Author Archives: Andrea Melluso

MO non è un taxi, nota sul “caso Coppola”.

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L’avvocato Emilio Coppola, iscritto a Unione Mediterranea da alcuni mesi, ha proposto la sua candidatura al Consiglio comunale accettando, come tutti gli altri, le regole che il movimento si è dato sulla base delle decisioni del congresso di Matera del 2015.

Una regola, in democrazia, può piacere o non piacere ma non è mai “un ricatto”. Invece Coppola, subito dopo l’ufficializzazione della lista MO, ha comunicato di aver cambiato idea: non avrebbe appoggiato la capolista e anzi riteneva più giusto che fosse la capolista a sostenerlo nella sua corsa verso l’elezione. Tutto quanto accaduto dopo, è conseguenza della violazione da parte di Coppola di regole liberamente accettate.

No, questa non è la politica al servizio della nostra terra di cui c’è bisogno.

Il movimento MO-Unione Mediterranea non è un taxi sul quale si sale o si scende in base a una mera convenienza personale.

Laboratorio Napoli: i fiori del Sud.

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Una delle foto più emblematiche di questa campagna elettorale per le Amministrative è senz’altro quella scattata mercoledì 4 maggio all’Agora demA, durante la presentazione del nuovo libro di Pino Aprile, ‘Carnefici’. Oltre all’autore, sul palco c’erano Eugenio Bennato, la nostra Flavia Sorrentino, Luigi de Magistris ed Isaia Sales.

Un quadro intergenerazionale, un misto di esperienze e percorsi diversi, eppure legati insieme da un invisibile fil rouge: il Sud. C’è chi l’ha raccontato in tutte le sue tragedie, come Pino, chi l’ha cantato, chi ne ha studiato a fondo il cancro mafioso che lo affligge, e chi si appresta ad amministrarne per i prossimi 5 anni la sua città più importante, Napoli.

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Su quel palco non tutti erano d’accordo su tutto, ed è pressoché impossibile che sarà così, anche in futuro. Ma quel palco può rappresentare davvero un inizio, un laboratorio meridionale che si oppone ai modelli attualmente dominanti, in Italia ed in Europa, modelli politici, istituzionali e culturali assolutamente nordcentrici.

Potrà essere un inizio se verrà tessuta la tela dei valori comuni, che pure quelle personalità hanno passionalmente trasmesso, durante la serata.

Il Sud potrà rappresentare un vero “soggetto di pensiero”, opponendosi al destino di “oggetto di potere”, se diventerà il terreno di incontro politico di quelle forze che non si rassegnano alle logiche di imposizione dall’alto (intendendo come ‘alto’ anche il senso geografico del termine, il Nord italico ed europeo), e che vogliono invece sviluppare un modello alternativo, che abbia come riferimenti i valori mediterranei dell’inclusione sociale, della salvaguardia dei beni comuni, della riscoperta democratica del confronto pubblico, dell’autonomia contrapposta ai diktat. E ciò potrà essere più semplice se il Sud saprà riconoscere e ricostruire l’ orgoglio di una storia e una cultura antichissima e nobilissima, a patto che questa riscoperta di sé non faccia del mezzogiorno terra di sterile rivendicazionismo.

La sfida è lanciata: per questo il progetto di Napoli Autonoma rappresenta oggi un punto di snodo fondamentale. L’autonomia è la richiesta di chi ha ritrovato la  voce e non vuole più perderla, perché ha deciso di parlare con le proprie parole, non con quelle messegli in bocca da altri.

Il Sud non è un Nord ancora imperfetto: e questo concetto deve passare in Italia e in Europa. E’ qui che potrà nascere una classe dirigente che dirà un no definitivo alle connivenze col malaffare, è qui che si potranno sviluppare nuove forme democratiche e partecipative, anche nel tempo della contrazione democratica, è qui che gli spazi e i beni pubblici potranno essere liberati dagli affaristi, è qui che si riscoprirà il senso della Politica: perché è qui, al Sud, che potrà esserci la presa di coscienza di una nuova visione del mondo.

Per questo, le elezioni amministrative del prossimo giugno a Napoli potranno rappresentare l’incipit di un capitolo nuovo della nostra storia comune.

Se sapremo avere il coraggio collettivo di ascoltarci, di tessere assieme, avremo iniziato a scrivere le pagine più importanti del nostro futuro: quelle della rivoluzione mediterranea delle coscienze.

di Salvatore Legnante

Uno spettro si aggira per l’Europa. Il comunismo? No, la farsa Xylella!

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di Crocifisso Aloisi

Sapete perché ancora incombe la minaccia Xylella? Perché è tuttora in vigore il decreto legge del Ministro Martina del 18 giugno 2015, che impone determinate azioni e misure da adottare per affrontare la cosiddetta ‘epidemia degli ulivi’. E sapete perché è ancora in vigore questo decreto? Per dare seguito alla Decisione della Commissione Europea sempre per la fantomatica X. E sapete com’è nata questa Decisione della Commissione Europea? Perché un bel giorno di ottobre 2013 qualcuno, dalla Puglia, è andato a riferire che in Salento era in atto una gravissima epidemia di Xylella che stava falcidiando i nostri ulivi, confondendo ad arte disseccamento degli ulivi (dovuto ad altre cause) con la presenza del batterio (che a detta dei periti della Procura e non solo, sarebbe endemico e quindi non rappresenta una concreta minaccia fitosanitaria, a maggior ragione se il ceppo individuato in Salento è diverso da quello inserito nell’allegato A della direttiva UE 29/2000). Nel frattempo questi ‘qualcuno’ sono finiti sotto inchiesta dalla Procura di Lecce, accusati, tra l’altro, di aver indotto l’UE in errore (http://bari.repubblica.it/cronaca/2015/12/19/news/xylella-129801851/). Così tra una sentenza del Tar e l’altra, dopo le decisioni del Consiglio di Stato e dopo l’intervento della Procura e del Gip di Lecce, tutti favorevoli alle nostre considerazioni, oggi siamo ancora qui a parlare di questa gigantesca Questione proprio perché è ancora in vigore il decreto ministeriale del 18 giugno 2015 che inchioda in termini di legge questa pericolosa farsa. Così tra un “forse è xylella” ed un “sintomi verosimilmente ascrivibili a xylella”; tra un “probabilmente la causa è Xylella” e “ci sono un milione di piante infette” (senza aver MAI indicato quali e, soprattutto, senza aver MAI prodotto 1 milione di test positivi, o addirittura 4 milioni di test positivi, uno per ogni punto cardinale della pianta, come solitamente previsto) ; tra un “probabilmente il batterio è stato importato con piante ornamentali dal Costarica” ed un “esame visivo senza prove di laboratorio” ; tra un forse ed un probabilmente, vogliono SICURAMENTE fregarci. Infatti la Regione Puglia ha appena varato un nuovo Piano di intervento che rappresenta, nei fatti, una lenta eutanasia per le nostre aziende agricole ed i nostri ulivi. Invece continua altrove (in Salento sarebbe un po’ più complicato), soprattutto all’estero e con il tacito consenso della politica sia locale che istituzionale italiana, l’attività di diffusione delle proprie verità, senza alcun vero contraddittorio scientifico, da parte degli stessi soggetti (anche indagati) che hanno dato inizio a tutto ciò. Ormai è operativa una specie di ‘centrale del terrore’ xylella, con convegni internazionali con ospiti di rilievo, rappresentativi di diversi governi, che ascoltano le tesi degli ‘scienziati pugliesi’ e che sono all’oscuro della parte più importante della farsa. Tutto ciò con l’evidente scopo di imbastire una qualche linea difensiva (?) e con un probabile tentativo di condizionamento della Corte di Giustizia Europea che è chiamata a pronunciarsi il 5 maggio 2016, ed il cui Presidente si esprime con le stesse ‘certezze’ dei protagonisti scientisti pugliesi. Infatti questa è la motivazione dell’anticipo dell’udienza della prossima seduta della Corte “ visto il presumibile rischio di danni irreversibili all’ecosistema e all’agricoltura del territorio pugliese che un prolungamento eccessivo di questa sospensione potrebbe produrre ”, con tanto di “presumibile” e “potrebbe”. Di fronte a questa continua minaccia e con la politica completamente assente se non addirittura ostile; con un esercito di ‘giornalisti’/opinionisti pronti a convincere la gente della ‘bontà’ ed ineluttabilità dell’eradicazione degli ulivi e dell’uso di pesticidi/insetticidi per condurre un’assurda lotta contro uno dei possibili vettori (la farsa deve essere fatta come si deve, se dico che c’è un’epidemia non posso non condurre la lotta al vettore), e con un altro esercito di speculatori/avvoltoi pronti ad intervenire, il Popolo degli Ulivi deve assolutamente riorganizzarsi e prepararsi per un’altra stagione di lotta. Il 5 maggio è alle porte.

http://www.leccecronaca.it/index.php/2016/04/21/xylella-la-corte-di-giustizia-accelera-sara-giustizia/

P.s. Il 5 maggio 2016 avremo contro non solo alcune strutture europee, oltre agli altri personaggi italiani, ma anche un intero Stato, la Grecia, opportunamente ‘convinta’ da qualche ‘scienziato’ italiota. La politica regionale e nazionale è completamente assente : un intero popolo lasciato solo, in balìa di poteri strutturati ed addirittura in balìa di uno Stato straniero. Ecco perché i salentini si opporranno e sarà dura piegarli.

Cronache da una colonia

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di Salvatore Legnante

Il 27 Aprile del 1937 moriva, nelle carceri fasciste, Antonio Gramsci, uno dei primi grandi intellettuali ad aver strutturato in pensiero concreto la questione meridionale. Perché parlarne oggi, a quasi 80 anni dalla sua morte? Perché ciò che Gramsci teorizzò, e cioè che la questione meridionale nascesse da un accordo di fatto tra classe imprenditoriale del Nord e latifondisti del Sud, dopo che il Risorgimento era stato, per le popolazioni meridionali, anche e soprattutto sterminio di contadini ribelli, è ancora attuale.

Oggi le cronache da queste parti parlano ancora di un trattamento simil-coloniale. Al saldarsi degli interessi tra imprenditori e latifondisti, viene oggi sostituito la connivenza tra classe politica nord-centrica e imprenditoria camorristica locale: il ricatto, per le popolazioni meridionali, resta lo stesso. E’ cronaca di ieri la nuova indagine sui rapporti tra clan dei casalesi e il maggior esponente del PD campano, Stefano Graziano, eletto al consiglio regionale con circa 16mila preferenze.

Noi non esultiamo per i guai giudiziari di un partito o di un altro. E’ miope tale atteggiamento. Noi riteniamo che tali legami vadano spezzati, una volta per sempre. La magistratura ha fatto fino in fondo il suo compito. I capi dei clan sono in carcere. La camorra è in difficoltà. Ma lo Stato non ha vinto. Non ha vinto perché restano in piedi le logiche di connivenze e di traffico di consenso che fanno ancora dei nostri territori colonie interne, in mano ad interessi poco puliti e politici sotto ricatto.

E’ per questo che riteniamo che le risposte vadano cercate in modelli politici ed amministrativi autonomi. Non possiamo più fidarci di partiti nazionali, in cui i rappresentanti locali rispondono ad interessi di corrente e di segretari lontani, piuttosto che dei loro elettori. Non possiamo più fidarci delle logiche filocamorristiche, che pretendono di piegare le istituzioni di città come Napoli al volere del presidente del consiglio. Non possiamo più piegarci ai velati ricatti di un segretario nazionale del PD, primo ministro, che non si degna di chiamare il sindaco della più grande città del mezzogiorno per discutere di camorra, e che trasforma la prefettura in una sede elettorale del suo partito.

Noi dobbiamo slegarci da tali logiche e capire una volta per tutte che la nostra liberazione dobbiamo conquistarcela da soli, senza attendere elemosine e senza più chinare il capo. Né davanti ai camorristi, né davanti ai presidenti del consiglio. Dobbiamo rivendicare rispetto, e dobbiamo preparare una classe dirigente autonoma che risponda al Sud, non ai capi partito. E, come fatto con Luigi de Magistris a Napoli, dobbiamo trovare gli interlocutori giusti.

Non sarà un percorso semplice.

Non sarà un percorso breve.

Ma alternative non ce ne sono: in nome di un Sud finalmente libero dalle connivenze, dai ricatti e dalle mafie abbiamo il sacrosanto dovere di metterci in cammino. Ora. Anzi, MO!

Liste trasparenti, Cantone apprezza l’inziativa di MO!

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L’operazione trasparenza sulle liste lanciata da MO! trova il pieno apprezzamento di Raffaele Cantone. “L’iniziativa intrapresa – scrive il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione – appare molto apprezzabile in quanto ritengo particolarmente importante porre una specifica attenzione nella fase di individuazione dei candidati da inserire nella lista elettorale”. MO ha presentato la lista di candidati al Comune di Napoli con un mese si anticipo sulla scadenza di legge e ha comunicato i nominativi alla Commissione Parlamentare Antimafia (Rosi Bindi), al Prefetto di Napoli (dott.ssa Pantalone) e appunto all’Autorità Anticorruzione di Cantone.
Cantone, cui è stata inviata la lista per conoscenza, non ha diretta competenza in materia, per cui non ha potuto esprimere una valutazione etica sui candidati selezionati. index

I nostri giovani hanno voglia di riscatto. Aiutiamoli. Lettera di una mamma del Sud.

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Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere. Giovanni Falcone

Scrivo perché delusa (a prescindere dal voto che si voleva esprimere) dalla totale assenza di partecipazione della nostra gente all’ultimo referendum, penso non sia solo disinteresse alle politiche sociali, penso sia molto di più:
-siamo scettici, stanchi di ascoltare chiacchiere, anche perché i fronti opposti sono sempre ingannevoli e poco chiari;
-siamo disamorati e indifferenti perché abbiamo i nostri personali problemi che ci paiono enormi, e poi guardiamo indifferenti carrette del mare che distribuiscono morte a chi già viveva una realtà di vero dolore;
-siamo, me compresa, ignoranti e disinformati: non abbiamo nessuna vera voglia di sapere e tantomeno di fare;
-siamo apatici, vogliamo sì che qualcosa funzioni, ma deve essere fatto da altri;
-siamo populisti e superficiali, ci esaltiamo con una partita di pallone e non conosciamo né sappiamo divulgare un qualsiasi nostro buon primato (ad es. nel comparto agricolo il nostro primato del vino campano);
ecco allora che mi rivolgo alla nostra unica e ultima fonte di speranza: i nostri figli,
i nostri giovani che, a dispetto di vecchi luoghi comuni o petulanti litanie di anziane bocche, sono loro i meglio informati, hanno forza e volontà, hanno più tolleranza e rispetto, hanno voglia di riscatto e amore per la propria terra, e sanno come rivolgersi e coinvolgere chi non lo è.
Loro ci credono e vi assicuro che chi ci crede lo fa per se e anche per chi non ci crede.
Se noi siamo stanchi dei vecchi personaggi, delle vecchie lobbies politiche, delle speculazioni, delle camorre, degli interessi di pochi… ecc. ecc. loro potranno dire basta, basta a questo ed a tutto il vecchio “andazzo”.
Io ho conosciuto alcuni di questi giovani, li ho conosciuti perché me li ha presentati mio figlio: sono i ragazzi del movimento MO-Unione Mediterranea, e di loro mi ha colpito l’amore: studiano e si preparano con amore, lottano con amore, ci credono con amore, si riuniscono e si organizzano con amore.
Allora ho pensato che sì possono provarci, possono essere l’alternativa, ho pensato che anche noi, disillusi e stanchi, possiamo dar loro spazio e fiducia, chissà forse sono il cambiamento, la svolta, o forse no, non ci riusciranno, forse tra 10 o 20 anni anche loro cambieranno, ma perché non farli provare ora, perché non aiutarli per aiutare noi stessi, la nostra terra, la nostra economia, il nostro futuro. Ascoltiamoli.
Abbiamo pur sempre l’arma regina per “dare e per togliere” ovvero il nostro voto! (ahimè sempre che abbiamo voglia di farne uso)
Forse anche la politica, quella vera, intesa come governo delle città, può ancora dare tanto. Proviamoci e facciamoli provare.
Alle amiche mamme dico: se i vostri ragazzi hanno voglia di esprimersi e le loro idee possono coincidere con quelle di questi ragazzi, incanaliamo queste forze e facciamoli conoscere. Loro amano profondamente la loro terra e vogliono farla rispettare ed evolvere e vogliono dimostrare che, con una buona conoscenza delle nostre problematiche, (si confrontano e studiano) si può gestire (hanno riferimenti competenti) e far fronte alla sistematica ghettizzazione del Sud. Hanno numeri, dati, hanno competenze, hanno entusiasmo e volontà, sono preparati e fanno tutto autonomamente, in squadra.
Di me sapete, di loro ho detto…
cliccate sul link della pagina ufficiale se volete sapere di più.
oppure contattate l’indirizzo mail ufficiale info@unionemediterranea.info

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Referendum, al sud ciò che non è stato è stato

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Fa discutere il voto referendario al Sud, che in Basilicata e Puglia ha fatto registrare il massimo nazionale, e in Campania, Calabria e Sicilia, pur terre di mare e turismo, il minimo, mentre in Abruzzo, Molise e Sardegna il dato è medio. Dunque, ancora una volta, un Sud strambo e diviso, ridotto all’assurdo degli estremi dove gli opposti bene e male combattono tra loro un’eterna guerra? Suvvia, per una volta mettiamo da parte le metafore letterarie e ragioniamo sui fatti. La dicotomia questa volta non è solo Sud-Nord, ma anche Est-Ovest e soprattutto Pd Renzi e Pd non Renzi.

1) In tutto lo stivale le regioni dove il risultato è stato massimo sono quelle della costa adriatica, dal Veneto alla Puglia, dove insiste la stragrande maggioranza delle orrende e pestifere piattaforme petrolifere. Le stesse regioni adriatiche, con Marche e Molise, ma senza Abruzzo ed Emilia Romagna, hanno promosso il referendum insieme a Basilicata, Calabria, Campania, Sardegna e Liguria. Tutte a governo Pd, tranne Veneto e Liguria.

In tutta Italia l’indicazione di voto per il Sì è venuto dal M5S, Sel, Rifondazione e movimenti politici meridionalisti, pur di ridotte dimensioni, quali MO-Unione Mediterranea, Partito del Sud, Insorgenza Civile e altri. Gli altri partiti, dal PD a quelli di centrodestra si sono divisi, esprimendosi tuttavia in maggioranza per l’astensione e per il no. Importante e decisiva è stata l’azione dissuasiva della rete locale degli amministratori del Pd, che, come da ammissione di un alto dirigente nazionale, per salvare Renzi dalla disfatta, hanno lavorato per l’astensione. Ciò nonostante, e nonostante la spudorata e distorta azione di disinformazione televisiva e giornalistica, ben 16 milioni di cittadini si sono recati alle urne, dando uno schiaffo al sistema di potere petrolifero-politico dominante.

2) In Basilicata, dove tale potere esercita la sua massima azione devastatrice e corruttrice, è da anni attivo un vasto e determinato movimento popolare che ha messo alle strette il ceto politico regionale, condizionato dai soldi del petrolio e dagli incarichi ministeriali affidatigli al fine di controllare, anche con la repressione e il clientelismo, la protesta popolare contro l’intollerabile situazione. L’esplosione dell’inchiesta petrolgate, avviata dalla magistratura antimafia di Potenza, ha messo all’angolo i politici Pd, ostacolandoli nell’esercizio della dissuasione al voto. A parte i politici lucani legati all’on. Speranza della minoranza Pd, tra i pochi espressosi per il Sì. Sono queste le ragioni del record di votanti.

3) In Puglia, dove il numero dei votanti ha superato il 40%, la determinazione di Michele Emiliano, non ricattabile da Renzi, insieme alla maggioranza del PD, ha coagulato anche molti attivisti ambientalisti del centrodestra, ovunque si sono formati comitati no-triv trasversali, si è formato una sorta di “partito del mare” e numerose sono state le manifestazioni a favore del sì. Le ragioni sono da cercare anche nella volontà maggioritaria di operatori turistici e categorie professionali minacciati dalle estrazioni petrolifere, insieme alla consolidata presenza di comitati popolari ecologisti, più di tutto in Salento, di ispirazione meridionalista.

4) In Campania, che pur ha promosso il referendum, registriamo il doppio gioco di De Luca, indagato e renziano di ferro, che ha apertamente auspicato il non raggiungimento del quorum, smobilitando il Pd e il contiguo centrodestra, così facendo fermare il risultato poco al di sopra del 25%, nonostante la forte presenza autonomista e meridionalista nel Napoletano. Dobbiamo pur registrare i sospetti di “Napolicentrismo”, emersi contro i Partenopei, che in questa vicenda non avrebbero sposato le ragioni del Sud. Tuttavia, poiché la stessa cosa è accaduta in Calabria e Sicilia, tali sospetti cadrebbero.

5) In Calabria, anch’essa regione promotrice, e anch’essa ferma al minimo del 25% di votanti, la probabile azione sottobanco di boicottaggio del Pd si è sposata con la disaffezione al voto di questa regione, più di tutte quelle meridionali discriminata e abbandonata da uno stato nemico. Basti pensare che alle passate elezioni regionali i votanti sono stati il 40%. A ciò va aggiunta la disgregata condizione sociale del Sud, costretto alla povertà e all’emigrazione, dalla logica paraleghista del “prima il Nord”. Il Mezzogiorno trattato come una colonia dallo Stato centrale, è tenuto sotto controllo da mafie e ceto politico asservito, funzionali allo stesso stato che favorisce con privilegi e impunità politici corrotti e mafiosi, mentre contrasta l’azione degli onesti, che pur sono in maggioranza.

6) In Sicilia, insieme alle suddette ragioni dobbiamo ricordare la funzione deterrente di Crocetta, ex funzionario Eni.

Ciò detto, vanno respinte analisi e ipotesi “culturalistiche” ed etnicistiche sulle ragioni del voto al Sud, mentre, insieme alla colpevole azione di dissuasione degli amministratori Pd sul territorio, e dei media nazionali e locali, asserviti, vanno ricercate le ragioni sociali. Il popolo meridionale non potrà esprimere del tutto la propria volontà sino a quando non riuscirà a liberarsi del ceto politico dominante, e delle contigue mafie funzionali agli interessi “nazionali”, ovvero del Centronord. Qualcuno diceva che non ci può essere democrazia sino a quando un uomo ne può comprare un altro. Il Sud è ridotto da 155 anni in questa infame condizione. Al Sud, ciò che non è Stato è stato.

Referendum: un commento ai risultati al Sud

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Di Roberto Cantoni

“Si è vista la solidarietà del Sud!” è stato l’amaro, sarcastico commento a caldo di una mia amica lucana, che da anni, come me, vive lontana dalla sua terra. Giudizi di tono ben più apocalittico li ho letti un po’ ovunque sui social, del tipo: “Ora le compagnie petrolifere uccideranno il nostro mare”. Vorrei rassicurare e allarmare tutti su questo punto. Il mare, le compagnie potevano inquinarlo anche prima del referendum; possono continuare a farlo ora – del resto, per una triste ironia della sorte, proprio il giorno del referendum c’è stato uno sversamento di petrolio da una raffineria nel mare che bagna Genova – e avrebbero potuto inquinarlo anche in caso di vittoria del Sì. In realtà, come ho scritto un mese fa, il quesito sulle trivelle aveva un valore molto più ampio delle trivelle stesse. In primo luogo, era una cartina tornasole del rapporto di forze tra enti locali e governo centrale. In secondo luogo, avrebbe potuto dare un segnale riguardo alla volontà dei cittadini di un tipo diverso di sviluppo: diverso da quello ormai desueto dell’estrazione di energie fossili. Ha vinto l’astensione: il che significa che il gas e il petrolio che si sarebbe potuto estrarre di qui a qualche generazione, in caso di emergenza (economica, energetica), lo si estrarrà ora che non c’è nessuna emergenza, e che anzi, il prezzo del petrolio è quasi ai minimi storici da un decennio. Bene. Anzi, male. Ma questo è il risultato.

La solidarietà del Sud. Ma Napoli non è sul mare? La Calabria non è praticamente una penisola? E la Sicilia non è forse circondata dal mare? Sì, sì, e sì. Ma in Campania le percentuali di voto sono state del 26,1%, in Calabria del 26,7% e in Sicilia del 28,4%. La Puglia, il cui governatore era stato il principale promotore del referendum, ha raggiunto il 41,6%, e solo la Basilicata ha superato il quorum, seppur con uno striminzito 50,2%. Ma anche in quest’ultimo caso, bisogna notare che è stato soltanto grazie alla provincia di Matera (52,3%) che il superamento del quorum è stato possibile, perché la provincia di Potenza si è fermata al 49,0%. In pratica, a guardare il panorama allargato dell’Italia, delle 110 province dello stato, soltanto una ha superato il quorum. Di chi la colpa? Dello strumento referendario, ormai spuntato? Forse. Non sarà spuntato, però, in occasione del referendum costituzionale che ci sarà tra qualche mese: i referendum costituzionali, infatti, sono confermativi, non abrogativi, pertanto il quorum non è previsto (e chiudiamo entrambi gli occhi sul fatto che la Costituzione sarà stata cambiata da un governo non eletto). Del mancato accorpamento con le amministrative di maggio, che tra l’altro avrebbe fatto risparmiare allo stato 300 milioni di euro? Può darsi, ma è evidente che quell’accorpamento avrebbe portato al raggiungimento del quorum, cosa che il governo voleva appunto evitare.

Ho sostenuto prima del voto che il referendum su scala nazionale non avesse senso: era improbabile che a Bolzano (17,6% di votanti) importasse qualcosa delle trivelle nell’Adriatico. Andava invece fatto su scala regionale, dicevo. Visti i risultati, la mia teoria non ha retto: se anche la validità fosse stata regionale, il referendum sarebbe passato nella sola Basilicata, e ciò nonostante in passato e nel presente i veleni dell’Ilva di Taranto, quelli del petrolchimico di Gela, e le crisi dei rifiuti in Campania e in Sicilia, abbiano sensibilizzato e sensibilizzino le popolazioni meridionali alle questioni ambientali. Insomma, se è vero che il referendum è fallito in tutta Italia, ci si aspettava molto di più dal Sud, vuoi per solidarietà alla Basilicata martoriata dall’industria petrolifera, che l’ha resa una terra nullius, vuoi per i rischi che corrono, correvano e correranno le coste adriatiche e il Mediterraneo tutto. Ha sicuramente giocato un ruolo la chiamata all’astensionismo di Renzi (il top dell’astensione si è avuto nelle zone a maggioranza PD) e quella, appena più velata, di Napolitano.

Che dire del ruolo della complessità del quesito referendario, come sosteneva lunedì Repubblica? Ne dubito fortemente: se entri in una cabina elettorale durante un referendum sai già cosa votare. Non ti metti a leggere il quesito cercando di ricordare o immaginare cosa dica esattamente “l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. La mia opinione è che sia stata la mancanza di una differenza considerevole al livello percettivo tra le conseguenze del sì e del no/astensione a contribuire – non: a causare –  alla forte astensione. Se la scelta non tocca le trivellazioni già in atto; se non ne impedisce di nuove e non ne blocca di vecchie; se la differenza è ‘solo’ sulla durata dello sfruttamento, allora la questione appare poco interessante. Inutile negare che ci sia un problema di disinteresse grave al Sud, e che questo sia in parte una conseguenza di una generale – e, alla luce delle non-politiche di governo, comprensibile – disaffezione nei confronti dello stato centrale.

Ma attenzione a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Le campagne sui social, i banchetti informativi, le affissioni per il Sì in giro per la città e per il paese, sono state tutto fuorché inutili. Qualunque referendum, comunque vada, ha un pregio inestimabile: migliora cioè la conoscenza e la coscienza dei cittadini rispetto a problematiche prima al di fuori del loro ambito d’interesse. È un risultato che passa spesso in secondo piano, ma è il risultato più importante. Questa campagna referendaria ha fatto in modo che milioni di cittadini si siano informati sull’inquinamento ambientale, sull’economia delle risorse naturali, sulle leggi che regolano l’estrazione di idrocarburi in Italia: sul lecito e sull’illecito. Ha reso parte di questi cittadini degli attivisti, donne e uomini che in prima persona hanno partecipato ad azioni nel micro (magari parlando ai figli, ai cugini, al meccanico di fiducia, all’ingegnere del piano di sopra, o banalmente pubblicando un link su un social) e nel macro (il banchetto informativo all’angolo della strada, l’invio agli enti locali di documenti scritti a più mani…). Questi risultati vanno al di là del fatto che un italiano su tre sia andato a votare. Vanno al di là di tristi ‘ciaoni’ da parte di ultraquarantenni con un posto da deputato al caldo a Roma. Ogni referendum forma degli cittadini più consapevoli. Ogni referendum è comunque e sempre una vittoria della democrazia dal basso.

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

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Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

Unione Mediterranea cresce: nasce il Circolo Territoriale Lazio, “MO Roma”.

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MO-Unione Mediterranea continua a crescere. Il 7/04/2016 si è costituito ufficialmente il Circolo Territoriale Lazio “MO Roma”, con l’ambizione di unire i meridionali che vivono nella città capitolina. MO-Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare dalla propria terra natia. Per seguire le attività del circolo romano, invitiamo i simpatizzanti a cliccare “mi piace” sulla pagina facebook ufficiale o a contattare il Responsabile del Circolo, Renato Marino, attraverso il sito ufficiale del MOvimento.

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