Author Archives: Vittorio Terracciano

LA COLONIZZAZIONE MENTALE III PARTE: DALL’ANNIENTAMENTO ALLA DECOLONIZZAZIONE

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Di Antonio Lombardi

C’è un sottile messaggio che aleggia tra un gruppo di potere colonizzatore e la sua vittima colonizzata, è uno scambio che potrebbe riassumersi così:
– “Senza me non riuscirai a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difenderti!”.
– “Senza te non riuscirò a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difendermi!”.
Questa relazione sostiene tanto le insicurezze e paure del soggetto dominante, mascherate con la supponenza della superiorità, quanto le debolezze del soggetto dominato, che si aliena nell’abbraccio fatale con il suo oppressore. In realtà la dipendenza è reciproca: entrambi non hanno imparato ad essere liberi senza svalutare se stessi.

Il dominatore è un soggetto parassita e, nel rapporto con il dominato, l’invidia e la possessività giocano un ruolo centrale: il risultato è la distruzione e l’impoverimento di entrambi.
– “Senza la mia colonia meridionale, da usare e sfruttare, non potrò mantenere il livello alto dei miei servizi e del mio tenore di vita!”, dice il Nord.
– “Senza il mio colonizzatore settentrionale, che è più capace di me, non riuscirò a fare nulla di buono!”, risponde il Sud.

La relazione di dipendenza e di parassitismo viene mantenuta in piedi attraverso l’annientamento dell’identità, che si esprime in direzione di tre fondamentali orizzonti distruttivi: annientamento socio-culturale, annientamento ambientale, annientamento fisico. Ciascuno di essi contiene un preciso messaggio al soggetto dominato, che viene educato ad impararlo, ad introiettarlo, a farlo proprio, a condividerlo e a collaborarvi.

Sul piano socio-culturale il messaggio imposto è duplice.
Il primo è: “devi adeguarti al nostro modello di vita”, cioè devi vivere in maniera funzionale ai nostri vantaggi, la tua vita vale nella misura in cui contribuisce a rinforzarli.
Il secondo è: “quello che produci tu non vale quanto quello che produciamo noi”. Pensiamo alla concretizzazione di questo principio, ad esempio, nell’esclusione dai programmi scolastici degli autori meridionali, o nella messa in ombra degli artisti. Viene in mente, ad esempio, il caso paradossale di Luca Giordano, napoletano, che ancora vivente ebbe grande fama internazionale e che oggi l’Italia non elenca mai con i grandissimi miti della pittura. Oppure lo svilimento della lingua locale, attraverso l’equazione: se parli napoletano o siciliano, eccetera, sei ignorante, se parli italiano sei istruito. O, ancora, la valorizzazione assoluta di alcune tradizioni e l’abbandono all’oblio e alla morte di altre: un esempio? Il Palio di Siena, da un lato, che viene sollecitamente promosso (nonostante, tra l’altro, le forti riserve sul trattamento degli animali) e Piedigrotta, dall’altro, che non ha mai beneficiato di una campagna promozionale statale. Le tradizioni del Centronord valgono più di quelle del Sud.

Sul piano ambientale l’annientamento dell’identità opera sulla scorta di questo messaggio: “non devi ritrovare i luoghi della tua storia e del tuo esistere quotidiano”. Per questo si sostituiscono i simboli della comunità occupata, si cambiano i nomi delle strade, ma anche si devasta il territorio ed il paesaggio, si lascia che i beni culturali cadano in degrado.

Il terzo annientamento è quello fisico e il messaggio che lo anima è: “non devi esistere qui e ora nella tua diversità”. Le pratiche violente utilizzate sono lo sterminio (pensiamo alla repressione del 1860-70 nei territori delle Due Sicilie) e l’emigrazione forzata come espulsione dal territorio.

L’autonomia comincia quando la svalutazione di sé viene messa in discussione e si fanno passi avanti per recuperare verità, autostima e giustizia, prendendo concretamente, le distanze dal legame limitante.

Come può avvenire questo passaggio?
Il Mezzogiorno è rinchiuso e si lascia rinchiudere entro un confine pedagogico e politico, perdendo quote smisurate di libertà. Questo confine è tracciato anzitutto, come abbiamo già indicato, dall’abitudine indotta a pensarsi in funzione di qualcun altro, risultato di un preciso disegno educativo, cui generazioni di interessati maestri hanno dato corpo. L’idea centrale è che ad avere concretamente il potere economico e culturale e il diritto ad esercitarlo, possa essere scontatamente e legittimamente una sola parte della popolazione dell’Italia: quella del Nord e non quella del Sud.
Questa architettura pedagogico-politica presenta tuttavia un intrinseco ed inevitabile punto debole, puntualmente sottaciuto proprio per la sua “pericolosità”, cioè per la capacità di mettere in discussione tutto il sistema. Ed è proprio questo tallone di Achille a costituire, paradossalmente, la radice ultima sia del potere di dominio che della forza di cambiamento: il consenso e la collaborazione.
Il consenso va inteso come adesione cognitiva ed emotiva al sistema: lo considero giusto, mi piace.
La collaborazione è espressione del consenso, sul piano del comportamento: lo considero giusto, mi piace, obbedisco. La collaborazione può essere anche inconsapevole, presente nonostante il dissenso, il quale è il rifiuto cognitivo ed emotivo del sistema: è ingiusto, non mi piace.
Consenso e collaborazione acritici si esprimono in una miriade di forme quotidiane: da come si riempie il carrello della spesa, a dove si va in vacanza, a come si reagisce ad un programma televisivo, eccetera. Forme su cui si fonda tanto la possibilità di rinforzare le scelte operate dal sistema di potere, quanto di modificarle o persino di abbattere quel sistema stesso. Apprendere, educarsi ed educare alla capacità di dire “no” a quel disegno, per dire “sì” ad uno alternativo, è trasformare consenso e collaborazione da fattori di rischio ad opportunità di autonomia. È varcare il confine che soffoca il Sud, che ne recinta la mente e i comportamenti politici.

La colonizzazione mentale è il frutto di un lungo processo di apprendimento, di cui l’annientamento dell’identità rappresenta al tempo stesso l’innesco e l’obiettivo finale. Un movimento politico che si ponga l’obiettivo della liberazione della comunità messa sotto scacco, non può rinunciare a farsi carico anche di una responsabilità educativa, formativa e informativa. Aiutare a vedere, a vedere veramente. Solo un’attenta ed organizzata azione di questo tipo, infatti, può contrastare quel processo di annichilimento, questa guerra alla libertà e alla pace degli individui e della comunità assoggettata. Come ricorda il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura: “Poiché le guerre hanno inizio nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”.
Se guardi da lontano la tua condizione, non sarai consapevole dei pericolosi legami che stai intessendo e vedrai solo il tuo padrone. Ma se ti avvicini e fai attenzione, guardando le cose ad una ad una, così come sono, vedrai la libertà.

Nella foto: Oleg Shuplyak, Illusione ottica (2009).

LA COLONIZZAZIONE MENTALE II PARTE: LA COLONIZZAZIONE COME PRATICA EDUCATIVA

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Di Antonio Lombardi

Nella breve I parte ho definito la colonizzazione mentale come “l’induzione alla soggezione psicologica e culturale accompagnata dalla giustificazione ad oltranza di coloro che la praticano”.

Spiegavo che questa mia definizione teneva conto di tre elementi fondamentali: 1) la volontarietà dell’azione di assoggettamento; 2) il suo radicamento in due aree: psicologica e culturale; 3) la persuasione, da parte dell’assoggettato, che l’oppressore abbia motivi validi per praticare la sottomissione.

Vediamo ora alcuni aspetti specifici di questo processo di colonizzazione nella prospettiva di pratica educativa.
Anzitutto non bisogna immaginarlo necessariamente in chiave totalizzante: questo significa che ciò che conta non è tanto l’occupazione completa di ogni spazio di produzione e riproduzione del pensiero e dei valori, quanto il controllo di alcuni gangli nevralgici. Per assoggettare il colonizzato è utile soprattutto pianificare “scientificamente” la veicolazione dei messaggi. In tal modo è immaginabile che persino una minoranza possa tenere in scacco una maggioranza incommensurabilmente più ampia. La storia della colonizzazione geografica e l’attualità di regimi dittatoriali ne contengono prove schiaccianti.

Un altro elemento chiave è la “supereducazione” di alcuni collaboratori interni alla comunità da sottomettere. La creazione, cioè, di un gruppo di affidabilissimi e devotissimi che, ben motivati, istruiti e premiati (in denaro, prestigio, privilegi, vantaggi, carriere, eccetera), concorrano a reggere l’impalcatura del pensiero unico coloniale. In realtà sono essi i protagonisti preziosi della grande opera: supereducati essi stessi, educano a loro volta, soprattutto smentendo (magari arrampicandosi sugli specchi) le voci del dissenso. In questo quadro vanno, ad esempio, ricondotti quegli storici che si prodigano nel ribattere colpo su colpo le nuove visioni del passato, generate da documenti inediti od osservazioni da prospettive inusuali e “non ortodosse”. Questo significa anche, ed ecco un altro perno del processo di colonizzazione mentale, la contestuale creazione di credenze e narrazioni ufficiali, la sacralizzazione della figura del colonizzatore accompagnata dallo svilimento del colonizzato come essere inferiore e dall’emarginazione dei narratori divergenti. In Italia questo meccanismo, ad esempio, si concretizza con l’attribuzione del marchio di “leghista” a coloro che mettono in discussione il cosiddetto Risorgimento, anche se le osservazioni critiche dovessero provenire da aree e soggetti palesemente scevri da quegli elementi che giustificherebbero una tale etichettatura politica. Emarginare per controllare; sacralizzare il nucleo concettuale e valoriale che costituisce la motivazione del controllo, rendendolo scontatamente intoccabile: un tabù. Gli stessi “padri” portatori dell’azione colonizzatrice finiscono per rientrare in questa interdizione sacrale: sempre al di sopra di critiche e di possibili riesami obiettivi. Chi avesse l’ardire di oltrepassare il confine della reverenza sarebbe velocemente da condannare.

Un ultimo interessante aspetto riguarda le forme di opposizione che comunque dovessero prodursi. Ebbene, mentre sono tollerate (o, in casi particolari, addirittura promosse) pratiche di obiezione di coscienza e noncollaborazione, come forma di libera espressione, questo diritto cade quando l’obiettivo è il sacro colonizzatore. Si potrà replicare quanto sia ovvio che ciò accada, altrimenti un regime non sarebbe tale. Certamente, ma quello che desidero sottolineare è che l’aspetto più stringente, nella cornice che abbiamo delineato, non è tanto l’attività repressiva in termini di privazione dell’integrità fisica, della libertà, della vita –che pure può esistere- quanto quella di coercizione psicologica, che può assumere forme anche assai dissimulate. Il paradosso della relazione di colonizzazione è che il colonizzatore offre margini di libertà di pensiero al colonizzato, lo fa sentire libero e liberato, gli riconosce persino un diritto al disaccordo, ma in realtà lo sta intrappolando come un cavallo coi paraocchi, affinché non imbizzarrisca.

Alla fine di questo processo educativo, quando la tua identità sarà stata spazzata via, saprai di te stesso quello che il tuo padrone vuole che tu sappia e avrai perfino la libertà di mettere in discussione tutto e tutti: eccetto lui e il suo valore. Questo è il vero potere e il volto senza maschera della colonizzazione mentale.
Nella foto: Magritte, L’invenzione della vita (1927)

LA COLONIZZAZIONE MENTALE I PARTE: UNA DEFINIZIONE

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Di Antonio Lombardi

Che cos’è la colonizzazione mentale di cui spesso si discute?
Io la definisco così: la colonizzazione mentale è l’induzione alla soggezione psicologica e culturale accompagnata dalla giustificazione ad oltranza di coloro che la praticano.

Questa definizione tiene conto:
• della volontarietà dell’azione di assoggettamento. La colonizzazione mentale non è un mero “effetto collaterale” della colonizzazione economica e politica ma, anzi, è uno dei cardini della strategia di conquista e sottomissione di un popolo.
• Delle due aree in cui essa si radica. La sfera psicologica, anzitutto, attraverso la quale si diffonde il sentimento di inferiorità e di impotenza al cambiamento. L’ambito culturale, che si impregna di un’altra convinzione: quello che il colonizzato produce non vale quanto quello che produce il colonizzatore. La lingua, le tradizioni, le opere d’arte, i simboli, eccetera, di quest’ultimo appaiono sempre più belli, più importanti, più validi di quelli del colonizzato.
• Della persuasione diffusa tra gli assoggettati, e difficile da smantellare anche davanti ad evidenze, che l’oppressore ha motivi validi per praticare la sottomissione o, almeno, che chi la subisce meriti tale trattamento.

Questa condizione così alienata dell’individuo e della comunità è possibile superare attraverso una duplice azione educativa che punti alla crescita del senso critico.
Essa deve anzitutto accompagnare e aiutare le persone a sviluppare la capacità di compiere uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto della conoscenza ai modi propri del conoscere. A porsi senza interdizioni, divieti, blocchi, la domanda: “Come sto conoscendo la realtà? Da dove mi viene il mio modo di conoscerla?”, invece di continuare a interrogarsi solo e sempre su: “Che cos’è che ho davanti?”. Perché, in tal caso, la risposta sarebbe probabilmente scontata, formulata a partire da quelle convinzioni indotte che operano come un filtro, come una lente colorata.
Ciò deve essere completato con un’irrinunciabile lavoro di educazione all’identità, intesa come riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico, simbolico, valoriale, esperienziale e culturale che identifica un popolo come comunità con una propria spina dorsale, e non più come triste e fragile distesa di canne piegate da ogni vento che soffi.

Referendum: MO! Unione Mediterranea dice NO alla riforma costituzionale. Altilia: introduce il regionalismo differenziato.

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MO! Unione Mediterranea, il movimento tra i più attivi e presenti sulla scena politica a difesa delle istanze meridionaliste, è schierato per il NO al referendum sulla riforma costituzionale.

“Diciamo subito che il nostro è anche e soprattutto un NO visto da SUD.” Esordisce Carmen Altilia, portavoce di MO! Unione Mediterranea.
“Le ragioni del nostro NO, vanno principalmente ricercate nella politica monopolistica del governo, tendente a svilire il più ampio decentramento politico e amministrativo.

Nello specifico, – chiarisce Altilia – abbiamo a che fare con una riforma costituzionale accentratrice, avente per oggetto una riduzione dell’autonomia delle regioni meridionali”. La portavoce di Mo!Unione Mediterranea fa riferimento in modo specifico al combinato disposto degli artt. 116 e 117 così come sarebbero riscritti nell’ipotesi di vittoria del SI al referendum. “Con la modifica costituzionale – continua la portavoce – alcune materie, quale ambiente, trasporti, aeroporti, istruzione, tornerebbero ad essere competenza esclusiva dello Stato, se e nella misura in cui, le Regioni non si trovino in una condizione di equilibrio tra le entrate e le spese.

Di fatto, – spiega Carmen Altilia – verrà attuato un regionalismo differenziato discriminante ai danni del meridione: le Regioni meridionali non avranno poteri decisionali in ambiti vitali, a differenza di altre Regioni ritenute ‘virtuose’.”


Ufficio Comunicazione Unione Mediterranea

Com’è il mondo visto da Sud

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Non è facile saperlo.
I media “mainstream” non sono certo nelle nostre mani mediterranee e l’agire politico della comunità internazionale ha ben poco riguardo per i popoli “servi”, quelli che devono tacere e obbedire. Tra questi c’è anche il Mezzogiorno d’Italia.
Ecco perché un movimento politico identitario come MO-Unione Mediterranea deve dotarsi di una sua visione politica delle relazioni internazionali, soprattutto se aspira a far ritrovare l’indipendenza alla sua terra colonizzata o, almeno, un’ampia autonomia. Cioè se vuole che un giorno essa parli con la propria voce nel consesso dei popoli e non più attraverso il filtro – poco benevolo- dell’Italia.
Del resto, il Meridione (le care vecchie Due Sicilie) sta su questo pianeta e non su un altro, e beneficia delle autentiche politiche di pace così come paga un prezzo (e che prezzo!) per gli scenari di guerra o in genere di crisi internazionale. È noto che viviamo in un villaggio globale e la sfida non è quella di isolarsi, ma quella di creare una comunità mondiale rispettosa e pacifica, fatta di comunità locali consapevoli della propria identità e dei propri diritti, capaci di difendersi senza distruggere, aperte agli scambi culturali e alla solidarietà
Per comprendere appieno quanto sia vero che le mosse sullo scacchiere internazionale incidano e abbiano inciso pesantemente sulla nostra storia, non occorre fare grandi sforzi. Basta andare poco a ritroso nel tempo, fino all’invasione del Regno delle Due Sicilie da parte del Regno di Sardegna con la scusa, ampiamente smentita dalla ferocia e dallo spogliamento concomitanti, dell’unità d’Italia.
È noto, infatti, il ruolo che ebbe l’Inghilterra nel volere, nel finanziare e nel sostenere militarmente Garibaldi e i suoi scherani nell’avanzata verso sud. Il petrolio dell’epoca, lo zolfo, di cui la Sicilia era ricca, non doveva essere lasciato in libera gestione nelle mani del nostro Paese: come si adoperava a fare Ferdinando II.
Nella foto (tratta dalla collezione d’archivio della Royal Bank of Scotland) c’è una lettera di credito che testimonia una raccolta di fondi in Scozia a favore di Garibaldi.
Non era pratico o sicuro inviare grandi donazioni in contanti in giro per l’Europa e una lettera di credito era un’ottima alternativa. I fondi erano depositati in una banca in Scozia, la quale poi emetteva la lettera di credito che si sarebbe potuta cambiare localmente in contanti. La lettera di credito poteva passare attraverso numerose mani prima di giungere a Londra, dove gli agenti della banca scozzese avrebbero provveduto a regolare i conti a nome dell’istituto di credito stesso. Tutto questo passamano era naturalmente irrilevante per Garibaldi ed i suoi sostenitori scozzesi: ciò che contava era che il denaro gli giungesse in modo sicuro.
Sul retro della lettera di credito c’è praticamente la storia di questo viaggio: emessa dalla Banca Nazionale di Scozia a Edimburgo il 22 agosto 1860, giunta a Napoli il 24 ottobre dello stesso anno e firmata da Garibaldi e dal suo segretario Giovanni Basso, che gestiva il business per suo conto. Alcune settimane dopo, a Genova, Basso passò la lettera a un tale Michele Piaggio, che la passò a Gruber & Co, una società di mercanti austriaci di stoffe. Da Gruber & Co passò a Schunck Souchay & Co, un’altra casa mercantile con forti legami con l’Inghilterra, che la inviò al suo ufficio di Londra. Giunta dunque alla banca scozzese, fu saldato il pagamento di 115 sterline: il denaro era passato in modo sicuro dalla Scozia verso la nascente Italia. Alla faccia dei moti risorgimentali tutta passione e impeto unitario italiano.
MO-Unione Mediterranea sente il dovere di comprendere e spiegare il mondo di oggi, le relazioni internazionali e le sue ricadute sulla nostra terra, e di farlo con i nostri occhi identitari e non con quelli interessati ed alienanti che ci vengono imposti ogni giorno dall’esterno.

RAPPORTO MIGRANTES 2016: FUGA DEI CERVELLI, UNA CRITICITA’ MERIDIONALE

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L’Italia si riconferma paese di emigranti, una terra dalla quale fuggire.

Non sono passati poi così tanti anni da quando i nostri antenati salpavano in nuovi mari, verso altre terre. Il lavoro scarseggiava, e ciò che i campi donavano non bastava più a sfamare le bocche di quei figli dall’incerto futuro. Così, padri di famiglia da un presente ormai segnato, imbracciata una speranza,  emigravano; partivano alla volta della Germania, dell’ America, della Svizzera, lontano dagli affetti, purché quegli affetti potessero crescere con i soldi inviati d’oltreoceano.

Sembra essere passata un’eternità, ma in fondo poi così tanto non è, siamo nel 2016, e  parliamo ancora di emigrazione,  la medaglia però cambia volto: a partire non sono più padri di famiglia, ma figli, giovani laureati che in Italia non hanno intravisto le premesse per restare e, ciò che ancor più preoccupa, per tornare. Il rapporto migrantes 2016 illustra una situazione allarmante: in 10 anni la mobilità italiana sembrerebbe essere aumentata del 54,9%; 107mila gli italiani espatriati all’estero nel 2015 e, di questi, un terzo sono giovani disoccupati. Come infatti evidenzia la Fondazione Migrantes “l’Italia vive un’emorragia di talenti: i giovani più preparati se ne vanno e il Paese è incapace ad attrarne di nuovi”, di modo che, se è vero che la mobilità rappresenti una risorsa, questa diventa dannosa se a senso unico, come si intravede nella fattispecie italiana. Un ulteriore aspetto però, porta ad interrogarsi maggiormente sul  Sud d’Italia, in quanto l’esodo nazionale, possiede in realtà una criticità tutta meridionale; il drenaggio per queste regioni è duplice: verso le regioni del nord Italia e verso l’estero, con una conseguente perdita in termini, non solo di talenti, ma anche di risorse economiche. Secondo lo studio realizzato dal Censis per Confcooperative, il depauperamento peserebbe per oltre 5 miliardi di euro dal 2006 al 2016; un campanello di allarme per lo stato italiano,il quale dovrebbe porgere una maggiore attenzione al settore giovanile e alla disoccupazione nel Sud Italia.

D’altra parte, il calo dello sviluppo infrastrutturale, dei servizi, induce giovani neodiplomati a scegliere la propria università in regioni settentrionali, con una conseguente perdita di risorse per il sistema universitario meridionale. Università eccellenti, occupanti posti di prestigio nelle liste di indagini europee,si ritrovano a dover fare i conti anche con i propri neolaureati, che invece di puntare sul territorio d’origine, si indirizzano verso il nord del paese o dell’Europa: dunque una duplice perdita di risorse per le università del Sud, quelli che partono prima e quelli che si allontanano dalla terra d’origine  conseguiti gli studi.

Salotti televisivi e dibattiti politici, stanno dando ormai spazio al tema della riforma costituzionale e, se è vero che la parte riguardante i Principi Fondamentali resti invariata dalla riforma, come costituzionalmente previsto, è pur vero che  il reale problema della Costituzione italiana  rimanga l’inattuazione, nonché le differenze di diritti sociali garantiti tra i cittadini presenti sul territorio, tra Nord e Sud del paese. “E’ compito della Repubblica promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro, così come rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale […] che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Carmen Altilia – Portavoce di MO Unione Mediterranea

Presentazione del cortometraggio “L’Annunciazione”

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Mercoledì 5 Ottobre alle ore 17 si terrà presso il PAN di Napoli, la proiezione del cortometraggio L’ANNUNCIAZIONE di Stefano Delle Cave.

All’evento prenderanno parte: il Vice Sindaco del Comune di Napoli Raffale Del Giudice, l’assessore alla Cultura Nino Daniele, il responsabile regionale di Mo-Unione Mediterranea Lucio Iavarone ed il Presidente del Movimento Polis Francesco Cacciapuoti.

A moderare la serata ci sarà il presidente del Sindacato Unitario Giornalisti e il consigliere dell’Odg Campania Domenico Falco.

L’Annunciazione è un cortometraggio sullo scabroso tema della cosidetta Terra dei Fuochi. Annamaria Veneruso è una donna incinta che vive in una discarica. La sua voglia di riscatto rappresenta la ribellione di una terra stanca dei veleni. E’ ora di cambiare, di annunciare il futuro, di annunciare un figlio che testimoni il male affinché non sia più compiuto, né dimenticato.

Alla proiezione seguirà il dibattito tra gli ospiti e i partecipanti.

MO! Il nuovo segretario è Pierluigi Peperoni

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Il timone di Mo! Unione Mediterranea passa al trentenne Pierluigi Peperoni.
Responsabile del circolo di Napoli Capitale, è tra gli organizzatori della campagna elettorale della lista MO! alle elezioni amministrative di Napoli.

Già membro dello staff di comunicazione del movimento, durante i lavori del III Congresso Nazionale di Mo!Unione Mediterranea, è stato eletto a maggioranza segretario nazionale.

Con le sue competenze in ambito informatico e dei processi di e-governance porterà all’interno del movimento un vento di cambiamento e innovazione.

Da noi tutti, i più sinceri auguri e un grande in bocca al lupo.
Siamo certi che con coraggio e la consueta dedizione sarà interprete e difensore della Carta dei Principi di Unione Mediterranea per la tutela e difesa del Sud.

E’ Carmen Altilia la nuova Portavoce di MO! Unione Mediterranea

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Carmen Altilia, classe 1988, è la nuova portavoce di Mo-Unione Mediterranea.

Laureata in scienze politiche e relazioni internazionali, è già componente del comitato di coordinamento e membro di comunicazione del movimento.

Da anni impegnata in terra di Calabria contro le mafie, subentra alla Portavoce uscente Flavia Sorrentino, a cui va il nostro sentito ringraziamento per il compito fin ora svolto.

A Carmen Altilia i migliori auguri di buon lavoro e di buon proseguimento sul cammino già avviato per la difesa della nostra Terra.

Revisione e modifica della toponomastica risorgimentale di Reggio Calabria

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Al Sindaco dott. Giuseppe Falcomatà,

al Prefetto dott. Michele Di Bari,

alla Commissione Toponomastica

del Comune di Reggio Calabria

Oggetto: revisione e modifica della toponomastica risorgimentale della città

Il movimento politico meridionalista “MO! – Unione Mediterranea”, in seguito all’annuncio di revisione della toponomastica cittadina, rivolge un appello al Comune di Reggio Calabria affinché prenda in considerazione la possibilità di sostituire i nomi dei personaggi risorgimentali delle vie della città, con i nomi di coloro che davvero hanno impegnato tutta la vita a favore del capoluogo reggino.

A tal proposito, è stata studiata l’organizzazione della toponomastica ed eseguita una mappatura di quelle vie che, in pieno centro storico, sono intitolate a patrioti dell’Unità, ad episodi (date e luoghi) legati al Risorgimento, nonché a politici e generali.

Nella sola zona della Stazione Centrale troviamo “via Nino Bixio”, “Via Fratelli Cairoli” e “via Guglielmo Pepe”, oltre alle immancabili “via Cavour” e “via Mazzini”; la piazza su cui si affaccia la Stazione Centrale è intitolata a Giuseppe Garibaldi, così come il Corso che è la via principale della città. Si arriva quindi a “piazza Vittorio Emanuele II” (nota come “piazza Italia”) per la statua del Larussa che vi si trova al centro, simbolo dell’Unità nazionale e che venne a sostituire la statua di Ferdinando I, fatta a pezzi nei moti del 21 agosto 1860 (fonte http://www.convittorc.it/documenti/strade.pdf).

Si vuole quindi portare all’attenzione il ruolo che ebbero alcuni di questi personaggi nella storia del nostro Paese: in particolare, è importante concentrarsi su Nino Bixio, generale che si contraddistinse per il famoso eccidio di Bronte nell’agosto del 1860, per la battaglia in Piazza Duomo a Reggio Calabria, la repressione di Santa Croce Camerina (in provincia di Ragusa) e tante altre cruente battaglie in cui la ferocia fu il tratto distintivo. A lui vengono attribuite una serie di citazioni, tra le quali: “Al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento”.

Ci si chiede anche quale ruolo possano aver avuto personaggi come Cavour, Mazzini e Garibaldi nella crescita della città di Reggio Calabria, se non quello di essere stati iniziatori di un declino inesorabile della nostra terra con la nascita della famosa “questione meridionale”, mai affrontata – per negligenza – da centinaia di anni. È storicamente provata la nascita della Camorra e delle altre mafie del Sud Italia proprio nel 1861, quando si organizzarono come vere e proprie associazioni criminali; è anche noto come nell’operazione della Dda di Milano nel 2014 (in cui vennero arrestati 40 presunti ‘ndranghetisti), i carabinieri del R.O.S. abbiano registrato un video in cui gli affiliati, riuniti in cerchio, giuravano nel nome di Garibaldi, Mazzini e La Marmora (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/11/18/ndrangheta-in-lombardia-filmato-dellaffiliazione-riferimenti-a-mazzini-e-garibaldi/312973/). Senza addentrarsi in questioni riguardanti massoneria e mafia, ci si limita ad esporre perplessità sull’organizzazione della toponomastica cittadina.

Non è tutto: la parallela superiore del “Lungomare Falcomatà” è “Corso Vittorio Emanuele III”, nipote del primo Re d’Italia e monarca nel periodo fascista, promulgatore delle leggi razziali contro gli ebrei.

Sempre in zona Stazione Centrale, le vie intitolate a date e luoghi del Risorgimento sono numerose da “via Aspromonte” a “via Caprera” (l’isola che fu dimora e luogo del decesso di Giuseppe Garibaldi e che non ha nulla a che fare con Reggio Calabria), “via Gaeta” (assediata ferocemente dai piemontesi nel 1860-1861 e che dovremmo commemorare anziché celebrare), “via Marsala” (luogo in cui sbarcarono i mille garibaldini), via Plebiscito, via “2 settembre 1847” (data di inizio dei moti rivoluzionari di Reggio Calabria, in cui Domenico Romeo fu giustiziato dal governo borbonico), “via 21 agosto 1860” (data della famosa battaglia in Piazza Duomo che vide contrapposti i garibaldini all’esercito borbonico).

La toponomastica di Reggio è organizzata in periodi storici, che caratterizzano ciascuna zona della città. Tuttavia, ciò non vieta di inserire tra le vie principali i nomi di luoghi e personaggi in sostituzione di quelli citati sopra, perché appunto non riconducibili alla storia millenaria della nostra città. Di seguito verranno proposti alcuni suggerimenti.

Partendo dalla fondazione dell’antica “Rhegion”, come non ricordare i coloni di stirpe ionica provenienti da Calcide, nell’isola greca Eubea, tutt’ora esistente come comune di circa 90 mila abitanti. I calcidesi furono fondatori di Reggio e di tante altre colonie della Magna Grecia, e a questa città sono dedicate vie in numerose località siciliane, ma non a Reggio. Le fonti sulle origini della nostra città risalgono in particolare allo storico Tucidide e al suo capolavoro storiografico, La Guerra del Peloponneso, che costituisce una delle opere principali attraverso la quale gli storici moderni hanno ricostruito alcuni eventi legati alle origini dell’antica Grecia. È curioso sapere che addirittura a Milano sia presente una via intitolata allo stesso Tucidide, e non a Reggio Calabria.

Sempre restando nel periodo greco, è d’obbligo citare il giurista catanese Caronda, autore delle leggi della sua città e della nostra Reggio, prima di tante altre colonie della Magna Grecia: sono presenti vie dedicate a Caronda in molte località siciliane ma, appunto, non a Reggio.

Proseguendo con il periodo romano, non vi è traccia né ricordo dell’antica Via Popilia, meglio conosciuta come Via Capua – Regium, che collegava Roma con l’estrema punta della penisola italica. In altri capoluoghi di provincia, come Vibo Valentia e Cosenza, è presente via Popilia, mentre è scomparsa da Reggio che era la città principale da collegare attraverso quella strada. È come se tra qualche millennio non venisse ricordata la Salerno-Reggio Calabria, autostrada fondamentale per il collegamento tra Reggio ed il resto della penisola.

Un altro ruolo importante fu quello assunto da Gioacchino Murat, Re di Napoli agli inizi del 1800 dopo la sottrazione del trono ai Borbone. Nonostante sia ancora oggi considerato un personaggio ambiguo, nel breve periodo in cui dominò l’Italia meridionale lasciò tracce visibili ancora oggi in molte località, tra cui Pizzo Calabro, Scilla, Bari, Brindisi, Potenza. A lui vengono dedicate vie persino a Milano, oltre alla statua situata all’ingresso di Palazzo Reale a Napoli. A Reggio Calabria, dove portò l’illuminazione pubblica, non è stata dedicata nessuna via del centro, nonostante sia presente il “Centro Studi Gioacchino e Napoleone”, da considerare forse come un’opera modesta rispetto al ricordo di un personaggio così illustre per la storia della città e di tutto il Sud Italia.

Nel corso della sua storia, infine, Reggio fu colpita da diversi terremoti che resero necessari ingenti lavori di ripristino degli edifici. Il ricordo più recente è quello del terremoto del 1908, in cui la città fu rasa al suolo e il piano di ricostruzione seguì le linee dettate dall’ing. Pietro De Nava, a cui è dedicata la biblioteca e da non confondere con Giuseppe De Nava a cui è dedicata l’omonima piazza di fronte il museo archeologico. Ma l’evento del 1908 non fu l’unico ad avere conseguenze catastrofiche: già nel 1783 la città fu in parte distrutta da un terremoto e ricostruita secondo il progetto dell’ing. Giambattista Mori, che diede alle strade di Reggio la tipica conformazione orizzontale e ortogonale. Tuttavia, di Giambattista Mori non vi è traccia nella toponomastica cittadina.

Il movimento politico “MO-Unione Mediterranea”, così come specificato nella sua Carta dei Princìpi, ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Il movimento ripudia mafia, violenza, razzismo e qualsiasi forma di discriminazione. Il fine della richiesta è quello di far recuperare l’identità dei cittadini di Reggio Calabria e del Sud Italia: vi è la ferma convinzione che solo riacquistando la propria memoria storica, un popolo possa sentirsi effettivamente coinvolto nella vita della città e quindi essere in grado di difenderla da chi non vuole il suo sviluppo e la sua libertà. La modifica della toponomastica, in tal senso, è sicuramente un’azione molto piccola ma concreta di recupero dell’identità: siamo infatti convinti che da queste piccole azioni possano scaturire grandi risultati. L’esempio più tangibile è ciò che sta facendo l’amministrazione comunale di Reggio Calabria che, con il duro lavoro e nel silenzio della stampa nazionale, sta letteralmente cambiando in positivo il volto della città.

Con l’auspicio che la nostra richiesta sia esaminata, e in attesa di una risposta, si porgono distinti saluti.

 

Reggio Calabria, 18 agosto 2016

La Portavoce Nazionale: Flavia Sorrentino

Il referente territoriale: Davide Abramo

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