Il gasdotto di San Foca e il credo industrialista

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di Roberto Cantoni

Qualche giorno fa, leggendo i commenti a un articolo sulla protesta NO TAP di Melendugno su un noto giornale nazionale sedicente di centrosinistra, mi sono sorpreso non poco nel notare che non ci fosse un solo commento in difesa della protesta. Abbondavano invece commenti sui costi della protesta per il contribuente italiano, sui costi delle opere bloccate, sull’irrazionalità dei manifestanti, sulla pretesa ‘contadina’ di difendere un centinaio di ulivi a fronte degli enormi benefici economici del gasdotto.

Il fuoco di fila contro la protesta è proseguito negli ultimi giorni, e oggi 30 marzo, il direttore del magazine Linkiesta, Francesco Cancellato, scrive un articolo che è diretta espressione di un credo industrialista e tecnocratico che speravamo fosse un morto da tempo. L’articolo di Cancellato propone una serie di argomentazioni che vale la pena affrontare e, contestualmente, criticare.

Lo spettro della Russia, innanzi tutto. Il nuovo gasdotto, si dice, apre il Corridoio meridionale, che non dipenderà dalla Russia e da Gazprom. Parlare di Gazprom oggi in Europa evoca la carneficina ucraina, l’autoritarismo espansionista di Putin e l’occupazione della Crimea. Poiché l’Italia dipende per il 51% delle sue importazioni di gas dalla Russia, meglio dipendere da altri paesi. Condivisibile. Ora, da dove arriva la TAP? Comincia in Grecia, certo, ma il gas arriva in Grecia attraverso la TANAP (Trans-Anatolian Pipeline), a sua volta connessa alla SCP (South Caucasian Pipeline). Da dove parte quest’ultima? Dall’Azerbaigian: una repubblica caucasica in odore di dittatura. Nota per le irregolarità delle sue elezioni e per il suo disprezzo dei diritti umani, l’Azerbaigian è presieduto da Ilham Aliyev, figlio del primo presidente, il ‘padre della patria’ Heydar Aliyev: uno che, in vita, ha imposto il suo nome a strade, mercati, aeroporti e palazzi, oltre a farsi erigere statue un po’ ovunque nel paese. Vale la pena acquisire un partner del genere per sfuggire a Gazprom? Discutibile. Certo, non sarebbe una novità da parte del governo italiano: l’Italia sceglie infatti i suoi partner commerciali secondo criteri che con il rispetto della democrazia non hanno nulla a che vedere. Basti pensare che il secondo e il terzo partner per le importazioni di gas sono la Libia (un’ex dittatura militare, oggi di fatto sotto tutela francese) e l’Algeria (una dittatura militare). Da ciascuno di questi paesi arriva il 13% del gas importato in Italia.

Cancellato si sofferma poi sulla eccezionale densità della rete di gasdotti in Italia, le cui origini risalgono all’opera dell’ENI di Enrico Mattei. Questo, mi sembra, è un punto fondamentale. Mattei, la cui figura è stata mitologizzata grazie a un numero infinito di opere scritte e filmate, si è sempre vantato di aver trasgredito, per dare inizio alla sua rete di metanodotti, qualcosa come 8.000 ordinanze italiane, oltre ad aver autorizzato i suoi tecnici a operare clandestinamente di notte per mettere i sindaci di fronte al fatto compiuto. Si era negli anni ’50. Altri tempi. Le decisioni erano prese dall’alto e imposte ai comuni e alle regioni, lasciando carta bianca ai tecnocrati. È ovviamente un modo di procedere che cozza in maniera stridente con il concetto di democrazia partecipativa che si affermato in Europa negli ultimi decenni: le popolazioni locali devono essere consultate. E tanto peggio se la consultazione richiederà tempo: non siamo obbligati a correre. Ma c’è un altro dato interessante: la rete di metanodotti fu creata in primo luogo in Val Padana, per alimentare le industrie lombarde. 60 anni più tardi, chi è che si spende maggiormente per la TAP? L’industria settentrionale, oltre a qualche notabile locale. Ricadute economiche sul Sud? Poche, rispetto al Centro-Nord.

Ma andiamo avanti nell’articolo: i manifestanti, si dice, si accaniscono sull’espianto degli ulivi: ma tale espianto sarà temporaneo, e gli ulivi saranno poi ripiantati dov’erano. Anche volendo fare affidamento alla buona fede della compagnia che costruirebbe la TAP, la questione simbolica rappresentata dagli ulivi è tutt’altro che banale, e si rifà criteri tutt’altro che irrazionali. Uso una metafora. Immaginate che la Puglia sia una persona anziana (perché parliamo di ulivi secolari), che Melendugno sia una sua gamba, e che un bel giorno un investitore si presenti alla Puglia e dica: “Guardi, la sua gamba è sana, però io le propongo di fare un taglio in mezzo, metterci un pezzo di ferro, e richiuderla. Quel pezzo di ferro le permetterà di guadagnare un po’ di soldi, e le prometto che a lei resterà solo una piccola cicatrice”. È forse irrazionale che l’anziana in questione rispedisca l’offerta al mittente? Ma in realtà un tipo di scenario come quello che ho appena menzionato sarebbe già andare oltre quanto è stato fatto con le autorità o la popolazione pugliesi, poiché almeno l’anziana della metafora è stata consultata dall’investitore.

L’articolo poi sostiene che dal 1970 al 2011 non c’è mai stato alcun incidente che ha coinvolto gasdotti con tubi di spessore superiore ai 25 millimetri, e che il tubo della TAP è spesso 26,8. A parte l’errore macroscopico che si tratta di centimetri e non di millimetri, l’affermazione è semplicemente falsa, come potete verificare qui (scremando un po’: basta selezionare gli incidenti occorsi a tubi maggiori di 10 pollici, che equivalgono a circa 25 cm). Ma se anche l’affermazione fosse stata vera, ciò non avrebbe rafforzato in nulla l’argomentazione dell’autore: il fatto che un evento non si sia mai verificato fino a un certo punto non implica niente sul futuro. Per dire: prima di Three Mile Island, negli Stati Uniti non c’erano stati incidenti nucleari gravi. Ma era possibile che una Three Mile Island avvenisse, ed è avvenuta. Prima della Torrey Canyon non c’erano mai stati enormi sversamenti petroliferi nell’oceano: ma un incidente simile era preventivabile, ed è avvenuto.

L’articolo va poi nel giuridico, dimostrando che la TAP ha le carte in regola, perché il ministro dell’Ambiente nel 2014 e il ministro dello Sviluppo economico nel 2015 hanno dato il via libera. Ora, al netto del fatto che si tratti di ministri del governo Renzi, governo che ha avuto modo di dimostrare più volte la qualità del suo interesse per il Sud, restano ministri del governo nazionale: nessuna autorità regionale o locale è stata consultata. Al contrario quando tali autorità hanno fatto la voce grossa, non sono state ascoltate.

Cancellato vira poi su Emiliano che, a suo dire, si starebbe comportando in maniera contraddittoria, avendo sostenuto la necessità di decarbonizzare l’Ilva ma poi bloccando la TAP. Tuttavia, non c’è alcuna contraddizione tra le due azioni, che anzi sono complementari. Cancellato commenta: “Per [decarbonizzare], ovviamente, serve il gas”. Assolutamente no: non si decarbonizza favorendo la produzione di un idrocarburo, per quanto minore emettitore di gas a effetto serra rispetto al carbone. Decarbonizzare, al contrario, significa usare fonti non carbonate, cioè né carbone né petrolio né gas. In una situazione di emergenza ambientale accertata ormai da più di un decennio dall’IPCC, per promuovere l’uso idrocarburi per sostituire altri idrocarburi bisogna avere uno stomaco molto forte. O, appunto, difendere un credo industrialista.

L’autore gioca poi sull’argomentazione economica: sì – dice Cancellato – per un po’ dovrete sopportare qualche noia, ma poi avrete i soldi: un sacco di soldi. E con quei soldi potrete incentivare il turismo. A prescindere dal fatto che lasciar deturpare un territorio per ricavare dei soldi con cui mettere a posto il territorio deturpato sembra un’idea parecchio contorta, è chiaro che se a San Foca si costruisce il terminale, il turismo è finito. Forse non siamo abbastanza ‘smart’ da capire a cosa servirebbe usare le eventuali royalties per il miglioramento “dell’infrastruttura digitale” invocato da Cancellato. Sicuramente non abbiamo la stessa idea di sviluppo economico. Né la stessa idea di Sud, che Cancellato definisce “la tragedia d’Italia”. Alla luce dei fatti, è piuttosto vero il contrario: è l’Italia la tragedia del Sud.

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