentre i tassi di mortalità per cancro hanno raggiunto picchi più alti rispetto alla media italiana, disastro annunciato già dal 1997 in un rapporto dell’OMS che segnalava un indice di mortalità per cancro superiore del 17% rispetto ad altre zone del mondo.

Ma come, gli imprenditori non sanno dei danni che provocano alla loro stessa gente? – certamente il problema è di natura sociale e culturale: la costruzione scriteriata dei centri urbani è uno dei grandi responsabili del dissesto ed è facile immaginare che, in un clima simile, un imprenditore trovi conveniente aggirare i pagamenti riversando tutto nel fiume ma in realtà la questione è molto più complessa di così.

Dietro a ciò che può sembrare banale incoscienza o inciviltà, si nascondono responsabilità ben più ampie: una delle tante follie dell’amministrazione pubblica è stata quella di imporre, già dal 1997, alle aziende il pagamento del canone di depurazione “in base al beneficio che ogni immobile trae dalle opere e dell’attività del Consorzio di bonifica, nel rispetto dei criteri stabiliti dal vigente Piano di Classifica per il riparto degli oneri”, che significa che la tassazione è effettuata sulla quantità di acqua depurata ma non su quella complessivamente utilizzata da ciascuna impresa, un vero e proprio incoraggiamento a risparmiare. Come? Creando scarichi e pozzi abusivi.

Le moderne tecniche di perforazione hanno inoltre reso accessibili a molti anche le falde più profonde, causando dei coni di depressione che richiamano dall’alto acque con tassi di inquinamento elevati, accrescendo l’interferenza tra acque di scarico e acque di approvvigionamento. Nel Sarno sono accumulate migliaia di tonnellate di materiale vegetale, di sedimenti tossici e di rifiuti urbani, mentre il consumo idrico è aumentato vorticosamente fino a superare le effettive potenzialità idriche del sottosuolo: uno scenario distopico che, con un po’ di fantasia, fa immaginare nel giro di pochi anni il letto del fiume pieno di immondizia anziché d’acqua.

Da quanto esiste questa situazione? Come si potrebbe risolvere? Come hanno reagito le istituzioni? Occorre fare un passo indietro per comprendere fino a che punto si sia protratto questo scandalo che, in un agglomerato di acqua e veleni, scorre ancora inosservato dalla maggioranza dei cittadini.

E’ il 1973 quando il Governo si propone per la prima volta di risolvere la questione del Sarno, inserendone la bonifica nel grande progetto di risanamento dell’intero Golfo di Napoli: un programma dalle nobili intenzioni, i cui sforzi però non devono essere bastati, poiché nel 1987 viene dichiarato lo stato di emergenza ambientale per poi vedere l’istituzione, nel 1995, della prima Commissione di inchiesta parlamentare. Fiumi -questa volta di denaro- tentano di rattoppare le criticità del Sarno qua e là, senza porre in realtà alcun rimedio, quando nel 2012 arriva la delibera della giunta regionale che dà il via alle procedure attuative del “Grande Progetto del fiume Sarno”: un progetto necessario ma che, ancora una volta, affronta il problema solo in modo sommario e senza risolverlo alla radice.

Il cosiddetto Grande Progetto prevede la riqualificazione idraulica e ambientale del basso corso del fiume Sarno attraverso la realizzazione della seconda foce, un’attività di monitoraggio e Protezione Civile e un sistema di vasche di laminazione e aree di espansione controllata per il trattenimento a monte dei volumi di piena.

Proprio l’installazione delle vasche ha generato non poche proteste tra i cittadini ed ha portato il Comitato No Vasche a fare un ricorso al TAR: le vasche di laminazione non sono altro che invasi con fondo permeabile, con il compito di raccogliere eventuali esondazioni del fiume. Se è vero ciò che dice la regione, cioè che “si tratta di impianti fatti di solo terreno, senza cemento, non sono invasivi per il territorio”, è anche vero che la terra battuta non sarebbe in grado di prevenire l’assorbimento delle acque tossiche in essa riversate, con il rischio di contaminare le falde sottostanti, in alcune zone poste a solo mezzo metro di profondità.

Un’altra falla del Grande Progetto si trova osservando la grave assenza di programmi per il Canale Conte di Sarno, canale artificiale risalente alla fine del XVI secolo, creato per approvvigionare d’ acqua le industrie e i pastifici nei dintorni di Torre Annunziata. Il valore storico è inestimabile, dato che alla sua costruzione sono dovuti i primi ritrovamenti legati agli scavi di Pompei, ma non è il solo motivo per riportarlo in funzione: un altro dei suoi compiti principali era quello di mitigare l’effetto delle grandi precipitazioni. Il Canale, se rifunzionalizzato, potrebbe essere un ottimo mezzo di intercettazione delle acque per evitare i frequenti allagamenti che si verificano nei comuni di Poggiomarino, Striano, Boscoreale e Scafati. Il canale è uno dei tanti doni del passato di cui gode la Campania, un altro dono che a causa dei soliti “furbi” richiederà un salvataggio da milioni di euro e che, nonostante i numerosi tentativi di riqualificazione, ancora non vede la luce.

Lo scandalo non finisce qui, perché se questa situazione sembra frutto di una completa noncuranza, in realtà i tentativi di porre rimedio a questo scempio è costato (troppi) milioni di euro ai cittadini: CasMez, AgenSud, finanziamenti comunitari e regionali sono alcune delle numerose fonti da cui sono stati attinti i fondi, somme da capogiro se messe in relazione con l’effettivo risultato. 
Solo dalla delibera della Giunta Regionale del 2012 emerge un finanziamento complessivo di 217.472.302,30 euro, soldi spesi solo tra il 2007 e il 2013, presi dal Fondo Europeo dello Sviluppo Regionale (FESR) e, ovviamente, dalla Regione Campania. Nulla, in confronto a quanto riportato dalla Commissione d’inchiesta parlamentare che riportava la spesa di 700 milioni tra il 1975 e il 2005.

A fronte di tali cifre ci si aspetterebbe un piano di risoluzione permanente, che sarebbe dovuta già essere in atto da molto tempo. Eppure nel Grande Progetto

solo le vasche di laminazione sembrano apportare qualche timida modifica allo status quo, anche se, come denunciato dal Comitato No Vasche, non sono altro che un costoso palliativo per contenere esclusivamente il problema del dissesto idrogeologico: un modo per

accantonare e rimandare la problematica della depurazione delle acque, lasciando così nuovamente irrisolto il vero dramma dei cittadini.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo scandalo, all’ennesima ingiustizia, all’ennesimo insulto ai cittadini. Dobbiamo preoccuparci di ciò che mangiamo, di ciò che beviamo o magari dell’acqua in cui ci tuffiamo d’estate. Dobbiamo preoccuparci per le tasse pagate con sacrifici e onestà ma che in qualche modo non bastano a garantirci la sicurezza. Dobbiamo preoccuparci perché non si può vivere dove si è costretti a scegliere tra la salute e un posto di lavoro. Dobbiamo preoccuparci per i nostri figli e soprattutto dobbiamo preoccuparci che loro non crescano nell’abitudine, nel perpetuo senso di impotenza che ci provocano situazioni più grandi di noi. E’ arrivato il momento di far capire ai soliti “furbi” che una mano lava l’altra, sì, ma non quando anche l’acqua è sporca.

di Beatrice Lizza

Comprare sud e tifare sud fa bene al sud

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Il 90% dei soldi spesi al Sud servono a comprare prodotti del Nord. Ogni anno per 70 miliardi di euro. Tutti i giorni, ogni meridionale spende in media dieci euro di prodotti made in Nord, di cui almeno la metà in prodotti alimentari, 3.500 euro l’anno, più di 10.000 a famiglia, con un reddito di poco superiore. Un assurdo nella terra del buon cibo, dei mille tipi di pane, il migliore al mondo, delle cento paste fatte come una volta, dei tanti ortaggi, frutta, mozzarelle e formaggi in cento specialità, oli d’oliva per il 90% prodotti al Sud ma per il 70% imbottigliati al Nord, i vini con la più alta produzione mondiale di uve, acque minerali di Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Abruzzo in quantità.

Ci sono cittadini meridionali che preferiscono comprare mozzarelle di indicibile sapore di una nota azienda lombarda, molto pubblicizzata, anziché quelle buonissime fatte a due passi da casa loro, dove si fanno da secoli. Senza pensare ai maggiori costi di trasporto da pagare e al conseguente inquinamento della penisola: che senso ha acquistare un’acqua minerale alpina in Calabria e far viaggiare un tir per 3.000 km A/R? Siamo sicuri che sia migliore solo perché costa il doppio ed è pubblicizzata?

Eppure tant’è, si comprano e si consumano prodotti provenienti dal Nord. Difficoltà a fare impresa al Sud e martellante e ingannevole pubblicità delle più ricche e potenti aziende settentrionali, l’azione congiunta dei due fattori agiscono a tenaglia per convincere la popolazione meridionale a comprare Nord. E’ una morsa da cui dobbiamo liberarci se vogliamo la rinascita del Mezzogiorno.
Nicola Zitara diceva che il riscatto del Sud comincerà quando si farà, metaforicamente, rotolare nella scarpata un camion di galbanini.
Comprare Sud vuol dire creare per noi milioni di posti di lavoro, attivando produzione industriale e relativo terziario. Il nostro destino è nelle nostre mani. Gandhi educò gli indiani a non comprare i prodotti degli inglesi, vanificando la loro occupazione coloniale.

E’ utile tifare Sud anche nel calcio. Non è forse diventato questo solo un consumo milionario? Non si è forse trasformato in una forma di plusvalore economico, anche questo in gran parte goduto al Nord? Che cosa ha più a che fare con lo sport puro? Che senso ha tifare per Juve, Milan, Inter, se non consumare, anche in questo caso, un loro prodotto economico, solo finanziariamente più forte di quello nostro? Tifare Sud significa rafforzare l’autostima di un popolo colonizzato anche culturalmente.

Non abbiamo industrie, lavoro, banche, assicurazioni, siamo ridotti a un esercito di consumatori, pecore utili a brucare, a caro prezzo, l’erba del vicino. Possiamo riprenderci quanto ci spetta, con un solo gesto: fare attenzione alla provenienza dei prodotti che compriamo, e che tifiamo.

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