Tag Archives: raffaele vescera

Com’è difficile capire questo Sud…

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Il punto di vista di Raffaele Vescera
Al di là delle considerazioni sulla dubbia volontà ambientalista e politica a favore del Sud di Pittella, De Luca ed Emiliano, rispettivamente presidenti di Basilicata, Campania e Puglia, e sulla reazione di Renzi, spiazzato dalla loro presa di posizione, dalla lettura di quest’articolo dell’Huffington post, si evince una sorta di timorosa consapevolezza sul processo di formazione di una nuova coscienza meridionalista nel Mezzogiorno. Tant’è che, seppure ironicamente, i tre governatori sono definiti “borboni” alla pari degli oppositori meridionalisti, e il Mezzogiorno viene identificato con l’immagine del Regno delle Due Sicilie, di cui ne fanno una sorta di spauracchio antistorico.

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Università del Sud, affamate e diffamate: Bari e Napoli ultime in classifca

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Le università migliori d’Italia secondo Miur e Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca)? Verona e Trento, ovviamente, le ultime? Bari e Napoli.

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Foggia: indagine su una città assassinata

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Distruzione totale del timido tessuto industriale a vantaggio del nord, come gli zuccherifici Eridania, chiusi per salvare quelli padani e la cartiera dello Stato, già ridotta al lumicino e destinata alla chiusura, seppure la migliore d’Italia a detta dei responsabili romani. Agricoltura in sofferenza premorte, seppur da sempre la prima in Italia per via della più vasta pianura del Sud, la prima produzione al mondo di grano duro, pomodori, carciofi e quant’altro, per un miliardo di euro l’anno, messa in crisi dalla concorrenza delle importazioni selvagge internazionali, permesse dall’UE, che riduce talmente i prezzi da rendere sconveniente il raccolto. Il tutto a vantaggio delle esportazioni industriali, armi comprese, del nord Italia. Senza dire delle migliaia di gigantesche, mostruose pale eoliche che fanno scempio del paesaggio, degli inceneritori e discariche selvagge.

Una disoccupazione giovanile del 65%, per le donne è l’84%, il Pil pro capite più basso d’Italia, e dunque del Sud che in questa nazione è condannato alla cittadinanza di serie B, 2.000 euro al di sotto di quello greco, grazie a lega nord e governi paraleghisti passati e vigenti. Foggia, ultima in Italia per ricchezza e qualità della vita, è paradigma di un Sud condannato al sottosviluppo funzionale e al conseguente disastro antropologico, come lo definisce lo studioso meridionalista calabrese Francesco Tassone. Un aeroporto abbandonato da sempre, grazie al “Baricentrismo” vendoliano e il colpo finale di una delle principali stazioni ferroviarie d’Italia, il nodo più importante del Sud, posto al centro di ben quattro regioni, destinata alla chiusura, per essere “telecomandata” da Bari, ed essere addirittura bypassata da un “baffo” posto sulla linea futura ad “alta capacità” (non alta velocità, si badi bene poiché qui si cela l’inganno) Bari-Roma, la cui messa in esercizio è prevista per il 2030, poi anticipata al 2027, a nostro avviso mai, in vigenza di questo Stato.

Dire siamo alla frutta è già tanto, siamo alla desertificazione, alla morte per dissanguamento di una città, un tempo la seconda del Regno di Napoli, assassinata nella totale indifferenza, anzi complicità dei politici locali che non hanno mai espresso una sola parola di condanna per l’assassino, lo Stato italiano. Lo stesso Stato che negli investimenti ferroviari stabilisce che i 5 miliardi di euro destinati alle ferrovie vadano per il 98,8% al nord e solo l’1,2% al sud, lo stesso Stato che su 7 miliardi e 9 milioni di euro stanziati dall’Europa per le infrastrutture in Italia, li destina interamente al centronord, tranne l’insultante elemosina di 4 milioni di euro lasciata al Sud. E’ di questi giorni la protesta del sindaco di Barletta contro Trenitalia per l’uso del nome di Pietro Mennea sul frecciarossa 1000, che fa Roma Milano in due ore e venti, un treno che il Sud non vedrà mai.

E’ di ieri l’incontro convocato in città del comitato “un baffo per Foggia” che si batte nel lodevole tentativo di trovare una soluzione alla soppressione del nodo ferroviario, sperando di coinvolgere l’insipiente ceto politico cittadino, ieri del tutto assente al convegno, tranne il “monumento ai caduti” Pino Lonigro, reiterato consigliere regionale, ignaro di questione meridionale, al pari del Psi-Pd in cui milita e degli altri partiti nazionali. Dicevamo lodevole, ma tuttavia destinato in un vicolo cieco il tentativo di salvataggio del comitato che spera nell’aiuto di questi politici di basso conio, subalterni, anzi complici dei partiti nazionali, e non vede nell’unità e nella forza del popolo meridionale, nel suo insieme, l’unica possibilità di riscatto. Esempio ne è Oscar Scalfarotto, foggiano che rivendica orgogliosamente la propria omosessualità, sottosegretario PD, che conduce in città da 11 giorni uno sciopero della fame per le unioni civili dei gay. Nulla contro, ovviamente, fa benissimo a battersi per i diritti degli omosessuali, cittadini al pari degli altri, ma farebbe altrettanto bene a battersi per i diritti dei foggiani che lo hanno eletto e dei meridionali in genere, condannati dallo Stato a vivere da cittadini di serie B, per il quale giammai ha speso una parola.

A quando uno sciopero della fame, quando un incatenamento a Montecitorio di un parlamentare meridionale per protestare contro le mille discriminazioni economiche e culturali dell’Italia paraleghista nei confronti del Sud? Lo sanno lor signori che per un cittadino meridionale lo Stato spende mediamente il 40% in meno che per uno del nord? Non solo in ferrovie, strade, aeroporti, porti, ma anche in assistenza sanitaria, sicurezza, formazione scolastica e quant’altro di pubblica competenza?

Di Raffaele Vescera

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Il metodo De Luca, il metodo Emiliano e il Sud che non c’è

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Il punto di vista di… Raffaele Vescera

Vincenzo De Luca, scampato alla mannaia della legge Severino, è più baldanzoso che mai. Nel suo stile tra l’arrogante e il qualunquista riprende a fare battute di cattivo gusto, famose quelle sui “napoletani nati geneticamente ladri” e quella su “Io e Cosentino ci siamo visti tremila volte, e se porta voti che male c’è?” E’ di ieri la notizia che, durante un convegno alla Città della scienza di Napoli, ha ordinato, in perfetto stile berlusconiano, a un cameraman di spostare la telecamera che gli impediva la vista di una bella consigliera.

Ma al di là del folclore da osteria del personaggio, e delle vicende giudiziarie nelle quali è coinvolto pesantemente , De Luca ha annunciato la formazione della nuova Giunta regionale, composta oltre che dai propri fidi, soprattutto da tecnocrati esperti di fondi comunitari. Il suo pallino è spenderli quei fondi, dopo anni di lassismo e incapacità. Farà bene se vi riuscirà, ma resta pur sempre un uomo comandato dal clan di Matteo Renzi che ha chiuso del tutto i rubinetti dei finanziamenti statali al Sud. A De Luca spetterà amministrare le briciole e obbedir tacendo al governo nazionale, essendo egli da questo ricattabile per via dei guai giudiziari e dunque ben manovrabile. Sarà un buon governatore coloniale, ammesso che la sentenza definitiva del tribunale di Napoli gli sarà favorevole. Dopotutto gli unici politici meridionali buoni per il governo sono quelli ricattabili.

Seppure meno ricattabile di De Luca e apparentemente più indipendente da Renzi, è altrettanto baldanzoso, seppure in modo diverso, lo stile di Michele Emiliano in Puglia, che, dopo aver nominato portavoce la propria compagna, ha nominato assessori “a loro insaputa” tre consigliere grilline: Antonella Laricchia all’Ambiente, Rosa Barone all’Agricoltura e Viviana Guarini al Personale. Non è questione di “cherchez la femme” ma di coinvolgimenti mirati di una prevedibile opposizione senza sconti da parte del M5S. Le tre consigliere pentastellate hanno rifiutato sdegnosamente l’incarico, non si lasciano irretire dalle carezze del “satanasso” come Grillo ha definito Emiliano e chiedono di ricoprire gli incarichi di garanzia e controllo democratico loro spettanti per legge. Sul tappeto in Puglia questioni grosse, dall’Ilva di Taranto alla centrale a carbone di Brindisi, dalla bufala xylella al Tap nel salento, fino al progettato deposito Energas di Manfredonia, il più grande e pericoloso d’Europa. Emiliano parla di azione ambientalista, ma lo faceva anche Vendola, mentre faceva scempio della regione più bella del mondo.

Saranno i fatti a dire la verità, intanto l’arca di Noè di Emiliano che ha imbarcato bestie d’ogni genere, quali politicanti di lungo corso forniti di poderosi clan elettorali, comincia già a scricchiolare, è di ieri la notizia di un suo assessore indagato per truffa, mentre il giovane neoassessore foggiano targato pd, Raffaele Piemontese, eletto senza uno straccio di programma, ha lasciato l’amaro in bocca alla sua città avendola sporcata, anzi devastata con migliaia di manifesti abusivi piazzati in ogni dove. E’ il vecchio metodo clientelare duro a morire, ma quale speranza di legalità potrà mai dare il politico campione di illegalità? Certo è che il riscatto del Sud, oltre che attraverso la lotta contro l’antimeridionale governo nazionale, passa anche attraverso la lotta ad un ceto politico meridionale incapace di battersi contro le secolari discriminazioni riservate al Sud. Meglio assecondare il padrone del nord e godersi i privilegi, briciole, è vero, ma possono bastare per uomini di scarse vedute e poche pretese.

L’astuto Varoufakis si dimette dopo l’assalto vincente contro il muro della Troika

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Varoufakis si dimette: “Lascio per aiutare Tsipras nella trattativa.
Alcuni partner preferiscono una mia ‘assenza’ dai loro vertici. Porterò con orgoglio il disprezzo dei creditori nei miei confronti”.
Così sul suo blog il ministro delle Finanze che ha lottato coraggiosamente senza arretrare di un centimetro contro i mostri della finanza internazionale, dando loro una lezione esemplare.
Le ragioni delle sue dimissioni stanno nell’avversione manifestatagli sin dal primo momento dai poteri forti europei, spaventati dalla sua competenza e determinazione, gli stessi che ora chiedono la sua testa come condizione per far ripartire la trattativa.
Identificato come il principale nemico dalla Merkel e da Shauble che gli hanno scatenato contro una campagna diffamatoria. Bollato via via dai giornali tedeschi come il sexy ministro, l’avventuriero greco ed altri vezzosi epiteti, l’economista ha condotto la sua battaglia con l’astuzia di Odisseo e la forza di Achille contro i muri invalicabili della Troika. Il suo cavallo vincente è stato il popolo ellenico che lo ha sostenuto dando una vittoria schiacciante all’Oxi (si legge ochi e sta per NO) contro la Germania, umiliando il fronte interno del Nai (si legge ne e sta per Sì) dei partiti che, corrotti e subalterni ai poteri forti europei, hanno condotto la Grecia alla rovina. Il loro capo, Samaras, ieri si è dimesso dopo la clamorosa sconfitta del Sì.
Ma le dimissioni di Varoufakis hanno ben altro spessore, sono un atto eroico e passeranno alla storia. Sono certo che sentiremo ancora parlare di lui. Prima che un politico, è un uomo vero, un generale che ha combattuto con coraggio, ridando orgoglio al suo popolo, non certo paragonabile ai pupazzi in gramaglie manovrati da ben altri poteri, nemmeno poi tanto occulti, che governano l’Europa, Italia compresa.
Ora la partita della trattativa resta nelle mani dell’altrettanto astuto Alexis Tsipras, non sappiamo chi tra lui e il ministro delle finanze abbia partorito “la mossa del cavallo” ovvero il referendum, probabilmente l’hanno decisa insieme, resta il fatto che questa mossa apre scenari nuovi, con mutati rapporti di forza, perché le cancellerie europee possono destituire un governo nazionale a loro inviso, sostituendolo con uno più amico, possono cancellare la sovranità politica di uno Stato ma non possono destituire e cancellare un popolo consapevole.
In verità ci hanno provato gli stessi tedeschi un’ottantina d’anni fa con il popolo ebraico, e prima ancora i piemontesi con gli italiani del Sud. In entrambi i casi l’operazione non gli è riuscita, il primo si riprese subito anche grazie agli aiuti internazionali di cui ha goduto, il secondo si sta riprendendo lentamente, pur contando solo sulle proprie forze, sta ritrovando consapevolezza della condizione subcoloniale cui è costretto da un secolo e mezzo.

di Raffaele Vescera

L’anno che verrà. All’insegna della rivincita, del riscatto, della liberazione.

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Si chiude un anno ancora infausto per la Terra nostra. Nell’arco del 2014, segnato dal governo Renzi, il Sud ha subito un aggravamento della sua emarginazione economica e politica. Non ci sono ministri meridionali  in questo governo, mentre  quei pochi viceministri e sottosegretari, proni ai desiderata del nord, sono vieppiù indagati per varie malversazioni.

Dai 5 miliardi di euro destinati alle infrastrutture investiti per il 98,8% al centro-nord e solo un misero 1,2% al Sud, ai 2 miliardi di euro sbloccati dal Cipe per lo sviluppo dati interamente al nord, ai 3,5 miliardi di euro di fondi europei destinati alle regioni meridionali e dirottati per sostenere le assunzioni al nord, fino ai fondi per le scuole, ancora una volta sottratti al Sud e al regalo di Natale del farsesco risanamento dell’Ilva di Taranto e della Terra dei fuochi, promesso con soldi che non ci sono: tutto ci parla di fase terminale della colonizzazione del Sud da parte dei gruppi finanziari del nord, cui i governi italiani sono da sempre asserviti. A questo s’aggiunga la disoccupazione giovanile armai al 60% con la conseguente emigrazione di oltre 100.000 giovani, tra i quali molti laureati, verso nord, come e peggio del precedente decennio.

Tuttavia, per la nostra gente in quanto a reazione, spirito di lotta e ritrovato orgoglio di comunità, il 2014 è stato un anno magnifico.

Dalla determinata risposta dei calabresi al tentativo di scippo dei Bronzi di Riace messo in atto dalla impresentabile coppia  Maroni-Sgarbi, a quella dei siciliani contro il nocivo sistema satellitare Muos, all’imponente protesta dei lucani contro le mortali estrazioni petrolifere, a quella dei pugliesi contro la morte per Ilva, a quella dei campani per  la Terra dei fuochi, fino agli abruzzesi e molisani in lotta contro discariche mortali e trivelle marine: tutto ci dice che il nostro popolo è pronto a rivendicare i propri diritti calpestati da ormai 154 anni di malfatta unità.

Alle proteste popolari del 2014 si è  accompagnata la consapevolezza culturale della nostra Storia negata e della Questione meridionale  funzionale all’arricchimento di una sola parte del Paese.  Il termometro più evidente di ciò è la pagina facebook di Briganti che ha quasi raggiunto i 200.000 mi piace, grazie al suo meritevole ed egregio lavoro di “alfabetizzazione di base” sulla Storia, le tradizioni e le continue vessazioni a tutt’oggi subite del Sud.  Mentre proseguono ininterrotte le pubblicazioni di affermati saggisti, quali Pino Aprile, e di nuovi autori meridionali che danno profondità d’analisi alla Questione meridionale.

Oggi, anche alla luce delle ipocrite dichiarazioni  sulla passata grandezza delle Due Sicilie mortificata dall’unità, da parte di Renzi ed altri politici par suo, e dell’improvviso interessamento per il Sud di improponibili personaggi d’accatto quali Salvini & C, possiamo affermare che dal punto di vista culturale il Sud ha vinto.

Non altrettanto netta è tuttavia la vittoria del Sud dal punto di vista politico, poiché il passaggio dalla consapevolezza culturale e sociale a quella più strettamente politica non è né facile e né immediato.

Nei vari movimenti meridionalisti, da una parte persistono convincimenti di subalternità ai partiti responsabili del saccheggio del Sud, dall’altra parte esistono posizioni di astratto ribellismo massimalista che si esaurisce nel campo di altisonanti parole. Unione Mediterranea al contrario lavora per una strategia politica indipendente ed efficace, mirante ad unire sul campo i meridionalisti in un fronte compatto ed incisivo nel raggiungimento dell’obiettivo proposto del riscatto del Sud.

Il 2015 ci pone intanto obiettivi intermedi sui quali lavorare da subito, quali le elezioni regionali, per le quali abbiamo promosso la formazione di liste civiche indipendenti dai partiti, con un programma che a partire da una macroregione meridionale rivendica il riscatto del Mezzogiorno. Mentre resta prioritario il dialogo con i  comitati popolari per estendere al loro interno la coscienza meridionalista.

E’ con tali convincimenti che esprimiamo il nostro augurio per un grande 2015 per la Terra nostra, certi che il tempo della rivincita del Sud è MO.

Raffaele Vescera

IL NUOVO LIBRO DI PINO APRILE “TERRONI ‘NDERNASCIONAL, E FECERO TERRA BRUCIATA”, OVVERO COME SOTTOMETTERE E IMPOVERIRE I POPOLI LASCIANDO CREDERE LORO DI ESSERNE GLI UNICI COLPEVOLI.

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10814393_950897604937765_2069524597_n“Chi domina non vuole solo i beni dei subordinati, ma che essi rinuncino ai loro sogni”

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Fondi per lo sviluppo: tutti a “bordo”, escluso il sud

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L’Incredibile difesa d’ufficio dell’on. Michele Bordo, da Manfredonia, dello scippo di quattro miliardi di euro di fondi europei destinati al Sud e dirottati al nord, previsto dal governo Renzi, scatena reazioni indignate. Persino il deputato barese Boccia, renziano di ferro, ha denunciato la malvagità di tale operazione di spoliazione del Sud, mentre il pur “dalemiano” politico di Manfredonia la difende a spada tratta, dicendo che è cosa giusta aver dirottato i quattro miliardi per sostenere l’occupazione. Posti di lavoro che come vedremo andranno tutti e soltanto al nord.

A sostegno della sua difesa, Bordo, presidente della Commissione politiche europee della Camera, si appiglia alla cosiddetta “incapacità” di spesa delle regioni meridionali che rischierebbero “probabilmente” (l’avverbio è dello stesso bordo) di far decadere i fondi. Secondo alcuni opinionisti, come Marco Esposito, giornalista economico de “il Mattino” di Napoli e  l’esperto di Fondi europei Federico Cimmino, collaboratore de “Il Fatto quotidiano”, si tratterebbe  di scuse e pretesti per sottrarre i già miseri fondi desinati al Sud.

Quest’ultimo, così scrive: “la Commissione europea e il governo italiano hanno firmato un accordo di partenariato sull’uso in Italia di circa 44 miliardi di euro in fondi europei nel periodo 2014-2020; nel dettaglio 32,2 miliardi dal Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale) e dal Fse (Fondo sociale europeo), 10,4 miliardi dal Feasr (Fondo europeo agricolo di sviluppo rurale) e 537,3 milioni dal Feamp (Fondo Ue per gli affari marittimi e la pesca). A tali fondi europei l’Italia dovrebbe garantire un co-finanziamento al 50%, distribuito tra il Nord, Centro e Sud della penisola. In realtà, in seguito alle ultime scelte del Governo, che hanno portato una riduzione dal 50% al 25% dei co-finanziamenti dello Stato ad alcune regioni del sud (Campania, Calabria e Sicilia), risultate meno efficienti nell’utilizzo dei contributi economici europei nella precedente programmazione, il Meridione subirà una sostanziale decurtazione dei fondi, nei prossimi sette anni, che comporterà ulteriori difficoltà per lo sviluppo del Mezzogiorno.”

I dubbi fondatissimi degli economisti che si occupano di Sud sono conseguenti alla politica assolutamente antimeridionale del governo Renzi, in tema di distribuzione dei fondi governativi. A partire dal recente decreto per le ferrovie: su quasi cinque miliardi di euro stanziati per lo sviluppo della rete ferroviaria, al Sud sono destinati appena 60 milioni di euro, corrispondenti alla miserabile percentuale del 1,2% .

Il nord che possiede già il 97% dell’alta velocità, avrà ancora di più, in opere soprattutto inutili, come il contestatissimo Tav in Val di Susa, ben 12 miliardi di euro per 12 km di traforo più qualche km di raccordo con Torino. Spesa chiaramente gonfiata dai mille rivoli tangentizi che accompagnano le grandi opere italiane. In Francia, la stessa opera costa dieci volte di meno. Il Sud si dovrà invece accontentare della miseria di 60 milioni utili ad eliminare i soli passaggi a livello, mentre i meridionali viaggeranno ancora sulle obsolete linee a binario unico d’antan, dove ci sono, con una media di 40 km orari. L’incredibile pretesto adottato dal ministro Delrio (che qualcuno comincia a chiamare Delirio) è che al Sud ci sarebbero “tratti rocciosi” difficilmente perforabili (sic!)

Ancora più scandaloso è il provvedimento del Cipe, deliberato ieri, che stanzia due miliardi di euro per lo sviluppo. Di questi soldi al Sud non andrà neanche un centesimo. Ecco l’ironico commento di Marco Esposito: “Ci fa piacere sottolineare che stavolta non si è trascurata nessun’area geografica. Ci sono infatti 1,2 miliardi per il Mose, ma anche lo sblocco della Orte Mestre che si spinge fin nel lontano Lazio.  Siamo sollevati dalla notizia che è stata finalmente sbloccata la tratta ferroviaria Arcisate-Stabio “di importanza strategica perché parte della linea transfrontaliera del Gottardo e collegamento tra Malpensa e la Svizzera”.  Di rilievo il sostegno in vista dell’Expo alla filiera alimentare…Sostegni anche al settore degli ovoprodotti tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, il florovivaismo in Toscana, il settore del latte tra Genova, Torino e Vicenza, il settore della produzione del kiwi e del melo in Emilia Romagna e nel meridionale Lazio, il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca in Emilia Romagna, Marche, Lazio e Lombardia nel settore del formaggio. Il Cipe infine ha dato via libera alla procedura di autorizzazione dell’autostrada Valdastico al fine di superare il dissenso espresso dalla provincia autonoma di Trento.”

Ma tutto ciò, sia ben chiaro, è possibile solo grazie al silenzio assenso dei politici meridionali, accontentati con uno stipendio da deputato, una commissione parlamentare e qualche tangentina d’accatto, mentre il nord fa la parte del leone. Politici senza qualità, come il nostro Bordo, del quale nessuno in Puglia ricorda di aver sentito la voce in questi anni. Uomini che nella stessa Manfredonia hanno gestito i piani di sviluppo in modo fallimentare, dal contratto d’area, costato tremila miliardi di vecchie lire per fare il deserto, al nuovo porto turistico, un’inutile e distruttiva colata di cemento da 54 milioni di euro per 700 posti barca quasi tutti vuoti. Non che i politici del nord siano meglio: dagli scandali Expo al Mose di Venezia, sono più bravi a garantire finanziamenti per le loro regioni, per poi farne man bassa.

Raffaele Vescera

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