Author Archives: Vittorio Terracciano

Dal mezzogiorno, un tranquillo ma convinto no al referendum costituzionale

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Pubblichiamo integralmente l’appello per il no lanciato dal prof. Gianfranco Viesti e firmato da molti illustri figli del Sud tra cui Pino Aprile, Maurizio De Giovanni, Marco Esposito, Isaia Sales.

Ad avviso delle firmatarie e dei firmatari di questo documento, il 4 dicembre è opportuno votare NO se si hanno a cuore le prospettive di sviluppo di lungo periodo dell’Italia e del Mezzogiorno in particolare.
Il progetto di riforma costituzionale è complesso. Già questo ne rende difficile la valutazione da parte dell’elettore.
Alcune modifiche sono apprezzabili, come sottolineato nel documento dei 50 costituzionalisti per il No (in cui ci riconosciamo ampiamente), a partire dal superamento del bicameralismo perfetto. Tuttavia, come gli stessi costituzionalisti sottolineano: “questi aspetti positivi non sono tali da compensare gli aspetti critici”.
Due sono a nostro avviso particolarmente rilevanti.In primo luogo, la forte concentrazione e personalizzazione del potere esecutivo; che, fra l’altro, disporrà di una corsia preferenziale nel nuovo processo legislativo. Un processo affidato in gran parte ad una sola Camera saldamente controllata dal Premier, grazie alla nuova legge elettorale (per la quale gli annunciati propositi di cambiamento, oltre a essere poco credibili in caso di vittoria del Sì, non mutano in maniera sostanziale questo dato).
Siamo convinti, invece, che in un sistema democratico ben rappresentativo e ben funzionante debbano esservi più forti meccanismi di“controllo ed equilibrio” e un ruolo più rilevante per il Legislativo.
La capacità di governo non è minata oggi da fattori istituzionali, ma dalle debolezze della politica.
In secondo luogo, il forte accentramento nell’esecutivo nazionale dei poteri di governo del paese, a danno delle Regioni. Una forma di accentramento confusa e incoerente. Gli ingiustificati privilegi per le regioni a statuto speciale vengono lasciati intatti; mentre per le regioni più ricche, con i bilanci più sani, vi è la possibilità di tornare ad acquisire rilevanti competenze. Certo, le regioni non hanno dato buona prova (specie al Sud – anche se non sempre e non solo).
Ma, di nuovo, questo è un problema più politico che istituzionale. I Ministeri, del resto, non hanno dato miglior prova delle regioni. Una società articolata e multiforme,come la nostra, non si governa per decreti da Roma, ma attraverso un’indispensabile collaborazione fra livelli di governo e rendendo i cittadini partecipi delle scelte.
Il Sud è nel pieno della peggiore crisi della storia unitaria. Presenta tendenze assai preoccupanti. Per il suo futuro, e quindi per il futuro dell’intero paese, è indispensabile tanta buona politica e tante buone politiche:un forte rilancio degli investimenti e un ridisegno dei grandi servizi pubblici che ne accresca qualità, efficienza e sostenibilità economica. Occorre assicurare che i diritti di cittadinanza siano riconosciuti per tutte le italiane egli italiani, e che i
servizi ai cittadini (soprattutto in materia sociale) siano di livello elevato e il più possibile omogeneo in tutto il paese.
Ma la logica di “ricentralizzazione” che ispira la riforma non garantisce in alcun modo questo obiettivo: provvede solo a dare al Governo centrale la possibilità d’imporre ai territori le sue scelte, anche quelle potenzialmente dannose. Ciò è ancora più rilevante perché le scelte politiche già compiute negli ultimi anni – promosse dagli esecutivi senza un sufficiente dibattito parlamentare – stanno rendendo diritti e servizi diseguali, sempre più dipendenti dalla ricchezza dei territori; stanno accrescendo di più la pressione fiscale in quelli più deboli, concentrando i pochi investimenti nelle aree più forti del paese, ridisegnando sanità, scuola, welfare in misura diseguale, a danno del Sud. Specie con l’attuale esecutivo, ha preso forma ad esempio una profonda trasformazione e concentrazione del sistema universitario che avrà effetti gravissimi sul futuro civile ed economico del Sud.
Pensiamo che in Italia, specie al Sud, ci sia tanto da cambiare, da innovare. E in fretta. E, specie al Sud, facendo tesoro anche dei propri errori. Ma siamo fermamente convinti che nella nostra società le vere riforme – quelle che servono e poi funzionano davvero – possano nascere solo da un profondo confronto democratico, anche con un’attenta rappresentazione e composizione delle diverse esigenze territoriali; e dall’interazione tra più saperi, conoscenze, culture politiche. Il Principe illuminato – come frutto della riforma costituzionale – che guarisce un paese indebolito con le sue infinite conoscenze e le sue rapide azioni è, a nostro avviso, solo una pericolosa illusione.

Gianfranco Viesti e Onofrio Romano (Università di Bari). Aderiscono: Pino Aprile (saggista), Franco Arminio (paesologo), Piero Bevilacqua (storico), Nando Blasi (Popu) (musicista), Nicola Costantino (ex rettore Politecnico Bari), Maurizio De Giovanni (scrittore), Carmine Di Pietrangelo (Left, Brindisi), Marco Esposito (giornalista), Dino Falconio (Paradox, Napoli), Andrea Gargiulo (direttore orchestra), Enzo Lavarra (ex europarlamentare), Piero Lacorazza
(Consigliere Regionale Basilicata), Oronzo Martucci (giornalista), Luigi Masella (Fond Gramsci Puglia), Eugenio Mazzarella (ex parlamentare) Leonardo Palmisano (saggista), Ferdinando Pappalardo (ANPI Puglia), Corrado Petrocelli (ex rettore Univ Bari), Isaia Sales (saggista, ex sottosegretario), Antonio Stornaiolo (attore), Alessio Viola (scrittore), Alberto Baccini (Università di Siena), Ugo Ascoli (Università Politecnica delle Marche), Anna Simone (Università di Roma Tre), Giovanni Cerchia, Michele Della Morte, Alberto Tarozzi (Università del Molise), Melina Cappelli, Davide De
Caro, Paola De Vivo, Pompea Del Vecchio, Nicola Durante, Giuliano Laccetti, Alberto Lucarelli, Enrica Morlicchio, Fabio Murena (Università Federico II di Napoli), Maurizio Migliaccio (Università di Napoli-Parthenope), Giso Amendola, Davide Bubbico, Mimmo Maddaloni, Raffaele Rauty, Maria Antonietta Selvaggio (Università di Salerno), Paolo Fanti, Fara Favia (Università della Basilicata), Marco Barbieri, Aldo Ligustro, Irene Strazzeri (Università di Foggia), Giuseppe Campesi, Michele Capriati, Franco Chiarello, NicolaColonna, Tiziana Drago, Lea Durante, Fabrizio Fiume, Lidia Greco,
Raffaele Licinio, Isidoro Mortellaro, Luigi Pannarale, Ivan Pupolizio, Francesco Prota, Francesca Recchia Luciani, Stefania Santelia, Mario Spagnoletti, Carlo Spagnolo, Roberto Voza (Università di Bari), Giampaolo Arachi, Mario Castellana, Valentina Cremonesini, Stefano Cristante, Fabio De Nardis, Antonio Donno, Guglielmo Forges Davanzati, Nicola Grasso, Angelo Salento, Luigi Spedicato, Ferdinando Spina (Università del Salento), Domenico Cersosimo, Piero Fantozzi, Sonia Fiorani, Guido Liguori, (Università della Calabria), Ignazia Maria Bartholini (Università di Palermo), Fabio Mostaccio, Tonino Perna (Università di Messina), Maurizio Caserta (Università di Catania), Marco Pitzalis, Giuseppe Puggioni, Marco Zurru (Università di Cagliari), Antonio Moretti (CNR Bari), Angelo Gallo (dirigente scolastico, Napoli), Patrizia Perrone (insegnante, Napoli), Gioia Costa (Esplor/azioni Roma).

Flavia Sorrentino delegata al progetto ‘Napoli Città Autonoma’

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Napoli – Con decreto sindacale Luigi de Magistris ha conferito a Flavia Sorrentino di MO-Unione Mediterranea, la delega all’Autonomia. Sarà lei ad occuparsi, a titolo gratuito, del progetto ‘Napoli Città Autonoma’ che prevede la redazione di un manifesto per stabilire i diritti degli abitanti di Napoli.
“Questo progetto, che si è già estrinsecato nella nostra azione amministrativa, si è estrinsecato nel programma elettorale, si è estrinsecato in una proposta di legge in Parlamento, adesso si deve ancora di più estrinsecare in un progetto di autonomia fiscale, organizzativa, politica, amministrativa, organizzativa, politica ed istituzionale della città di Napoli” ha affermato Luigi de Magistris durante la conferenza stampa di presentazione del progetto.
Flavia Sorrentino, già portavoce nazionale di MO-Unione Mediterranea, forte del successo elettorale come candidata capolista alle scorse comunali napoletane nella lista “Na-Napoli Autonoma”, si appresta ad affrontare una nuova sfida. Spetterà a lei infatti il compito di portare a compimento “un manifesto”, come lo ha definito il Sindaco, per una “Napoli che crede fortemente nella una sua capacità di riscatto, attraverso l’autodeterminazione, l’autogoverno e la forte partecipazione popolare, in un’ottica forte di applicazione dell’art. 1 della Costituzione”.
Il progetto ‘Napoli Città Autonoma’ prevede anche la revisione storica della toponomastica cittadina. “Abbiamo cominciato a farlo in questi anni – ha detto de Magistris -, vogliamo continuare a farlo”. Questo progetto non è “contro qualcuno” ha ribadito il primo cittadino di Napoli, “ma è per un’Italia sì una e indivisibile, ma che valorizzi veramente le autonomie e le differenze”. Napoli sarà la “prima città del terzo millennio che ha l’obiettivo di ottenere l’autonomia piena”. Napoli sempre di più “Capitale del Mediterraneo”, ha ribadito de Magistris.

MO! intervistiamo i produttori del nostro territorio

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Calabria – Costa degli Dei: siamo a Spilinga(VV) città della ‘Nduja

 

In una lotta impari che  i produttori del nostro sud affrontano quotidianamente contro le carenze infrastrutturali e di servizi, vogliamo raccontare come questi eroi del lavoro riescono comunque con passione e caparbietà a produrre eccellenze famose in tutto il mondo.

Siamo in Calabria dove i mass media fanno a gara per far risaltare soprattutto le negatività che questa terrà innegabilmente purtroppo offre, ma noi vogliamo far emergere la parte migliore di questo meraviglioso territorio. Il peperoncino,  prodotto principe di questa terra, è l’ingrediente principale della ‘nduja di Spilinga che di questa terra ne è la regina .

La ‘nduja di Spilinga è un salume inimitabile, unico nel suo genere perché spalmabile, ed è prodotta con il 30% di peperoncino locale nelle tre principali varianti: il corno di toro (più dolce),  il naso di cane (più piccante) e il rotondo e con pezzi selezionati di carne di maiale (pancetta, guance e dal grasso intercostale) macinato e miscelato tutto insieme per dar vita all’unicità di questo Salume che si spalma.

L’origine della ‘nduja è incerta. Per alcuni studiosi, il salume sarebbe stata introdotto nel Regno delle Due Sicilie dagli spagnoli intorno al 1500, insieme a pepe e peperoncino. Tuttavia, la tesi più accettata oggi è che si tratti di una versione calabrese di un preparato francese chiamato “andouille” (da cui il nome nduja), che sarebbe stato importato nel periodo di Napoleone Bonaparte tra gli anni 1806 e 1815.

In tutta Spilinga, esistono solo 11 produttori certificati per la produzione di ‘nduja, con laboratori autorizzati dal Ministero della Salute.

L’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone produce annualmente 60 tonnellate di salumi, che vengono venduti nel mercato italiano ed esportati in paesi come il Canada, Dubai, Sri Lanka, Danimarca, Francia e Germania. Oltre alla ‘nduja, l’azienda produce altri insaccati come salsiccia, soppressata calabrese, pancetta e capicollo.

Oggi intervistiamo Francesco Fiamingo, presidente del consorzio della ‘nduja di Spilinga, titolare dell’Azienda Nduja e salumi di Gabriella Bellantone nata nel 1999.

Francesco, qual è l’importanza del territorio di Spilinga per la sua azienda e per i suoi prodotti, in particolare per la ‘nduja?

Be’ Spilinga e’ un piccolo centro riverso a nord-ovest, racchiuso fra due fiumare e di fronte al mare: quale posizione migliore per la stagionatura dei salumi ed in particolare la nduja? Abbiamo umidità, freddo e vento dal mare, diciamo una cella di stagionatura a cielo aperto.

Quali sono le materie prime che il territorio offre per la produzione dei suoi prodotti?

Sicuramente il peperoncino la fa da padrone, è coltivato nei nostri territori e subisce una lavorazione particolare che consiste nell’essiccazione naturale dei peperoncini che dopo il raccolto vengono stesi su teloni, ed esposti al sole per circa un mese, in seguito vengono rimossi gli steli con una lavorazione manuale e successivamente vengono puliti e tritati insieme alla carne.

La ‘nduja sta avendo un successo in continua crescita, cos’ha di diverso rispetto agli altri salumi e quali gli usi che se ne possono fare in cucina?

Ormai  della ‘nduja di Spilinga si sente parlare ovunque, dalla tv  alla radio ma anche in giro per le strade, grazie all’importante lavoro promozionale fatto da noi produttori  in giro per tutta l’Italia e per quasi tutta l’Europa con fiere ed altri tipi di manifestazioni.  La ‘nduja in cucina si può adoperare dal primo al secondo fino al dolce basta un pò di fantasia , e poi si presta  a moltissimi abbinamenti rispetto agli altri salumi.

La sua azienda ha ottenuto importanti riconoscimenti per l’innovazione del prodotto, di cosa si tratta?

Sì, qualche anno fa al CIBUS DI PARMA, la manifestazione di settore piu importante d’Italia per quanto riguarda il Food, siamo stati premiati come miglior innovazione di prodotto: abbiamo presentato la ‘Nduja di spilinga confezionata in tubetto di alluminio, confezione veramente innovativa e comoda per igiene, praticità e conservazione .

La sua ultima “invenzione” è la ‘nduja nel sac à poche, ce ne parla?

Sì, da qualche abbiamo lanciato sul mercato un’altra innovazione: la ‘nduja di Spilinga nel sac à poche già pronta all’uso. Per questa confezione abbiamo pensato soprattutto ad un uso professionale che renda più facile il lavoro dei  pizzaioli. In Italia sono tante le pizzerie che usano la ‘nduja di Spilinga, ad Expo 2015 Rossopomodoro ha presentato la pizza  Ricotta di bufala e ‘nduja di Spilinga ma per le sue caratteristiche, spalmabile ma anche appiccicosa, la ‘nduja rende difficoltosa la gestione veloce, necessaria per i professionisti della pizza. Con la sac à poche impiegano pochi secondi spalmare la ‘nduja sulla pizza.

Perchè è importante che accanto alla tradizione ci sia l’innovazione di un prodotto come la ‘nduja ?

Be’ i tempi cambiano e la società si evolve, quindi io penso che se non vogliamo uscire dal mercato ci si deve adeguare ai tempi ed ai ritmi della società di oggi ma anche alle porzioni.

Secondo lei, ci sono delle oggettive difficoltà per le aziende del nostro territorio? Parliamo di carenze infrastrutturali come ad esempio la rete autostradale e ferroviaria o la velocità della connessione internet rispetto aziende presenti in altri territori.

Sicuramente la posizione geografica non ci agevola, neanche le infrastrutture carenti sono a nostro favore. Tuttavia penso che con buona volontà e pazienza, gli obbiettivi si raggiungono lo stesso.

La politica nazionale ha dimenticato la mai risolta “Questione Meridionale” eppure gli ultimi dati Svimez parlano di un sud a rischio desertificazione umana nei prossimi 30 anni, la nostra Calabria ha meno di 2 milioni di abitanti (quanto la sola Milano e provincia), come vede il futuro per il nostro territorio?

Purtroppo a parte piccole realtà,  la Calabria sta attraversando un periodo di crisi economica e sociale mai visti, io ho quasi 50 anni e non mi ricordo di gente che incontrava difficoltà anche per fare la spesa. Per questo si continua ad emigrare con il risultato che rimaniamo sempre di meno, questo fa diminuire il consumo locale di beni e alimenti con una forte contrazione dell’economia locale. A Spilinga avevamo 8 negozi di alimentari, 4 bar e 2 tabacchini ,adesso c’e’ un supermercato e mezzo e 2 bar, e non c’e’ più il distributore di carburanti, a volte io tutto questo lo paragono ad una candela accesa che tale rimarrà finche dura la cera, poi inevitabilmente  si spegnerà .

Pensa sia importante che ci sia una nuova realtà politica fatta da persone che si vogliono occupare dei problemi irrisolti del nostro territorio?

Sicuramente io sono per l’innovazione, quindi ben vengano nuove idee e nuovi personaggi, perché cosi come siamo è come uno stagno o meglio una palude putrida fatta di gente che pensa solo ai propri interessi. Basta guardare il telegiornale e se ne vedono di tutti i colori: una corruzione capillare e fitta, come la gramigna in tutti i settori.

Ogni anno spendiamo miliardi di euro per la nostra spesa, questa enorme massa di denaro va soprattutto verso prodotti di aziende che non sono nel nostro territorio ed è uno dei motivi della mancata evoluzione economica della nostra terra. Con iniziative come il Compra Sud cerchiamo di promuovere l’acquisto di prodotti di aziende con sede legale e stabilimento nel mezzogiorno, cosa ne pensa?

Sicuramente è un incentivo che può tornare utile alle aziende ed anche al consumatore, perché comprare i nostri prodotti artigianali garantisce la qualità, tuttavia questa campagna secondo me andrebbe fatta su tutto il territorio nazionale per sensibilizzare la gente: in ogni angolo d’Italia ci sono meridionali. Comunque io penso che questa emigrazione sia dovuta alla mancanza di lavoro, perché se Lei pensa che circa 10 anni fa in Calabria eravamo 3.2 milioni di residenti e adesso siamo 1.6 milioni vuol dire che il consumo sul posto si e’ ridotto del 50%, per di più sono i giovani che vanno via che in realtà sono anche quelli che consumano di più. Va da sè che invertire la rotta è l’unico auspicio per non rischiare l’inevitabile spegnimento della candela una volta finita la cera.

‘Nduja e salumi Gabriella Bellantone
Indirizzo: C. da Saramalloni, Spilinga
Telefono: +39 09631940412 // +39 3388899623
Sito: www.ndujadispilinga.net

Regionalismo differenziato: la trappola nascosta per il sud

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Del perché il sud deve votare no al referendum ne abbiamo già parlato. Creare un’Italia a due velocità, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B è l’obiettivo della nuova costituzione Renzi-Boschi.
La riforma toglie molti poteri alle Regioni, ma ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Il Sud povero invece, dovrà arrangiarsi con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali. Si introduce così un “regionalismo differenziato” che nega alle popolazioni meridionali il diritto di scegliere per il proprio futuro privandole delle autonomie locali.
A proposito di questo, è bene entrare nel merito di alcune osservazioni fuorvianti che abbiamo letto in giro.
Il “regionalismo differenziato” è giusto, perché è giusto premiare chi ha i conti in ordine e punire chi i conti in ordine non li ha.
NO! Non lo è per due ragioni. In primo luogo perché non è corretto introdurre nella costituzione una norma che determina delle differenze tra i cittadini di quella che si suppone essere una stessa nazione.
In secondo luogo c’è una ragione più tecnica, ma fondamentale: le regioni del sud non possono raggiungere il pareggio di bilancio. Questo avviene perché l’imposta principale che viene trattenuta sul territorio è l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive). Si tratta dell’imposta distribuita in maniera meno uniforme sul territorio italiano, molto bassa al sud, molto alta al nord. Questo vuol dire il gettito a disposizione delle regioni del sud per far quadrare i propri bilanci è molto più basso di quelle del centro-nord. Ad esempio la Calabria ha a disposizione 310 euro per ciascun abitante della Regione, il Veneto 652. La Campania circa 371, la Lombardia 862.
In pratica la quota necessaria per garantire i servizi minimi è superiore alle entrate delle Regioni del mezzogiorno ordinario (più l’Umbria).
Vi opponete ad una cosa che va contro la Lega.
È vero che l’attuale assetto del titolo V della costituzione è voluto da Calderoli, ma il punto è che con questa riforma non si torna ad una situazione precedente la modifica leghista del 2001. Piuttosto la si annulla per le sole regioni meridionali e lo si fa sulla base di principi voluti dagli stessi leghisti.
In altre parole se vincesse il sì le regioni del mezzogiorno perderebbero sovranità, ma lo Stato non risparmierebbe un solo euro. Le regioni del centro-nord, invece, potrebbero continuare a legiferare.
E allora perché la Lega vota no?
Lo fa per due ragioni: la prima è di natura squisitamente politica. Salvini vuole che Renzi perda per potersi proporre come premier del centrodestra. La seconda è che, qualunque sia l’esito, loro vincono lo stesso!
Se vincesse il no, allora le cose resterebbero come stanno. Se vincesse il sì, le regioni del nord conserverebbero comunque la propria autonomia.

la “clausola di supremazia”

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L’ art.116 della Costituzione prevede che le 15 regioni a Statuto ordinario possano accedere a maggiori forme di autonomia solo nei campi indicati dalla norma. Si tratta di un ambito circoscritto alle materie di “legislazione concorrente” previste dall’art.117 a cui si aggiungono l’organizzazione della giustizia limitatamente ai giudici di pace, le norme generali sull’istruzione, la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali. Ciò più avvenire con un procedimento negoziato tra lo Stato e ciascuna singola Regione che lo richieda, mediante una legge ordinaria votata a maggioranza assoluta.

Le regioni sono fortissime per i poteri che hanno, tant’è che nessuna ha mai richiesto poteri aggiuntivi. Con la riforma Renzi-Boschi tutte le regioni a statuto ordinario perdono poteri. Diventa perciò fondamentale per il Nord riprendersi, con il trucco dei conti in ordine, ben tredici poteri strategici. L’articolo 116 infatti sarà modificato in modo che solo le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese potranno chiedere maggiore autonomia legislativa su materie quali: organizzazione della giustizia di pace; disposizioni generali e comuni per le politiche sociali; disposizioni generali e comuni sull’istruzione; ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica; politiche attive del lavoro; istruzione e formazione professionale; commercio con l’estero; tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo; governo del territorio.
Resta invariato il vaglio delle Camere ma viene eliminato il quorum della maggioranza assoluta dei componenti per l’approvazione delle leggi che concedono autonomia. E quindi diventa fondamentale per il Nord riprendersi, con il trucco dei bilanci, 13 poteri fondamentali. E prendersi il vantaggio competitivo che loro potranno agire per esempio in materia di turismo o commercio con l’estero e noi no.

La virtuosità di un territorio non può dipendere dalla sua ricchezza, nè gli errori amministrativi da parte di alcune regioni del Sud possono coincidere con la privazione di autodeterminazone, soprattutto in ragione del fatto che la capacità contributiva è bassa e il pareggio di bilancio, rebus sic stantibus, è praticamente impossibile da raggiungere. E’ inaccettabile che la cosiddetta “clausola di supremazia” prevista dalla riforma, permetterà ad una Regione del Nord di decidere, ad esempio, se ospitare un sito di stoccaggio di score nucleari o opporsi, mentre la Calabria, la Campania, la Basilicata o la Puglia saranno costrette a diventare siti strategici nazionali e a subire esclusivamente le scelte dello Stato centrale. La riforma la guardo da Sud. Possiamo domandarci se è tutta sbagliata o se ci sono delle parti condivisibili, ma modificandola in questo modo diventa l’ennesimo trabocchetto anti-meridionale a danno dei nostri diritti.
Flavia Sorrentino

La sanità differenziata

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I sostenitori del “Sì” tra le argomentazioni adottate nella campagna referendaria, focalizzano l’attenzione sulle maggiori garanzie che deriverebbero in materia di salute, nel caso in cui la riforma dovesse divenire legge. Ma procediamo per ordine.
Con la Riforma del Titolo V, diversi sono stati i contenziosi tra Stato e Regioni. Le modifiche del 2001 hanno dato vita ad un Federalismo Fiscale non solidale ma asimmetrico; le regioni avrebbero dovuto colmare le diversità sul territorio e ledere gli ostacoli alla fruizione dei diritti.
Sarebbe stato compito del Fondo Perequativo, come quanto disposto dall’art. 119 della Costituzione, “rimuovere gli equilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti alla persona”, e tra questi, anche quello alla salute. Tale norma costituzionale non ha trovato applicazione, il fondo non è mai stato adeguatamente finanziato, i cittadini non si sono visti riconoscere un’uguaglianza dei servizi e delle prestazioni sanitarie, a prescindere dalla regione di appartenenza.
Un vizio originario contenuto nel Titolo V, a cui si è tentato di sopperire, con la Riforma Renzi- Boschi, aggirando il problema. L’attuale riforma che modifica l’articolo 117, non garantisce la fruizione del diritto equamente su tutto il territorio, non scioglie il nodo : con la Riforma non si inciderà sulle risorse, e quindi sul reale e originario problema; lo Stato determinerà solo i livelli essenziali. Come disciplina il 119 modificato: “Con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni”.
Compare sempre la parola “efficienza”, non equità, ergo, la prestazione e fruibilità dei servizi non dipenderà dai bisogni dei cittadini, ma sarà condizionata dalle risorse disponibili sul territorio.
La riforma costituzionale, ancora una volta, si rivela uno specchietto per le allodole, anche in materia di salute. Il binomio dicotomico regioni virtuose- inefficienti, segnerà una volta per tutte la costituzionalizzazione di una linea politica discriminante tra regioni ricche e regioni povere. La salvaguardia e la tutela dei diritti sociali escono pesantemente inficiati nella loro ragion d’essere; stiamo assistendo al dispiegamento di una riforma non perequativa ma discriminante, volta ad istituire una graduatoria tra cittadini meritevoli e no, sulla base di un criterio avente per ratio la ricchezza che sta a monte in ogni singola regione.
Carmen Altilia

I vini del ventaglio

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Parte da sud e guarda al sud “i Vini del Ventaglio”, un innovativo progetto di marketing territoriale centrato sul mondo del vino. Filosofia ispiratrice dell’iniziativa, che vede impegnate due società salernitane, la IPSE Srl di Sarno e la KYNETIC Srl di Salerno, è valorizzare le produzioni vitivinicole del Mezzogiorno troppo spesso – nonostante i crescenti e riconosciuti standard qualitativi e poche sporadiche eccezioni – non ancora in grado di reggere il confronto con i colossi produttivi del nord Italia e dell’estero.
Il nome – con un ovvio rimaneggiamento imposto dai tempi – viene dal passato. Deriva da quella spettacolare Vigna del Ventaglio che Ferdinando IV di Borbone volle realizzare a San Leucio, ad un tiro di schioppo dalla Reggia. Si trovava tra il Belvedere e la cascata del parco, nella zona tra il casino di San Silvestro e il capanno di sosta dei reali, ed inglobava numerose vigne già esistenti.
Ferdinando la fece disegnare a Luigi Vanvitelli, che tracciò un vigneto dall’ insolita forma di ventaglio che sfruttava al meglio la morfologia del terreno. Era formato da nove raggi, quindi 10 settori, che partivano da un cancelletto di accesso, abbellito da un roseto. In ogni settore il re volle che venisse coltivato un vitigno tipico del Regno delle due Sicilie, giacché voleva seguirne la produzione ma anche la coltivazione, con l’idea di definire linee-guida delle tecniche colturali da diffondere poi nel Regno.
Un cippo in travertino di Bellona, posto all’inizio di ciascun “raggio” del ventaglio, specificava, sotto la corona borbonica, il nome del vino prodotto: Lipari rosso, Delfino bianco, Procopio, Piedimonte rosso, Piedimonte bianco, Lipari bianco, Siracusa bianco, Terranova tosso, Corigliano rosso e Siracusa rosso. Sul finire del ‘700 fu impiantata un’ulteriore vigna detta la “Zibibbo” dal nome della varietà importata da Calabria e Sicilia.
«Tre secoli dopo “I Vini del Ventaglio” – spiega Remo Ferrara, giornalista salernitano, amministratore della Ipse Srl – intende per certi versi riproporre il progetto di Ferdinando IV: studiare ma anche promuovere e valorizzare le produzioni vitivinicole del Mezzogiorno, approfondire la conoscenza dei vitigni e delle diverse tecniche colturali, ma anche allargare il raggio d’azione per abbracciare la storia, le tradizioni, la cultura legati al mondo del vino che spesso, al sud, hanno radici antichissime. Non è del resto un caso che il primo bicchiere da degustazione di vino del mondo occidentale sia stato rinvenuto proprio qui al sud, ad Ischia: la Coppa di Nestore. A Pompei e ad Ercolano sono state rinvenute anfore per il vino che venivano sigillate e sulle quali venivano annotate la zona di origine delle uve e l’anno della vendemmia: già in epoca antichissima, insomma, qui era già vivo ed avvertito il concetto di denominazione d’origine e l’importanza del territorio di coltivazione delle uve per la qualità del vino».
L’informazione e la formazione sono il cuore pulsante del progetto “i Vini del Ventaglio”: «Avremo anche una web TV – spiega ancora Ferrara – che visiterà le cantine per presentare le principali produzioni, con degustazioni e consigli di abbinamento ai piatti della tradizione gastronomica meridionale; e che approfondirà anche gli aspetti culturali, colturali, tecnici, scientifici. Parleremo così del vino nella storia, nella letteratura, nel cinema, nelle tradizioni ma anche nella superstizione meridionale. Daremo voce agli studi scientifici sui vitigni autoctoni, coinvolgendo scuole, università e istituti di ricerca. Un progetto ad ampio raggio che vuole radicare la consapevolezza che le produzioni tipiche locali, soprattutto quelle di qualità, possono diventare un’opportunità di sviluppo e valorizzazione del territorio».
Integrano e completano il progetto un canale di commercializzazione B2B e una originale e peculiare “Carta dei Vini” per promuovere il consumo di vino meridionale nella media e alta ristorazione del territorio, giacché è proprio nei ristoranti locali che deve compiersi il primo step della valorizzazione delle produzioni autoctone.
Ma i Vini del Ventaglio guarda anche oltre: «Il nostro progetto prevede la creazione di una rete di enoteche in franchising, e un’agenzia enoturistica per promuovere nelle aziende vitivinicole già organizzate e strutturate dal punto di vista ricettivo».
«Louis Pasteur diceva che una bottiglia di vino contiene più filosofia di tutti i libri del mondo – conclude Remo Ferrara – e Robert Louis Stevenson che il vino è poesia imbottigliata. Tutte queste verità nel sud Italia si arricchiscono e si connotano ancor di più, travalicando finanche tutto quel complesso di valori, di sentori e di proprietà che, in gergo tecnico, vengono racchiusi nel concetto di territorio. Una bottiglia di vino del sud Italia racchiude tante altre cose che vanno ben oltre il colore, le essenze, il gusto. Cose che appartengono alla nostra storia, alle nostre tradizioni, al nostro modo d’essere, alle nostre superstizioni. Al nostro amore. La nostra sfida ambiziosa è spillare, col nostro ottimo vino, anche tutto questo».

A chi è servito il fallimento del Banco di Napoli?

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Di Lorenzo Piccolo

Con il decreto Salva Banche, e nello specifico con il trasferimento per legge al Ministero del Tesoro dell’intero capitale della SGA (Società per la Gestione di Attività), la bad bank dell’ex Banco di Napoli, la disponibilità di cassa della società, intorno a 500 milioni di euro, viene destinata al salvataggio del Monte Paschi di Siena: si tratta di un palese furto ai danni del Sud ma al tempo stesso si corre il rischio di porre la parola fine alla plurisecolare storia del Banco, oggi Fondazione Banco di Napoli.

Prima di spiegare le ragioni di tale posizione, va detto in premessa quanto segue: le banche se falliscono al Sud sono una zavorra per il sistema paese e vanno immediatamente liquidate, se invece falliscono al Nord diventano priorità nazionale e vanno salvate coi soldi di tutti. Se poi succede che con i fondi delle cosiddette banche fallimentari meridionali si arricchiscono, ed in più occasioni, le banche settentrionali, siamo all’apoteosi del sistema coloniale interno.

IL Monte dei Paschi di Siena ha infatti recentemente beneficiato di una ricapitalizzazione da parte dello Stato di 3,9 miliardi di euro e di una garanzia statale di 13 miliardi concessa sulle passività nell’ambito del regime italiano di garanzia a favore delle banche, operazione approvata dalla Commissione di Bruxelles per “motivi di stabilità finanziaria”. Come se tutto ciò non bastasse, il governo ha pensato bene di decidere che fosse proprio la SGA la principale società a dar vita ad “Atlante 2”, la nuova SGR pensata per affrontare le crisi bancarie ma che ad oggi ha il compito specifico di salvare MPS. Il fondo complessivo a disposizione dovrebbe arrivare a circa 3-3,5 miliardi, di cui 450 milioni dalla SGA, la quota più alta in assoluto. A titolo di raffronto basti pensare che colossi come Generali e UnipolSAI hanno versato, rispettivamente, appena 200 milioni la prima e 100 la seconda.

Qual è stato invece il trattamento riservato all’ex banco di Napoli?

Dal Febbraio 1995 al Dicembre 1995 viene posta in essere una severa ispezione della Banca d’Italia che punta il dito contro le sofferenze del Banco di Napoli, nel Giugno 1997 una cordata composta da BNL e dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (BN-Holding) acquista circa il 60% del capitale del Banco di Napoli per 62 miliardi di lire, una cifra ridicolmente bassa. Nel Luglio 2000 Il San Paolo Imi lo rileva a sua volta per circa 3mila miliardi, una valutazione ben 50 volte superiore a quella di appena tre anni prima. Grazie a tale straordinario guadagno, la BNL si salva da una profonda crisi finanziaria. Ma l’operazione fa bene anche alla banca piemontese, dato che, come scrisse Fabio Massimo Signoretti il 14 giugno 2000 su Repubblica, “con l’acquisto del Banco di Napoli, il gruppo San Paolo-Imi sale al vertice delle banche italiane con attività finanziarie totali per circa 580mila miliardi, di cui 230mila di risparmio gestito, 180.000 miliardi di impieghi e una rete di 2.100 sportelli.” Contemporaneamente Intesa priva il Banco di Napoli di qualsivoglia autonomia decisionale: il 31 dicembre 2002 il Banco di Napoli cessa di esistere come banca autonoma, ridotta a “sportello meridionale” della banca torinese, essenzialmente con la funzione di rastrellare risparmio privato al sud per investirlo a più settentrionali latitudini.

Come è possibile che una banca pressoché fallita in soli tre anni aumenti di 50 volte il suo valore di mercato? Per spiegare tale “miracolo” all’italiana (di natura coloniale, s’intende) va precisato che il Banco di Napoli “era sulla strada del risanamento tanto è vero che quello stesso anno, il 1997, avrebbe avuto un attivo di ben 142 miliardi – più del doppio del prezzo pagato da BNL-INA per la quota acquistata”; che “doveva parte delle sue esposizioni al fatto che durante l’era Ventriglia la Banca d’Italia gli aveva chiesto di anticipare alle imprese i soldi dei finanziamenti pubblici, quindi cifre che prima o poi sarebbero rientrate”; ed infine che “il 94% delle esposizioni che avevano decretato la fine del banco sarebbero rientrate attraverso la bad bank nel giro di sei anni, quindi i crediti dell’ex Banco di Napoli non si sono rivelati irrecuperabili nella severa misura a suo tempo certificata dagli ispettori della Banca d’Italia” come riportato da “Il caso del Banco di Napoli” di Emilio Esposito e Antonio Falconio.

Una versione dei fatti confermata anche da un altro libro inchiesta, “Miracolo Bad Bank. La vera storia della SGA a 20 anni dal crac del Banco di Napoli” di Mariarosaria Marchesano, in cui si parla di “quasi 6 miliardi di euro di crediti cattivi recuperati e restituiti allo Stato. Cinquecento milioni di euro di utili in cassa più altri 200 milioni previsti in arrivo dalle 4mila pratiche ancora inevase, su un totale di 37mila posizioni classificate vent’anni fa come sofferenze. Sono i numeri della Sga, la società con sede a Napoli nata come bad bank del vecchio Banco di Napoli, tracollato nel 1996 e venduto a gennaio del 1997 con un’asta pubblica promossa dal Tesoro. Una incredibile performance, un caso unico in Europa”.

Per queste ragioni, del resto, Francesco Fimmanò, giurista e consigliere della Fondazione Banconapoli, sostiene che la liquidità della SGA sono soldi del Banco di Napoli, e non esclude che l’eventualità di chiedere un maxi risarcimento alla bad bank. Del resto con quei soldi si potrebbero porre in essere alcune delle azioni indispensabili per creare sviluppo e ricchezza del territorio, a partire dal sostegno alle piccole imprese del Mezzogiorno, e invece l’attuale governo sceglie di utilizzarli per ripianare una parte delle perdite del Monte dei Paschi di Siena.

In sintesi l’operazione Banco di Napoli, con tutto il relativo e vergognoso Sputtanapoli che ne seguì sulla stampa, è in realtà servito, nell’ordine, prima per salvare la BNL dalla crisi in cui si trovava, poi per far diventare Intesa San Paolo una delle prime banche del paese, ed infine oggi per tamponare le perdite di MPS: pacco, doppio pacco e contro-paccotto, questa è la sintesi. Qualcuno, dagli alti “scranni” della stampa nazionale, ha anche la faccia tosta di chiedersi come mai dal profondo Sud ci sia chi non plauda ad una tale iniziativa, nel solco della salvaguardia dell’interesse bancario nazionale. La verità è che l’unica cosa di cui dovrebbero meravigliarsi è che non siano già arrivati fiumi di imprecazioni: ma solo perché, probabilmente, al momento le abbiamo esaurite tutte.

TUTELA DEL MARE CON L’AIR GUN: UN OSSIMORO POSSIBILE AL SUD

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Un air gun (in italiano “arma ad aria compressa”) è uno strumento impiegato nelle prospezioni geofisiche in aree marine o grandi laghi che, attraverso l’emissione e la conseguente rapida espansione di bolle di aria compressa nel mezzo liquido, produce onde compressionali che, a seconda della velocità con cui vengono riflesse dai diversi sedimenti e/o rocce che incontrano, forniscono informazioni sulla stratigrafia del sottosuolo e quindi sulla presenza di idrocarburi.

Pertanto è una tecnica decisamente utile e pratica per l’individuazione di giacimenti di gas e petrolio in mare. Nulla ci sarebbe da ridire se non fosse che i picchi di pressione generati possono raggiungere i 260 decibel, valori estremamente dannosi per l’ecosistema marino, in particolare per i cetacei (un razzo al decollo produce “appena” 180 decibel!).
Ciò, tuttavia, non sembra essere fonte di preoccupazione e scrupoli per il nostro Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che, negli ultimi tempi, sembra sfornare autorizzazzioni di ricerche di idrocarburi e decreti di compatibilità ambientale positivi per prospezioni con air gun con la stessa nonchalance di una contadina che sbacella piselli freschi in primavera guardando la TV.
Due giorni fa, il ministro Galletti ha autorizzato l’avvio di un enorme progetto di ricerca di idrocarburi della Schlumberger italiana, filiale con sede legale a Parma della Schlumberger Oilfield Services, colosso texano dei servizi per le società petrolifere. L’area interessata consta di ben 4285 chilometri quadrati dell’incantevole mare che bagna Puglia, Calabria e Basilicata, con tutte le creature che lo abitano.
Ed è di appena il giorno prima la notizia di due nuove autorizzazioni all’impiego della tecnica dell’air gun concesse dal nostro Ministero alla multinazionale australiana Global Petroleum Limited per eseguire prospezioni in un’area di 745 chilometri quadrati di mare davanti alle coste delle province di Bari e Brindisi, compreso il tratto davanti all’oasi naturale di Torre Guaceto con la sua preziosissima biodiversità.

Insomma, si fa ogni giorno più evidente la volontà di questo Ministero di tutelare gli interessi delle lobby petrolifere, piuttosto che ambiente, territorio e mare, come dovrebbe fare per sua stessa definizione, con buona pace delle bellezze naturali, vera ricchezza di un Sud trattato sempre più come una riserva da svuotare di tutte le sue risorse, senza rispetto e senza pudore.

Il valore universale e assoluto dell’infanzia

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L’atteggiamento che una società riserva all’infanzia indica il grado di civiltà e i valori della cultura che ne è espressione.

Una società che non è in grado di proteggere e far crescere i bambini secondo i bisogni che essi esprimono, che non ne valorizza le potenzialità critiche, razionali ma anche creative ed emotive e non sa dare ascolto e risposta alle istanze affettive, di cura e tutela, di stabilità, non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e minacce.
I bambini rappresentano un valore universale e assoluto perché sono termine di un’irrinunciabile tensione etica, che deve poter essere condivisa da culture, parti politiche e popoli fra loro lontani e diversi.
In un tempo ove ogni esigenza, diversità, differenza ideologica, culturale o politica, ma anche ogni orientamento, interesse, individuale o collettivo, rischia di porsi su un piano competitivo e conflittuale che frammenta e oscura il valore indivisibile della persona umana, la responsabilità verso l’infanzia e la salvaguardia dei suoi diritti diventano valori e principi unificanti in grado di dare un nuovo slancio culturale ad una società in cerca di nuovi ideali.

La promozione di una nuova cultura a favore dell’Infanzia passa necessariamente attraverso il contrasto ai modelli adulto-centrici che, ancora oggi, permeano i comportamenti, le istituzioni, le leggi e la politica.
Il passaggio da una società adulto-centrica ad una civiltà in grado di rispondere alle esigenze di protezione e di futuro sostenibile a favore bambini e delle prossime generazioni, comporta l’assunzione dei valori della non violenza, della giustizia sociale, della compassione, della piena cittadinanza delle emozioni, della creatività e delle relazioni affettive.

Allora, io mi chiedo come può un amministratore, un rappresentante istituzionale della comunità, ma ancor più una mamma, distribuire volantini tra i corridoi delle scuole o aspettandoli all’uscita e strumentalizzare dei bambini al fine di una propaganda politica vergognosa. Difendiamo i nostri figli e difendiamoci da questa gente senza scrupoli che riveste un ruolo istituzionale, ci rappresenta, e soprattutto calpesta i nostri dirotti e la nostra dignità.

Vergogna… evidentemente si fa acqua da tutte le parti e… il come giustifica i mezzi!

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