Author Archives: Andrea Melluso

Scienza autonoma.

Share Button

di Andrea Melluso

Ogni società dovrebbe essere cosciente del fatto che per la propria crescita e progresso siano necessari forti investimenti in ricerca scientifica e tecnologica. Da tempo seguo con particolare attenzione le politiche per la ricerca e lo sviluppo per il Sud, riscontrando anche in questo campo le stesse problematiche rilevabili in merito alle diseguaglianze Nord-Sud.
Prima di affrontare la causa che mi ha condotto a scrivere questo articolo vorrei ricordare rapidamente alcuni fatti più o meno recenti:
Due importanti osservatori – quello Vesuviano e quello astronomico di Capodimonte – fondati nella prima metà dell’Ottocento, sono oggi sezioni dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center), fondato nel 1988 a Napoli dal professore Luigi Gerardo Napolitano, dopo aver raggiunto importanti successi confluisce nel 2009 in Telespazio (gruppo Finmeccanica), conservando la sede a Napoli; a fine 2014, però, i vertici comunicano la volontà di chiudere per contenere i costi e trasferire i lavoratori a Roma.
Durante il governo Monti ad essere a rischio fu uno dei pochi enti di ricerca rimasti autonomi, la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’, fondata nel 1872 dallo zoologo darwinista tedesco (di cui porta il nome) che scelse Napoli per la sua vivacità scientifica e la sua posizione privilegiata nel Mediterraneo. Tra gli altri, grandi nomi di premi Nobel sono passati per questa istituzione ma nella bozza della spending review del 2012 se ne prevedeva la soppressione come ente autonomo, insieme ad altri. Forse per un po’ di saggezza o forse per le mobilitazioni che seguirono, questi enti furono ‘graziati’ da Napolitano.
Vorrei ancora affrontare tristi storie come quella della quantomeno singolare fusione tra Alenia ed Aermacchi o quella già affrontata da MO-Unione Mediterranea sulle Università ma passerò subito al tema principale da affrontare: l’Osservatorio Vesuviano e le parole del suo Direttore, il prof. De Natale.

L’ Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico al mondo e fu fondato nel 1841 da Ferdinando II delle Due Sicilie. Il Decreto Legislativo n.381 del 29 settembre 1999 ( http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2076Istitu_cf3.htm ) stabilì che l’ Osservatorio Vesuviano perdesse la personalità giuridica e diventasse una sezione dell’INGV, così com’è dal 2001. Di recente questo centro dalla gloriosa storia ha subìto anche un breve commissariamento, interrotto da un’ordinanza del TAR che ha chiarito che il prof. De Natale possa restare Direttore, anche se pare che l’Istituto non abbia ancora ottemperato a ciò.
Tralasciando la vicenda del commissariamento in attesa che venga fatta chiarezza, può essere interessante riportare parte del post scritto dal Direttore, evidenziandone alcuni punti:

“[…]Quanto è accaduto in questo mese, certamente paradossale, è potuto accadere perché l’Osservatorio Vesuviano è oggi una sezione dell’INGV, ed ha quindi un’ autonomia molto limitata. Fino al 2000, l’Osservatorio Vesuviano, uno dei più bei ‘primati’, questa volta ‘Mondiale’, del Regno Duosiciliano, fondato nel 1841, era un Ente autonomo, del comparto Università, ed un episodio come questo non sarebbe potuto accadere. Nel 1999 io e pochi altri Colleghi ci battemmo contro l’accorpamento nell’INGV alle condizioni disastrose imposte dalla nuova legge: si trattava di entrare, noi comparto Università, in un Ente che faceva parte del comparto Ricerca, con ruoli e livelli di inquadramento molto diversi. Ci vollero nove anni perché si provvedesse all’equiparazione dei livelli dei tecnici e degli amministrativi a quelli del nuovo comparto, mentre il personale di Ricerca venne ‘congelato’ in ruoli ad esaurimento, senza più prospettive di carriera interna. Ma, soprattutto, perdemmo l’autonomia; a stento riuscimmo, dopo aspre battaglie condotte da pochi di noi, a conservare il nome, glorioso e ricco di Storia: Osservatorio Vesuviano. Poi ci fu un progressivo declino: da 135 effettivi tutti a tempo indeterminato, l’Osservatorio passò ai 108 effettivi di oggi, di cui però 11 sono a tempo determinato. Questo accadeva mentre l’INGV vedeva più che raddoppiare il suo organico, e tutte le altre sezioni aumentavano quindi considerevolmente in effettivi. Intanto, il nostro compito Istituzionale di monitoraggio e sorveglianza delle aree vulcaniche Campane si faceva progressivamente più oneroso e più rilevante, man mano che si delineava meglio la portata sociale, economica e politica del rischio vulcanico in Campania.

Ora, quest’assurda vicenda pone in evidenza, una volta di più, il vero nodo da sciogliere, che vede l’Osservatorio Vesuviano al centro di un problema immenso, di dimensioni nazionali, europee e direi mondiali: la gestione del rischio vulcanico dell’area Napoletana. Per chi come me ha ben chiaro il problema, ed ha cercato con ogni mezzo a disposizione, in meno di tre anni, di colmare vertiginose lacune per rendere l’Osservatorio Vesuviano quanto più adatto possibile a svolgere efficacemente il suo compito centrale per la salvaguardia del territorio e della popolazione, risulta evidente che le condizioni al contorno devono cambiare radicalmente. Delle due l’una: o l’Osservatorio Vesuviano riacquista la sua piena autonomia, ed il suo legame imprescindibile con il territorio sotto il suo controllo, oppure l’INGV sposta decisamente il suo baricentro verso il problema vulcanico, ed in particolare verso la mitigazione dell’enorme rischio vulcanico dell’area napoletana. Se la Politica locale e regionale capirà l’importanza della posta in gioco, se riuscirà a far comprendere alla Politica nazionale l’enorme potenziale, in positivo o in negativo a seconda dell’efficacia con cui si opererà, della gestione del rischio vulcanico nelle nostre aree, allora si potranno aprire enormi prospettive di sviluppo per il nostro territorio e per l’intero Paese. Questa vicenda, una volta di più ma oggi con urgenza impellente, dimostra che è necessario un cambiamento drastico nella visione Politica e strategica dei compiti e dell’assetto dell’Osservatorio Vesuviano, e quindi dell’intero INGV. L’ Osservatorio Vesuviano è patrimonio inalienabile del territorio e della popolazione Napoletani, e non può svolgere il suo altissimo compito senza una reale autonomia, soggetto com’è ora ad una governance lontana ed aliena dalle sue problematiche e dal suo territorio.”

Questo insieme di cose fa supporre con una certa preoccupazione che una componente fondamentale del nostro futuro sia tenuta sempre più in minore considerazione e distrutta mentre il capitale umano e le sue competenze stiano andando sempre più a far crescere territori verso i quali c’è più attenzione politica (vedasi Human Technopole che nelle intenzioni del governo dovrà sorgere nell’ex area expo).

Concludo l’articolo con alcune domande poste al Direttore prof. De Natale:

1) L’Osservatorio Vesuviano avrebbe attualmente le capacità per una gestione autonoma? Non ci sarebbe il rischio di disperdere i fondi a causa di una maggiore frammentazione degli Istituti?

L’Osservatorio Vesuviano era autonomo fino al 2001. Anche oggi potrebbe gestire un’autonomia molto maggiore, anzi sarebbe molto più efficiente. La questione della frammentazione dei fondi è un falso problema; ciò che conta è valutare i costi di un Ente rispetto alla sua efficienza. L’Osservatorio Vesuviano non è solo un Istituto di Ricerca vulcanologica avanzata, ma ha compiti cruciali di monitoraggio in stretto rapporto con le strutture di Protezione Civile. Per questi compiti, che comprendono la gestione di emergenze, è assolutamente necessario un altissimo grado di autonomia ed uno stretto legame con il territorio.

2) Ci sarebbe la necessità di aumentare l’organico?

E’ assolutamente necessario un aumento dell’organico, ed anche una stabilizzazione dei (pochi) lavoratori precari. Questo indipendentemente da una maggiore o minore autonomia. I compiti di monitoraggio e sorveglianza vulcanici sono infatti oggi molto più onerosi e pressanti di ieri, anche perché è enormemente aumentata la sensibilità sociale al problema del rischio vulcanico. Specialmente da quando sono state varate le aree rossa e gialla dei Campi Flegrei ed è stato aggiornato il Piano di Emergenza Vesuvio.

3) La popolazione campana sembra piuttosto ‘ignorante’ circa il rischio vulcanico e geologico, la prevenzione ed in generale sui comportamenti da tenere in caso di calamità. Questo si accorda con la tesi che l’Istituto non sia a stretto contatto con la popolazione o questo problema riguarda per lo più altri enti?

Il nostro Istituto si prodiga come può per divulgare una corretta cultura del rischio vulcanico. Uno stretto legame con il territorio e con le sue istituzioni è importantissimo per questo scopo. Ovviamente, il problema della divulgazione di una corretta percezione del rischio vulcanico coinvolge molte altre Istituzioni sul territorio. Il problema più grande è che l’informazione è generalmente monopolizzata dai grandi canali mediatici. Questi sono in genere poco interessati a notizie di tipo ‘formativo’, ‘culturale’, che non abbiano un immediato impatto emotivo. Questo è il motivo della prevalenza sui canali mediatici di notizie allarmistiche sui vulcani (di grande impatto emotivo) piuttosto che di informazioni ‘utili’ e ‘formative’ (di scarso impatto immediato sul lettore). Ovviamente, una forte sinergia tra le Istituzioni scientifiche e di governo del territorio rafforzerebbe moltissimo la capacità di diffusione di una corretta cultura del rischio. E consentirebbe, finalmente, il passaggio da una gestione dell’emergenza basata unicamente sulla ‘evacuazione’ ad una basata sulla ‘pianificazione’ e ‘messa in sicurezza’ del territorio.

Ringrazio il prof. De Natale per la disponibilità e per il fondamentale contributo di competenza fornito sulla tematica.

MO all’AGORA’ – seminari gratuiti

Share Button

Al via il prossimo 6 aprile, presso Agorà, il ciclo di eventi organizzati da MO – Unione Mediterranea all’insegna del meridionalismo. Ma non solo, si parlerà di politica, di educazione civica e di difesa della propria identità, con ospiti di eccezione e voci autorevoli.

Di seguito il dettaglio degli appuntamenti.

CHE COSA FA UN COMUNE?

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Mercoledì 6 aprile ore 17

Durata: 2 ore

Con: Marco Esposito, Danilo Risi, Giovanni Piombino

Abstract: Tutto quello che la legge prevede e tutto quel che la legge non vieta.

Descrizione evento: Napoli in Comune. Tutto quello che il Comune fa per legge e tutto quello che può fare perché la legge non lo vieta. Cosa amministra davvero un Comune? Che ruolo ha il Consiglio comunale? E una Municipalità? Quali sono le funzioni fondamentali e le fonti di finanziamento. E quali sono le funzioni che un Comune può esercitare a tutela della propria comunità: dalla difesa dei consumatori alla valorizzazione dei prodotti e del commercio locale fino alla difesa dell’identità e dignità.

PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA: A LEZIONE CONTRO LE MAFIE

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Sabato 9 aprile ore 10.30

Durata: 2 ore e 30 minuti

Con: Giancarlo Costabile

Abstract: dall’Università della Calabria, a lezione dal professor Giancarlo Costabile, docente dell’unico corso in Italia di Pedagogia della Resistenza. Con interventi dell’attore-regista Sergio Sivori. Per la pedagogia della resistenza vale l’idea che resistenti non si nasce ma si diventa, che si può imparare e insegnare a resistere. Per questo si propone lo studio e lo sviluppo di una pedagogia che abbia come suo scopo essenziale la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio, a partire da una rilettura pedagogica delle esperienze di resistenza proprie di coloro che si sono opposti onestamente alle mafie, ai totalitarismi ed allo sterminio.
Perché “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” (Corrado Alvaro)

UnoMattina e gli allevatori “tossici” del bresciano

Share Button

di Lorenzo Piccolo

Pochi minuti fa nella trasmissione Unomattina sono riusciti a parlare degli allevatori delle province di Brescia, Bergamo, Mantova e Cremona accusati di aver utilizzato latte contaminato dall’aflatossina B1 per produrre il latte.

In sostanza è stato intervistato un rappresentante degli allevatori che, di fatto senza contraddittorio alcuno, ha affermato quanto segue:

  1. Questa notizia va interpretata come un SUCCESSO: sì, un successo. Significa che i controlli funzionano;
  2. Il comportamento degli allevatori in oggetto è stato “un po’ oltre le regole”, nulla di più;
  3. L’Aflatossina B1 è si pericolosa, ma non così tanto come si crede (Strano, perché nel 1993 è stata classificata dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro come appartenente al gruppo 1 = agente cancerogeno per l’uomo);
  4. I consumatori possono stare tranquilli.

Il tutto riuscendo nell’ardua impresa di NON nominare il consorzio Grana Padano cui sono associati gli allevatori indagati. Insomma, lo stesso trattamento “coi guanti” riservato al caso diossina nella mozzarella campana, non vi pare? Pur tuttavia con la insignificante differenza che nella mozzarella la diossina non c’era, come dimostrato dai test effettuati in Germania, mentre nel Grana l’aflatossina c’è.

A proposito di comportamenti “un po’ oltre le norme” va ricordato che gli allevatori sono stati indagati dalla procura di Brescia perché “non hanno comunicato all’autorità sanitaria il risultato delle trecento analisi in autocontrollo consegnate loro da tre laboratori privati e dall’Istituto zooprofilattico”: quindi sapevano e hanno taciuto.

Per quanto riguarda il “successo dei controlli”, nello screenshot in basso potete leggere come la “virtuosissima” regione Lombardia negli ultimi 4 anni aveva PROGRESSIVAMENTE DIMINUITO I CONTROLLI: 249 nel 2013, 210 nel 2014, 124 nel 2015 e solo 50 nei primi quattro mesi del 2016.

12920287_10209100440096126_8884596054922862575_n

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

Share Button

Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

Ero italiana, poi ho scoperto che da 155 anni siamo figli della malaunità.

Share Button

Ci ho creduto, lo ammetto.
Ero italiana fino a poco tempo fa.
Fortemente patriottica, la storiella risorgimentale studiata sui banchi di scuola mi piaceva. A dire il vero era un po’ strana, ma in fondo quante storie studiamo, ci piacciono, e così non ci soffermiamo troppo a chiederci, sarà vero?
In fondo nell'”Orlando Furioso”, Astolfo deve portare sulla luna l’eroe Orlando per ritrovare l’intelletto, quindi che importa se Garibaldi ha vinto con soli Mille uomini?
Poi cresci e pian piano i testi scolastici non bastano più, quelli accademici non convincono del tutto.
Tu hai comunque imparato quel senso di inferiorità che ti accompagna nel tuo essere meridionale. È stato indotto, ma te lo hanno detto nelle scuole e nelle università, sin da piccolo (specie se sei cresciuta in Lombardia) quindi è presente e sembrerebbe quasi innato dentro te.
Poi leggi ancora testi di storia e politica,cominci a fare qualche calcolo e i conti non tornano.
Ci definirono analfabeti, però le scuole furono chiuse per 15anni dopo l’unità d’Italia. Un territorio pressoché agricolo, il nostro, mentre nel resto d’Europa arieggiava la rivoluzione industriale, però a Mongiana in Calabria sorgeva un villaggio siderurgico. Arretrati rispetto al resto del paese, però la prima tratta ferroviaria dello Stato fu la Napoli-Portici.
Tanti altri primati, e troppi altri conti che non tornano.
Capisci così che in fondo il risorgimento non era una bella storiella, ma solo la storiella redatta ad hoc per nascondere anni di saccheggi, violenze e distruzioni.
Capisci che la storia è stata depredata come il tuo territorio, ti hanno mentito per anni e ciò che credevi di essere in realtà non ti è mai appartenuto.
Un trauma quello meridionale che non è mai stato affrontato e perciò non è stato elaborato. Da qui ne discendono i problemi del presente. Se per anni nascondono il tuo passato, tolgono tutto e poi tagliano le tue gambe, bé, non ti permettono di andare avanti… Risulta difficile rialzarsi.
Qui non si tratta di campanilismo, e neppure di essere nostalgici. Si tratta della nostra storia e del nostro presente che non può dispiegarsi se tutti i tasselli del passato non vengono messi a posto.
Non si tratta nemmeno di mettersi ad elencare ciò che eravamo, ma di rendersi conto, dopo essersi svegliati dal sonno e dal nostro stato di assuefazione, di essere considerati ancora cittadini di serie B.
17 marzo 2016, io non posso festeggiare. Devo gridare l’indignazione per questi 155 anni di malaunità e di iniquità. Devo gridare la mia indignazione per l’ennesima ingiustizia in affari assicurativi, dove un governo ci vuole punire per essere meridionali. Devo lottare affinché non inquinino il mio mare e quindi la mia terra per i loschi affari economici di uno stato che non ci ha mai voluto e che ancora oggi non ci vuole.
Io oggi ricordo che da 155 anni siamo in una condizione di Colonia interna, ma qualcosa MO sta cambiando. Se prima lo eravamo inconsapevolmente, oggi possiamo finalmente dire che il Sud si sta riappropriando della propria soggettività. La strada è ancora lunga, ma aver trovato il percorso giusto ci porta già ad essere a metà del nostro tragitto.

‪#‎iononfesteggio‬
‪#‎iocommemoro‬
‪#‎sudaprigliocchierialzati‬

Carmen Altilia

Scegli di vivere la tua terra: compra Sud.

Share Button

Comprare meridionale significa scegliere prodotti di aziende con stabilimento e tanto più con sede legale al sud, ed è il gesto più immediato e concreto per aiutare la nostra terra: per approfondirne le ragioni fissiamo un dato ed un concetto. Il dato, statistico, riguarda l’emigrazione interna: dal rapporto Svimez 2013 apprendiamo che “negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,7 milioni di persone. Nel solo 2011 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 114 mila abitanti”. In un solo anno una città di media grandezza scompare dal sud ed è trasferita di peso a più settentrionali latitudini.

Il concetto, purtroppo per alcuni ancora sorprendente, è che l’emigrazione meridionale non è una sciagura piovuta dal cielo né un retaggio dell’atavica incapacità del meridionale ad intraprendere, secondo la vulgata del falso storico risorgimentalista, bensì il frutto di scelte precise e ciniche volte a sviluppare il solo Nord a danno del Sud. La legge sul federalismo fiscale e su quello energetico, il trasferimento al nord delle proprietà delle banche meridionali iniziato con la legge Amato del ’90, il furto ormai decennale dei fondi FAS, gli investimenti infrastrutturali, ad esempio quelli CIPE, che vanno al nord in proporzioni bulgare sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

Tuttavia una delle “scene del crimine” che ci riguarda più da vicino, e rispetto alla quale abbiamo più voce in capitolo, è il carrello della spesa: buona parte degli acquisti effettuati nella nostra terra è prodotta al Nord, circa il 94%, secondo un’inchiesta del quotidiano Terra. Il mito padano narra la leggenda di un Nord efficiente e produttivo che compete con l’estero e di un sud palla al piede, tuttavia i dati Bankitalia del 2012 fotografano una realtà diametralmente opposta: su 4,5 milioni di imprese settentrionali attive solo il 4% aveva l’estero come mercato di riferimento, il restante 96% aveva nel Mezzogiorno l’unico mercato di sfogo dei propri prodotti. In parole povere senza di noi avrebbero dovuto chiudere bottega.

Comprare meridionale, a partire dai generi di quotidiana necessità, significa pertanto creare reddito e lavoro nella nostra terra, sostenerne l’imprenditoria e contrastare l’emigrazione interna. Significa, in altre parole, contrastare l’assurdo per cui centinaia di migliaia di meridionali vengono costretti da specifiche scelte di politica “nazionale” ad emigrare al nord per produrre pasta, conserve o altri beni che poi compriamo al sud. Un assurdo che assume i toni del pirandelliano quando si considera che molte materie prime, a partire dall’agroalimentare, vengono prodotte in misura preponderante nelle nostre regioni ma la loro trasformazione è “delocalizzata” al nord. Un assurdo che sa di beffa se si considerano i casi in cui le nostre eccellenze vengono scimmiottate, con pessimi risultati tra l’altro, in quel di padania e nel supermercato vicino casa ci ritroviamo con il famigerato limoncello della riviera prodotto a Bergamo o con la mozzarella spacciata per tradizionale formaggio veneto.

In tale contesto va inserito il tema della sede legale e del federalismo fiscale(1): in sostanza se compri al Sud prodotti di aziende con sede legale al Nord buona parte dell’IVA, circa il 55%(2), va direttamente nelle casse della regione settentrionale di riferimento, con la conseguenza che tasse prodotte al sud vanno a finanziare sanità, scuola, trasporti ed altri servizi locali come se l’acquisto fosse stato effettuato al nord, alimentando ulteriormente la spirale dell’emigrazione interna. Se a questo aggiungete che la parte di tasse che vanno allo stato centrale vengono ripartite, come nel recente caso dei fondi per le ferrovie, nella proporzione di 60 milioni al Sud (1,2%) contro i 4.799 destinati al Nord ( 98,8%), il quadro è completo.

Per avere un’idea del danno perpetrato al Mezzogiorno in termini di risorse fiscali è sufficiente spulciare alcuni dati dai rapporti SVIMEZ 2013 e 2014: se dal primo apprendiamo che “dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)”, dal secondo emerge tuttavia che mentre le entrate correnti dei comuni del Mezzogiorno diminuiscono, coerentemente con il crollo dell’economia,passando dagli 815 euro per abitante del 2001, all’inizio del federalismo fiscale ai 756 del 2013, quelli dei Comuni del Centro-Nord, nonostante la crisi, aumentano da 944 a 1.018 euro pro capite nello stesso periodo. Il tutto mentre anche i cosiddetti meccanismi di perequazione, pur previsti dalla legge sul federalismo, sono rimasti del tutto inattuati, al punto che la stessa Svimez parla in tal senso di “vera e propria frode a danno dei cittadini del Mezzogiorno”.

Per completare il quadro è necessario aggiungere che per tutta una serie di servizi essenziali, come luce, gas, assicurazioni, treni e banche non abbiamo scelta, non esiste nulla che abbia sede legale più a sud di Roma.

Comprare meridionale significa valorizzare le nostre eccellenze e porre un freno immediato all’emigrazione interna, ma anche più risorse per trasporti, istruzione, sanità e servizi locali. Significa, in altre parole, scegliere di potere e voler vivere la nostra terra.
(1) La cosiddetta “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.”

(2) Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

Di Lorenzo Piccolo

La più grave minaccia per Napoli non è il Vesuvio ma l’Italia.

Share Button

1973. Una partita di cozze avariate provenienti dalla Tunisia invade l’Europa e causa un’epidemia di colera che coinvolge molte città del Mediterraneo dove è per tradizione elevato il consumo di mitili. Casi di contagio si verificano a Napoli ma anche in città come Bari, Palermo, Barcellona, Marsiglia.
A Napoli parte una colossale operazione di profilassi con la collaborazione della cittadinanza (chi c’era lo ricorderà bene) che durerà due mesi (agosto e settembre) e che porterà l’ Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare risolta l’epidemia in città nel mese di ottobre. A Barcellona, tanto per dire, l’OMS fece la stessa dichiarazione soltanto due anni dopo. Eppure, grazie ai media italiani, quell’evento è passato alla storia cone il colera a Napoli. E il marchio di infamia permane tuttora sulla pelle dei cittadini. La conseguenza della campagna stampa fu che Napoli scomparì dalle mappe del turismo per qualche decennio a causa dell’immagine della città che era stata iniettata nell’opinione pubblica.

12718258_10207376683567669_3946264041124127907_n

2013. L’Espresso pubblica un rapporto della Nato che tecnici accreditati hanno giudicato sproporzionato. Gli americani nel documento tracciano una irreale mappa del pericolo indicando le zone dove sarebbe concentrato il rischio invitando il proprio personale ad evitarle.
Per oltre 20 anni aziende del nord, per abbattere i costi dello smaltimento legale, hanno fatto accordi con la camorra per sversare nelle terre della Campania Felix (la terra più fertile al mondo che consente 4 raccolti all’anno) milioni di tonnellate di rifiuti tossici di natura industriale con il terrore di inquinamento delle falde. Tecnici ed analisti dell’azienda idrica comunale insorgono garantendo che l’acqua napoletana è la più analizzata d’Italia e la migliore tra quelle erogate dalle città italiane.

10357178_10207376687127758_6969487375379043646_n

2016. Riprende la guerra di camorra in città. Lo stato non riesce a garantire la legalità. In realtà non ha interesse a combattere il degrado di alcuni quartieri con tassi elevatissimi di disoccupazione, evasione scolastica etc… abbandonando la popolazione nelle mani della criminalità. La camorra svolge la funzione di controllo sociale per supplire alla mancanza di politiche sociali, della scuola e del lavoro di esclusiva pertinenza della stato completamente assente. Del resto cosa potrebbe accadere se centinaia di migliaia di persone non trovassero nella camorra l’opportunità di attività illegali che garantiscano la sussistenza delle loro famiglie? Quale pressione sociale si produrrebbe in quei quartieri degradati? L’accordo tra lo stato che si limita a rappresentazioni teatrali con l’invio dell’esercito senza minimamente affrontare il problema alla radice e la criminalità cui sono stati ceduti pezzi di territorio nei quali offre risposte alla popolazione che lo stato italiano si rifiuta di prendere in considerazione è evidente a chi ha occhi per vedere e non per leggere i giornali. Diversamente infatti lo stato sarebbe costretto ad effettuare importanti investimenti contraddicendo il proprio comportamento tenuto per tutti i 155 anni della Malaunità.

Potete fare le copertine che volete e scaricare la colpa sui napoletani ma il vero pericolo, la minaccia e la causa di tutti i problemi per Napoli e per il suo popolo è l’Italia.

Attilio Fioritti

Salviamo la Deputazione di San Gennaro: “faccia gialla” non si tocca.

Share Button

Risale a pochi giorni fa, il decreto del ministero dell’Interno che modifica i criteri di nomina della Deputazione, l’Organo di Governo della Cappella del Tesoro di San Gennaro. L’allarme in rete è partito in brevissimo tempo, raggiungendo le testate nazionali: questa volta i napoletani dicono no, San Gennaro nun s’ha da tuccà.

Qualcuno scambierà l’indignazione dei partenopei per una semplice manifestazione folkloristica ma, in realtà, i tesoro di San Gennaro e la Deputazione hanno un significato molto più profondo.

La Deputazione è un organo laico, istituito nel 1601 e riconfermato da ben due bolle papali: una risalente al 1605 e l’ultima, “Neapolitanae Civitatis Gloria”, firmata nel 1927.  
Questa istituzione rappresenta un caso unico, che dice molto sulla storia della città: già in tempi così antichi, la devozione e il rispetto hanno permesso l’incredibile convivenza tra il culto del Santo, la laicità e la Chiesa.

Il compito della Deputazione è quello di amministrare la Cappella che custodisce il Tesoro, tutelarne e amministrarne i beni e, infine, nominarne i cappellani.  
La Deputazione è un organo collegiale ed è composto dagli storici “sedili”, appartenenti ai discendenti delle nobili famiglie partenopee, mentre un Collegio di dodici Prelati cappellani sovrintende ai riti ed a tutti gli aspetti religiosi connessi. 
Il presidente è, dal 1811, proprio il sindaco di Napoli, una carica che sta ad indicare una cosa ben precisa: San Gennaro e il suo Tesoro appartengono ai cittadini napoletani.

Non è una banale questione amministrativa, perché non molti sanno che proprio a San Gennaro appartiene il Tesoro più ricco del mondo, battendo anche quello gli zar di Russia e quello della regina d’Inghilterra.  E’ evidente che questa inestimabile ricchezza faccia gola a qualcuno, e soprattutto è scontato che indispettisca il clero, il quale non ha alcun potere decisionale sulle questioni amministrative della cappella. 
E’ così che il decreto di Alfano arriva prontamente in soccorso degli scontenti: grazie al suo decreto, la curia napoletana avrà la possibilità di nominare ben 4 membri da affiancare ai nobili napoletani, riducendo l’ Eccellentissima Deputazione a una semplice Fabbriceria, ciùoè un qualsiasi ente  preposto ad amministrare il patrimonio della Chiesa, minandone per sempre l’unicità.

In molti credono che, dietro a questa inadeguata iniziativa del Ministero, si nascondano pressioni esercitate dal Cardinale Crescenzio Sepe. Certo è che non è la prima volta che la curia prova a mettere le mani sul tesoro dei napoletani: durante la seconda guerra mondiale, il Tesoro fu trasferito in Vaticano per essere protetto da bombardamenti e depredazioni, ma terminata la guerra la Chiesa non volle restituirlo. Ci volle l’intervento di Giuseppe Navarra,  ‘o rre ‘e Puceriale, per riportare il Tesoro alla sua legittima proprietaria: la città di Napoli.

Questa volta è compito nostro fermare l’ennesimo sopruso alla città: ci vediamo tutti sabato 5 marzo alle ore 15.00 alla Cattedrale di San Gennaro!

Di Beatrice Lizza

10 domande a Flavia Sorrentino

Share Button

1) Come e perché nasce Unione Mediterranea?

Unione Mediterranea nasce a Napoli durante un’assemblea pubblica il 24 Novembre 2012 , per offrire una rappresentanza politica in cui riconoscersi al variegato mondo meridionalista e al popolo del Sud, umiliato dalle scelte dell’Italia, che ci danneggia da un secolo e mezzo di mala unità.

2) Quali finalità avete?

Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia e iscritti anche in Belgio, Francia, Irlanda e Spagna, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare al Nord o all’estero. A questi si aggiungono 17.744 elettori di MO! in Campania, lista civica promossa da Unione Mediterranea, che ha scelto di concorrere da sola con Marco Esposito candidato presidente, senza scendere a patti con Pd e Forza Italia come nel caso di altri movimenti meridionalisti. UM ha un obiettivo chiaro: il riscatto del Mezzogiorno. Ripudia mafia, violenza, razzismo e ogni forma di discriminazione. Assegna grande valore alla verità storica, che ritiene fondamentale inserire nei libri di testo scolastico e promuove l’acquisto di prodotti a Km 0 che favoriscano le economie locali.
Inoltre nel prendere atto dei continui attacchi e diffamazioni nei confronti dei meridionali, promuove azioni giudiziarie contro i media nazionali affinchè venga tutelata la dignità del Sud e dei suoi territori. A tal proposito abbiamo già denunciato il Tg2 e il quotidiano “Libero”.

3) E’ opportuno definirsi meridionalisti o sarebbe più opportuno parlare di duosiciliani e napolitani?

Il senso di minorità psicologica a cui siamo stati sottoposti per 155 anni, ha finito per farci vergognare di chi siamo. Il meridionalismo è innanzitutto la conoscenza della questione meridionale originatasi con lo Stato Unitario e la presa d’atto della subalternità economica e sociale del Mezzogiorno al potere politico nord-centrico. E’ la consapevolezza che la lotta per il riscatto della nostra terra non è ideologica, ma necessaria. Stiamo riscoprendo il valore dell’identità: lavorando con intelligenza e pazienza riusciremo a renderci autonomi, anche nel modo in cui definirci.

4) Cosa pensi della bandiera delle Due Sicilie?

La bandiera delle Due Sicilie è il simbolo della storia e della cultura del nostro popolo. Per alcuni identificarsi in quel vessillo comporta un’implicita identificazione nella forma di governo che rappresenta. Ma quella bandiera è un culto all’identità, non un elemento di proposta politica. E’ interessante altresì accorgersi di come venga percepita e per questo talvolta sequestrata, come accaduto allo stadio San Paolo in occasione della partita Napoli-Midtjylland del 5 Novembre. La consapevolezza ritrovata terrorizza i detrattori del riscatto

5) Come vedi l’Italia del domani? 

Penso ad un processo di riscatto del Mezzogiorno come frutto di un percorso graduale e lucido, che parte dall’ottenimento delle autonomie locali e regionali.

6) Spesso chi parla di Questione Meridionale e dei fatti del risorgimento viene additato come nostalgico, cosa pensi di questa accusa?

Stiamo ai fatti. Su 5 miliardi per le ferrovie, il 98,8% dei fondi è andato al Nord; 3,5 miliardi dei PAC, sono stati dirottati al Nord; dei 7 miliardi e 9 milioni di euro per 83 progetti nelle infrastrutture, 7 miliardi e 5 milioni sono stati destinati al Nord; su 130 milioni di euro impiegati per finanziare la filiera agricola di qualità, zero è la quantità di investimento al Sud;  700 milioni di euro è il numero di risorse sottratto agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord; il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020 è stato ridotto a un terzo in tre regioni, Campania, Calabria e Sicilia che perdono 7,4 miliardi di euro. Potrei continuare…MO-Unione Mediterranea denuncia quotidianamente le ingiustizie ai nostri danni nella convinzione che la questione meridionale nata 155 anni fa, dura da 155 anni. Non è nostalgia per uno Stato che non c’è più, ma consapevolezza che da quando è nata l’Italia, il Sud è trattato da colonia interna.

7) Cosa pensi della Lega Nord e del consenso di Salvini al Sud?

Il livello di spesa nelle infrastrutture per il sud è sceso spaventosamente da quando la Lega Nord ha fatto la sua comparsa in politica, nel 1989. La Lega è nemica del Sud, è anti-meridionale e ha costruito sulla demagogia la paura per l’altro e sull’ignoranza il suo consenso elettorale. Gli ascari che si vendono al padrone leghista di turno, ieri Bossi oggi Salvini, non hanno memoria degli insulti, le ingiustizie, le vili umiliazioni e i cori razzisti. Noi però non dimentichiamo.

8) Qual è la proposta di MO-Um per Napoli in vista delle imminenti elezioni amministrative in città?

MO-Unione Mediterranea sarà presente alle elezioni comunali di Napoli di maggio 2016 con il suo progetto NA- Napoli Autonoma. Presentiamo un modello politico fondato sull’auto governo, che scardina il pensiero comune della dipendenza economica della città al potere politico centrale e che costruisce il suo riscatto attraverso il recupero dell’identità. Proponiamo di rinunciare a ogni centesimo di sostegno pubblico mantenendo sul territorio tasse riferibili al territorio stesso. E’ la grande opportunità che ci attende: culturalmente impegnativa, tecnicamente possibile, socialmente rivoluzionaria.

 9) Cosa pensi della mafia?

Che non può esistere senza la politica, intesa come affarismo criminale. Al Sud è stata istituzionalizzata con l’unità d’Italia.
Oggi ha il volto cangiante dei partiti, degli imprenditori, dei funzionari pubblici e permea ed infiltra il tessuto sociale di tutta Italia. La sua forza è determinata dalla debolezza dello Stato, connivente e volutamente assente: un Sud ignorante, non scolarizzato ed illegale è l’assicurazione sulla vita della politica egoista del Nord e di quella ascara del Sud.

10) Un’ultima riflessione per chi legge…

Il peggiore dei mali per un oppressore è la decolonizzazione mentale dell’oppresso. La strada del risveglio è lunga, ma la stiamo percorrendo. CrediaMOci.

San Gennaro nun s’ha da tucca’!

Share Button

Tra tutti gli atti d’imperio che le dominazioni estere hanno calato su Napoli e i napoletani, non se ne ricorda nessuno così arrogante e irrispettoso della cultura e dell’identità del nostro popolo.

Ci voleva il Governo Renzi e il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, per veder sputare su una delle istituzioni più caratteristiche della storia napoletana: la Deputazione di San Gennaro!

Come riportato nell’articolo di Drusiana Vetrano di Identità Insorgenti, “la Deputazione di San Gennaro, l’organo LAICO che da mezzo millennio si prende cura del Santo dei napoletani, sta per essere scalzata dalla Curia grazie ad un colpo di penna del Viminale, a firma del Ministro Angelino Alfano.
In sostanza, gli esponenti della storica nobiltà partenopea potrebbero ritrovarsi “pezzi” di Curia a gestire il Santo e le sue inestimabili reliquie.
Dopo la bellezza di cinque secoli di laicità, insomma, la Curia riuscirebbe a mettere le mani sul Santo partenopeo e sulle sue ricchezze.
Finora, infatti, la gestione da parte della Deputazione- fondata nel 1601 a seguito di un ex voto, da parte dei cittadini partenopei, legato ad un’eruzione del Vesuvio- è stata sempre slegata dalla Curia ed indipendente da essa, nonostante le pressanti e continue ingerenze”.

Ancora Identità Insorgenti spiega che “in rappresentanza del popolo napoletano, presiede la Deputazione il primo cittadino di Napoli, che ne è il garante e primo controllore in nome e per conto del popolo stesso.
Possiamo ben comprendere e condividere la rabbia dei membri della Deputazione che, attraverso il delegato per gli affari legali della stessa, Riccardo Imperiali di Francavilla, spiega che il decreto “equipara la deputazione a una Fabbriceria e rinomina arbitrariamente gli undici deputati in carica”.
Veniamo a sapere, inoltre, dei continui scontri col Cardinale Crescenzio Sepe ed il tentativo dello stesso, durato anni, di piazzare “persone sue”.
Troviamo veramente vergognoso tutto questo.
Ancora una volta, lo Stato italiano, non tenendo minimamente in considerazione la storia né l’identità di questa città di cui ignora tutto, cala dall’alto un provvedimento per danneggiarla.
Nel caso specifico, una marchetta alla Curia, di cui nessun napoletano sentiva il bisogno, di cui non comprendiamo il senso, se non quello, neanche tanto immaginato, di essere legittimati a mettere le mani su uno dei tesori più ricchi e preziosi del mondo”.

Anche MO – Unione Mediterranea, così come Identità Insorgenti e le migliaia di cittadini insorti a questa notizia, si dichiara assolutamente contraria all’ennesimo tentativo di distruggere l’identità napoletana e aderisce sin da ora a qualsiasi iniziativa posta in essere per manifestare questo dissenso.

La portavoce di MO – Unione Mediterranea, Flavia Sorrentino ha dichiarato in merito: “l’attacco alla laicità della deputazione di San Gennaro, è l’ennesimo atto di arroganza dell’esecutivo Renzi, che dimostra di non avere alcuna sensibilità, nè rispetto per la storia di Napoli e del legame che intercorre tra la sua gente ed il Santo Patrono. Il Governo si occupi di garantire i servizi minimi che spettano alla città, per la quale ha saputo solo prevedere tagli e trasferimenti di risorse, invece di preoccuparsi di questioni che attengono esclusivamente al popolo partenopeo. Ecco perchè alle prossime elezioni comunali saremo presenti, in appoggio al sindaco De Magistris, con il progetto NA-Napoli Autonoma: per restituire l’identità e l’autonomia di cui Napoli necessita per il suo riscatto”

Di Mattia Di Gennaro

12376777_10208528765607068_8935759462952465281_n

« Articoli precedenti Articoli recenti »