Noi i negri non li vogliamo – I Cuneesi dalla memoria corta

Soffrono di una vera e propria amnesia, o è semplicemente un caso estremo di memoria selettiva quello che spinge i Cuneesi a dimenticare il “grande esodo” che li rese protagonisti, tra il 1876 e il 1914, di una massiccia emigrazione verso paesi quali la Svizzera, la Germania, la Francia e l’Argentina. Erano boscaioli, roncatoli di terra, pastori, mendicanti che quando la crisi agraria colpì il settore contadino preferirono abbandonare le loro terre per sfuggire alla precarietà e alla miseria.

Nel 1876, sul totale dei 34.509 emigranti italiani diretti in Francia, 21.233 provenivano dal Piemonte, in particolare dalle province di Torino e Cuneo. Tra il 1901 e il 1913 partirono alla volta dell’Argentina ben 151.030 piemontesi. Lo sa bene Papa Francesco, figlio di emigranti piemontesi, cosa significa sentirsi lontani dalle proprie radici, e dal Forum su migrazioni e pace lancia l’appello “proteggere i migranti è un imperativo morale”. Ma l’Argentina non accolse i cuneesi con cartelli intimidatori pregni di parole d’odio e razzismo quali “questo non è un consiglio, ma una minaccia, noi i PIEMONTESI non li vogliamo”; l’Argentina decise che gli immigrati dovevano essere integrati attraverso la scuola, l’istruzione e la conoscenza della lingua.

Si vede che la pancia piena rende la memoria corta, e la notizia che la casa delle opere parrocchiali avrebbe ospitato una ventina di migranti è bastata a scatenare un’ondata di odio in due piccole frazioni della provincia di Cuneo (Roata Canale e Spinetta), espressa in modo becero e gretto, attraverso fogli A4 dal contenuto inqualificabile, affissi un po’ ovunque dal portale della chiesa di Roata Canale alle pensiline dei bus, fino ad essere imbucati nelle caselle di posta dei referenti del comitato di quartiere, perché il messaggio fosse chiaro e diretto.

La vicenda è, come sempre, una storia di odio e di egoismo, perché la casa delle opere parrocchiali era stata costruita, anni fa, anche con i soldi degli abitanti delle frazioni per essere adibita ad asilo, poi il Comune ne costruì uno poco lontano e per decenni a causa della mancanza di fondi lo stabile era rimasto inutilizzato. Ora gli abitanti rivendicano il diritto di decidere chi è meritevole di assistenza e di aiuto. I bambini piemontesi sarebbero stati degni di occupare quegli spazi, ma i migranti no, non hanno pari dignità, non sono esseri umani in difficoltà, non rappresentano una risorsa o un arricchimento, ma solo un problema da evitare.

E potremmo pensare che l’iniziativa di pochi non sia sufficiente ad etichettare un intero paese come razzista, ma il problema è che non si tratta di “pochi singoli ottusi”. Il Vescovo di Cuneo, Monsignor Piero Delbosco, il 30 aprile ha incontrato circa 400 cittadini in un’assemblea pubblica e dopo circa due ore di dibattito dai toni accesi, in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, l’incontro si è concluso con un secco: “Non li vogliamo”.

Ma se da una parte questa situazione sta mostrando a tutti le miserie di una comunità quanto meno poco solidale, dall’altra un messaggio di ottimismo e conforto ci viene dalle dichiarazioni del medico locale Corrado Lauro che opera in chirurgia generale all’ospedale Santa Croce di Cuneo. Il 25 aprile giorno della Resistenza dal nazifascismo, il Dott. Lauro, per condannare i toni inaccettabili dei manifesti razzisti, ha minacciato di non garantire l’assistenza sanitaria agli abitanti delle due frazioni di Cuneo, se non in caso di immediato rischio vita. E’ vero, sempre di dichiarazioni si tratta, ma non a caso il manifesto razzista è anonimo, mentre la presa di posizione contro l’egoismo e l’indifferenza porta un nome, un cognome e una faccia, e questa faccia a noi di Unione Mediterranea piace, e pure tanto!!!!

Tempo pieno: la scuola del Sud rivendichi i suoi diritti

di Ciro Esposito

Di fronte all’esodo di decine di migliaia di insegnanti del Sud al Nord si tende a rispondere che “i posti sono al Nord”. Non ci si ci chiede perché mai ci siano così tante cattedre in più nelle regioni settentrionali. Se ce lo si chiede si dà una risposta sbagliata o quantomeno parziale. Infatti,  si chiamano in causa il fenomeno dell’immigrazione (e del decremento demografico al Sud, cui contribuiscono fuga dei cervelli ed emigrazione dei prof).

In realtà i dati veri – guarda caso i meno citati dai media – ci dicono che la sproporzione di cattedre – e di investimenti – tra il Nord e il Sud dipende da altri fattori: al Sud hanno colpito maggiormente i tagli governativi; è al Sud che la dispersione scolastica è più alta; è al Nord che ci sono più insegnanti di sostegno e più, molte più classi che effettuano il tempo pieno.

La differenza tra il tempo pieno al Nord e al Sud è abissale. Il caso – noto agli addetti ai lavori – venne sollevato mesi fa da due deputati meridionali, Luigi Gallo e Maria Marzana, che denunciarono: ”Su un totale di 917058 studenti delle scuole primarie statali che usufruiscono del tempo pieno, ben il 58,5% frequentano scuole del Nord, il 26% scuole del Centro e solo l’11,7% del Sud e delle isole”.

Ora comincia a muoversi anche il movimento sindacale, almeno al livello della denuncia. In questi giorni si sta tenendo il Congresso della Cisl scuola territoriale  e la questione del tempo pieno ha trovato spazio nella relazione della sua segretaria regionale Rosanna Colonna, che a questo proposito si chiede:”Ci sono forse due Italie? Perché non ci può essere la garanzia del diritto allo studio per tutti?”.

Il tempo pieno altrove è una realtà consolidata, che ha dato ottimi risultati nella lotta alla dispersione scolastica.  Per questo la regione Campania non può permettersi di perdere duemila insegnanti che, trasferiti al Nord, sono rientrati per un anno scolastico nelle sedi d’origine grazie all’istituto dell’”assegnazione provvisoria”. A breve si ripeterà la lotteria dell’assegnazione, sembra che per loro il precariato non finisca mai.

La scuola meridionale batta un colpo e rivendichi con maggiore determinazione i suoi diritti: sul tempo pieno si può costituire un’alleanza virtuosa e trasversale tra enti locali, insegnanti, meridionalismo trasversale e variamente inteso.

Io accuso – In memoria di Peppino Impastato

Oggi è il 9 maggio. Oggi commemoriamo il martirio di Peppino Impastato. Quel Peppino Impastato che è diventato un vero e proprio vessillo avverso al cancro mafioso. Un santo laico che ha assunto i tratti ideali dell’eroe Gucciniano. Giovane e bello ci appare Peppino. Molti cedono al fascino angelicante di simili figure, scremando l’uomo ed assumendo l’icona.

Così Peppino Impastato diventa un abito per tutte le stagioni dell’antimafia, e miracolosamente si adegua ad ogni drappeggio politico o filosofico di chi combatte la piovra (o di chi dice di farlo). Questo, da un lato, fa un torto all’uomo Impastato ma dall’altro sopperisce ad una esigenza chiara. Chiunque combatta un nemico compatto dovendo contare su forze eterogenee sa bene quanto servano gli stendardi sotto i quali aggregare le proprie schiere. Lo avrebbe capito anche lui.

Oggi MO! – Unione Mediterranea non vuole usare questo torto a Peppino. La sua via non è esattamente la nostra, anche se ne condividiamo lunghi tratti. Noi oggi vogliamo, col cuore in mano, commemorare l’uomo, non la bandiera, e quindi non avocheremo nessuna paternità fittizia da parte sua.

Quello che però possiamo fare in totale autonomia, nel pieno rispetto per Giuseppe, è affermare senza alcun tentennamento che la sua battaglia contro la mafia è anche la nostra. Che onoriamo e ricordiamo con trasporto un figlio della nostra terra che per la nostra terra è stato chiamato a compiere il sacrificio estremo.

È proprio per continuare a combattere chi lo uccise che MO! – Unione Mediterranea punta il dito in faccia ai vari Badalamenti, Pesce, Bidognetti, Provenzano.

Ma non solo a loro. I mafiosi sono solo parte del problema. Puntiamo il dito contro questo stato che è da sempre alleato ed ha concesso dignità istituzionale alla mafia. Accusiamo platealmente questo stato di essere in rapporti di stretta collaborazione con la criminalità organizzata.

Accusiamo questo stato di essere corresponsabile e mandante della morte di Peppino, essendo contiguo al fenomeno mafioso e di conseguenza non titolare di una seria lotta nei confronti di quest’ultimo. Accusiamo questo stato di stare dalla parte sbagliata. Quando il governo italiano ha deciso di quale “parte di se” sbarazzarsi ha deciso di abbandonare (fra le altre) persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino o il generale Dalla Chiesa, conservando perversi vincoli con chi, ai maxiprocessi, siede dietro le sbarre.

Nulla di cui stupirsi, comunque. Nel triste maggio del 1978, chi deteneva il potere pubblico, abbandonava anche Aldo Moro. L’ennesimo suo uomo sacrificato sull’altare dalle trame oscure. Le scelte di campo del governo italiano sono purtroppo sempre state chiaramente orientate.

Probabilmente saremmo stati avversari politici di Peppino, ma ci onoriamo di combattere lo stesso nemico

La lega va alla guerra (sì, ma interna)

di Raffaele Vescera

La Lega va alla guerra. No, non si tratta di una guerra da fare elmi cornuti in testa e spada di latta agitata contro un “terun” immaginario, lo scontro è tutto interno. Il giorno “dell’orgoglio terrone”, recentemente svoltosi a Pontida alla presenza di quattromila partecipanti, convenuti non solo dal Sud per dire no al razzismo e alla politica antimeridionale della Lega, ha sortito l’effetto di scatenare l’opposizione interna che rifiuta il nuovo corso salviniano. Il pacifico concertone con i migliori musicisti partenopei, il civile comportamento dei partecipanti che non hanno lasciato un pezzo di carta sul prato, l’assurda chiusura di ogni attività della cittadina simbolo della farlocca storiella padana, decretata dal sindaco leghista con la cancellazione sul muro d’ingresso del paese della scritta “Padroni a casa nostra” e gli abitanti rintanati nelle case, ha provocato un vero e proprio choc nei militanti leghisti.

Responsabile dell’evidente beffa subita in “casa propria”, è ritenuto Salvini il quale con il suo fallimentare tentativo di conquistare il Sud alla politica leghista avrebbe scatenato le ire e le ritorsioni dei “terun”. Così, sullo stesso muro di Pontida, nei giorni scorsi è apparso lo striscione «Il popolo padano non vuole un segretario itagliano: Salvini fora da i ball» accanto alla scritta spray contro il sindaco «Carozzi dimettiti».

Ma questo è stato solo il primo segnale scatenante, dopo le passate critiche di Bossi alla politica nazionale di Salvini, oggi è sceso in campo Gianni Fava, assessore di Maroni, che si presenta come l’anti-Salvini e critica aspramente la deriva estremistica di destra della Lega: “Che c’entra Le Pen con noi? Bossi voti per me, dobbiamo tornare alla nostra politica tradizionale, limitata alle questioni del Nord”, ha dichiarato Fava, il quale ha aggiunto che sfiderà Salvini al prossimo congresso della Lega previsto nel mese in corso. Mentre Bossi, accompagnandolo in giro nelle sezioni della Lega, riferendosi a possibili brogli congressuali, ha detto: “Se succede qualcosa nella Lega, Salvini è un uomo senza sedia e quindi è un uomo morto”, Si prepara dunque una notte dei lunghi coltelli all’interno della Lega?

Ma l’oggetto del contendere non riguarda solo il mancato e per certi versi impossibile sfondamento a Sud della Lega Nord, la cui politica antimeridionale e razzista agli occhi degli abitanti delle ex Due Sicilie la fa apparire come il nemico numero uno, la stessa incursione di Salvini a Napoli ne ha dato prova. La contesa principale, molto probabilmente, riguarda il prossimo futuro di governo del centrodestra. Una Lega che va a braccetto con i gruppetti neonazisti, in chiave anti immigrati, potrebbe creare qualche imbarazzo alla grande alleanza anti Movimento Cinque Stelle, da qualcuno ipotizzata e comunque lasciata intendere dalle parole di Renzi. Non è la prima volta che il Pd, anche nelle sue passate versioni, ha fatto ricorso ad alleanze “impure”, complice Berlusconi. Lo stesso Bossi spingerebbe in questa direzione, anche motivato dalla possibile condanna chiesta dal Pm di Genova nel processo che lo vede coinvolto nella truffa da 56 milioni di euro. Un volemose bene tra Pd e centrodestra metterebbe al sicuro il sistema vigente che fa dell’Italia il paese più corrotto d’Europa, secondo solo alla Bulgaria, dando loro speranze di lunga impunità.

“Non siamo tutti leghisti, qui” – MO! Unione Meridionale a Pontida per la Giornata dell’Orgoglio Antirazzista e Meridionale

di Salvatore Merolla

In un bellissimo e soleggiato sabato di aprile si è svolta a Pontida la prima manifestazione dell’orgoglio antirazzista, migrante e meridionale. La piccola cittadina bergamasca ospita ogni anno il raduno della Lega Nord ed è stata per questo scelta come perfetta location per l’organizzazione di un festival antirazzista che fosse l’antitesi del raduno dei verdi e cornuti leghisti. All’avvicinarsi al luogo dell’evento si notava la presenza sempre più massiccia di forze dell’ordine, pronti a chissà quale guerriglia portata dai terroni sporchi, brutti e cattivi. Dopotutto parliamo di una città completamente blindata per ordinanza del sindaco, leghista, che ha ordinato la chiusura di strade, negozi, scuole, uffici comunali, poste e perfino cimitero, perchè si è ravvisato un “grave pregiudizio dell’incolumità pubblica per l’insorgere potenziale di episodi criminosi”. Che dire, se non che i leghisti ci hanno abituati da anni alle chiusure, soprattutto mentali.

La manifestazione inizia e gli artisti che si alternano sul palco sono tanti, l’atmosfera è stupenda e il clima piacevole fa la sua parte. Non solo terroni ovviamente tra il pubblico, il filo conduttore è l’antirazzismo e in esso convergono forze di diversa provenienza geografica e politica, dai gruppi identitari (meridionali, veneti e sardi) ai movimenti antirazzisti di ogni parte d’Italia, Lombardia compresa. Non pochi neanche i curiosi del posto che facevano capolino per vedere con i propri occhi cosa stessero combinando questi invasori meridionali. Ovviamente l’unica invasione che si presentava dinnazi a loro era quella pacifica fatta di messaggi di fratellanza, ottima musica e buon cibo del sud, come la nduja di Spilinga che in tanti hanno gustato al nostro gazebo mentre chiedevano informazioni sul mondo meridionalista. Arriva anche chi si sente in dovere, da lombardo, di prendere le distanze dalla Lega, come un partecipante di Bergamo che ci dice “è bellissimo, qui non ho mai visto una cosa del genere… ditelo anche giù, non siamo tutti come i leghisti”.

In chiusura di concerto siamo intervenuti dal palco con Domenico Santoro, che ha ricordato come ancora oggi i meridionali siano costretti ad emigrare per mancanza di prospettive nel proprio territorio, ponendo l’accento sulla differenza tra emigrazione e mobilità e ricordando quanto scritto nell’articolo 11 della carta dei Principi:

“Unione Mediterranea distingue tra emigrazione (piaga sociale espressione di schiavitù e sottomissione) e mobilità (virtù sociale espressione di libertà e apertura). Si impegna con ogni mezzo, nel rispetto dei valori del movimento, a contrastare la prima (anche con la promozione delle condizioni socio economiche atte a favorire il ritorno nella terra natia) e a non ostacolare la seconda.”

Ci auguriamo che questa bella esperienza possa avere un seguito, magari con un “Terron Pride” annuale che veicoli ancora meglio il grido della parte di paese che non vuole più essere considerata cittadinanza di serie B.

Sportello antidiffamazione a Napoli: un esempio da estendere e approfondire

di Ciro Esposito

Il Comune di Napoli ha istituito lo sportello “Difendi la città”, con il compito di raccogliere le segnalazioni dei cittadini relative alle offese diffamatorie contro Napoli. Non si tratta di perseguire le critiche all’amministrazione, come pure sta scrivendo qualche penna importante (e intinta nel veleno) della stampa nazionale. In realtà la differenza tra critica e diffamazione è evidente, non serve rimestare nel torbido. Non ci sarà nessun automatismo: il cittadino segnala, l’Avvocatura valuta se procedere o meno. Certamente, uscite come quella del Sindaco di Cantù (“Napoli fogna infernale”) o quella precedente di Roberto Calderoli (“Napoli fogna da bonificare”) sarebbero prese in considerazione.

Negli ultimi anni si è prodotto un circolo vizioso: giornalisti in cerca di notorietà, politici in affanno o starlette televisive in ombra, la sparano grossa su Napoli, sollevano un polverone, finiscono sui giornali, vengono ospitati in tv e dividono il web… raggiungendo così il proprio obiettivo. Non rispondere significa far passare il loro messaggio, rispondere vuol dire fare il loro gioco. Ora, sapendo di rischiare più facilmente una querela e di essere colpiti nel portafogli, saranno più attenti.

Lo “sportello antidiffamazione” si inserisce nel progetto “Napoli Autonoma”, la cui delega è stata affidata a Flavia Sorrentino, la capolista di “MO! Unione Mediterranea” alla passate elezioni comunali, che prosegue così il suo impegno meridionalista. Lo stesso Sindaco De Magistris sottolinea il legame tra lo sportello e il rilancio della città: in una società fondata sulla comunicazione, la reputazione ha ancora di più un valore economico. In questo caso l’immagine non ha nulla di effimero o di estemporaneo.

L’iniziativa del Comune di Napoli potrebbe essere estesa e approfondita. Infatti, pur senza tirare in ballo le tifoserie degli stadi,  i casi di insulti, offese e vere proprie discriminazioni ai danni dei meridionali (e non solo dei napoletani) sono frequenti e non sembra che siano in diminuzione. All’estero abbiamo degli esempi – non dico dei modelli – che sarebbe utile studiare.  Una su tutte, l’attività dell’Anti-defamation League, fondata nel 1913,  che ha avuto un’importanza storica nel contenere la diffusione dell’antisemitismo negli Stati Uniti.

Davanti a me ho l’immagine di quell’insegnante mortificata cui il Dirigente Scolastico di un istituto del Settentrione strappò in faccia la richiesta di usufruire della Legge 104: “Tanto a Napoli sono tutte false!”. Il sindacato fece rientrare quella prepotenza, ma se il Dirigente avesse saputo di un’associazione antidiscriminazione a tutela dei meridionali, probabilmente non si sarebbe permesso quell’abuso.

Una Pontida migrante ed antirazzista, alla quale MO! – Unione Mediterranea aderisce con gioia

di Raffaele Vescera

Il 22, nella cabala napoletana, è il numero dei pazzi e i napoletani hanno avuto la pazza idea di andare a Pontida, il 22 aprile. A far che? Per contestare il giorno della manifestazione commemorativa dei leghisti di un’inesistente Padania e un improbabile Alberto da Giussano e per festeggiare “l’orgoglio terrone e antirazzista”. No, non c’entra con i film di Checco Zalone e la pipì nell’ampolla dell’acqua del Po, la storia è vera, neomeridionalisti e centri sociali, non solo napoletani ma in partenza dall’Italia intera, stanchi di decenni di insulti e di vessazioni anti Sud da parte della Lega Nord, si organizzano per invadere pacificamente e festosamente la cittadina di Pontida con mandolini e tamburelli, allo scopo di mostrare ai “travestiti barbari cornuti” un modo meno cupo di stare insieme.

Salvini grida alla provocazione contro il sabato del villaggio e il sindaco leghista di Pontida, spaventato dall’arrivo dei terùn, ordina con un editto il coprifuoco totale del paese con chiusura del traffico, di tutti gli esercizi pubblici e commerciali, cimitero e farmacie comprese. Al che, i meridionalisti hanno risposto che la provocazione l’hanno subìta loro, con la forzata visita di Salvini a Napoli, e che a Pontida andranno già muniti del necessario, pizze, birre e aspirine in caso di mal di testa nel sentire le fregnacce razziste solitamente divulgate nelle nebbiose vallate subalpine, in quanto al cimitero sperano di non averne bisogno e per i certificati comunali, impossibili da chiedere agli uffici chiusi, sarà affare dei paesani.

Perché arrivare a tanto, vi chiederete? Provate voi a subire per un quarto di secolo ingiurie e insulti di ogni sorta, che vanno dal “terroni scansafatiche” al “tutti furbi e mafiosi”, dopo aver buttato il sangue da emigrati, in dieci milioni, nelle industrie del Nord per arricchirlo. Al Sud è ormai opinione diffusa che la Lega Nord sia stata inventata a fine anni ’80 dagli industriali settentrionali per fermare lo sviluppo del Mezzogiorno, che in quegli anni, crescendo più del Nord, grazie alla vituperata eppure efficace Cassa del Mezzogiorno, aveva fermato l’emigrazione della propria manodopera, facendola mancare alle fabbriche padane.

Quella Cassa del Mezzogiorno, accusata di ogni misfatto e ruberia, che assorbiva appena lo 0,5% del Pil nazionale, ridusse il divario economico Nord-Sud dal 53% del dopoguerra al 67% di fine anni ’80. Così continuando ancora per vent’anni, l’avrebbe azzerato, unendo per davvero l’Italia e gli italiani. Invece, a vent’anni dalla chiusura della Cassa, il divario del Sud rispetto al Nord è ritornato prossimo alla fatidica soglia del 50% del dopoguerra. Le nazioni industriali hanno bisogno di colonie, d’oltremare o interne che siano, per approfittare delle sacche di disoccupati da usare quale manodopera a basso prezzo. Più di tutto spaventava la crescita industriale del Mezzogiorno in grado di fare concorrenza a quella del Nord, mettendola in crisi.

I leghisti lamentavano l’ingiustizia dei fondi addizionali per il Sud, appena mezzo punto del Pil, dimenticando che gli investimenti ordinari dello stato per il Sud erano di dieci punti inferiori al dovuto in rapporto agli abitanti, mediamente inferiori del 40% a quelli fatti per il Nord. Quel 40% di differenza che segna la ricchezza pro capite tra un italiano e un “diversamente italiano” abitante al Sud. Dicevano che i politici meridionali rubavano soldi alla Cassa del Mezzogiorno, vero, ma che forse le ruberie ben più grandi dei politici settentrionali, lombardi in testa, hanno fermato gli investimenti statali al Nord?

Le tensioni sociali nascono dalle ingiustizie, non è necessario ricordarlo, e se al danno economico subìto dal Mezzogiorno si aggiungono gli insulti ai suoi abitanti, definiti “topi di fogna da sterminare con il fuoco del Vesuvio”, si capisce la reazione in atto al Sud. A Pontida non ci andranno solo i centri sociali napoletani, ci saranno anche i movimenti meridionalisti organizzati, quali “Unione Mediterranea”, ben lontani dalla jacquerie e dalle violenze di piazza. Ci andranno per festeggiare “l’orgoglio terrone” con canti e balli, ma molti sospettano anche che faranno tremare Pontida con una sonora pernacchia corale all’indirizzo della controparte, che riunisce leghisti e neofascisti in un antistorico ritorno al razzismo.

Tuttavia, tutto ciò non garantisce lo svolgimento pacifico della giornata, considerando la possibile presenza di provocatori organizzati, solitamente usati nelle manifestazioni di piazza per giustificare il ricorso al manganello e per squalificare i manifestanti pacifici. Cossiga dixit. Si spera che il buonsenso dei partecipanti sappia riconoscere e allontanare tali inquietanti presenze.

Mega-deposito Q8/Energas a Manfredonia: decisione del MISE rinviata a data da destinarsi e nuove speranze di vittoria per i cittadini

Per chi non fosse ancora a conoscenza di tale vicenda, la ditta Q8/Energas di Diamante Menale, imprenditore di Napoli, alla fine degli anni ’90 siglò un accordo col Comune di Manfredonia per installare un mega-deposito di GPL nei pressi della città sipontina, precisamente in località Santo Spiriticchio.
Dopo tanti anni di silenzio, i termini dell’accordo sono partiti all’incirca 2-3 anni fa e da allora tutti i manfredoniani si sono attivati per bloccare tale pericolo per le seguenti ragioni:

1) E’ pericolosissimo, poiché una minima scintilla scatenerebbe un’esplosione che raderebbe al suolo l’intera città e le aree limitrofe, dato che il GPL, che, secondo i piani, dovrebbe essere trasportato e scaricato dalle navi presso il fatiscente Porto Industriale “Alti Fondali”, ormai ai limiti dell’agibilità, giungerà da lì fino al mega-deposito tramite un tubo sottomarino che per l’appunto attraversa parallelamente quasi tutta la cittadina;

2) Il tubo distruggerebbe l’intera fauna e flora sottomarina, poiché il GPL, essendo una miscela di idrocarburi molto fredda, andrebbe costantemente riscaldato per evitare problemi nel tubo, scatenando di conseguenza danni indicibili nelle immediate vicinanze per via delle alte temperature;

3) Il mega-deposito dovrebbe essere costruito in un’area naturalistica protetta, ovvero Santo Spiriticchio, parte integrante del Parco Nazionale del Gargano, e nei pressi della base NATO dell’Aeronautica Militare di Amendola, provocando quindi un ulteriore danno all’ambiente e divenendo un potenziale obiettivo molto ambito da eventuali terroristi;

4) L’area scelta per la costruzione dell’impianto è una zona altamente sismica, poiché vicina a ben tre faglie particolarmente attive: la faglia di Rignano, quella di Mattinata e quella di Candelaro.

Il 13 novembre 2016 i manfredoniani sono stati chiamati al voto per un referendum consultivo, con la schiacciante vittoria del NO al deposito, raggiungendo il 96,02% dei cittadini contrari ma, almeno fino a qualche giorno fa, aleggiava ormai da tempo il forte timore che tale votazione fosse finita nel dimenticatoio, poiché oscurata dai troppi interessi economici in ballo nel Golfo di Manfredonia, minacciato ora, tra l’altro, anche dall’approdo di un metanodotto della SNAM e da un parco eolico offshore della ditta tedesca WPD, che danneggerebbero ulteriormente la già martoriatissima costa.

Per questa motivazione, il Circolo Territoriale di Capitanata, BAT e Bari “Matteo Mangiacotti”, durante l’evento serale tenutosi in Piazza del Popolo a Manfredonia il 18 marzo, si è alleato, a nome di MO! – Unione Mediterranea, con Manfredonia Nuova, principale movimento politico della città impegnatosi seriamente a contrastare questi “ecomostri”, affiancato anche dalle numerosissime associazioni di cittadini ed attivisti, tra le quali spiccano anche i 5 Stelle del gruppo Manfredonia in Movimento Amici di Beppe Grillo, e, tutti insieme, hanno portato avanti la lotta, giungendo fino a Roma, nella mattinata di giovedì 13 aprile, quando i suddetti movimenti, appoggiati sul posto anche da noi di MO! – Unione Mediterranea, tramite i membri del Circolo Territoriale di Roma, si sono recati dinanzi alla sede del Ministero dello Sviluppo Economico in via Molise per manifestare e rendere nota la loro contrarietà al progetto, proprio mentre era in corso la conferenza decisoria negli uffici del MISE, alla quale ha preso parte il sindaco di Manfredonia Angelo Riccardi.

Dopo ore di continue proteste e dopo una lunga attesa, il primo cittadino di Manfredonia si è incontrato con i manifestanti, capitanati dal leader e consigliere comunale di Manfredonia Nuova Italo Magno e da Gianpaolo de Giorgio e Luigi Starace di Manfredonia in Movimento, e ha riferito loro che il MISE ha determinato la sospensiva dell’incontro a data da destinarsi, poiché il sindaco, come rappresentante del Comune di Manfredonia, appoggiato dalla Regione Puglia, dichiaratasi ufficialmente contraria al progetto di Menale in seguito al risultato del referendum cittadino del 13 novembre, ha sottolineato l’importanza di effettuare ulteriori rilievi per quanto riguarda l’impatto paesaggistico ed urbanistico e l’agibilità del Porto Industriale “Alti Fondali”, prima di emettere la sentenza finale.

“Non è quindi una questione di interessi politici”, come affermato dal sindaco, “ma di valutazione tecnica e di sicurezza dei cittadini e dell’intera area di Manfredonia”, questioni entrambe accettate dal Ministero, il quale ha fornito, agli enti preposti per i nuovi rilievi, 30 giorni di tempo, a partire dalla pubblicazione dell’esito della conferenza del 13 aprile, per consegnare i risultati ed indire dunque il nuovo incontro per decidere una volta per tutte le sorti della città fondata da Manfredi di Svevia, famosa anche come la “Porta del Gargano”, con la speranza che, almeno per una volta, le richieste dei cittadini vengano esaudite.

La proroga bilancio alle città metropolitane – Storie di ordinario colonialismo interno

da un articolo di Desire Rosaria Nacarlo

Il 9 aprile scorso Luigi De Magistris, ha affidato ad un post facebook uno sfogo indirizzato al Governo Gentiloni. La questione affrontata dal sindaco di Napoli è EMBLEMATICA DELL’ATTEGGIAMENTO COLONIALE ad oggi ancora presente nel DNA nord-centrico del governo Italiano.

Il busillis della questione è un decreto legge ad hoc varato dall’attuale governo, e teso a prorogare il limite del 30 giugno per l’approvazione dei bilanci delle città metropolitane. Milano, Torino e Roma sono in estrema difficoltà e rischiano di bucare la data. Il sindaco di Milano, allora, ha chiesto ed ottenuto l’intervento del Governo.

Nulla di male fin qui. Certo, se la cosa fosse partita da Napoli avremmo assistito alla solita processione dei sicofanti che, popolata dai vari Facci, Giletti, Bizzozzero (per citarne un paio) e con in testa Matteo Salvini, avrebbe fatto scempio delle proprie vesti al grido di “Sud assistenzialista”. Fortunatamente la richiesta è targata “capitale morale” quindi la manfrina ci viene risparmiata.

Capita, invece, che a Napoli il bilancio sia già in ordine ed approvato al 31 gennaio, e che il buon lavoro delle amministrazioni attuali abbia fatto “sparagnare” all’area metropolitana 500 milioni. Non ditelo ai Leghisti, ma quei soldi ci sono e potrebbero essere impiegati per la più grande opera di messa in sicurezza dal 1980 in qua. Già, potrebbero. Perché usiamo il condizionale? Semplice! Perché lo stato blocca quei fondi in base ai vincoli di bilancio, e lo fa anche potendolo evitare. Basterebbe una norma per svincolarli.

Invece ci si trova, da un lato, a derogare, prorogare, concedere alle amministrazioni PD e 5stelle del centronord, e dall’altro a tenere Napoli (ed osiamo dire “tutto il sud”) con la testa sott’acqua. Basti pensare al fatto che il comune di Napoli, in regime di riequilibrio, sta facendo i salti mortali per far quadrare i conti, anche a fronte dei continui tagli ai comuni e – ad esempio – ad un blocco per 80 milioni derivante da un pignoramento datato al 1980! Sbloccare quei 500 milioni a livello “metropolitano” potrebbe essere equivalente alla boccata d’ossigeno che giustamente il governo vuole concedere a Milano, Torino e Roma.

Niente illusioni. Nessuna azione in tal senso è prevista. In puro stile colonialista sabaudo (e dire che siamo nel 2017!) Pantalone il lamentoso viene foraggiato (ma non smette di lamentarsi). Pulcinella invece è preso a calcioni nel sedere, e deve pure sentirsi dare del mariuolo inefficiente anche in presenza di fatti che provano il contrario.

Eppure “[…] noi non vogliamo le leggi speciali come vi chiedono quelli che le hanno già avute. Noi non vogliamo privilegi. Noi che amministriamo senza soldi, ma in autonomia e con tanta onestà, vi chiediamo il giusto – per non andare in agonia per colpa di uno Stato ingiusto e iniquo -, quello che ci spetta da tempo e voi lo sapete.”

“Da noi la pazienza per le ingiustizie è terminata.”

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