Author Archives: Andrea Melluso

L’incredibile Galli della Loggia e il sud raccontato a sua immagine e somiglianza

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di Raffaele Vescera

Stamattina a Napoli, a un convegno sul Sud, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del mondo politico, imprenditoriale e culturale, il politologo (ma che vordì?) Ernesto Galli Della Loggia (quale?) ha snocciolato il suo repertorio di banalità e luoghi comuni contro il Sud, elencando una serie di stupidaggini, tutte puntualmente contraddette da statistiche, numeri e fatti. Secondo lui al Sud vi sono più truffe, ma i dati forniti dal ministero dicono il contrario. Sempre secondo Galli, al Sud sarebbe arrivato un “fiume di soldi”, anche qui i dati dicono il contrario, lo Stato per un cittadino del Sud spende la metà che per uno del Nord. E secondo della Loggia (nomen omen) gli intellettuali meridionali “amoreggiano un po’ troppo con la cultura popolare della malavita sposata con il filoborbonismo” (sic), l’ha detto citando persino la Gatta cenerentola di Roberto De Simone, tratta dalla novella di Basile, come esempio negativo. Ascoltatelo:

«Ci sono poi anche altri problemi, come le truffe assicurative, che non dipendono dalla criminalità organizzata. O ancora le dinamiche dei concorsi. La diversità di questa parte dell’Italia è anche legato al diverso senso civico, che qui è più debole. Tra l’altro qui è arrivato un fiume di risorse pubbliche. E allora bisogna chiedersi cosa non ha funzionato negli interventi per il Sud che hanno caratterizzato larga parte della Prima Repubblica. Trenta, quaranta anni fa a Napoli c’era più rispetto per le istituzioni di oggi. C’è anche una colpa degli intellettuali: dagli anni Ottanta in poi la parte più significativa e vivace ha iniziato ad amoreggiare un po’ troppo con la cultura popolare, delle sceneggiate, della malavita. Che era anche la cultura dell’omertà, dello sgarro, dell’onore, sposata con il filoborbonismo».

A Galli della Loggia replica il presidente di Unioncamere Andrea Prete, che si dice «orgoglioso di essere del Sud e contesta la visione del politologo, che mostra il Mezzogiorno come immerso tutto sotto una cappa».

Non solo il Galli della Loggia, ma anche altre mummie intellettuali del calibro di Galasso si sono dette sorprese dal recupero d’immagine del Mezzogiorno preunitario accusando di borbonismo chi lo fa, oltre la boutade di De Luca che propone un piano di assunzione di 200.000 giovani nella pubblica amministrazione, ma precari, a stipendio dimezzato e senza diritti, vi sono stati anche interventi più seri, come quello di Adrianno Giannola, presidente dello Svimez che ha parlato della necessità di mettere in campo un piano straordinaio per il Sud, come quello della Cassa per il mezzogiorno che in 10 anni ha fatto recuperare al Sud 10 punti di divario rispetto al Nord, e del prof Calise che ha parlato delle eccellenze dell’univ. di Napoli: «Nel mondo ci sono 35 milioni di studenti per 4200 corsi dei grandi Atenei mondiali. Come Federico II grazie ai fondi europei siamo il primo portale in Europa. Eppure come Italia siamo fanalino di coda per numero di laureati».

Altri interventi sono attesi per stasera e domani, prima della conclusione di Renzi che, ne siamo certi, prometterà mari e monti per il Sud, un Sud che, in verità di mari e di monti tra i più belli del mondo è stato già dotato a sufficienza dalla natura, e ora ha bisogno di fatti più che di promesse elettorali.

Ciò che Saviano non capisce: Napoli ha bisogno d’amore non di fango.

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Oggi Roberto Saviano torna a Napoli per promuovere e pubblicizzare il suo nuovo libro su Napoli, o meglio sulla Napoli violenta, dal nome #laparanzadeibambini
Per farlo, sceglie il quartiere Sanità.
Ebbene, sul ponte della Sanità è apparso uno striscione in cui, in breve, si dice che Napoli ha bisogno di amore e non di fango, riferito a Saviano. Come biasimarli?
Cosa si poteva aspettare da una cittadinanza, soprattutto bambini, che viene dimenticata quando lotta e protesta contro la camorra ma viene riportata alla luce dallo scrittore solo quando c’è un omicidio?

Ecco qui una piccola raccolta degli interventi di Saviano su Napoli. Vederlo tornare qui SOLO per promuovere l’ennesima opera sciacalla non può che farmi prendere le distanze da questo personaggio.

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Tabacco e grano duro meridionali accomunati dalla stessa sorte coloniale.

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Luglio 2015: il ministero dell’Agricoltura sottoscrive con i produttori di tabacco un accordo che mette sullo stesso piano la Campania, di gran lunga primo produttore italiano, e tre regioni del Centronord, ovvero Toscana, Umbria e Veneto, per inviare la produzione in uno stabilimento che Governo e Coldiretti hanno fatto insediare a Bologna. De Luca invece di difendere una risorsa economica e lavorativa della regione che amministra, firma e si dichiara soddisfatto.

Novembre 2016: gli agricoltori meridionali di grano duro ottengono dal parlamento l’istituzione del CUN, Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro, ma quattro regioni del Centro Nord, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, che tutte assieme producono il 20% del grano duro italiano, vorrebbero spostarlo a Bologna.

L’oggetto del contendere è presto detto: il grano che importiamo per esempio dal Canada matura artificialmente, con il glifosato, e sviluppa funghi e micotossine che arrivano sulle nostre tavole nella pasta e nella farina che mangiamo.

I grandi industriali della pasta, avendo compreso che non è più vantaggioso, in termini di immagine aziendale, utilizzare tali approvvigionamenti, vorrebbero mettere le mani sul grano duro del sud fino ad oggi hanno snobbato. Ma pretendono di avocarne a sé la gestione per controllare prezzi, varietà da coltivare e pratiche agronomiche. E’ infatti loro preciso interesse la produzione di un grano iperproteico che gli consentirebbe di fare soldi risparmiando sui costi di produzione.

Tuttavia da Sud arrivano anche le reazioni: a Foggia è stata recentemente istituita la Granosalus, associazione che per obiettivo quello di valorizzare il grano prodotto nella Capitanata, e tutelare il cliente che non conosce con quale tipo di grano viene prodotta la pasta che sta mangiando. E’ inoltre notizia di appena due giorni fa che l’azienda La Molisana di Campobasso ha siglando con gli operatori e le cooperative agricole dell’Op Cereali Centro Sud un contratto di filiera, per produrre pasta con grano prodotto al sud.

A riprova del fatto che se c’è una presa di coscienza e si riesce a far rete è possibile porre un argine, anche immediato, al destino da colonia interna cui il sistema italia vorrebbe perennemente relegarci.

Lorenzo Piccolo

Campagna referendum costituzionale – MO NO!

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Da questa pagina è possibile scaricare il materiale a disposizione di tutti per la campagna referendaria “MO NO!” per votare NO al referendum del 04 dicembre 2016 e dire no al regionalismo differenziato.

 

Manifesti 70×100 cm – scarica

Volantini flyer A5/A4 – scarica

Un “risorgimento” che dura da 155 anni

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Cos’hanno in comune le prime case di produzione cinematografica del paese, la nascita delle televisioni private, Napoli ed il colonialismo interno?

Forse non tutti sanno che nei primi anni del ‘900 a Napoli fioriscono le prime sale cinematografiche del paese, più di 20 nell’arco di pochi anni, laddove a Roma, per raffronto, ve ne erano appena due. Di lì a poco vedono la luce le prime case di produzione cinematografica, tra cui Napoli Film, Partenope Film e Lombardo Film (poi affermatasi come Titanus) fondata da Gustavo Lombardo, al cui ingegno imprenditoriale si devono anche la nascita della prima casa di distribuzione cinematografica, della prima casa discografica del paese, la Compagnia Fonografica Napoletana (1901), e di quello che possiamo definire il precursore di Cinecittà o di Hollywood, la Poli Film, nei cui studios furono girati oltre 50 film nell’arco di pochissimo tempo. Da tale fermento artistico ed imprenditoriale prendono vita nella città partenopea la prima scuola per attori e cineasti, l’Accademia d’Arte, e si afferma la prima regista donna, la salernitana Elvira Coda Notari.

Cosa ne è stato di tale fermento? Condannato all’oblio per poter essere più facilmente scippato a Napoli, come nel caso della Lombardo, costretta durante il periodo fascista a trasferirsi a Roma dove, con finanziamento pubblico, fu fondata Cinecittà, oppure isolato per non ostacolare la nascita di una più “italiana” industria discografica a più settentrionali latitudini.

Analogamente quando si parla di avvento delle televisioni private tutti pensano a Berlusconi ed all’attuale Mediaset, mentre secondo la vulgata di una più “colta”, ma pur sempre padanocentrica, storiografia ufficiale della Tv il primato spetterebbe alla piemontese Telebiella, che inizia a trasmettere nel 1972.

E invece la Tv privata via cavo nasce a Napoli, e precisamente il 23 dicembre 1966, quando l’ingegnere avellinese Pietrangelo Gregorio inizia a trasmettere da uno studio nel centro di Napoli, nel palazzo dell’Upim. Da un incontro con il direttore del suddetto centro commerciale, desideroso di pubblicizzare alcuni giocattoli natalizi, nasce l’idea di mettere in onda immagini pubblicitarie dei giocattoli, che di lì a poco saranno sostituite da presentatori, cantanti e cabarettisti.

Nel 1970 nasce la società Telediffusione Italiana – Telenapoli nel totale disinteresse del sistema “italia unita Spa”, al punto che quando nel 1972, in Piemonte, nasce Telebiella, dall’iniziativa di Beppe Sacchi, ex giornalista Rai, la sedicente novità viene presentata in pompa magna dall’intera stampa italiana come il primo caso di Tv privata via cavo, con grande stupore dello stesso ingegnere napoletano. Tuttavia il caso Telenapoli fa da apripista alla nascita di una miriade di emittenti locali le cui trasmissioni furono proibite nel Marzo 1973 dal governo Andreotti, con sanzioni che prevedevano finanche il carcere, e successivamente riammesse quando la battaglia per la loro legalizzazione ebbe la meglio.

Grazie all’esperienza sul campo e al vantaggio tecnologico acquisito, Telenapoli si trasforma in una significativa realtà di imprenditoria locale che dava lavoro a 150 dipendenti e che ancora una volta si dimostra in anticipo sui tempi quando dal cavo si passa alle trasmissioni via etere, trasformandosi nell’attuale Canale 21.

Ed è qui che si inserisce la seconda balla della storiografia televisiva padanocentrica, secondo la quale nel panorama dell’emittenza privata le superiori capacità imprenditoriali di stampo meneghino del di allora gruppo Fininvest avrebbero sbaragliato la concorrenza. La differenza tra Canale 21 e le reti del Biscione più che imprenditoriali erano politiche, e portavano il nome dei cosiddetti decreti Berlusconi, tre in tutto (694/1984, 807/1984 e 223/1985) emanati dal primo governo Craxi: le reti berlusconiane furono oscurate perché, violando la normativa di quel periodo, trasmettevano contemporaneamente su tutto il territorio nazionale. I decreti suddetti sanarono la situazione ma solo per le reti Fininvest, concedendo loro per legge i maggiori introiti garantiti dal fatto di essere gli unici a poter trasmettere sul territorio dell’intero paese, e furono tali maggiori introiti più che le capacità imprenditoriali a sbaragliare la concorrenza.

In sintesi il “sistema italia” decise che un progetto imprenditoriale e moderno di comunicazione che, oltre a fare raccolta pubblicitaria e promozione del territorio, poteva anche raccontare un paese “visto da Sud” non fosse accettabile, e pensò bene di concentrare il tutto a Milano.

Considerati in una visione d’insieme, cinematografia, discografia ed emittenti private partenopee sono la prova che Napoli è stata in grado di sfornare primati imprenditoriali e culturali, nonostante l’unità d’italia, ovvero nonostante la scomparsa dalle terre meridionali di uno stato organizzato in leggi, infrastrutture ed investimenti finalizzati a promuovere lo sviluppo del nostro territorio.

Del resto primati pre e post unitari sono accomunati dalla stessa sorte “coloniale”: condannati all’oblio per sostenere l’ingannevole vulgata di un sud atavicamente povero, mantenuto ed incapace di intraprendere, scompaiono dal sud e ricompaiono più al nord nei casi in cui suscitano interessi di natura economica o legati alla formazione e divulgazione del “pensiero dominante”.

Lorenzo Piccolo

La riforma dà i superpoteri al Nord: parola del Pd (dell’Emilia Romagna)

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Con la riforma costituzionale Renzi-Boschi i cittadini non saranno più uguali. Anche oggi non lo sono, ma mai si era arrivati ad incrementare le differenze Nord-Sud addirittura nella legge fondamentale dello Stato. Sarebbe come scrivere in Costituzione: “Le donne possono esser trattate peggio”.

Lo illustrano bene i Consiglieri regionali del Pd dell’Emilia Romagna. In un documento approvato a fine settembre, spiegano: “Viene dato vita in sostanza ad un federalismo differenziato, selettivo e meritocratico, che punta a premiare le Regioni più virtuose. La formulazione dell’art. 116, fornisce un rilevante strumento di autonomia alle Regioni più virtuose sotto il profilo del bilancio, consentendo a queste ultime di accedere a forme e condizioni particolari di autonomia in alcuni ambiti di competenza esclusiva dello Stato tra i quali sono inclusi: il governo del territorio, le politiche attive del lavoro, l’ordinamento scolastico, la tutela dei beni culturali, l’ambiente, il turismo, il commercio con l’estero”.

Traduciamo: la riforma toglie molti poteri alle Regioni, però ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo l’Emilia Romagna, come tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Gli altri si arrangeranno con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali.

Creare un’Italia differenziata, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B o C è l’obiettivo della riforma. Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere per sé, mentre le popolazioni dei territori meridionali (con minore capacità contributiva), dipenderanno esclusivamente dalle scelte dello Stato Centrale. La Calabria, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, la Campania, la Basilicata non avranno autonomia decisionale sulle politiche ambientali o su quelle di sfruttamento energetico e perciò non potranno esprimersi a favore o contro trivelle, gasdotti e centrali a carbone. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. Altrove sarà deciso il futuro della parte già più debole e sacrificata del paese. Ed io voto no.

Flavia Sorrentino

Dopo l’aeroporto di Crotone chiude anche quello di Reggio Calabria?

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di Pino Aprile (dalla pagina Terroni di Pino Aprile)

Nella regione più povera e abbandonata, nell’Italia impazzita di un Fanfarone allo sbando, e con il governo più anti-meridionale di sempre (dopo quelli che mandarono i Cialdini, i Pinelli, i Pallavicini, i Milon e altri carnefici a sterminare i terroni), si lascia che chiuda l’aeroporto di Crotone, che pure aveva fatto registrare incrementi lusinghieri e mostrato la sua necessità di esistere, specie dove muoversi è un’impresa spesso impossibile (niente treni, salvo la linea tirrenica; la Salerno-Reggio Calabria dichiarata “finita” da Renzi-il-Bugiardo, nonostante 50 chilometri, i peggiori, ancora da rifare; voli a tariffe fra le più alte d’Italia, visto che il biglietto Reggio-Milano costa più del Reggio-New York, a patto di trovare ancora un aeroporto, perché adesso rischia la chiusura anche lo scalo di Reggio Calabria.

Ora i “meridionalisti evoluti” diranno che “è colpa della classe dirigente locale”, che di sicuro è colpevole. Sindaco della città metropolitana di Reggio, presidente della Provincia e presidente della Regione avrebbero dovuto agire meglio e per tempo, con maggiore consonanza e lungimiranza. Non ci piove. E c’è il sospetto che alcuni facciano il tifo per altri gestori, a cui far cedere lo scalo a prezzi di liquidazione. Vero o no, diamo pure per scontato che “la classe dirigente locale” sia inadeguata. Non esiste una “classe dirigente nazionale”? E come mai questo governo di malfattori (nel senso tecnico di chi “fa male” e lo fa coscientemente) ha sabotato l’Agenzia messa a punto dai precedenti ministri Trigilia e Barca, grazie alla quale le inadempienze locali sarebbero state affidate a una struttura nazionale, per rispettare impegni di tempo e di spesa nell’esecuzione di opere e progetti?

Forse perché i soldi della cassa della Coesione servivano ad altro, tipo i 3,5 miliardi rubati al Sud da Renzi-Delrio e usati per incrementare l’occupazione al Nord, a spese dell’area europea con la più alta disoccupazione, insieme alla Grecia? E come mai quando “la classe dirigente locale” genera mostri come la Brebemi, l’autostrada-deserto costata il doppio a chilometro, della Salerno-Reggio, la soluzione e i soldi si trovano? E quando gli enti locali lombardi partoriscono una Expo che fa un flop inconfessabile e un deficit abissale, il governo interviene riempendo di soldi Milano per il dopo-Expo? E Reggio Calabria no?

La “classe dirigente locale” è un alibi. La cosa che emerge ormai in modo clamoroso è una sospetta comunanza di interessi fra governi nord-centrici e criminalità che è ormai improprio definire “meridionale”, visto che fa i suoi affari al Nord, dall’Expo alla Tav, con la complicità di politici, enti, manager e imprenditori-prestanome del Nord.

Quale settimana fa, la SWG, un importante istituto di ricerche sociali di Trieste, lanciò un allarme che avrebbe dovuto togliere il sonno a chiunque diriga qualcosa, in questo Paese: la situazione al Sud, scrisse, è ormai al limite, per rabbia e abbandono, e il clima è pre-insurrezionale.

E manco a farlo apposta, la banda di malfattori che si è impossessata del governo, con l’intervento di un presidente della repubblica iscritto a una loggia statunitense da quasi quarant’anni (Giorgio Napolitano era “ministro degli esteri” del Pci), ha incrementato le azioni a danno del Mezzogiorno, che sta perdendo le sue università (hanno messo per iscritto, in un decreto, che non deve averne); vogliono far passare una “riforma” che renda “costituzionale” il trasferimento di fondi e diritti solo alle Regioni del Nord, inventando il “federalismo differenziato”, ovvero l’apartheid, riducendo quelle meridionali a “colonia interna”, non solo di fatto, ma per legge fondamentale del Paese; e la Commissione interparlamentare ha appena stabilito che i soldi per i trasporti locali vadano solo a chi li ha: soltanto dopo le proteste si è intervenuti per “aggiustare”, promettendo (seeee…) che alle città del Sud cui erano stati destinati zero euro (avete letto bene: zero), daranno “qualcosa”, magari si rovineranno con uno zerovirgola; e norme altrettanto “uguali per tutti” stabiliscono che la salute di un arzillo 85enne che vive al Nord può valere sino a cinque volte quella di una ragazza di vent’anni che muore di cancro nella Terra dei fuochi.

Quindi, cosa volete che gliene importi alla banda di malfattori se due aeroporti su tre chiudono in una regione già irraggiungibile, a parte un’autostrada incompleta e in rifacimento da mezzo secolo e la linea ferroviaria tirrenica?

Trasporti, salute, istruzione, diritti… cos’altro devono rubarci? Ed è esagerato pensare che lo facciano proprio per indurre il Sud ad andarsene per i fatti suoi dopo averlo svuotato, se non accetta lo stato di subordinazione “costituzionale”? L’errore politico è considerare tutti questi episodi e i tanti altri che non citiamo per non ripeterci troppo, come slegati, isolati, locali. Quante coincidenze ancora servono per dimostrare che si tratta di una strategia; anzi: di una aggressione che continua da un secolo e mezzo, anche se con altri mezzi?

Il sistema scolastico nel Regno delle Due Sicilie, prima e subito dopo l’unità

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Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere.
I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria.
Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei.
Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa.
Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia.
Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra.
In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono, senza successo, di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero.
Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Più tardi Gaetano Salvemini scriveva su La Voce: “Le scuole e tutti gli altri servizi pubblici nel Sud sono nati per motivi esclusivamente elettorali, hanno avuto fin dall’inizio personale volgare e ignorante, fornito di titoli esclusivamente elettorali”.
Francesco Antonio Cefalì

4 novembre: diamoci un taglio

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Il 4 Novembre in Italia è la “Giornata dell’unità nazionale” e la “Giornata delle forze armate”: può sembrare un singolare accostamento, ma in realtà è un coerente filo rosso sangue che lega le due ricorrenze.

Anzitutto sembra difficile poter festeggiare al pensiero che l’Italia, con tutte le carenze che ha in ambito sociale e infrastrutturale – eminentemente al Sud – spenda oltre 20 miliardi di euro all’anno per mantenere in piedi la macchina bellica. Praticamente ogni ora che passa, spendiamo per armi, militari e guerra oltre 2 milioni di euro: sì, due milioni di euro all’ora senza sosta!
Quando poi si pensa che la maggior parte dei soldati sono meridionali (nell’ordine: pugliesi, campani e siciliani), mandati a morire in guerre che tutelano gli interessi dei potentati economici del Nord, allora si comprende che anche sotto questo profilo siamo solo carne da macello per i nostri padroni.
Il 4 novembre -anniversario della fine della I Guerra Mondiale con l’annessione di Trento e Trieste- dovrebbe, piuttosto, essere una buona occasione per riflettere su come liberarci di questo scomodo e oneroso fardello e sulle alternative alla guerra e alla difesa armata, che ci sono ma che naturalmente non incrociano gli interessi dei produttori di armi, delle gerarchie militari e dei bellicosi alleati dell’Italia.

Quanto all’altra ricorrenza odierna, quella dell’unità nazionale, verrebbe voglia di stendere un velo pietoso ma, in realtà, la virtù nobile della pietà in questo caso la si esercita più con la denuncia che con il silenzio.
Il fatto che i popoli si orientino a forme di unione, più o meno stringenti, può essere senz’altro un valore, ma la condizione perché di ciò si tratti e non di un tragico inganno, è che l’unità si realizzi e si mantenga in un clima di solidarietà, di sentire comune, di rispetto reciproco, di giustizia e verità.
Ora, tutti sappiamo, nonostante il lavaggio del cervello che subiamo a scuola, che la cosiddetta unità d’Italia avvenne grazie ad una guerra sanguinosa e ad una successiva repressione del dissenso, durata dieci lunghissimi anni, che fece quasi mezzo milione di morti. La storia ulteriore e l’esperienza quotidiana attuale, poi, ci dicono che quel rapporto di forza conquistatore-conquistato, cioè Nord e Sud d’Italia, non si è mai modificato. Lo Stato italiano, monarchico prima e repubblicano poi, ha sempre discriminato il Sud ed ha sempre fatto orecchi da mercante agli insulti razzisti che vengono lanciati al nostro popolo. Perché in 156 anni non si è mai avviato un programma educativo in favore degli italiani del Nord, affinché imparino a liberarsi del razzismo e ad avere rispetto verso il Sud? Semplice: perché non c’è interesse a farlo. Come non c’è interesse a smettere di trattare il Sud come una terra da sfruttare e un mercato da riempire di prodotti delle industrie settentrionali.

Questa non è unità, è colonizzazione: e non c’è nulla da festeggiare. Ma poiché nessun popolo può essere a lungo tenuto in scacco se smette di collaborare con i suoi oppressori e con gli ascari che fanno il loro gioco perverso, c’è speranza di sconfiggerla. Chi domina, ha comunque bisogno di una dose di collaborazione, volontaria o forzata, da parte delle vittime: se questa viene meno, quel regime implode. Allora, alla retorica di questo giorno rispondiamo dandoci un taglio: alle spese militari e al regime coloniale italiano. I meridionali che oggi festeggiano, invece, appaiono come quel tale dell’illustratore polacco Pawel Kuczynski: per scaldarsi ad un modestissimo focherello, sacrifica i pioli della scala che potrebbero farlo salire verso un destino ben più luminoso.

Confini

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Monte San Biagio (oggi in provincia di Latina), frontiera nord-ovest del Regno delle Due Sicilie. Ancora è visibile il posto di dogana nella Torre Portella, situata sulla cosiddetta “terra di nessuno”, un fascia cuscinetto tra il nostro Regno e lo Stato Pontificio nella quale, appunto, si svolgevano le pratiche doganali. Attraverso questa porta passò anche Mozart l’11 maggio 1770, in viaggio verso Napoli.

Il concetto di confine travalica il senso politico-geografico e abbraccia differenti dimensioni della condizione umana. Ci sono, ad esempio, i confini interiori della nostra coscienza e del dialogo con noi stessi, o i confini immateriali come quelli dell’identità e della cultura di un popolo. La gestione sapiente dei confini invita a farne al tempo stesso luoghi di riservatezza e di dialogo, di consapevolezza e di incontro, mentre la violenza in tutte le sue forme, dalla manipolazione psicologica alla guerra, li considera barriere fastidiose od ostili da abbattere, per conquistare e sfruttare: che si tratti della libertà di pensiero di un individuo o della libertà di autodeterminarsi di un popolo. Saper stare sulla soglia è arte del rispetto e della mutua contaminazione, promozione reciproca e non tentativo di estirpare l’indipendenza dell’altro.

Davanti a questa testimonianza del passato che riporta alla memoria la violenza di un’invasione, il pensiero corre all’urgenza della riappropriazione di ciò che di più bello custodisce un confine, che non è certo la chiusura all’altro, al diverso, ma al contrario è l’apertura ad un’autostima di quel sé –individuale o collettivo- che fondi un amore libero per l’altro. I confini interiori, come quelli esterni, non sono barriere escludenti, ma segni del rispetto, dovuto e difeso, della capacità di scegliere chi essere e come esserlo.

Antonio Lombardi

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