Grazie Pietro. Uni ricordo del grande Mennea

Pietro Mennea non era simpatico. Era spigoloso come il suo volto, e ancora più spigoloso diventava nello scatto finale, quando sembrava che anche gli zigomi, il mento prominente con la scucchia alla Totò e gli occhi fuori dalle orbite partecipassero allo sforzo di superare i limiti del corpo e dello spazio per tagliare il nastro. Quando correva diventava un arco di nervi teso a scagliare la freccia oltre il traguardo. E freccia del Sud fu battezzato quel ragazzo di Barletta che riuscì a bruciare fior di velocisti da mosca bianca in una selva nera di gazzelle. Il suo mito aveva battuto in velocità il suo medagliere, la sua fama era corsa più veloce dei titoli olimpionici che non furono poi così generosi con lui. Ma Mennea diventò metafora del Sud che vuol colmare con uno scatto e un colpo di reni il divario col resto d’Europa. La sua faccia tesa riassumeva lo sforzo di volontà, la concentrazione dopo la fatica, l’orgoglio del meridione e pure la smentita simbolica che la lentezza e l’inerzia fossero la condanna fatale del Sud. Piè Veloce e la Tartaruga … Ma Mennea fu il precursore dell’exploit pugliese degli anni seguenti. Mennea ha bruciato sul tempo la sua generazione e, dopo una rapida malattia, da scattista, ha tagliato il traguardo della vita. La vita è volata, resta nel mito la velocità

Così viene ricordato il grande Pietro Mennea in Ritorno al Sud, di Marcello Veneziani, Ed. Mondadori-2015. Un libro tutto da leggere per ricordare chi siamo noi meridionali e da dove veniamo.
Senza alcuna rivendicazione politica e con un po’ di malinconia, ma con una profonda analisi su chi eravamo, cosa stiamo perdendo e cosa abbiamo già perso. Essere mediterranei deve tornare ad essere un orgoglio. Scegliere di restare, un diritto fondamentale.

Nel quarto anniversario della morte di Pietro Mennea, vogliamo ricordare come la forza di volontà di un uomo può portare a risultati grandiosi. Nato in una modesta famiglia di Barletta, oltre a raggiungere il livello di mito dell’atletica leggera italiana con i suoi record nei 100 (ancora imbattuto a livello nazionale) e nei 200 m del 1979 (rimasto imbattuto per 17 anni a livello mondiale ed ancora insuperato a livello europeo), egli rappresenta il modello da seguire non solo per gli sportivi. Si laureò in: giurisprudenza, scienze motorie e sportive e lettere. Fu parlamentare Europeo e Professore universitario. Terminata la carriera sportiva, lavorò come commercialista, avvocato, insegnante di educazione fisica e curatore fallimentare.

Più che per i suoi risultati, a nostro avviso, preferirebbe essere ricordato per i principi di cui si fece portavoce. Per prima cosa, la sua persona dimostra che, in ogni ambito, volere è potere. Non solo. Infatti, fu fondatore della onlus Fondazione Pietro Mennea. Da come si legge sul relativo sito, “Scopo della Fondazione, priva di ogni fine di lucro, è l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale. Infatti, lo scopo primario della Fondazione è di carattere filantropico, ossia effettuare donazioni costanti nel tempo ed assistenza sociale ad enti caritatevoli o di ricerca medico-scientifica, associazioni culturali e sportive, attraverso progetti specifici e concreti, che avranno carattere di massima trasparenza. Lo scopo secondario è di carattere culturale, e consiste nel diffondere lo sport ed i suoi valori, nonché promuovere la lotta al doping, che è diventata una triste piaga per lo sport e la nostra società.”

Sebbene possiamo immaginare quanto enormi siano stati i suoi sacrifici, Mennea si è più volte dichiarato fortunato ma non ha mai dimenticato le sue origini e le persone meno fortunate di lui. Valori da condividere pienamente, indipendentemente dalla lotta politica che portiamo avanti. Simbolo del fatto che ognuno di noi ha la responsabilità di essere cittadino e di dare il proprio contributo, nella forma che ritiene più opportuna, alla propria comunità.

Grazie Pietro!

Il paradiso vestito da inferno – La Calabria e le sue bellezze

Anche Repubblica.it se ne è accorta. Sembra quasi che ultimamente ci sia grossa attenzione sull’ultima regione d’Italia. Senza l’aiuto di politica, i Calabresi si stanno dando da fare per far conoscere le loro bellezze. Tante individualità che stanno dando il loro contributo per una causa comune: far tornare grande una delle regioni culla della Magna Grecia. Inutile qui riportare quanto descritto nel buon articolo di Anna Maria De Luca nei dettagli.

Una Sila affascinante che si sta facendo conoscere per le sue bellezze artistiche e naturali. La locomotiva turistica che da Moccone a Camigliatello, attraverso un magnifico parco Nazionale. Monasteri le cui origini si datano in priodi diversi sono nascosti come tesori nell’entroterra calabrese: il misterioso complesso monastico fondato, sullo scorcio dell’XI secolo, da San Bartolomeo di Sìmeri (1050-1130, l’abbazia di San Gioacchino da Fiore a San Giovanni in Fiore. Non si può dimenticare il museo diocesano di Rossano, dove è custodito l’importantissimo Codex Purpureus, contenente il testo greco dei vangeli di San Marco e San Matteo e le Chiese in cui sono esposte solo alcune delle opere di Mattia Preti, grande artista calabrese, non ancora molto conosciuto fuori regione ma attivo a Napoli, Roma e Malta.

A tutto ciò possiamo aggiungere, scendendo più a Sud, nel cuore delle Serre Vibonesi, ricadenti all’interno del Parco Naturale Regionale delle Serre, altre due grandi bellezze. La prima, ancora oggi importante punto di riferimento per l’ordine certosino, la seconda d’Italia dopo quella di Padula per estensione ma la prima ad essere fondata nel Sud Italia: la Certosa di Santo Stefano a Serra San Bruno. Fondata nel 1099 da San Bruno da Colonia, su un terreno donatogli dal conte Ruggero di Altavilla, è immersa nella natura incontaminata dei boschi delle Serre e fu visitata dai Papi Giovanni Paolo II (1984) e Benedetto XVI (2011). Sebbene inaccessibile ai turisti per rispetto della regola monastica che impone ai monaci l’isolamento, un museo ricavato all’interno delle sue mura permette di ben percepire l’atmosfera tutta particolare di questo posto.

La seconda, la Cattolica Di Stilo, nel comune del filosofo ribelle e geniale Tommaso Campanella, è una Chiesa in stile bizantino molto particolare. A pianta quadrata, presenta una forma pressoché cubica. È candidata a diventare patrimonio dell’UNESCO ed è un altro simbolo del periodo greco-bizantino Calabrese.

Non si può poi fare a meno di citare la basilica che si trova a Roccelletta di Borgia all’interno del suggestivo Parco Archeologico di Scolacium, antica città dalla storia millenaria, il cui cittadino più famoso fu Cassiodoro, forse colui che probabilmente contribuì a far arrivare in Calabria il Codex Purpureus; la Cattedrale di Gerace, la più grande della Calabria.

Ma l’elenco potrebbe continuare, è lungo, sebbene relativo soltanto a monasteri e cattedrali o basiliche. Per approfondire, ci sentiamo di consigliare la lettura di quello che possiamo definire un diario di bordo, scritto dalla poetessa polacca Kazimiera Alberti durante il suo viaggio per la Calabria. Il titolo è “L’anima della Calabria”, edito da Rubbettino, e racconta le bellezze della Regione, attraversata in lungo in largo, dal punto di vista di uno straniero, quello che forse manca a molti Calabresi per poter apprezzare fino in fondo il paradiso in cui vivono, non limitandosi a farne una descrizione fisica ma collegando ogni esperienza a dei sentimenti, agli incontri che fece durante il suo viaggio, ai suoi ricordi d’infanzia ma, cosa più importante, soprattutto fornendo dettagli precisi sulla storia di ogni monumento e di ogni città che ha visitato e sulle tante personalità storiche calabresi che ha avuto modo di conoscere indirettamente tramite quello che ci hanno lasciato.

Per tutto questo e molto altro, vale la pena investire, restare tornare o, semplicemente, venire in Calabria. MO! non abbiamo scuse: informiamoci e diamoci una mossa.

La mezz’ora più lunga – Lettura del confronto fra De Magistris e Salvini ospiti di Lucia Annunziata

Partiamo subito chiarendo una cosa: Lucia Annunziata è interprete di un certo giornalismo che si finge scomodo e fuori dagli schemi ma che spesso, ad uno sguardo più attento, risulta chiaramente “sotto padrone”, e quello che in un primo momento era sembrata provocazione ficcante finisce per rivelarsi una conduzione sottilmente tendenziosa. Un modo di fare alla Cruciani teso a screditare l’interlocutore non gradito o a rendere comoda la vita a quello gradito (che quasi sempre è in area maggioritaria PD).

Questa volta non è esattamente il caso, ma è anche vero che durante la doppia intervista di oggi, 19 marzo, a Luigi de Magistris e Matteo Salvini la verve faziosetta della Annunziata ha fatto spesso capolino, rendendo scarso servigio al Giornalismo inteso come nobile mestiere.

Ad ogni modo i tentativi di mettere in cattiva luce il sindaco di Napoli in merito ai fattacci della settimana scorsa è stato puntualmente e chiaramente controbattuto da un sereno de Magistris, che con equilibrio e pragmatismo si assume la sua responsabilità politica senza nascondere ed anzi esaltando il fatto che fra la sua esperienza politica e quella dei centri sociali napoletani esiste una mai taciuta e proficua collaborazione. La sinergia fra i vari elementi del corpo politico napoletano, orchestrata dal sindaco in qualità di mediatore, ha ottenuto in questi anni splendidi risultati, e de Magistris non fa altro che elencarne qualcuno rivendicando la partecipazione attiva di tutti i movimenti politici e culturali coinvolti. La serenità di chi ha ragione (e che verrà poi contestata a sparate dal ciarlatano padano, come vedremo) fa scempio del sillogismo “centri sociali/black block”. Certo nessuno può negare che le violenze ci siano state, tanto meno de Magistris, ma le parole del sindaco sulle motivazioni del suo diniego a Salvini, della sua vicinanza ai centri sociali e sulle inopportune prese di posizione di Minniti dovrebbero aver depotenziato le scandalose strumentalizzazioni a cui abbiamo assistito ( ed alle quali, comunque, si doveva evitare di prestare il fianco)

Da questa prima mezz’ora emerge ancora più fortemente come Dema e Luigi de Magistris possano essere interlocutori estremamente interessanti assieme ai quali percorre una parte del nostro cammino. Difficilmente ci sarà mai un totale allineamento di tematiche e ricette politiche, ma le coordinate di base sono comuni.

Salutato de Magistris la Annunziata passa a Salvini. Rileviamo innanzitutto come un ipotetico contraddittorio terzo, da parte del sindaco di Napoli, sia negato dalla incomprensibile conduzione della puntata che non prevede il diritto di replica del primo intervistato. La conseguenza naturale è il grottesco spettacolo di Salvini che replica con le solite sparate vacue e retoriche agli argomenti concreti precedentemente buttati sul tavolo. L’esempio più lampante vede il segretario della lega criticare l’amministrazione comunale che – a suo dire – non si cura delle buche in strada mentre concede chissà quali privilegi di natura immobiliare ai centri sociali. Salvini ignora totalmente i termini in cui si è espresso il suo predecessore ai microfoni, ed oppone calunnie incontrastate a termini come riqualificazione urbana e collegialità della cura cittadina. Ma questa è la sua cifra politica, e ci siamo abituati.

Le panzane si attestano a livelli ragguardevoli. E’ proprio il caso di dire che Matteo da i numeri: “centinaia di circoli”, “migliaia di iscritti”, “2000 convenuti al comizio a napoli” (in una struttura che ne ospita al massimo 1150), 35 mila voti a Roma (11.880 in realtà) etc. il tutto condito dal sempre evidente – anche se scandalosamente negato – preconcetto antimeridionale. Non mancano infatti i richiami alle solite fanfaluche di stampo padano: gli sprechi al sud (e mai al nord), la sanità disastrata (ricordiamoci che la lega è fra le principali cause), quartieri di napoli in mano ai clandestini (dove?). Forse ne azzecca una quando parla delle truffe sssicurative, ma per una che ne indovina i toni rovinano tutto: “Napoli capitale mondiale delle truffe assicurative”. Ellallà!

Non manca nemmeno l’ennesima autoassoluzione del suo razzismo che, come al solito, viene derubricato a banale mancanza di educazione da ultras.

Gli argomenti concreti, invece, stanno a quota zero. Nessun accenno alle ricette concrete. Non vole l’Euro, i nemici sono gli immigrati, i genitori devono essere mamma e papà e non genitore 1 e genitore 2 e via dicendo con la solita ridda di fumogeni politici colorati quanto evanescenti. Pretenderebbe anche che Minniti cambiasse in mezza giornata le direttive alla marina militare in merito all’emergenza migranti nel mediterraneo. Risposte semplici a problemi complessi. Tipico della lega.

Non mancano poi le citazioni alla Le Pen, a cui concede la verginità dall’estremismo di destra. I Lepenisti in francia hanno allargato il consenso proprio grazie ad un populismo di estrema destra, ma a Salvini conviene negare l’evidenza perché spera di replicare in Italia e diventare ministro degli interni (sic.)

Dio ce ne scampi e liberi!

Ad inizio intervista Salvini si dice preoccupato per Napoli che è amministrata da quel poveretto che c’era in studio. De Magistris risponderà per conto suo, a questo, ma da parte nostra valga un chiarissimo: “Stai pure a casa tua, Matteo, ché a noi badiamo noi stessi!”

Una prospettiva per un percorso politico meridionalista

Diviso, il Sud non va lontano. La frammentazione del Mezzogiorno continentale in sei regioni non ha radici storiche né giustificazioni economiche: rende il territorio più debole politicamente e meno efficiente. Un Sud unito e con un rapporto saldo con la Sicilia avrebbe un peso in Italia e in Europa di gran lunga superiore a quello delle sette “piccole capitali” attuali.
Aggregare il Mezzogiorno è quindi un obiettivo strategico di Unione Mediterranea, ma il processo va favorito avviando da subito azioni concrete e simboliche al tempo stesso, come potrebbe essere – ad esempio – la simultanea approvazione nei sei consigli regionali di una legge unica per lo sviluppo del Sud la quale, dopo aver ascoltato le parti sociali, promuova gli investimenti e dia un colpo alla burocrazia.
Il Sud deve imparare a muoversi come un solo soggetto anche nella programmazione di investimenti sulle infrastrutture, soprattutto quelle per la mobilità. Senza una possibilità di spostarsi bene sul territorio, tutte le eccellenze su cui possiamo contare per promuovere lo sviluppo, dall’agroalimentare al turismo di qualità, non solo basato sulla presenza del mare ma anche su quella dei beni archeologici di cui abbondiamo, non sono in grado di produrre nulla.

Il brano che segue è tratto da “Separiamoci” di Marco Esposito.

Separazione come soluzione?

Per capire se la separazione può essere una prospettiva politica, occorre porsi subito una domanda: conviene separarci? La risposta è sorprendentemente facile: prima no, ma dal 2011 in poi il Sud può permettersi il poco che ha. Nel Sud (qui riferito per comodità di ripartizione statistica a 8 Regioni, isole comprese) vive il 34% degli italiani, circa un terzo. La ricchezza prodotta, per le note ragioni, è solo il 24%, ovvero circa un quarto del totale. Le tasse versate nella cassa comune – nonostante si dica che il Sud sia il regno dell’evasione – sono appunto circa un quarto del totale nazionale. In base al principio che ciascuno dà in proporzione alle proprie possibilità e riceve in proporzione ai propri bisogni, il Sud dà il 24% e dovrebbe ricevere il 34%, ovvero una quota vicina al numero di bambini, anziani, persone cui assegnare servizi sociali. In realtà lo Stato, fino al 2010, svolgeva un effetto di parziale riequilibrio nella distribuzione delle risorse, sia pure decrescente nel tempo (la spesa complessiva in conto capitale, cioè per investimenti, destinata al Mezzogiorno è scesa dal 40% del 2001 al 34% del 2010). Tuttavia, dopo le manovre finanziarie del 2011-2012, tale effetto si è attenuato o si è addirittura ribaltato e ormai destina al Sud un valore vicino al 24% come spesa corrente (stipendi e pensioni, in primo luogo) comprensiva degli interessi sul debito; mentre spende un po’ di più, il 30%, come quota di investimenti. Il beneficio degli investimenti è solo in apparenza dovuto alla volontà dello Stato italiano, in quanto è legato per oltre metà al flusso di fondi europei, per cui il bonus rispetto alla quota di tasse versate dal Sud proviene da Bruxelles e non da Roma. Senza il contributo di Bruxelles, la quota di investimenti ordinari destinata al Mezzogiorno è scesa dal 2010 al 2011 di quasi 7 punti, dal 25,5% al 18,8%, e ancora non sappiamo con precisione cosa sia accaduto nel 2012, se non che la tendenza si è confermata. Fatto sta che, per la prima volta da quando esistono le statistiche, nel 2011 non è stato il Nord ricco a dare qualcosa al Sud, ma il Sud povero a girare qualcosa al Nord. Purtroppo non è una sciocchezza o una provocazione dire che con le proprie tasse i contribuenti del Sud contribuiscono ad aumentare il divario con il Nord, visto che dal 2011 ricevono una quota di investimenti pubblici vistosamente più bassa rispetto allo sforzo fiscale. Ed ecco perché parlare oggi di separazione non è più un esercizio intellettuale o una provocazione, bensì una delle possibili risposte alla rottura di fatto dei principi cardine di uno Stato: l’Italia ha smesso di credere che le persone hanno diritti in quanto individui e non in base alla ricchezza personale. Riassumendo: oggi il Sud è ricco 24, paga 24 e riceve una quota talvolta inferiore, talaltra superiore e in media ormai molto vicina a quanto paga, più qualcosa di aggiuntivo legato ai fondi europei (e che comunque non riesce a compensare il divario rispetto alle esigenze della popolazione). In base alla Costituzione in vigore, il Mezzogiorno dovrebbe pagare 24 e ricevere 34, cioè una quota che permetta a tutti gli italiani di avere i medesimi servizi sociali mentre per esempio la spesa per le pensioni – che è la principale voce di uscita dello Stato italiano – è indirizzata il 75% a beneficiari del Centro-nord e per il restante 25% a beneficiari del Sud, i quali quindi, in sostanza, ricevono quanto si sono pagati da soli, nonostante il fenomeno pur deplorevole degli assegni per le false invalidità. In base alla Costituzione e agli impegni programmatici di ogni Governo, il Mezzogiorno dovrebbe ricevere una quota aggiuntiva di investimenti pari programmaticamente al 45% del totale, in modo da migliorare le infrastrutture e permettere che quel 24 di ricchezza nel tempo salga fino al 34, in modo che anche le tasse pagate dai meridionali salgano da 24 verso 34, mettendo fine al divario che si è aperto dopo il 1860. In realtà la quota di investimenti pubblici nel Mezzogiorno è da sempre sotto la quota programmatica e da almeno 10 anni sotto la quota della popolazione: se ne deduce che contribuisce ad allargare piuttosto che a compensare i divari, come peraltro confermano annualmente i rapporti della Svimez. Inoltre la quota davvero aggiuntiva, e non sostitutiva, che il Sud riceve è soltanto quella che arriva da Bruxelles, perché Roma (irridendo quel che prescrive la Costituzione) non si impegna affatto e sovente assegna al Sud persino meno del 24% dovuto in proporzione alle tasse pagate e nel 2011; addirittura, si è scesi per la prima volta sotto il 20%. Ergo il Sud da solo starebbe in pratica come adesso: avrebbe il poco che può permettersi con le sue forze, più un gettone europeo per realizzare progetti in grado di ridurre il divario con la media della UE. La risposta alla domanda quindi è: rispetto a quanto promette la Costituzione italiana (diritti civili e sociali uguali in tutto il territorio nazionale), il Sud separato ci perde perché da solo non potrà garantirsi i servizi medi dell’Italia, nemmeno se buttasse a mare con un calcione tutti gli amministratori incapaci ed eliminasse gli sprechi; rispetto a quanto lo Stato fa concretamente per il Sud, il Mezzogiorno da solo né ci perde né ci guadagna, perché lo Stato spende nell’area una quota decrescente e ormai più vicina alle tasse pagate dal Sud (24%) che non ai bisogni espressi dal cittadini del Sud (34%). Il corollario di tale ragionamento è che anche il Centro-nord non avrebbe particolari benefici dal distacco del Mezzogiorno. Caduto il velo della propaganda nordista, si scoprirà che non è vero che il Sud è beneficiario di pensioni da nababbi, di sussidi alle imprese più o meno immeritati, di pioggerelle di fondi erogati senza controllo. La realtà è che il Nord non risparmierà praticamente nulla e dovrà continuare a versare come tutti gli Stati il contributo all’Unione Europea, pari allo 0,6% del prodotto nazionale lordo, con il quale la UE mette in piedi il sistema di finanziamento alle aree deboli e quindi al Mezzogiorno. Bisogna però lanciare un avvertimento: in caso di separazione, i conti vanno fatti con onestà e buon senso e non affidandosi ai soliti lombardi, come è incredibilmente accaduto per il federalismo fiscale. Vanno certificati i danni subiti dal Mezzogiorno sia dopo il 1860 – in termini di azioni militari contro la popolazione, di deindustrializzazione e di sottrazione delle risorse monetarie (queste ultime facili da calcolare: 270 miliardi, considerati la rivalutazione e gli interessi legali) – sia dopo il 1990 con il trasferimento a basso costo al Nord di tutto il sistema creditizio pubblico meridionale, per un valore nell’ordine dei 10 miliardi di euro. Andrà anche monetizzato il costo di formazione affrontato dal sistema economico pubblico e familiare del Mezzogiorno per istruire giovani che poi sono andati a lavorare nel Nord. Un costo che conoscono bene i tanti genitori che vedono i figli crescere e studiare, per poi accompagnarli a prendere un treno e, sovente, continuare a sostenerli nell’affitto dell’alloggio durante i primi anni di insediamento al Nord. Sacrifici familiari che, moltiplicati per le decine di migliaia di persone che ogni anno cambiano residenza in direzione Nord, fanno una barca di soldi. C’è anche la sofferenza per la separazione, ma quella non la puoi misurare. Puoi misurare invece quanto costa formare un diplomato o un laureato. Il conteggio puntuale lo hanno effettuato Dario Scalella e Franco Adamo Balestrieri nel saggio La fabbrica di emigranti pubblicata in Domani a Mezzogiorno, una raccolta di contributi meridionalisti curata da Gianni Pittella e pubblicata nel 2010. Il valore economico della migrazione di giovani “skillati” è di 13,2 miliardi di euro in un anno preso come campione (il 2008). 13 miliardi e passa di euro per formare le 57.000 persone che in quell’anno si sono trasferite dal Sud al Nord della penisola con il loro bagaglio di conoscenze, passioni, voglia di fare. Quanti anni di emigrazione vogliamo considerare? Gli ultimi 20? Gli ultimi 50? O tutti i 152 anni? Una volta individuata la cifra complessiva – che siano centinaia o migliaia di miliardi di euro – naturalmente sarà ragionevole suddividere il debito che il Nord ha contratto nel confronti del Sud in un numero di anni tale da non pesare eccessivamente sull’economia settentrionale. C’è poi il tema tutt’altro che secondario del debito pubblico – 2.000 miliardi di euro – la cui spesa per interessi (80 miliardi all’anno) chissà perché non viene ripartita territorialmente nei conti pubblici nonostante siano ben noti i beneficiari. Il debito va suddiviso in modo che se ne faccia carico chi ha in mano materialmente i titoli, perché è costui che ha incassato gli interessi, costati cari a tutti i contribuenti. In pratica, per la quota sottoscritta dagli investitori italiani, il 90% del debito in caso di separazione dovrebbe restare a carico del Centro-nord, visto che la spesa del debito è ripartita appunto con una proporzione molto lontana dalla distribuzione della popolazione, anche se poi giornalisticamente si tende a dire che su ogni italiano anche neonato o nullatenente grava un debito pro capite di oltre 30.000 euro. Per la quota di debito sottoscritta da soggetti esteri si può invece immaginare una suddivisione proporzionata al PIL dei relativi territori e quindi con un rapporto 76 a 24.

Qualcosa non funziona

Sergio Ragone è un blogger attualmente molto quotato e – nonostante orbiti in area PD – molto attento alle tematiche meridionali.

Se anche lui cede alla trappola del “piagnisteo”, allora è proprio il caso di dire che qualcosa non sta andando per il verso giusto, eufemisticamente parlando. In un articolo del 15 marzo pubblicato sull’Huffington Post Ragone parla della “pentola a pressione”, ovvero di quelle potenzialità che il meridione sta portando in ebollizione da tempo, e che non aspettano altro se non di essere liberate. Chiede ai suoi referenti politici, però, di non cedere al c.d. “piagnisteo”. Lui la chiama “retorica del riscatto” dipingendo implicitamente come un disfattista rassegnato chi denuncia le solite storture che gravano sul meridione.

Se è vero (e purtroppo lo è) che l’azione politica del meridionalismo moderno si esaurisce spesso nei rivoli dispersivi delle frasi fatte e dello sventolio autoreferenziale di vessilli della Real Casa, è altrettanto vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Anzi, non si deve, perché oltre a questo atteggiamento ne esiste uno più costruttivo, basato su attente analisi e sull’impegno concreto. Parlare semplicisticamente di “retorica del riscatto” appiattisce una realtà estremamente variegata e complessa, e derubrica l’attivismo meridionalista di stampo più concreto a “buffonata per nostalgici o rassegnati”.

Negare la legittimità di certe istanze significa, indirettamente, negare gli stessi problemi che quelle istanze intendono affrontare. Come fa, Ragone, a spacciare per risolta la questione meridionale?

Questo Mezzogiorno non deve riscattarsi da nulla, anzi ha già pagato lo scotto di errori fatti da altri, ma ne è venuto fuori con la forza delle proprie idee, con la passione che lo racconta, con le intelligenze che lo animano“.

Si rimane molto perplessi a leggere certe frasi, soprattutto se – come ripetiamo – si tende a riconoscere una certa attenzione a chi le scrive. Concordiamo naturalmente sull’estrema presenza e vitalità delle nostre forze, ma come si può dire che il Sud sia “venuto fuori” se le infrastrutture sono inesistenti a causa del totale disinteresse della classe politica meridionale? Come si fa ad assolvere tale classe politica facendo passare per buono il fatto che se errori ci sono stati essi sono avvenuti nel passato?

Non abbiamo capito, leggendo Ragone, come mettere a frutto le nostre innegabili qualità in assenza di una infrastruttura produttiva equipollente a quella settentrionale fermo restando che – a quanto pare – chiedere di ottenerla si configura come “retorica del riscatto”.

Qualcosa non funziona. Non si capisce cosa però. Sarà un calo d’attenzione di Ragone, o il fatto che la nostra fonte di notizie sul sud sia diversa dalla sua, ma non ci capacitiamo di come si possano deresponsabilizzare i nostri amministratori, sostenendo che tanto bastano “le idee, la passione, l’intelligenza”. Sarà, molto più probabilmente, la solita, dannata colonizzazione mentale che ci impedisce di ritenere legittima la nostra voglia di riscatto.

Una classe politica “normale”, ovvero l’esigenza eccezionale del Meridionalismo moderno

Se guardiamo alla normalità politico-amministrativa occidentale (e questo esclude l’Italia, dall’analisi) vediamo che pressoché ovunque, la politica locale si fa espressione degli interessi della comunità che rappresenta. Secondo il paradigma della sussidiarietà, più particolare è l’ambito geografico, più ristretto sarà l’ambito territoriale delle istanze proposte. Viceversa più ampio diventa il raggio e più inclusiva e “generica” diventa l’azione politica.

Naturalmente questa è una brutale semplificazione, ma si può affermare che il modello “regge” il confronto con la realtà di parecchi paesi europei, ad esempio. In strema sintesi, la politica è – a vario livello, ed a varie quote – rappresentativa della comunità che la esprime. Come dimostrato chiaramente dalla cronaca quotidiana, però, non tutto fila sempre per il verso giusto. Se non ci si fa accecare da facile retorica giustizialista si vedrà chiaramente che la politica è un fenomeno umano, ed in quanto tale non perfetto. Globalmente parlando il sistema sembra reggere e farlo in maniera equa perché, a fronte dei casi in cui l’individuo sceglie di servire gli interessi specifici più che quelli collettivi, se ne conta una schiacciante maggioranza in cui i delegati rendono effettivo conto alla cittadinanza che ha accordato quella delega.

I disonesti ci sono dappertutto, insomma, ma quando sono “diffusi” in ambienti generalmente sani il loro impatto è minimo, e questo garantisce una diffusa e corretta tutela politica, indipendentemente dalle aree geografiche o dai settori che esprimono le varie deputazioni.

Nel paese che ci ospita non funziona così. La classe politica nazionale fa – in genere – gli interessi di un’unica area geografica, e questo è dovuto al più banale dei fattori: chi deve tutelare il settentrione lo fa, chi deve tutelare il meridione NON LO FA. Al contrario di quanto avviene nei paesi “normali” la classe politica meridionale cura ESCLUSIVAMENTE E MASSICCIAMENTE interessi particolari facendo mancare al Sud il necessario set di tutele da contrapporre ai politici “nordcentrici”.

Intendiamoci: non che la classe politica del settentrione d’Italia sia più onesta, anzi… Quantomeno, però, ha la decenza di affiancare ai suoi appetiti pantagruelici un minimo di attaccamento al territorio. L’esercizio aritmetico risulta nel più facile dei “quattro”. Il confronto politico così avviene fra due filosofie politiche che condividono la truffaldineria, ma non l’attenzione al territorio ed a farne le spese siamo noi cittadini Meridionali, ovvero quelli che non sono riusciti ed esprimere dirigenti interessati alla propria realtà locale.

Dai gattopardi ottocenteschi in qua, la classe dirigente meridionale ha SEMPLICEMENTE FATTO ACQUA in merito alla tutela della propria gente.

Ed allora se si vuole risolvere la questione meridionale, bisogna fare ciò che non si è mai provato a fare. Bisogna fare qualcosa di RIVOLUZIONARIO: cercare la NORMALITA’.

Formare una classe politica meridionale che sia NORMALE nel suo impegno di tutela; NORMALE nei meccanismi di avvicendamento; NORMALE nell’adattarsi al civile e democratico controllo del proprio operato; NORMALE, e quindi RIVOLUZIONARIA.

Non è un paese per statistici – Illazioni in libertà sulle esenzioni dal ticket sanitario

Ed i cattivi siamo noi, come al solito…

Domenica 12 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo, firmato da Michele Bocci, che mette in risalto le differenze di entrate da ticket sanitario tra nord e sud. Il ticket altro non è che una tassa pagata dai cittadini per la prestazione sanitaria pubblica, con un sistema di esenzioni previste per particolari patologie, fasce di età e di reddito.

Nel fantastico mondo del giornalismo italiano (o toscopadano, fate voi) non capita raramente di leggere titoloni del tipo “Così i veneti pagano il quadruplo dei siciliani”. Dati alla mano il giornalista avrebbe potuto scrivere anche “Così i valdostani pagano più del doppio dei lombardi”, ma tra i due titoli, entrambi veri, ha scelto il primo. Come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso si fa centro. Per fugare ogni dubbio basta leggere come vengono interpretati nell’articolo i dati forniti da Agenas (l’Agenzia nazionale delle Regioni); senza nessun dato a supporto viene sentenziato che la differenza di spesa pro capite per il ticket sia dovuta ad una maggiore presenza di esenzioni false nel meridione.

L’unico dato inoppugnabile è che la differenza di entrate da ticket esiste, ma invece di cercare di capirne le cause si salta ad una conclusione che non è dimostrata nè, probabilmente, dimostrabile. Il parametro che forse ci aiuta maggiormente ad interpretare i numeri, più del reddito pro capite, è la percentuale di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Se prendessimo in considerazione il reddito avremmo un’indicazione su quali regioni siano più povere ma non su quanti poveri ci siano nella stessa, ed è quest’ultimo dato che incide maggiormente sulle esenzioni. Facile fare confronti impietosi tra Sicilia e Veneto sulla spesa pro capite per il ticket (9€ la prima contro i 36€ della seconda, da qui il titolone), più difficile prendere in considerazione i dati Istat sull’incidenza di povertà, che vedono la Sicilia al 25,3% contro il 4,9% del Veneto (2015). Stesso discorso per il paragone fatto tra Campania ed Emilia Romagna.

Eppure nemmeno questo basta per comprendere differenze così marcate tra una regione e l’altra; ci sono casi in cui regioni con basse percentuali di povertà, come Lombardia e Lazio, incassano meno di ticket rispetto ad altre con percentuali di povertà maggiori, come il Friuli. Quali altri parametri entrano in gioco allora? Evidentemente oltre alle esenzioni per reddito bisognerebbe analizzare un quadro più ampio, come considerare le differenze di costo del ticket stesso tra le varie regioni, o mettere in conto che nelle regioni più ricche ci si affida di più alla sanità privata (questo potrebbe spiegare i casi di Lombardia e Lazio riportati sopra), o ancora valutare la cosiddetta migrazione sanitaria (quanti meridionali vanno a curarsi al nord e quante volte avete visto fare il contrario?).

Troppe carte in gioco per riuscire davvero ad avere la risposta in tasca… a meno che non siate un giornalista di un qualsiasi giornale italiano; in quel caso potrete addirittura scrivere un articolo su Repubblica, sostenendo per ben 4 volte che le esenzioni siano false senza avere nessuna prova. Nulla di nuovo, il solito giornalismo italiano tendenzioso fatto di pregiudizi ed illazioni.

L’interpretazione efficace del dato potrebbe aiutarci a risolvere il problema, ma tira meno in termini di copie vendute.

Questo non è un paese per statistici o analisti, ma per giornalai (sia che svolgano onestamente questo mestiere, sia che invece si definiscano impropriamente giornalisti).

Insegnanti e scuola: il Sud come una colonia.

di Ciro Esposito

Oggi su “Repubblica” e “Fatto Quotidiano” si parla di scuola. Sono notizie che si tengono per mano perché evidenziano la disparità di trattamento tra Nord e Sud nelle politiche scolastiche e mostrano come esse non siano il frutto di provvedimenti circoscritti e occasionali, ma il risultato di una strategia di lungo periodo.

Cominciamo con “Repubblica”, che annuncia: ”Prof meridionali al Nord, poche chance di ritorno vicino a casa”. Sono gli effetti collaterali della “Buona Scuola” applicata al Meridione che gli insegnanti del Sud denunciano, inascoltati,  da tempo.  Quando la legge venne varata, gli insegnanti indotti al trasferimento parlarono di “deportazione”. Una parola forte che suscitò polemiche perché la deportazione non prevede l’assenso di chi  viene trasferito.  Tuttavia, se l’alternativa al trasferimento è il depennamento dal piano delle assunzioni, magari dopo venti e passa anni di precariato e dopo aver costruito carriera (e famiglia) altrove,  si capirà come la protesta fosse pienamente legittima. Vogliamo parlare delle retribuzioni? Lasciamo perdere, sono di dominio pubblico. Ora la doccia fredda: le illusioni di un rapido ritorno a casa, alimentate anche dalle voci sindacali più moderate,  vengono smentite dai freddi numeri pubblicati dal quotidiano romano. Chi è partito resterà lontano, il rientro è affidato alla lotteria di trasferimenti centellinati.

I media ripetono con tono colpevolizzante che “i posti sono al Nord”. “Il Fatto Quotidiano” ci dice che potrebbero essere pure al Sud. Quasi a completamento dell’articolo di “Repubblica”, F.Q, ci ricorda che a scuola “il tempo pieno è una prerogativa solo del Settentrione”, dove ne usufruiscono il 38% degli studenti a fronte dell’11% del Sud (e del 4,2% della Sardegna!). Vale la pena ricordare che il tempo pieno venne introdotto negli anni Settanta per rispondere ai bisogni sociali dei territori, per recuperare lo svantaggio sociale degli studenti attraverso tempi di apprendimento più distesi e una più varia e attenta offerta scolastica.

Paradossalmente, la scuola manca dove servirebbe di più. Un governo che fosse attento a sanare gli squilibri territoriali impegnerebbe gli insegnanti meridionali “a casa loro” anziché spostarli di centinaia di chilometri, impoverendo ancora di più i loro luoghi di origine. A ben vedere, anche in questo caso, siamo – a piedi uniti – dentro una logica coloniale.

La calata dei lanzichenecchi leghisti è fallita, ma…

LA “MARCIA SU NAPOLI” E’ FALLITA, MA CONTRO SALVINI SI POTEVA FARE DI MEGLIO

Facciamola breve. La marcia (dell’11/03 ndr) su Napoli dei leghisti è fallita. Qualche centinaia di amici di Salvini provenienti dalle regioni del Sud, composti da capiclan elettorali del centrodestra che offrono i loro voti al miglior acquirente e i pochi fascisti e neonazisti che condividono l’ideologia xenofoba dei leghisti, si sono rintanati nei padiglioni della Mostra d’Oltremare protetti da 1200 poliziotti, mentre fuori un grande corteo di protesta contro la sua venuta sfilava pacificamente, a parte i soliti esagitati che, scatenando episodi violenti hanno dato modo a Salvini e ai giornali di oscurare tutto il resto.

Il corteo ha visto uniti napoletani di ogni ideologia, dai militanti di DeMa, il movimento di De Magistris, che ripropone i temi classici della sinistra, ai neomeridionalisti che, ponendosi al di là di sinistra e destra si battono per il riscatto del Mezzogiorno, rifacendosi ai temi enucleati, seppure con sfumature politiche diverse, da Gramsci, Salvemini, Nitti, Dorso, Zitara e altri, fino ai “neoborbonici” che fanno del recupero della verità storica sulle reali condizioni di civiltà delle due Sicilie e sulla malfatta unità d’Italia il loro cavallo di battaglia. Tutti uniti da un sentimento trasversale di avversione a Salvini e alla lega Nord, memori degli insulti razzisti antimeridionali e del dirottamento verso le regioni del Nord di fondi europei e statali destinati al Sud, di cui gli eredi di Bossi si sono resi responsabili. Dai fondi Fas utilizzati per pagare le quote latte, fino alla ripartizione del 95% dei fondi ferroviari al Centronord, per alta velocità e altre note ruberie, lasciando il Sud in condizioni infrastrutturali e sociali pietose.

Un sentimento trasversale che, per queste ragioni, va oltre l’avversione a Salvini, debordando in un diffuso convincimento sulle ragioni del Sud, che conquista anche la jacquerie dei centri sociali i quali, paladini della lotta alle ingiustizie planetarie, riconoscono nella questione meridionale la più grande ingiustizia italiana. Peccato solo per la loro estrema esagitazione che li spinge alla degenerazione dei metodi della protesta civile mettendoli dalla parte del torto e rendendo, a loro e all’insieme dei manifestanti, un cattivo servigio.

E’ pur vero che il giornalista antifascista Francesco Maratea, mio conterraneo garganico, segretario degli “aventiniani” nel 1924, ricordando le giornate della “mala” marcia su Roma, diceva: “Se dieci persone fossero uscite decise da Aragno con ombrelli e bastoni, puntando su Montecitorio, non avremmo avuto il fascismo”.
Tuttavia, per fortuna non siamo, perlomeno non ancora, a quel punto di violento assalto del potere della destra estrema. Non credo che al Sud si possa arrivare a tanto. Una nuova calata padana del fascismo non troverebbe le condizioni sociali, il blocco storico industriali del nord-agrari del sud, denunciato da Gramsci, non esiste più, e a parte neonazisti e venditori di voti clientelari legati alle mafie, non vedo una grande possibilità di affermazione al sud per un partito che ha “prima il nord” come motto.

A Napoli i movimenti anti Salvini potevano e dovevano fare di meglio. Rinunciando magari al classico corteo, che solitamente permette infiltrazioni di ogni genere, per convocare a Piazza del plebiscito una grande kermesse con la trentina di artisti aderenti al manifesto contro Salvini, da Eugenio Bennato ai 99Posse, a Gragnaniello e altri grandi musicisti, kermesse, questa sì, che avrebbe raccolto decine di migliaia di napoletani, i quali avrebbero potuto seppellire Salvini con un colossale pernacchio corale di eduardiana memoria. Uccide più il ridicolo che la spada.

A proposito di Piazza del plebiscito, Salvini ha dichiarato che il suo prossimo raduno lo farà proprio nella piazza principale, “per liberare Napoli”, dice. La battuta che circola tra i napoletani, in larghissima maggioranza a lui avverso, è “ma chi l’ha liberato a ‘sto Salvini?”

Raffaele Vescera

Delitto di cronaca

A guardare i telegiornali, quella di oggi a Napoli è stata una manifestazione violenta e, per questo, degna di essere respinta, delegittimata, magari irrisa come velleitaria e buona ad essere contrapposta alla serietà, sana passione e festosità del comizio di Salvini alla Mostra d’Oltremare.

Fin qui l’informazione ufficiale che, come sappiamo, concentra sistematicamente le sue telecamere e i suoi commenti sui pochi violenti, trascurando (di proposito, ritengo) la grande massa dei manifestanti che, con la loro presenza pacifica e appassionata, lanciano un messaggio di protesta e di cambiamento.

Come si dice in questi casi: “Io c’ero” e ho visto un’altra cosa. Ho visto bandiere di tanti colori diversi, striscioni e cartelli soprattutto ironici, ho visto gente che suonava e, soprattutto, non ho visto le scene di guerriglia: perché il corteo era lungo, molto lungo e chi non era nelle immediate vicinanze degli scontri, neppure se n’è accorto.
Già, era tanto lungo: anche questo non è stato riferito dai telegiornali.

Più che di diritto di cronaca, a me pare un delitto di cronaca.
E una vecchia vignetta di Marco Marilungo spiega meglio di mille parole la dinamica di questo delitto.

Antonio Lombardi

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