Author Archives: Andrea Melluso

Ballarò, Gomorra: “Questa è Napoli”. In TV si racconta solo il Sud che conviene all’Italia. Lettera a Massimo Giannini.

Share Button

Gent. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l’idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all’incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un’economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

“Come si vive a Gomorra?” o “Questa è la fotografia di Napoli!”, sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell’emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall’ altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell’esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell’interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull’omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l’occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de “Il Mattino” il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l’ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all’università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: “Questa è Napoli” e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono “nella terra di Gomorra”. Così si chiude il cerchio dell’informazione italiana, ma non della realtà.

C’è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C’è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti,

Flavia Sorrentino

Comprare sud e tifare sud fa bene al sud

Share Button

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Il 90% dei soldi spesi al Sud servono a comprare prodotti del Nord. Ogni anno per 70 miliardi di euro. Tutti i giorni, ogni meridionale spende in media dieci euro di prodotti made in Nord, di cui almeno la metà in prodotti alimentari, 3.500 euro l’anno, più di 10.000 a famiglia, con un reddito di poco superiore. Un assurdo nella terra del buon cibo, dei mille tipi di pane, il migliore al mondo, delle cento paste fatte come una volta, dei tanti ortaggi, frutta, mozzarelle e formaggi in cento specialità, oli d’oliva per il 90% prodotti al Sud ma per il 70% imbottigliati al Nord, i vini con la più alta produzione mondiale di uve, acque minerali di Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Abruzzo in quantità.

Ci sono cittadini meridionali che preferiscono comprare mozzarelle di indicibile sapore di una nota azienda lombarda, molto pubblicizzata, anziché quelle buonissime fatte a due passi da casa loro, dove si fanno da secoli. Senza pensare ai maggiori costi di trasporto da pagare e al conseguente inquinamento della penisola: che senso ha acquistare un’acqua minerale alpina in Calabria e far viaggiare un tir per 3.000 km A/R? Siamo sicuri che sia migliore solo perché costa il doppio ed è pubblicizzata?

Eppure tant’è, si comprano e si consumano prodotti provenienti dal Nord. Difficoltà a fare impresa al Sud e martellante e ingannevole pubblicità delle più ricche e potenti aziende settentrionali, l’azione congiunta dei due fattori agiscono a tenaglia per convincere la popolazione meridionale a comprare Nord. E’ una morsa da cui dobbiamo liberarci se vogliamo la rinascita del Mezzogiorno.
Nicola Zitara diceva che il riscatto del Sud comincerà quando si farà, metaforicamente, rotolare nella scarpata un camion di galbanini.
Comprare Sud vuol dire creare per noi milioni di posti di lavoro, attivando produzione industriale e relativo terziario. Il nostro destino è nelle nostre mani. Gandhi educò gli indiani a non comprare i prodotti degli inglesi, vanificando la loro occupazione coloniale.

E’ utile tifare Sud anche nel calcio. Non è forse diventato questo solo un consumo milionario? Non si è forse trasformato in una forma di plusvalore economico, anche questo in gran parte goduto al Nord? Che cosa ha più a che fare con lo sport puro? Che senso ha tifare per Juve, Milan, Inter, se non consumare, anche in questo caso, un loro prodotto economico, solo finanziariamente più forte di quello nostro? Tifare Sud significa rafforzare l’autostima di un popolo colonizzato anche culturalmente.

Non abbiamo industrie, lavoro, banche, assicurazioni, siamo ridotti a un esercito di consumatori, pecore utili a brucare, a caro prezzo, l’erba del vicino. Possiamo riprenderci quanto ci spetta, con un solo gesto: fare attenzione alla provenienza dei prodotti che compriamo, e che tifiamo.

Sud, dalla società senza padri a quella senza figli

Share Button

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Vi sono vari modi per distruggere una civiltà, quello classico è la guerra, distruzione totale, deportazione degli abitanti e loro schiavizzazione come utile manodopera. Così si è fatta, e si fa, l’Europa, ma anche l’America e altri paesi. Dove non arriva la forza della guerra, c’è quella dell’economia.
Il nostro Sud, le ha subite entrambe, dal 1860 in poi. Invasione e feroce occupazione militare, spoliazione delle risorse pubbliche delle classi più povere, quali boschi e terre demaniali, concessione di privilegi finanziari e di impunità giudiziaria alle classi agiate, favorevoli alla colonizzazione straniera, in cambio della loro rinuncia allo sviluppo di un’economia propria. Repressione feroce di ogni ribellione sociale, senza mai nulla concedere “per non viziare i ribelli”, protezione di organizzazioni mafiose, utili a garantire il controllo del territorio e a rastrellare denaro da investire al Nord. I contadini dei fasci siciliani di fine Ottocento furono repressi dal piombo dello Stato e da quello della mafia, insieme. Così si ammazzava chi chiedeva terra e lavoro.

Le conseguenze furono catastrofiche per il Mezzogiorno, sette o otto milioni di emigrati, all’estero e al Nord Italia, comunque terra straniera a noi “terroni”. A partire furono soprattutto i padri, a volte tornavano dall’America, a volte chiamavano la famiglia, altre volte no: se ne facevano una nuova e non tornavano più. Una società senza padri, è una società senza regole. Laddove le madri svolgono con i figli un ruolo affettivo, comprensione e perdono, i padri ne svolgono uno normativo, lavoro e filare dritto, e ceffoni se necessari. Il disastro antropologico di una società privata del ruolo guida dei padri, è sotto i nostri occhi.

Gli anni ’80 del Novecento vedevano un Sud in crescita economica, grazie a una politica in parte favorevole. La borghesia industriale del Nord, spaventata dalla concorrenza, finanziò la nascita della Lega di Bossi, si fece politica essa stessa con Berlusconi, e ora finanzia il PD di Renzi, sempre per garantire la crescita del Nord e impedire lo sviluppo del Sud. Il Mezzogiorno deve restare colonia interna, deve essere un serbatoio di forza lavoro a basso costo per il Nord e deve consumare le sue merci. Gli uomini che non partivano più, ora vedono emigrare i propri figli, disoccupati per il 65%. Centomila giovani, laureati e no, partono ogni anno, quelli che restano non fanno più figli, come mantenerli? Il 90% dei consumi del Sud è fatto di prodotti del Nord, per 70 e più miliardi di euro ogni anno. Anche i rifiuti della nostra digestione arricchiscono l’industria padana. L’invecchiamento della popolazione meridionale galoppa, la decrescita infelice anche, per la prima volta dopo la grande guerra, gli abitanti del Sud diminuiscono. Di questo passo, l’estinzione del popolo meridionale è prossima.

Per capire meglio i meccanismi di impoverimento e distruzione sociale di un popolo, vediamo quanto avviene nei Paesi più deboli d’Europa, quelli dell’Est, distrutti dall’incontro con le economie forti dell’Ovest. Prendiamo la Bulgaria, il più povero dell’Unione europea. Le sue risorse minerarie in mano agli stranieri, la sua produzione industriale, pur attiva ai tempi del socialismo, distrutta, al governo un ceto politico paramafioso favorito dai paesi occidentali, Germania in testa, per garantire la spoliazione della nazione. Un trenta per cento della sua popolazione emigrata, uomini, pur ingegnosi tecnicamente, in Germania, donne badanti ovunque. La moneta locale, il Leva, valutato meno di niente, con conseguenti stipendi da fame per chi resta, dal valore di 200 euro al mese, per comprare merci in gran parte europee, a prezzi pieni, spesso più cari che da noi. Fabbriche tedesche che sul posto pagano i dipendenti dieci volte in meno, pur svolgendo essi lo stesso lavoro di quelli in Germania. Azzeramento dell’assistenza sanitaria e di quella sociale, pensioni da meno di 100 euro, anziani che muoiono letteralmente di fame se non hanno figli che vanno all’estero.

La miseria dei popoli più deboli garantisce l’altrui ricchezza. E’ un film già visto da noi al Sud, un tempo si chiamava colonialismo, oggi è il capitalismo globalizzato, bellezza.

Comitato NO Lombroso

Share Button

di Luca Frezza

Resoconto della partecipazione del Circolo Giacinto de’ Sivo alla presentazione del libro “Cento città contro il Museo Cesare Lombroso” tenutasi a Lecco il 18/02/2016.

Il Circolo “Giacinto de’ Sivo” aderente a MO! Unione Mediterranea ha partecipato ad un evento importante organizzato dal Comitato No Lombroso.

Nella giornata del 18/02 ha avuto luogo a Lecco, presso la sala convegni della Libreria IBS, a partire dalle ore 18.00, la Presentazione del libro “Cento città contro il Museo Cesare Lombroso – La barbarie della falsa scienza inventa le due Italie” che vede come coautori Domenico Iannantuoni, Rossana Lodesani e Francesco Antonio Schiraldi, edito da Magenes. L’evento è stato presentato dal Sindaco di Lecco, Dott. Virginio Brivio, mentre la conduzione dello stesso è stata curata dal Dott. Lorenzo Del Boca, già Presidente dell’Ordine dei Giornalisti.

Il Dott. Domenico Iannantuoni è tra i fondatori, nel 2010, del Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso (www.nolombroso.org) “avente lo scopo di giungere alla rimozione conclamata delle false teorie criminologiche di Cesare Lombroso e la promozione di un disegno di legge per la messa al bando della memoria di uomini colpevoli, direttamente o indirettamente, di delitti connessi con crimini di guerra o di razzismo”.

Durante il convegno, protrattosi per circa un’ora e mezza, Iannantuoni ha esposto in sintesi i contenuti del testo in questione il cui ricavato della vendita contribuirà a sostenere il Comitato No Lombroso. Il testo rappresenta un memoriale del percorso svolto finora dal Comitato. Iannantuoni ha messo in risalto come, da piccolo gruppo quale era inizialmente, il Comitato è cresciuto in seguito grazie anche all’appoggio di molte città italiane che ne sono diventate testimonial. In questo senso la Presentazione a Lecco ha un valore simbolico in quanto proprio Lecco è stata la prima città a dichiarare il proprio sostegno al Comitato aderendo al Progetto “Cento città”. Allo stesso modo simbolica, considerata la strana coincidenza, appare, secondo Iannantuoni, l’adesione di Assisi quale centesima città. Il numero di adesioni a tale progetto è andato ben oltre gli esiti sperati raggiungendo addirittura la cifra complessiva di centocinquanta città.

Iannantuoni ha ricordato che il Comune di Motta Santa Lucia (CZ) e il Comitato No Lombroso avrebbero vinto la battaglia legale contro il Museo Lombroso dell’Università di Torino. I resti di Giuseppe Villella, seconda l’ordinanza del Tribunale di Lamezia Terme del 03/10/2012 dovrebbero essere restituiti al suo paese natale. In realtà l’esito definitivo di questa battaglia si avrà quest’anno avendo l’Università di Torino presentato istanza di appello in seguito alla suddetta sentenza. I punti salienti sui quali, come spiega Iannantuoni, si fonda la battaglia legale del Comitato, che mira alla restituzione di tutti i resti umani conservati nel Museo, sono due. Il primo aspetto fondamentale è costituito dal fatto che tali resti non sono “materiale di proprietà” da esposizione, non sono stati “acquistati”. Si tratta bensì di resti trafugati da vari luoghi e con varie modalità tutte illecite. Secondo aspetto saliente è che tali resti sono identificabili in quanto accompagnati da nomi e cognomi. L’obiettivo è restituire questi resti ai loro discendenti o ai luoghi d’origine e dare loro finalmente una degna sepoltura cristiana.

Iannantuoni evidenzia come la stampa, che inizialmente è stata piuttosto indifferente nei confronti dell’attività del Comitato, abbia in seguito mostrato maggiore interesse attraverso la pubblicazione di diversi articoli su varie, importanti testate giornalistiche. Inoltre, oggi il Comitato può vantare anche l’appoggio della Chiesa e della Prefettura. Iannantuoni espone anche quello che il Comitato si prefigge di attuare in futuro ovvero la creazione di una delegazione parlamentare.

Il Dott. Lorenzo Del Boca è intervenuto a sottolineare il fatto che i resti umani conservati al Museo appartengono a persone che non hanno espresso una volontà in tal senso ed anzi, per le ragioni su menzionate, a loro è stato persino negato un rito funebre. In merito a Cesare Lombroso, Del Boca mette in rilievo come le sue teorie pseudo-scientifiche abbiano costituito il punto di partenza delle azioni politiche successive volte a soggiogare il popolo meridionale. In tal senso Iannantuoni evidenzia come la chiusura del Museo Lombroso potrebbe rappresentare un punto di partenza sul cammino di una unificazione tra Nord e Sud che finora non ha ancora effettivamente avuto luogo.

MO: i prossimi appuntamenti

Share Button

Sabato 20 Febbraio 2016, si terranno presso la Casa della Paesologia, a Trevico (AV), i parlamenti comunitari organizzati da Franco Arminio per la seconda festa (sessione invernale).

Interverranno in rappresentanza di Unione Mediterranea, Marco Esposito e Salvatore Legnante. Durante la giornata si ricorderà Ettore Scola nella casa in cui è nato.

 

Domenica 21 Febbraio 2016, ore 09:00

presso il Centro Sociale di Rionero in Vulture (PZ) si terrà l’incontro-dibattito sul tema “Meridionalismo e Petrolio”, promosso da Giuseppe Di Bello. Sono previsti interventi della prof.ssa Albina Colella, di Pino Aprile e di Marco Esposito.

Referendum NO TRIV. MO-Um si unisce all’ appello al Presidente Mattarella.

Share Button

Anche il Movimento Unione Mediterranea si associa all’appello rivolto ora al Capo dello Stato Mattarella di modificare la data del 17 aprile prossimo fissata dal Consiglio dei Ministri per il referendum NO-TRIV.

Vi sarebbe infatti uno spreco ingiustificato di 360 milioni di euro. È questa la cifra che il nostro governo è pronto a bruciare per una chiara paura del referendum. La richiesta di unificare il referendum alle elezioni amministrative che si svolgeranno nel giugno 2016 avanzata da comitati, associazioni, partiti, sindacati, regioni e società civile per l’Election Day è stata scartata senza dare una spiegazione.

Ricordiamo che nel corso del 2016 gli italiani saranno chiamati alle urne sia per le elezioni amministrative più eventuale ballottaggio, sia per il referendum confermativo della riforma costituzionale, sia per il referendum No triv. Ma potrebbe anche succedere che con l’accoglimento da parte della Corte Costituzionale dei ricorsi promossi dalle Regioni sul conflitto di attribuzione relativo ad altri due quesiti No-Triv vi sarebbe poi un ulteriore referendum. Ricordiamo ancora che in passato è stato proprio il PD a gridare allo scandalo per lo spreco di denaro pubblico per il mancato accorpamento di elezioni e referendum, affermando che “È chiaro che hanno paura che il referendum raggiunga il quorum, e questo creerebbe seri rischi politici per la Lega. Noi facciamo appello al governo. Servono responsabilità e oculatezza”. In quella occasione la “scelta immorale e vergognosa” la fece Berlusconi, era il 2009 ed il tema era il porcellum. Nel 2011 poi in occasione del referendum sull’acqua l’appello del PD per l’Election Day era così strutturato: “Non accorpare la data delle elezioni amministrative 2011 con quella dei referendum sarebbe una scelta molto grave”.  

Cosa è cambiato da allora? Ribadiamo che la richiesta rivolta a Sergio Mattarella da associazioni ambientaliste, sociali e studentesche, organizzazioni sindacali, comitati e testate giornalistiche non può essere ignorata poiché oltre prevedere un risparmio di energie, risorse economiche e di tempo porterebbe  a “favorire e salvaguardare la democrazia e la partecipazione” permettendo una campagna informativa necessaria su un tema importante e difficile quale quello No-Triv.

Napoli 14 febbraio 2016

Unione Mediterranea

Lucio Iavarone Responsabile Ambiente UM

Rosella Cerra Responsabile Ambiente UM-Calabria

Italia, investimenti banda larga: 96% al Nord e 4% al Sud.

Share Button

È stato dato il via alla seconda parte della “politica del fare” del primo ministro Matteo Renzi.  Del fare si,  ma sempre e solo al nord destinando alle regioni meridionali solo le briciole, anche a costo di non rispettare il parametro europeo dei fondi di coesione.  Le risorse complessive del fondo, pari a 54 miliardi nel periodo 2014-2020,  per legge, sarebbero state assegnate per l’80% alle regioni  del sud e solo il 20%  a quelle del nord.  Così però  non sarà, ma procediamo per singoli passi.  L’FSE (fondo sociale europeo) è uno dei cinque fondi strutturali e di investimento europei. Tali  fondi divenuti sempre più linfa di crescita economica, rappresentano la principale fonte di investimenti per l’Unione Europea  volta a  favorire la crescita economica degli stati membri  e incrementare dunque la crescita occupazionale. Tra i principali obiettivi dell’FSE,  per il periodo 2014-2020, vi è proprio quello dell’inserimento lavorativo  avviando   progetti formativi per i cittadini e  aiutandoli così a trovare occupazione favorendo  l’inclusione sociale.

A questo punto entra in scena il CIPE , ossia il comitato interministeriale per la programmazione economica ( ricordiamo presieduto dal  presidente del consiglio dei ministri) il quale ha approvato il programma operativo del Piano Banda Ultra Larga  assegnando  2,2 miliardi di euro lo scorso mese di agosto.

A chi verranno destinati questi fondi? Pochi giorni fa la decisione sul da farsi, ossia non più distribuirli nelle regioni meno sviluppate per garantire adeguati livelli di investimento nelle regioni, come da programma europeo, ma stabilire la ripartizione sulla base di tre fattori (in perfetto stile italiano):

–          Investimenti privati effettuati nell’area

–          Numero di unità abitative

–          Investimenti già effettuati dalle regioni

Si tratterebbe questo di un vero e proprio scippo di risorse a danno delle regioni del sud. Da qui lo scontro nella conferenza Stato-Regioni protratto fino alla giornata di ieri 11 febbraio che ha portato ad una decisione, un “contentino formale” facendo nostra l’espressione del giornalista Marco Esposito a tal proposito: I soldi risulteranno  non persi ma prestati. Il Sud ha ceduto e gli investimenti pescati dal Fondo sviluppo e coesione (che per legge è destinato all’80% al Mezzogiorno) andranno al 96% al Centronord e il 4% al Sud (Abruzzo).

La trattativa è stata guidata da Paolo Panontin, assessore regionale alle Autonomie Locali (made in Friuli Venezia Giulia per intenderci) che ha così sintetizzato: “ la soluzione è stata trovata, il sud anticipa queste risorse al centro nord  nell’immediato, per fare la banda ultra larga. Ma il Governo si impegna a restituirle più avanti nell’ambito del più ampio Fondo sviluppo e coesione”.

La trattativa si è conclusa così con un falso accordo di reciprocità tentando maldestramente di celare  un altro scippo a danno dei meridionali,  a danno del nostro futuro:  sottratti nel giro di pochi giorni investimenti, risorse e posti di lavoro.

Soldi prestati quindi? No, soldi rubati che vanno a confluire in quel bacino di denaro e risorse che da 155 anni si sta rimpinguando  a danno della crescita economico-sociale delle nostre regioni.

Carmen Altilia

Canale Conte Sarno: MO-Unione Mediterranea incontra il sindaco De Magistris

Share Button

MO-Unione mediterranea ha incontrato oggi il sindaco metropolitano Luigi de Magistris per muovere insieme i primi passi sulla questione Sarno. L’emergenza ambientale, aggravata da molti decenni di risposte politico-amministrative inconcludenti, non può e non deve essere ignorata oltre: il fiume più inquinato d’Europa manifesta un’emergenza senza precedenti, con risvolti non solo ambientali ma anche economici e sociali. La tossicità delle acque del Sarno e dei suoi affluenti è causata dallo sversamento abusivo di aziende situate nei pressi del fiume. Lo stato di degrado ambientale non è solo determinato dalla tossicità delle acque: nonostante si sia manifestata un’emergenza idrica che ha visto la portata del fiume ridursi esponenzialmente, il corso d’acqua è responsabile di numerosi dissesti e inondazioni, non ultima quella dello scorso ottobre nelle zone del Sarno. Ad oggi, le soluzioni proposte dalla classe dirigente si sono rivelate inefficaci e in molti casi dannose, denotando una grave superficialità, inammissibile per un problema di tale entità. La complessità dell’emergenza non ci spaventa e, insieme ai comitati territoriali interessati, al circolo di MO-UM de ‘I sarrastri’ attivo nella piana del Sarno, stiamo muovendo i primi passi alla ricerca di soluzioni alternative. Grazie all’incontro di oggi, siamo riusciti a portare all’attenzione del sindaco metropolitano anche questa tematica, vitale per lo sviluppo e la salvaguardia del territorio. Ci siamo lasciati con la carica giusta, pronti a collaborare per la difesa del Sarno e dei tanti cittadini che popolano quelle zone. Il cambiamento è MO!

12644818_1273746999337076_887025722571300916_n 12688199_1273746996003743_3608451418681353571_n

Allerta SVIMEZ: spese cultura -30% al Sud in tredici anni.

Share Button

Se è vero che i diritti sociali sono finanziariamente condizionati, dipendono cioè dalla quantità di investimenti che lo Stato distribuisce sul territorio per garantire servizi, la cultura al Sud, è considerata un bene di lusso. A denunciare ancora una volta l’aumento del divario tra il Nord ed il Sud del Paese è l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, nella nota di ricerca “Le spese per la cultura nel Mezzogiorno d’Italia”, curata dal consigliere Svimez Federico Pica e Alessandra Tancredi dell’Agenzia per la Coesione territoriale.

La nota analizza l’andamento delle spese correnti, in conto capitale e totali per la cultura, a livello delle circoscrizioni Nord/Sud e di alcune regioni italiane negli anni 2000-2013. Negli ultimi tredici anni la cultura è stata tagliata di più al Sud, dove la spesa è stata ridotta di oltre il 30%. Allo stesso tempo, ogni cittadino del Nord ha ricevuto il 35% in più di un cittadino del Sud.

“Dal 2000 al 2013- dice la Svimez- la spesa totale nel settore della cultura ha subito un crollo nel Mezzogiorno, passando da 126 a 88 euro pro capite, contro il -25% del Nord. Nel 2013 fatto pari a 100 il livello medio nazionale la spesa pro capite per la cultura è stata del
69% nel Mezzogiorno, a fronte del 105% del Nord e del 141% del Centro.”

Se si analizza la spesa per la cultura in alcune regioni le disparità si allargano: “se a livello nazionale dal 2000 al 2013 il calo è stato del 27%, il Veneto ha perso oltre il 21%, Emilia-Romagna e Toscana ben il 38-39%, ma la Calabria arriva addirittura a meno 43,6%.

Quando si parla di “cultura e servizi ricreativi” si intendono prioritariamente interventi a tutela e valorizzazione di luoghi d’arte, teatri, biblioteche, musei, accademie, archivi ma anche  attività sportive e attenzione per giardini e spazi pubblici.

Quello che serve, si legge nella Nota, è “non soltanto un maggiore impegno finanziario di tutti, ma altresì una effettiva riconsiderazione e riforma dei meccanismi finanziari e istituzionali”.
In primis, le spese per la cultura “attengono ai livelli essenziali delle prestazioni (LEP), che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”.

In altre parole, il Governo deve effettuare la ricognizione dei livelli essenziali delle prestazioni come prevede la Costituzione all’art.117 (lettera m), affinchè i diritti minimi sociali e civili, siano tutelati anche per gli enti territoriali con minore capacità contributiva. Con l’entrata in vigore del federalismo fiscale dal 2011, la ricognizione non è neppure stata avviata, con il risultato che i diritti fondamentali e i principi di coesione e solidarietà sono
diventati concessioni straordinarie, al punto di dividere i cittadini in categorie di serie A e serie B.

MO-Unione Mediterranea da sempre denuncia un ingiusto e disomogeneo meccanismo di ripartizione delle risorse che danneggia gravemente i meridionali, penalizzati e sacrificati da manovre disordinate, anticostituzionali e discriminatorie, i cui effetti hanno ricadute gravi sulla qualità della vita al Sud, “sotto la linea di confine”. Per dirla alla renziana maniera.

Flavia Sorrentino

Quando la bandiera allo stadio non è gradita…

Share Button

Abbiamo chiesto all’avvocato Emilio Coppola, esperto avvocato che ha seguito da vicino la vicenda delle bandiere borboniche sequestrate allo stadio, un parere sull’accaduto.

Avvocato Coppola, in qualità di esperto nei reati c.d. “da stadio”, ci chiarisce su cosa si fonda il sequestro delle bandiere duosiciliane allo stadio San Paolo di Napoli?

In questi giorni si sono dette tante cose,ma proviamo a fare chiarezza. In primo luogo voglio chiarire che la legge stabilisce che non possono entrare all’interno degli impianti sportivi bandiere diverse da quelle che contengono i colori della squadra del cuore, nel caso di specie, la questura ha chiarito che l’ingresso della bandiera del regno sarà consentito solo se associata ai colori della SSc Napoli. Questo denota, semmai ci fosse bisogno di ulteriori conferme, che presso i legislatori a diversi livelli ignorano le materie nelle quali vanno a legiferare.

Come si spiega questo caso?

Credo che ci siano diverse ragioni. In primo luogo molti ignorano che si tratta di una bandiera storica e non politica e quindi rappresenta la città ed il meridione come (e forse più) dei colori sociali della Ssc Napoli. In secondo luogo è chiaro ormai che certi sentimenti sono molto diffusi in parti sempre crescenti della popolazione e stanno creando molte difficoltà a chi non li riesce a percepire a fondo. Mi auguro che prevalga il buonsenso e che alla fine tutti possano sventolare sugli spalti la bandiera duosiciliana a Napoli, al pari di quella Catalana a Barcellona o il leone alato a Venezia.

Ci conferma la sua adesione a MO! – Unione Mediterranea?

Assolutamente si. Ho sempre avuto un idea negativa dei partiti nazionali, ma aderire ad un movimento che si propone di essere promotore di un riequilibrio delle risorse e che si batte per l’autonomia di Napoli mi affascina e sono disponibile a dare il mio contributo a quella che mi auguro essere il primo passo di un’autentica rivoluzione.

« Articoli precedenti Articoli recenti »