Monthly Archives: Dicembre 2016

Analisi meridionale del referendum

Share Button

Il risultato del referendum costituzionale è inequivocabile: è no, e a dirlo con più forza sono coloro che hanno pagato in misura maggiore i danni provocati dalle scelte fallimentari del mai passato per le urne governo Renzi. Dice no la fascia più giovane degli elettori, quella dai 18 ai 34 anni, dove l’opposizione al quesito raggiunge la soglia plebiscitaria dell’81%: è evidente che la mancata crescita, il fallimento del Jobs Act e l’aumento dell’emigrazione sia interna che verso l’estero, tanto per citare alcuni tra gli esempi più eclatanti, non hanno giovato molto alle pretese di grandezza del guitto fiorentino.

Dice no il Sud, con un risultato che si attesta mediamente intorno al 70%, ovvero dieci punti percentuali ed oltre rispetto a quanto fatto registrare nelle regioni del centro – nord, ed è fin troppo facile ricordare che stiamo parlando di uno dei governi, quello del duo Renzi – Delrio, più antimeridionale di sempre, a partire dagli investimenti nelle infrastrutture destinati in percentuali bulgare al settentrione e passando per lo svilimento dei diritti sociali, della sanità e delle università del Mezzogiorno. Sembrava difficile far passare la denuncia del regionalismo differenziato, ovvero la nostra terra colonia interna per costituzione, nel marasma della propaganda nazionale, e tuttavia se si analizzano i risultati di alcune realtà come Taranto o Napoli viene anche da pensare che alcuni errori madornali, commessi a ridosso della tornata consultiva, come i 50 milioni per il caso ILVA scomparsi nel nulla oppure i 308 milioni per Napoli spacciati per panacea di tutti i mali, salvo poi destinarne più del doppio alla città metropolitana di Firenze, che ha un terzo dei residenti rispetto ala realtà partenopea, abbiano contribuito a scavare la fossa al premier uscente.

Accanto alla questione dell’articolo 116 ve ne era un’altra non meno importante, ovvero quella dell’articolo 117 e della subordinazione della carta costituzionale ai vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea, cosa che avrebbe aperto la strada a due tasselli fondamentali dell’agenda neoliberista, ossia unione bancaria e armonizzazione fiscale. Non è in discussione la geografia o l’antropologia, ovvero l’Europa e i suoi popoli, ma l’impianto ultra-neoliberista dei trattati europei che si traduce in una serie di sigle per lo più ignorate dalla stampa ufficiale, come TTIP, CETA, MES, ma la cui interpretazione è alquanto semplice: favorire gli interessi di grandi banche e multinazionali. Quando tali direttive si trasformano in scelte concrete, diventano altrettanti rulli compressori contro qualsivoglia velleità di autonomia, identità e realtà economiche locali, basti pensare agli agrumi siciliani o all’olio pugliese sacrificati sull’altare di accordi internazionali che non hanno tenuto in alcun conto le esigenze e le specificità del Mezzogiorno.
Tornando al risultato referendario nella nostra terra, è abbastanza evidente che esso è la risultante di diverse componenti che si sono ritrovate assieme contro ciò che è stato di comune accordo percepito come minaccia: si va dalle associazioni e gruppi presenti sul territorio alle varie anime del pensiero meridionalista, passando per gli attivisti pentastellati e l’esperienza di Napoli Autonoma e DEMA fino ad autentici “picchi”, come la spaccature tutta interna al Pd, ovvero la netta contrapposizione tra De Luca e Emiliano, oppure l’inaspettato “outing” di Caldoro.

In sostanza è evidente che anche esponenti politici non chiaramente ascrivibili alla corrente meridionalista o facenti parte di partiti nazionali sono stati costretti dalla forza dei fatti, dall’innegabile trattamento da colonia interna della nostra terra e dalla minaccia rappresentata dal regionalismo differenziato (ossia la perdita di autonomia in base a quanto si è più o meno ricchi), a portare avanti battaglie meridionaliste o ad assumerne almeno in parte il linguaggio e la chiave di lettura.

Il dato politico è abbastanza chiaro: siamo stati capaci di dire cosa non vogliamo, adesso il punto per il mondo meridionalista è avere progetti, proposte ed organizzazione per dire, ed anche per pretendere, ciò che vogliamo. L’altro aspetto interessante della questione sarà osservare fino a che punto gli esponenti dei partiti tradizionali potranno ancora provare a conciliare gli interessi della propria terra con le direttive padanocentriche dei gruppi politici di riferimento, oppure se si raggiungerà un “punto di non ritorno”, al di là del quale le priorità dell’agenda politica saranno dettate dagli interessi del Mezzogiorno. In sintesi questa è la sfida per l’immediato futuro, anche se almeno per le prossime ore è cosa buona e giusta concedersi il lusso di godersi questo scampato pericolo per la nostra terra.

Il rottamatore è stato rottamato…dal Sud.

Share Button

Il popolo ha rifiutato nel merito una riforma pasticciata e neo centralista, un rifiuto politico che delegittima il governo più anti-meridionale di sempre. Il rottamatore è stato rottamato. Soprattutto al Sud con picchi di sfiducia nelle isole. La Sicilia e la Sardegna si attestano capitali del NO insieme alla Campania. In Calabria, Puglia e Basilicata le percentuali superano il 65% e la provincia di Napoli raggiunge punte del 70%. Il No ha vinto ovunque tranne che in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano.

La risposta negativa al Sud è stata netta e ha fatto la differenza. Solo chi è legato o orientato dai partiti nazionali può affermare che questo risultato non rappresenti un segnale di grande insofferenza sociale verso politiche discriminatorie e nord-centriste che hanno condannato, mai come in questi anni, i territori meridionali a subalternità politica ed economica. L’esecutivo Renzi ha sbagliato tutto con il Mezzogiorno: non accorgersene riduce la dialettica politica contingente ad una versione di favore di chi non non tiene conto (o non sa interpretare) il sentimento di rabbia e ribellione che sta montando al Sud.

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell’aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferrovie grazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano “Connecting Europe Facility“ (Meccanismo per collegare l’Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L’Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l’ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l’istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l’evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan “Prima il Nord“.

Il referendum costituzionale era il banco di prova per il futuro indirizzo politico del Governo. Il SI lo avrebbe reso imbattibile ed incontrastabile; il NO lo ha esautorato.

La Costituzione non può mai essere uno strumento di affermazione del potere nè un’arma di ricatto sociale. Chi è in grado di attuarla ora che il popolo si è pronunciato? Il dopo Renzi è quasi più temibile di Renzi se si osserva il panorama partitico italiano.

Il voto del 4 Dicembre segna il punto di partenza di un nuovo protagonismo collettivo in grado di rimettere al centro dei processi decisionali gli interessi delle persone e dei territori, la loro autodeterminazione e sovranità. Se c’è ancora una speranza, coincide con una visione meridiana del cambiamento, fatta di donne e uomini liberi proiettati in direzione ostinata e contraria alla deriva leghista, populista e corrotta dell’Italia di ieri e di oggi.

Il riconoscimento dei diritti della nostra terra è lotta popolare per la dignità. Attenzione perciò a non accostare o sminuire il segnale politico di resistenza che arriva dai territori meridionali alla vittoria di propaganda dei partiti nazionali: la battuta d’arresto del Governo è risposta di riscatto e autonomia dopo decenni di umiliazioni e depauperamenti.

Flavia Sorrentino

Il NO vince e stravince solo grazie al sud che s’è svegliato e mette l’Italia sull’attenti

Share Button

La ripartizione territoriale del voto è da farsi meglio, ma una cosa appare chiara e inequivocabile, il No a Renzi ha stravinto solo grazie al Sud, al quale oggi possiamo felicemente aggiungere il Basso Lazio, storicamente meridionale, e la Sardegna, vittima anch’essa, ancor prima delle ex Due Sicilie, della politica coloniale del Nord. Queste regioni, insieme, hanno una corpo elettorale di circa 20 milioni, di questi sono andati a votare circa il 60%, una dozzina di milioni, i quali hanno detto No per il 70% , oltre 8 milioni. Se il Sud avesse votato come il Nord, avrebbe dato al Sì 2 o 3 milioni di voti in più, determinandone forse la vittoria.
Oggi l’Italia democratica deve dire grazie al Sud se la Costituzione è salva dagli insulti autoritari del potere renziano che, proponendo il “regionalismo differenziato”, con questo referendum ha provato a legalizzare lo status del Mezzogiorno, quale colonia interna, cui pure è stato ridotto di fatto.

Quel Sud che ha sofferto nella povertà e ha lottato nel silenzio dei media per salvare il salvabile della sua economia, l’agricoltura e il turismo, anch’essi pesantemente minacciati, dopo la distruzione del tessuto industriale, scientemente operata dal nord paraleghista negli ultimi trent’anni. Il Sud rinasceva e lottava con forza, nella Terra dei fuochi contro lo Stato-rifiuti&camorra, in Basilicata contro lo Stato-petrolio, in Puglia contro lo Stato-gas-carbone&xylella, in Calabria e Sicilia contro lo Stato-mafia. Tutto ciò mentre il Nord gonfio e tronfio di soldi pubblici e ricchezze private si corrompeva, mettendo da parte i valori di democrazia e di solidarietà, attribuendo al Sud colpe che non gli appartengono, poiché il degrado sociale della nostra terra, ha un solo responsabile: lo stato italiano fondato sullo sfruttamento, l’impoverimento e l’emarginazione del Mezzogiorno.

Un Sud oggi rinato anche culturalmente, con i suoi mille comitati popolari, i nuovi movimenti meridionalisti, i sindaci indipendenti alla De Magistris, il M5S prima forza politica e lo stesso PD spaccato dalle sacrosante emergenze del Sud, istituzionalmente rappresentate da Emiliano. Un Sud che ha accolto a calci nel sedere sia Renzi che la sua finta alternativa, quel Salvini capo di un partito intollerante, razzista e antimeridionale. Non sono bastati i giornali di potere a fregare ancora una volta il Sud, non sono bastati i soldi distribuiti a pioggia, ma ancora una volta più al Nord, per convincere i meridionali a vendersi per una frittura di pesce, versione opulenta del piatto di lenticchie.

Quella del Sud è innanzitutto una vittoria popolare e culturale, sganciata dal potere politico. Tutte le regioni meridionali sono in mano al Pd-Ncd, che nonostante abbia messo in moto la sua capillare macchina clientelare s’è dovuto fermare al 25-30% . Anche nella stessa “isola felice” salernitana, saldamente controllata dall’impresentabile Vincenzo De Luca, istigatore alla corruzione di 300 sindaci, per il Sì è stata una débâcle.
Di questa vittoria popolare il Sud può essere fiero, è la vera avanguardia progressista del paese, e possiamo andarne fieri anche noi che, grazie all’azione mediatica concessaci dal web e dalle pubblicazioni editoriali, abbiamo dato un grande contributo al suo risveglio culturale. La nostra pagina Terroni ha raggiunto con i suoi post oltre un milione di persone a settimana, e con noi pagine più importanti, come Briganti e altre.
Il Sud s’è svegliato, e mo’ sono cazzi per il potere finanziario e mediatico tosco-padano che lo schiaccia da 155 anni. Qualunque nuovo governo s’insedi, ora deve i conti con questo Sud che esiste e resiste. Un Sud che tuttavia deve trasformare il risveglio culturale in organizzazione politica, intesa nel senso migliore, quello della ricerca del benessere dei propri cittadini, e ciò si potrà fare solo con la consapevolezza che è il momento di dire basta allo status di cittadini di serie B, cui lo stato italiano, da oltre un secolo e mezzo, dà il 40% in meno che a un cittadino del Centronord, in termini di investimenti, di lavoro, di ferrovie, aeroporti, istruzione e quant’altro profonde ai “felici” cittadini del Nord.

di Raffaele Vescera