Il Ponte alla Luna a Sasso di Castalda – Una passeggiata fra le nuvole ed i nostri simboli

di Rosaria Cunti

A Sasso di Castalda, piccolo comune della Basilicata in provincia di Potenza, il 6 aprile 2017 è stato inaugurato il “Ponte alla Luna”. Sospeso a 120 metri d’altezza, il “tibetano” si fa strada nel cuore del Parco dell’Appennino Lucano e ci ricorda quanto la storia del Mezzogiorno abbia inciso sui destini delle popolazioni del sud e sullo sviluppo delle terre da loro abitate. Il paese, che originariamente si chiamava Terra del Sasso, dopo l’Unità d’Italia assunse il nome di Sasso di Castalda, ma insieme al nome cambiò anche la vecchia classe dirigente e le ripercussioni in termini economici e sociali non tardarono a farsi sentire, traducendosi in povertà ed emigrazione.

Anche se il ponte sembra voler condurre il coraggioso visitatore fin sopra la luna, in realtà la scelta del nome rappresenta un omaggio che il Comune ha deciso di fare all’ingegnere della NASA Rocco Petrone, direttore di lancio nel programma Apollo, che il 20 luglio del 1969 condusse Neil Armstrong per primo sulla Luna. Americano dello stato di Washington, Rocco Petrone era figlio di Antonio e Teresa Petrone, emigrati nel 1921 dal piccolo centro della Basilicata in cerca di fortuna, quindi un talento tutto made in sud.

In realtà, i ponti tibetani a Sasso di Castalda sono due, ed il loro percorso si sviluppa sulle sponde del “Fosso Arenazzo”. Percorrendo le stradine che si diramano tra le caratteristiche abitazioni in pietra di cui è ricco il centro storico, si raggiunge il “Ponte Inferiore Fosso Arenazzo” che è lungo 95 metri, si spinge ad un’altezza massima di 70 metri ed è formato da 180 gradini d’appoggio.

Finito il primo ponte si prosegue su un caratteristico sentiero immerso nella natura e dopo 15 minuti di cammino si arriva all’imponente “Ponte alla luna” che vanta una campata unica di 300 metri, sospesa nel vuoto a 120 metri di altezza, con ben 600 gradini d’appoggio e un tempo di percorrenza di almeno 30 minuti; l’impegno che l’impresa richiede sarà ampiamente ripagato da uno spettacolare sky-walk in vetro e un belvedere attrezzato che consentono di ammirare lo splendido panorama delle montagne circostanti.

L’intera area di Sasso di Castalda, che si trova a circa 900 metri di altezza, è diventata nel tempo un importante punto di riferimento per gli amanti delle emozioni e delle bellezze naturalistiche, grazie anche alla presenza di 2 vie ferrate, la Via Ferrata Arenazzo e la Via Ferrata Belvedere, i 2 ponti tibetani sportivi e due sentieri naturalistici: il sentiero della Legalità, dedicato al medico sassese Mimmo Beneventano (originario di Sasso) caduto vittima della camorra negli anni ‘80 e il sentiero Frassati, così chiamato in onore del beato Pier Giorgio Frassati che dedicò la sua vita ai bisognosi, ai malati e agli infelici.

In prossimità del centro storico di Sasso di Castalda, è possibile esplorare l’area faunistica del Cervo (Cervus elaphus) che consente agli animali di vivere in condizioni di semilibertà similari a quelle naturali e la faggeta La Costara dove si erge il maestoso faggio di San Michele simbolo del paese, la cui età va dai 300 ai 400 anni, e che nella tradizione Sassese è il primo albero a fiorire preannunciando l’arrivo della primavera.

Manuali scolastici: prof, scegliete chi non disprezza il Sud

di Ciro Esposito

Lo “Sputtanapoli” non passa solo dai libri di storia, ma anche da quelli di geografia. Il primo esempio di discriminazione, denunciato dai Verdi campani, riguarda “Geocommunity”. Per questo manuale di geografia di scuola media edito da Zanichelli, Roma “è il massimo polo d’attrazione come centro culturale e artistico mondiale”; Milano è la prima città “per importanza come centro economico e finanziario”; Torino è “in trasformazione da città industriale a città di servizi”; Genova “ha il primo porto in Italia”; Bologna è la “dotta”; Firenze è Firenze. Napoli, invece, merita di essere citata solo per “l’alta densità” di popolazione e per i suoi “forti problemi sociali”. Per Geocommunity non esistono altre città del Sud meritevoli di menzione: evidentemente Bari e Palermo sono ancora dei villaggi.

Potreste chiedere: e allora, Napoli non ha problemi? Certo che li ha. Tuttavia, i ragazzi che studiano geografia potrebbero sapere che non ha solo quelli, che Napoli è molto di più dei suoi problemi. Questo per tacere dei problemi delle altre città, che infatti vengono taciuti, ovviamente per necessità di sintesi.

Oggi si è aperto un nuovo caso, che è finito anche sul “Corriere del Mezzogiorno”, in un articolo firmato da Luca Marconi.

Il manuale di geografia “Link” (sempre per la scuola media), per invitare gi studenti a riflettere sui problemi dell’ambiente non ha trovato di meglio che pubblicare   una foto che mostra il Castel dell’Ovo che si affaccia su una spiaggia colma di rifiuti. Si tratta di un fotomontaggio, non fosse altro perché davanti al castello napoletano c’è una scogliera e non la spiaggia. La “solita” insegnante terrona protesta: scrive alla casa editrice del manuale, la “Bruno Mondadori Scuola” e pubblica il fotomontaggio sulla pagina fb di un gruppo di insegnanti, suscitando il loro sconcerto. Dagli editori di “Link riceve una risposta surreale (e arrogante): ”La fotografia è realizzata da un’importante agenzia giornalistica, che noi abbiamo pubblicato così com’era, ovviamente senza alcun intervento o ritocco”.

“Link” è già fuori catalogo, ma molti di voi sanno che l’”inciampo” non è isolato. La degnazione, il disprezzo o l’aperto razzismo verso il Sud fanno capolino anche lì dove meno te l’aspetti, diventando, quando non trovano un argine, parte integrante dell’educazione alla minorità dei meridionali.

Gli insegnanti farebbero bene ad aprire gli occhi e a reagire, come è accaduto su tante altre questioni sensibili. A breve i prof dovranno scegliere i libri di testo per il prossimo anno scolastico. Selezionare testi che non maltrattano il Sud sarebbe un gesto importante, di ecologia della cultura.

Primarie Pd. Renzi riprende forza e vince? No, è solo dopato.

di Raffaele Vescera

Primarie Pd. Renzi vince facile nelle sezioni Pd governate dai capetti suoi dipendenti, anche al Sud, ahinoi. in Campania, per dire, c’è De Luca, in Sicilia Crocetta, in Basilicata Pittella e così via, le cui carriere politiche, e anche giudiziarie, in un partito di nominati, dipendono dal capo del partito che, con un sì e con un no, può decidere del loro destino. Solo in Puglia, dove Emiliano è scarsamente ricattabile dal capo e ha la forza per sfidarlo, le cose vanno diversamente, vince il governatore pugliese.

Qualcuno ha fatto il raffronto tra il risultato plebiscitario del Sud contro Renzi del referendum costituzionale del 4 dicembre e quello a suo favore di questi giorni nelle sezioni di partito, leggendolo impropriamente come una “rivincita” dell’ex premier dato in forte rimonta, che dal 70% contro dei voti meridionali sarebbe passato ad averne quasi altrettanti a favore. Il raffronto tra i due voti è però improponibile. Il 4 dicembre hanno votato elettori veri, liberi da incarichi e ricatti di potere, nelle sezioni invece ha votato un folto ceto politico di dirigenti di partito, amministratori locali, sindaci, consiglieri provinciali, comunali e di circoscrizione, portaborse e faccendieri, tutta gente più o meno interessata alla reiterazione del sistema renziano.

Ma non si illudano, il Sud è altro da loro, il M5S è ampiamente la prima forza politica, i movimenti meridionalisti sono in avanzata fase di costruzione e crescita, il Mezzogiorno è in uno stato avanzato antisistema, non certamente contro il sistema democratico, ma contro quello dell’alleanza tra potere finanziario del nord e quello clientelare mafioso del Sud, entrambi minoritari eppure dominanti, in virtù della conquista del maggiore partito dell’ex sinistra che un tempo frenava gli appetiti degli uni e degli altri.

Il Sud vive un momento di riscatto culturale e politico, frutto della consapevolezza dello stato di minorità economico-sociale cui è costretto dallo stato che si fa beffe della costituzione e nega parità di diritti ai cittadini meridionali. Finanziamenti pubblici, per il lavoro, i trasporti, l’istruzione, la salute e quant’altro, tutto è ampiamente meno al Mezzogiorno. Checché ne dicano leghisti e affini. La spesa pubblica dello Stato per il Sud è di appena il 22%, a fronte del 34% della popolazione italiana che vi risiede. Il restante 78% è destinato al 66% di cittadini del Centronord. La sproporzione è vergognosa, persiste da un secolo e mezzo, e spiega l’arretratezza delle regioni meridionali. Vedi i dati pubblicati ieri dal giornalista economico Marco Esposito su Il Mattino di Napoli.

La protesta del Mezzogiorno a tali discriminazioni esplode e si riversa ovunque, dal respingimento di Salvini a Napoli, alla lotta contro la devastazione petrolifera in Basilicata, fino allo scempio del gasdotto in Puglia e ad altre battaglie territoriali. I meridionali non più “sudditi” di clientele politiche ma cittadini consapevoli dei propri diritti, sanno quello che vogliono e non sono più controllabili dai partiti “tradizionali” (affezionati all’italica tradizione della pagnotta, per dire).

Detto ciò, Renzi non avrà vita facile al Sud nei prossimi appuntamenti elettorali, dalle primarie popolari del 30 aprile, alle amministrative di giugno fino alle prossime elezioni politiche. Non si illuda. A proposito di primarie popolari del Pd del 30 aprile, tra gli elettori non iscritti al Pd gira la battuta che una spesa di due euro val bene la soddisfazione di mandare a casa Renzi per sempre. Ne gioverà Emiliano? Vedremo, vero è che il governatore pugliese è molto meno inviso all’elettorato meridionale di quanto lo sia Renzi, visto come il rappresentante del potere finanziario del nord.

Il museo nazionale del paleolitico di Isernia – Un’opportunità unica nel suo genere

Nel cuore del Molise, si trova il bellissimo Museo Nazionale del Paleolitico di Isernia – La Pineta che espone al pubblico gli studi ed i reperti inerenti al il più antico insediamento umano esistente in Europa.

Per l’enorme quantità di reperti rinvenuti o ancora da scoprire, il giacimento preistorico di Isernia rappresenta un sito fondamentale per lo studio della preistoria italiana ed europea, la cui importanza è stata riconosciuta dall’Unesco con l’assegnazione del prestigioso scudo blu, a garanzia di protezione internazionale in caso di conflitti armati e catastrofi naturali. Ciò nonostante il Museo non è stato sufficientemente promosso e valorizzato sul territorio nazionale e meriterebbe di sicuro una maggiore attenzione da parte delle istituzioni centrali oltre che investimenti più cospicui.

Il giacimento fu scoperto in località La Pineta nel maggio del 1979 dal ricercatore Alberto Solinas, durante i lavori di sbancamento per la costruzione della superstrada Napoli-Vasto, e da allora le attività di studio e di ricerca sono state costanti e proficue.

I dati emersi con gli scavi sistematici e con lo studio interdisciplinare hanno consentito di ricostruire il modo di vivere nonché l’ambiente floristico e faunistico in cui viveva l’uomo circa 700.000 anni fa. Nelle ultime campagne di scavo, infatti, è stata rinvenuta una grande quantità di resti ossei animali (bisonti, elefanti, rinoceronti, orsi, ippopotami e cervidi) e di manufatti litici quali schegge, nuclei e debris ricavati da ciottoli in selce o in calcare siliceo. Le affilate schegge prodotte con lastrine di selce lunghe circa una decina di centimetri, presentano in superfice e sui bordi tracce inequivocabili dell’attività venatoria svolta e della successiva macellazione delle carni, tutti segni di un’elevata conoscenza del territorio e
della capacità di utilizzare le carni, le pelli e le ossa degli animali uccisi. La raccolta e lo studio dei dati palinologici, invece, consentono di ricostruire la vegetazione del tempo che doveva essere quella tipica della savana.

Nel 2014 all’interno del giacimento gli archeologi hanno ritrovato il dente da latte di un bambino di 5-7 anni, risalente a circa 600000 anni fa. Si tratta del resto umano pi˘ antico mai trovato in Italia.

Il reperto, per caratteristiche e dimensioni, è stato attribuito all’Homo heidelbergensis, antenato dell’Uomo di Neanderthal che si diffuse successivamente in tutta Europa e si estinse in seguito alla comparsa dell’Homo Sapiens, almeno a partire da 40.000 anni fa. La struttura museale, concepita come un laboratorio permanente, è stata costruita proprio sullo scavo del paleosuolo in modo da consentire al visitatore di assistere direttamente agli scavi effettuati dagli studiosi: i reperti vengono estratti, restaurati, studiati ed esposti in loco, all’interno di uno
spazio polifunzionale.

Il parco archeologico offre un vero e proprio percorso didattico-espositivo attraverso una serie di padiglioni. Il Padiglione degli scavi archeologici copre un’estensione di circa 700 mq, ed oltre a svolgere attività di ricerca scientifica, consente al visitatore la fruizione di quanto è stato raccolto sulle superfici archeologiche del giacimento di Isernia La Pineta. La Sala espositiva ampia circa 65 mq espone, invece, i reperti originali opportunamente restaurati e, sulle pareti, attraverso l’utilizzo di vetrine e pannelli, i temi riguardanti la scoperta del giacimento, le operazioni di scavo e le varie fasi di restauro; il percorso è reso ancor più coinvolgente grazie alla presenza di supporti multimediali digitalizzati che consentono l’interattività tra il Museo ed il pubblico.

Infine il Padiglione didattico (800 mq circa), evidenzia le fasi salienti del percorso evolutivo che l’Uomo ha compiuto nel corso di centinaia di migliaia di anni, dal Paleolitico fino all’Età dei Metalli, con particolare riguardo alla Preistoria molisana. Nel padiglione didattico è anche possibile ammirare la ricostruzione di una capanna paleolitica (foto 4) e la riproduzione del riparo sotto roccia di Morricone del Pesco (Civitanova del Sannio), recante incisioni e pitture rupestri.

Il Museo paleolitico di Isernia per la sua unicità e le notevoli potenzialità, rappresenta uno splendido esempio di quanto sia ricco di storia e di cultura il Mezzogiorno, e di come sia possibile creare occasioni di lavoro preservando la salute e la bellezza dei nostri territori. Infatti il sito dà attualmente lavoro a 25 ricercatori e, grazie all’incremento del flusso turistico registrato negli ultimi mesi, nel 2017 le assunzioni di giovani laureati, magari, potrebbero anche aumentare.

Il gasdotto di San Foca e il credo industrialista

di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, leggendo i commenti a un articolo sulla protesta NO TAP di Melendugno su un noto giornale nazionale sedicente di centrosinistra, mi sono sorpreso non poco nel notare che non ci fosse un solo commento in difesa della protesta. Abbondavano invece commenti sui costi della protesta per il contribuente italiano, sui costi delle opere bloccate, sull’irrazionalità dei manifestanti, sulla pretesa ‘contadina’ di difendere un centinaio di ulivi a fronte degli enormi benefici economici del gasdotto.

Il fuoco di fila contro la protesta è proseguito negli ultimi giorni, e oggi 30 marzo, il direttore del magazine Linkiesta, Francesco Cancellato, scrive un articolo che è diretta espressione di un credo industrialista e tecnocratico che speravamo fosse un morto da tempo. L’articolo di Cancellato propone una serie di argomentazioni che vale la pena affrontare e, contestualmente, criticare.

Lo spettro della Russia, innanzi tutto. Il nuovo gasdotto, si dice, apre il Corridoio meridionale, che non dipenderà dalla Russia e da Gazprom. Parlare di Gazprom oggi in Europa evoca la carneficina ucraina, l’autoritarismo espansionista di Putin e l’occupazione della Crimea. Poiché l’Italia dipende per il 51% delle sue importazioni di gas dalla Russia, meglio dipendere da altri paesi. Condivisibile. Ora, da dove arriva la TAP? Comincia in Grecia, certo, ma il gas arriva in Grecia attraverso la TANAP (Trans-Anatolian Pipeline), a sua volta connessa alla SCP (South Caucasian Pipeline). Da dove parte quest’ultima? Dall’Azerbaigian: una repubblica caucasica in odore di dittatura. Nota per le irregolarità delle sue elezioni e per il suo disprezzo dei diritti umani, l’Azerbaigian è presieduto da Ilham Aliyev, figlio del primo presidente, il ‘padre della patria’ Heydar Aliyev: uno che, in vita, ha imposto il suo nome a strade, mercati, aeroporti e palazzi, oltre a farsi erigere statue un po’ ovunque nel paese. Vale la pena acquisire un partner del genere per sfuggire a Gazprom? Discutibile. Certo, non sarebbe una novità da parte del governo italiano: l’Italia sceglie infatti i suoi partner commerciali secondo criteri che con il rispetto della democrazia non hanno nulla a che vedere. Basti pensare che il secondo e il terzo partner per le importazioni di gas sono la Libia (un’ex dittatura militare, oggi di fatto sotto tutela francese) e l’Algeria (una dittatura militare). Da ciascuno di questi paesi arriva il 13% del gas importato in Italia.

Cancellato si sofferma poi sulla eccezionale densità della rete di gasdotti in Italia, le cui origini risalgono all’opera dell’ENI di Enrico Mattei. Questo, mi sembra, è un punto fondamentale. Mattei, la cui figura è stata mitologizzata grazie a un numero infinito di opere scritte e filmate, si è sempre vantato di aver trasgredito, per dare inizio alla sua rete di metanodotti, qualcosa come 8.000 ordinanze italiane, oltre ad aver autorizzato i suoi tecnici a operare clandestinamente di notte per mettere i sindaci di fronte al fatto compiuto. Si era negli anni ’50. Altri tempi. Le decisioni erano prese dall’alto e imposte ai comuni e alle regioni, lasciando carta bianca ai tecnocrati. È ovviamente un modo di procedere che cozza in maniera stridente con il concetto di democrazia partecipativa che si affermato in Europa negli ultimi decenni: le popolazioni locali devono essere consultate. E tanto peggio se la consultazione richiederà tempo: non siamo obbligati a correre. Ma c’è un altro dato interessante: la rete di metanodotti fu creata in primo luogo in Val Padana, per alimentare le industrie lombarde. 60 anni più tardi, chi è che si spende maggiormente per la TAP? L’industria settentrionale, oltre a qualche notabile locale. Ricadute economiche sul Sud? Poche, rispetto al Centro-Nord.

Ma andiamo avanti nell’articolo: i manifestanti, si dice, si accaniscono sull’espianto degli ulivi: ma tale espianto sarà temporaneo, e gli ulivi saranno poi ripiantati dov’erano. Anche volendo fare affidamento alla buona fede della compagnia che costruirebbe la TAP, la questione simbolica rappresentata dagli ulivi è tutt’altro che banale, e si rifà criteri tutt’altro che irrazionali. Uso una metafora. Immaginate che la Puglia sia una persona anziana (perché parliamo di ulivi secolari), che Melendugno sia una sua gamba, e che un bel giorno un investitore si presenti alla Puglia e dica: “Guardi, la sua gamba è sana, però io le propongo di fare un taglio in mezzo, metterci un pezzo di ferro, e richiuderla. Quel pezzo di ferro le permetterà di guadagnare un po’ di soldi, e le prometto che a lei resterà solo una piccola cicatrice”. È forse irrazionale che l’anziana in questione rispedisca l’offerta al mittente? Ma in realtà un tipo di scenario come quello che ho appena menzionato sarebbe già andare oltre quanto è stato fatto con le autorità o la popolazione pugliesi, poiché almeno l’anziana della metafora è stata consultata dall’investitore.

L’articolo poi sostiene che dal 1970 al 2011 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri, e che il tubo della TAP è spesso 26,8. A parte l’errore macroscopico che si tratta di centimetri e non di millimetri, l’affermazione è semplicemente falsa, come potete verificare qui (scremando un po’: basta selezionare gli incidenti occorsi a tubi maggiori di 10 pollici, che equivalgono a circa 25 cm). Ma se anche l’affermazione fosse stata vera, ciò non avrebbe rafforzato in nulla l’argomentazione dell’autore: il fatto che un evento non si sia mai verificato fino a un certo punto non implica niente sul futuro. Per dire: prima di Three Mile Island, negli Stati Uniti non c’erano stati incidenti nucleari gravi. Ma era possibile che una Three Mile Island avvenisse, ed è avvenuta. Prima della Torrey Canyon non c’erano mai stati enormi sversamenti petroliferi nell’oceano: ma un incidente simile era preventivabile, ed è avvenuto.

L’articolo va poi nel giuridico, dimostrando che la TAP ha le carte in regola, perché il ministro dell’Ambiente nel 2014 e il ministro dello Sviluppo economico nel 2015 hanno dato il via libera. Ora, al netto del fatto che si tratti di ministri del governo Renzi, governo che ha avuto modo di dimostrare più volte la qualità del suo interesse per il Sud, restano ministri del governo nazionale: nessuna autorità regionale o locale è stata consultata. Al contrario quando tali autorità hanno fatto la voce grossa, non sono state ascoltate.

Cancellato vira poi su Emiliano che, a suo dire, si starebbe comportando in maniera contraddittoria, avendo sostenuto la necessità di decarbonizzare l’Ilva ma poi bloccando la TAP. Tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra le due azioni, che anzi sono complementari. Cancellato commenta: “Per [decarbonizzare], ovviamente, serve il gas”. Assolutamente no: non si decarbonizza favorendo la produzione di un idrocarburo, per quanto minore emettitore di gas a effetto serra rispetto al carbone. Decarbonizzare, al contrario, significa usare fonti non carbonate, cioè né carbone né petrolio né gas. In una situazione di emergenza ambientale accertata ormai da più di un decennio dall’IPCC, per promuovere l’uso idrocarburi per sostituire altri idrocarburi bisogna avere uno stomaco molto forte. O, appunto, difendere un credo industrialista.

L’autore gioca poi sull’argomentazione economica: sì – dice Cancellato – per un po’ dovrete sopportare qualche noia, ma poi avrete i soldi: un sacco di soldi. E con quei soldi potrete incentivare il turismo. A prescindere dal fatto che lasciar deturpare un territorio per ricavare dei soldi con cui mettere a posto il territorio deturpato sembra un’idea parecchio contorta, è chiaro che se a San Foca si costruisce il terminale, il turismo è finito. Forse non siamo abbastanza ‘smart’ da capire a cosa servirebbe usare le eventuali royalties per il miglioramento “dell’infrastruttura digitale” invocato da Cancellato. Sicuramente non abbiamo la stessa idea di sviluppo economico. Né la stessa idea di Sud, che Cancellato definisce “la tragedia d’Italia”. Alla luce dei fatti, è piuttosto vero il contrario: è l’Italia la tragedia del Sud.

Una buona giornata

di Raffaele Vescera da Terroni di Pino Aprile
Diario quasi di guerra. Oggi, la consulta di stato autorizza la distruzione paesaggistica di uno dei pezzi più belli della più bella regione del mondo, (secondo Lonely Planet) la Puglia. I manifestanti anti Tap sono stati caricati dalla polizia che ha forzato il blocco pacifico per far entrare le ruspe. (Salvini ne sarà felice?). Il gasdotto transadriatico approderà su un pezzo di costa da mille e una notte. Alla Puglia, e al Sud in generale, non porterà alcun beneficio. Per fargli posto, espianteranno ulivi e abbatteranno muretti a secco che i contadini hanno impiegato secoli a far crescere, proprio oggi proposti quali patrimonio dell’Unesco.
Il gas non sostituirà il carbone delle fabbriche monstre di Puglia, sarà portato a nord per servire l’industria settentrionale, come del resto la tanta energia “pulita” prodotta in Puglia da pannelli solari e pale eoliche che sporcano il quadretto di un meraviglioso paesaggio per far lavorare solo e soltanto sua maestà il nord.
Non è bastata l’opposizione di coraggiosi volontari ambientalisti, di sindaci e istituzioni regionali che hanno proposto valide soluzioni alternative. Con Renzi, la democrazia finisce dove iniziano gli interessi delle multinazionali.
Ancora oggi, apprendiamo che la ministrella della semplificazione della pubblica burocrazia, Madia, ha semplificato anche la sua tesi di laurea, copiandola per 4.000 parole, 20.000 battute circa, come un faticosissimo capitolo di un mio romanzo. In Germania, per una caso simile un ministro si è dimesso immediatamente, in Italia si nasconderà il caso (non ricotta o cavallo) in una Madia, e chi s’è visto s’è visto. Simmme ‘e Firenze paisà, scurdammece ‘o passato.
Sempre oggi, per Bossi padre e Trota, con tesoriere annesso, è stata chiesta la condanna ad un paio d’anni di reclusione per aver sottratto milioni di euro alle casse del partito, ovvero soldi nostri datigli dallo stato, cui apparteniamo (?) anche noi meridionali, insultati quali africani e di conseguenza depredati dalla loro lega padana.
Ancora oggi, Minzolini dopo la vergogna del voto senatoriale concordato per salvarlo dalla decadenza, ha dichiarato che si dimette comunque perché lui è “una persona seria”. Peccato che non abbia aggiunto che il Senato respingerà le sue dimissioni, rinviando la successiva discussione a fine legislatura, rendendo così inefficaci le dimissioni.
E’ l’Italia che va…

Il meridionalismo 2.0 – Idee per una politica radicata ma inclusiva, che superi il problema della diaspora

Con la nascita in Lombardia e nelle altre regioni settentrionali dei Circoli Territoriali di Unione Mediterranea si auspica di impiantare anche nel nord il seme sempre vivo della irrisolta Questione Meridionale. Questo seme di consapevolezza è sempre più presente anche e soprattutto nel meridione fuori dal territorio storico, composto da meridionali che ancora oggi continuano a spostarsi nella parte del paese più avanzata economicamente, e che ha toccato con mano le differenze territoriali nazionali. Il seme è stato rivitalizzato dalle nuove finestre informative offerte dal web e dai testi di libri tematici come Terroni di Pino Aprile e Separiamoci di Marco Esposito, che hanno attualizzato l’annosa Questione con un linguaggio più comprensibile per il lettore, ricco di esempi concreti, misurabili e per questo non opinabili soprattutto per chi vive al nord. L’evoluzione del pensiero politico-culturale di UM potrà pertanto legarsi alla coltivazione di un nuovo metodo Meridionalista figlio di un Meridionalismo versione 2.0, che si differenzia dai metodi legati esclusivamente al territorio storico, troppo spesso inefficaci a causa di contrasti interni.

Ci riferiamo ad un meridionalismo più universale, più vicino al concetto di cultura aperta del mediterraneo, che sappia declinarsi in azioni civiche, politiche e culturali su qualunque territorio in cui esso si trovi. All’interno di tale quadro metodologico, le azioni al nord possono essere realizzate affinché la verità sul dualismo nazionale raggiunga i settentrionali probabilmente ignari che la loro miglior condizione socio-economica ed il territorio meglio fornito di infrastrutture in cui vivono sono conseguenza di politiche di minorità al sud.

Temi come: emigrazione interna, protezione ambientale, protezione della salute, protezione dei consumatori, lotta alla corruzione allo smaltimento illegale dei rifiuti industriali, sono argomenti su cui confrontarci con le istanze sociali del nord e su cui declinare in azioni politiche attraverso una comunicazione empatica-negoziale, usata per vedere il territorio con gli occhi di chi ci vive, nato o immigrato che sia, e che riesca a valorizzare lo scambio di benefici reciproci, cioè che sappia dimostrare con valori misurabili la convenienza per entrambe le parti. Un linguaggio specifico per il meridione fuori dal territorio storico che metta in comunicazione mediterranei emigranti e abitanti del territorio.

(Mozione politica Circolo Ulisse – Lombardia 2015).

Le declinazioni possono concretizzarsi ad esempio attraverso la denuncia in loco di eventi negativi e criminali che il diffuso pregiudizio nazionale è solito accomunare solo al sud oppure evidenziando come la tangente più alta di sempre sia quella del Mose a Venezia, oppure come per la sola Expo in pochi mesi siano state interdette per mafia 70 imprese – più che in mezzo secolo per la Salerno-Reggio -, al punto che si è dovuto nominare un commissario ad hoc, oppure denunciando che il San Raffaele, struttura sanitaria milanese, sia l’ospedale con il record di deficit: da solo più che diverse regioni del sud messe insieme; oppure sottolineando che i rifiuti industriali presenti nelle “terre dei fuochi” del meridione provengano per la maggior parte da aziende con sede legale e operativa nel nord e che queste però abbiano seppellito la stragrande maggioranza dei rifiuti tossici (oltre l’80%) proprio nel sottosuolo del nord.

Poter fare tutto ciò direttamente sul territorio dove questo avviene è importante per scardinare quel pregiudizio che il sud si porta dietro. Il Meridionalismo evolverà in 2.0 quando si svezzerà dallo storico territorio che ne conserverà si i principi, ma lascerà che i figli “all’estero” ne maturino il pensiero più universale attualizzandolo su i territori ospitanti. Dimostrare la possibilità di ottenere benefici reciproci per entrambe le parti del Paese, così come sviluppare politiche economiche e di sviluppo infrastrutturale che puntino ad riequilibrare le differenze attualmente presenti, a causa delle politiche leghiste significa evolvere in un Meridionalismo 2.0.

Dimostrare anche fuori dal nostro territorio storico, che una autostrada o una ferrovia è più utile costruirla in un territorio che ne è carente piuttosto che in uno dove proprio per l’abbondanza nascono movimenti come i NO TAV, è un esempio di Meridionalismo 2.0.

L’azione fuori dal territorio storico non deve essere intesa come sostitutiva bensì come integrativa. E’ da affermare con chiarezza il fallimento di tutti i partiti nazionali nel mezzogiorno, con ricadute non solo su quest’ultimo, ovunque il pensiero del Meridionalismo 2.0 trovi sviluppo. Ribadendo che la vicinanza ai partiti nazionali della tradizione italiana è stata alla base delle incomprensione e delle divisioni di movimenti e partiti meridionalisti.

Meridionalismo 2.0 vuol dire, quindi, omogeneizzare ideologie di destra e di sinistra e volgerle al pensiero più universale come quello del mediterraneo e dei suoi popoli.

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Ringrazio Martino Grimaldi per la preziosa quanto indispensabile collaborazione

MO! – Unione Mediterranea. Circolo territoriale Nord-Ovest

È con immenso piacere che comunico la riapertura del circolo territoriale Nord Ovest. Il circolo inaugura le attività, e le persone che gli hanno dato vita sono chiamate a cogliere una sfida appassionante: trovare la formula per esprimere una proficua politica meridionalista fuori dai propri territori d’origine. Siamo chiamati ad esprimere un contributo dedicato alle nostre terre, ma che sia inclusivo ed arricchente anche nei confronti della collettività che ci ospita.

Domenico Santoro
Responsabile Circolo Territoriale Nord-Ovest

Il Cammino dei Briganti. La nostra Storia in cammino

Il cammino dei Briganti è un percorso che si sviluppa lungo circa 100 km, tra il Lazio e l’Abruzzo, seguendo l’antica linea di confine che divideva lo Stato Pontificio dal Regno delle Due Sicilie e prende il nome dalla via lungo la quale i briganti si spostavano per sfuggire all’esercito sabaudo: uomini e donne del sud che, all’indomani dell’invasione piemontese che costrinse all’esilio Re Francesco II di Borbone, per non sottomettersi all’oppressore preferirono vivere in clandestinità, in questo meraviglioso territorio situato al confine tra due regioni.

Il percorso è praticabile in sette giorni, è un cammino a quote medie (tra gli 800 e i 1300 m. di quota) che si snoda tra la Val de Varri, la Valle del Salto, le pendici del Monte Velino e conduce il visitatore in luoghi ricchi di storia, tradizioni e cultura, immersi in una natura spettacolare, attraversando paesi dove il tempo sembra essersi fermato e l’ospitalità rappresenta ancora un valore.

Si parte da Sante Marie, piccolo paese in provincia dell’Aquila in cui le vicende legate al Brigantaggio hanno lasciato il segno, tanto da indurre il Comune del piccolo borgo ad istituire un Museo del Brigantaggio che raccoglie cimeli, documenti, armi, foto e lettere dell’epoca. Una delle storie più toccanti è quella legata al generale filo borbonico José Borjes, mandato dai Borbone nell’Italia meridionale per riconquistare il Regno di Napoli. Il generale una volta sbarcato in Calabria, entrò in contatto con alcuni briganti – soprattutto con Carmine Crocco -, per poi riprendere il cammino verso Roma e raggiungere Francesco II, ma nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1861 decise di riposarsi presso la cascina Mastroddi, nel Comune di Sante Marie. La presenza del drappello fu segnalata all’esercito sabaudo che attaccò la cascina, e dopo uno scontro a fuoco il generale e i suoi uomini furono catturati e fucilati lo stesso giorno a Tagliacozzo.

Nel dicembre del 2003 l’Amministrazione comunale di Sante Marie, ha posato un cippo marmoreo all’interno della cascina. Il cippo ricorda che in quel luogo l’8 dicembre del 1861 morì la speranza di restituire a Francesco II il Regno delle Due Sicilie, rimuovendo finalmente una vecchia lapide che definiva Borjes e i suoi commilitoni “banditi e mercenari”, secondo una consolidata e parziale interpretazione della Storia ad opera esclusiva dagli invasori.

Da qualche anno l’8 dicembre a Sante Marie, si tiene un’emozionante commemorazione che richiama visitatori da ogni parte della Penisola.

Lasciato il borgo di Sante Marie si prosegue per Santo Stefano, Valdevarri, Nesce (dove passò anche San Francesco d’Assisi nei suoi viaggi), per poi entrare nella regione Lazio incontrando Poggiovalle, Villerose e Cartore, paese del famoso brigante Berardino Viola che insieme ai briganti del Cicolano, dell’Aquilano e della Marsica, formarono la famigerata “Banda del Cartore” e dove è possibile visitare la Riserva Naturale della Duchessa.

Continuando per questo affascinante percorso circolare rientriamo in Abbruzzo, a Rosciolo, nei cui dintorni si rifugiò la banda del brigante Giovanni Colajuda di Tornimparte, per chiudere di nuovo a Sante Marie.

Sette giorni per riscoprire gli antichi sentieri usati dai nostri antenati, per ammirare magnifici boschi, vette, panorami mozzafiato. Tra distese di faggete e castagneti, l’acero di monte e il nocciolo, è possibile scorgere numerosi uccelli tra cui lo sparviero, il picchio rosso e il fringuello, percorrendo una terra che fu abitata dall’antico popolo dei guerrieri marsi, stregoni ed esperti di erbe mediche, presenti nel territorio fin dal V secolo a.C.

L’idea di creare questo cammino ricco di storia e di bellezze naturalistiche è di Luca Gianotti, fondatore e guida de ‘La Compagnia dei Cammini‘, che ha perlustrato l’area rendendola percorribile e creando anche la segnaletica bianco-rossa, secondo gli attuali standard europei.

Da Cantù all’UE: non chiamatela sottocultura, si chiama razzismo

di Pierluigi Peperoni

Troppo semplice definire il razzismo meridionale sottocultura, sminuire il problema non servirà a risolverlo. Non fino a quando tale razzismo sarà funzionale a un sistema fatto di intrecci tra politica e interessi economici. Ma andiamo con ordine…

Da Bizzozero (sindaco di estrazione leghista di Cantù) a Dijsselbloem (Presidente Eurogruppo), in questi giorni siamo stati costretti ad assistere a un rigurgito anti-napoletano e anti-meridionale.

Ecco cosa ha scritto Bizzozero sulla propria pagina FB:

Il web si indigna, ma nessun esponente del mondo politico invoca dimissioni, né annuncia iniziative contro il sindaco settentrionale. Lo stesso Salvini, che pure ha affermato di essere interessato a difendere il mezzogiorno, ha pensato di tacere.

Ecco che a distanza di poche ore Jeroen Dijsselbloem, olandese Presidente dell’Eurogruppo, dichiara in un’intervista:

Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto

In questo caso c’è stata un’immediata reazione da parte degli europarlamentari spagnoli prima, italiani poi che ne hanno chiesto dimissioni. Eppure Dijsselbloem è un socialista e in quanto tale dovrebbe fare della solidarietà il centro della propria azione politica, o almeno questo è quello che pensa il suo elettorato. Peccato che lo stesso Dijsselbloem è stato tra i più intransigenti quando la crisi del debito pubblico ha toccato il proprio apice, soprattutto a danno delle nazioni economicamente più deboli.

Definire il razzismo antimeridionale semplice sottocultura è sbagliato e pericoloso. Si rischia infatti di non dare il dovuto rilievo agli occhi dell’opinione pubblica a questo genere di episodi, innescando così un processo che tende a legittimare queste uscite e dà la possibilità a chi dovrebbe intervenire di evitare scomode prese di posizione. Difficile credere che questo possa succedere davvero: il razzismo è ancora funzionale a ottenere i voti dei settentrionali.
Un po’ come accade nel movimento di Beppe Grillo, con il leader dei 5 stelle che definisce “geneticamente modificati” gli onesti (e ingenui) meridionali del suo movimento, mentre gli attivisti napoletani presentano mozioni a spiccato contenuto meridionalista.

È il bispensiero della politica dei partiti nazionali, dettato dall’opportunismo e dalla necessità di far cassa (o meglio, far voti) facendo leva sulle differenti sensibilità degli elettorati a cui si parla.

Ecco perché a sud bisogna capire che ci dobbiamo difendere da soli, con i liberatori abbiamo già dato.

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