Monthly Archives: Dicembre 2016

Fiume Sarno: la Regione Campania tace e abbandona ancora i cittadini

Share Button

Le acque inquinate del Sarno scorrono ancora indisturbate sotto gli occhi del Presidente De Luca e del vicepresidente della Giunta regionale Fulvio Bonavitacola, i quali, dopo aver dichiarato e millantato guerra alle esondazioni tossiche del fiume, si sono prontamente defilati per dedicarsi a questioni più urgenti, come la pittoresca propaganda per il Sì a base di fritture.

Il piano, prima che finisse nel dimenticatoio, era quello di arginare (senza risolvere) i danni della bomba ecologica più famosa d’ Europa.

Il piano è tuttora compreso nel Grande Progetto Sarno, inserito nella programmazione europea FERS 2014/2020 – Asse 5 con un investimento di 217 milioni di euro.

Il Progetto, grazie ad una petizione popolare presentata da vari soggetti sul territorio, ha fortunatamente subito un arresto il 23 marzo 2016, grazie alla risoluzione approvata dalla VII Commissione Consiliare Permanente presieduta da Gennaro Oliviero, dopo la quale però la Regione non ha più dato segnali di interesse.

L’impiego dei 217 milioni è rimasto un’incognita e ancora, a distanza di nove mesi, non si vede l’ombra della progettazione di nuove strategie per la risoluzione del problema idrogeologico.

Ben sette Sindaci dei comuni più a rischio (Striano, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Palma Campania, San Valentino Torio e Sarno) hanno indetto un consiglio comunale congiunto  nell’ottobre scorso con l’intento di sollecitare l’intervento della Regione Campania, per:
1) completamento dei sistemi fognari dei comuni ricadenti nel bacino del Sarno;
2) Bonifica delle vasche borboniche Fornillo, Pianillo e ripristino della loro funzione originaria di assorbimento delle acque meteoriche;
3) rifunzionalizzazione idraulica del Canale Conte Sarno;
4) eliminazione delle vasche di Laminazione previste dal Grande Progetto Sarno.

La Regione rimane tuttora chiusa in un assordante silenzio. Eppure qualcosa ha fatto anche De Luca: a causa della Spending Review, la Regione ha dovuto anche sciogliere l’ARCADIS, Agenzia Regionale a difesa del suolo, originariamente preposta proprio a occuparsi di materie come il Progetto Grande Sarno.

I nostri dirigenti-cicala hanno cantato per tutta l’estate, e adesso che l’inverno porta con sé la pioggia e con questa il rischio di esondazioni, a loro poco importa se i fanghi e le acque che allagano i nostri terreni aumentano esponenzialmente il rischio di malattie neoplastiche, principale causa di mortalità nella zona.

Quasi un anno è passato invano e i fondi europei rischiano di fare la stessa fine dei buoni propositi della Regione, la questione ambientale e l’emergenza sanitaria pongono innegabilmente l’attenzione sull’ennesima insolvenza dell’amministrazione campana.

De Luca, se ci sei batti un colpo!

Mezzogiorno: prospettive e sviluppo posticipate al 2020

Share Button

Lo scorso 10 Dicembre, in un articolo di Andrea Del Monaco pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’esperto di Fondi Europei ha denunciato l’ultimo schiaffo italico alle prospettive del Sud: la manovra 2017, colpo di coda renziano, ha deciso la ripartizione dei 46 miliardi di investimenti previsti per il periodo 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.
Il Fondo di sviluppo e coesione, così denominato nel 2011, è finalizzato a dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale, che sono rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese. Una nobile intenzione, come forse era quella del governo Letta che, nel 2014, aveva destinato l’80% del fondo al Mezzogiorno.
Cosa ha stabilito la manovra? I miliardi del fondo sono stati ripartiti in modo da rimandare l’investimento di più del 75% del Fondo al 2020. Più precisamente è stato disposto che, in termini di cassa, le autorizzazioni di spesa saranno pari a 2,6 miliardi per il 2017, a 3,5 miliardi per il 2018 e a 3,8 miliardi per il 2019. Il resto, più di 35 miliardi, è stato lasciato ai “posteri”, coloro che disporranno del Fondo tra quattro anni.
Nessun taglio al Fondo, e allora che c’è di male?
C’è di male che al Mezzogiorno sono numerose le opere infrastrutturali che rimarranno quantomeno incomplete nei prossimi anni. Nell’articolo emerge che la posticipazione degli investimenti implica “che non ci sono i soldi per concludere le dorsali ferroviarie Napoli- Bari- Lecce- Taranto, Salerno- Reggio- Calabra, Messina- Catania- Palermo, oppure l’autostrada Sassari Ogliastra”.
Del Monaco imputa tanta scelleratezza all’austerità della cancelliera Merkel e al suo Ministro dell’economia, Schauble, i quali avrebbero imposto di azzerare il deficit strutturale di bilancio nel 2019 ma, che la colpa sia di Renzi o dei diktat, ciò che rimane al Mezzogiorno è una condizione di sottosviluppo infrastrutturale imperdonabile. Mentre al centro-nord crescono i treni ad alta velocità, a Sud si subisce giorno per giorno un vistoso calo dell’offerta: non solo l’alta velocità resta un miraggio, ma negli ultimi sei anni regionali e intercity hanno visto una riduzione dei servizi del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi.
Com’è possibile immaginare sviluppo dove un turista, uno studente o un prodotto impiegano il triplo per spostarsi rispetto a un nord Italia ben collegato, o rispetto a un’Europa dotata di corridoi ferroviari velocissimi e treni merci lunghi due o anche tre volte tanto? E se anche il debito fosse zero, cosa investirebbe il governo per creare opportunità a Sud?
Era meno di un anno fa che il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, dichiarava di voler “recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture al Sud”, sempre omettendo che allo sviluppo ferroviario del Mezzogiorno sarebbe stato destinato solo l’ 1,2 % degli stanziamenti dello Sblocca Italia e della legge di Stabilità.
I rapporti Svimez, l’atteso (e disatteso) proposito di un Masterplan per il Sud, l’orribile scontro fra treni sul binario unico del luglio scorso, con le sue 23 vittime, le opportunità offerte dalla rinnovata centralità del Mediterraneo nelle rotte commerciali intercontentali: nulla sembra essere abbastanza convincente da incoraggiare gli investimenti a Sud.
Eppure forse c’è speranza: due meridionali su tre hanno votato NO al referendum, segno inequivocabile che la classe dirigente non gode più della fiducia del Mezzogiorno, e forse sta perdendo un treno che non passerà mai più.