Monthly Archives: Dicembre 2015

Centri commerciali, camorra e perdita d’identità

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di Salvatore Legnante

Se può esserci un caso emblematico dell’estrema urgenza e necessità di un movimento meridionalista, che nelle nostre terre dia il senso e una nuova visione di cosa deve essere la politica, beh questo caso è rappresentato dall’affaire Jambo, che nei giorni scorso ha portato alla ribalta l’ennesima dimostrazione di quanto sia incancrenito il rapporto tra camorra e istituzioni in taluni territori del Sud, e in particolar modo nell’agro aversano.

Una terra in cui malavita e politica hanno dato vita, per decenni, ad una vera e propria trattativa, un do ut des vantaggioso per entrambe le parti in causa, che ha condannato i cittadini a subire ancor più che in altre zone del Sud la condizione coloniale perpetrata dall’Italia.

Oggi che lo Stato ha finalmente messo in campo una reazione che ha portato alla decapitazione dell’ala militare dei clan, restano però le scorie tossiche dei colletti bianchi, dei gattopardi, di quei politici che hanno beneficiato dei voti e dei favori dei clan camorristici.

L’affaire Jambo, dicevamo, è emblematico. Un centro commerciale controllato da Michele Zagaria, il boss che con Iovine ha assunto, negli ultimi anni, la reggenza del clan camorristico comunemente conosciuto come ‘dei casalesi’, secondo l’abitudine tutta italiana e tutta coloniale di identificare un intero popolo come malavitoso. I camorristi sono camorristi, i casalesi sono soprattutto altro.

Il controllo avveniva – secondo gli inquirenti – con il consenso e l’appoggio della malapolitica, dei sindaci della zona, in particolar modo di Michele Griffo, primo cittadino di Trentola Ducenta, al momento latitante.

Una forza politica, in casi del genere, deve chiedersi come e perché sia potuto avvenire tutto questo, e quali azioni si possono mettere in campo.

Ecco, noi non riteniamo che quello che è avvenuto a Trentola, per il Jambo, sia un mero problema di criminalità organizzata. Non riteniamo neanche che sia sufficiente dare la responsabilità a quei politici che non si fanno scrupolo di fare affari con la camorra. Quello che è avvenuto, e che purtroppo avviene in altre realtà meridionali, è il frutto di un avvelenamento culturale, per meglio dire di un genocidio culturale.

Cos’è la presenza massiccia dei centri commerciali, concentrati in pochi km quadrati, se non il segno della perdita dell’identità dei nostri territori? Tra le province di Napoli e Caserta sono sorti in meno di un decennio numerosi di questi mostri  della modernità, che spesso hanno fatto scempio di beni artistici (come nel caso del Campania, a Marcianise), o sono stati utilizzati anche come discarica (Vulcano Buono, a Nola). Le nostre terre, le nostre campagne, sono state letteralmente svendute, sia praticamente che culturalmente: il controllo è passato facilmente ai clan camorristici, ed in cambio di pochi soldi un territorio a vocazione agricola ha cambiato forma, omologandosi a qualcosa di altro da sé.

La camorra e la malapolitica hanno avuto vita facile: perché operavano in zone senza più memoria, senza più identità, senza più legami con quella cultura contadina che faceva di quelle campagne le più fertili d’Europa. Da terra di eccellenze alimentari, di piccoli produttori, di artigiani, siamo stati consapevolmente portati a diventare terra di consumatori di merci prodotte altrove, svendendo noi stessi. I centri commerciali sono un totem del colonialismo italiano: al Sud la presenza della criminalità organizzata, assieme alla parte peggiore dei partiti politici, ha fatto sì che potesse sembrare progresso e sviluppo quella che era in realtà la morte civile del nostro modo di essere.

Il Campania, il Medì, il Jambo, l’Auchan, la Reggia Outlet, le Porte di Napoli, il Vulcano Buono, ecc.. sono sorti sulle macerie di un’identità collettiva e di una cultura contadina perduta, svilita, vista come retrograda. Può dirsi oggi sviluppato un territorio che ha visto sostituirsi quella cultura al consumismo senza regole di cui quei mostri sono il simbolo? Consumismo di cui si è nutrita, letteralmente, la camorra.

E’ per questo che un movimento politico meridionalista non può limitarsi a fare di casi come quelli del Jambo una semplice questione criminale. E’ una questione culturale, oltre che giudiziaria e politica. Una forza meridionalista deve interrogarsi sul modello di sviluppo futuro che i nostri territori possono avere,  tenendo sempre fortemente presente quell’identità svenduta e sottovalutata da tutti gli altri partiti di matrice italiana e perciò coloniale.

Abbiamo il dovere di proporre iniziative contro i legami tra mafie e politica che ancora oggi, purtroppo, imperversano in tanti comuni meridionali, abbiamo il dovere di sostenere quelle esperienze politiche che stroncano ogni giorno questi legami (pensiamo alla Napoli di De Magistris, che ha messo alla porta clientele ed affaristi camorristici, pensiamo a Renato Natale, che a Casal di Principe ha ridato orgoglio al suo popolo denigrato, ecc..), ed in più abbiamo il sacro dovere di essere degni della nostra identità, storica, territoriale, culturale.

Solo così, riteniamo, potremo finalmente togliere ossigeno alla malapolitica, che è la forma più perversa e pericolosa di camorra presente nella nostra terra, nobile e disgraziata.

Inaugurazione di Via Martiri di Pietrarsa: la strada per la consapevolezza

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di Beatrice Lizza

Questo 19 Dicembre a San Giorgio a Cremano, verrà intitolata una strada ai martiri di Pietrarsa.

Se non li si conosce non c’è da arrossire: questi coraggiosi operai sono stati nascosti, per non dire “seppelliti”, dal processo di nazionalizzazione che ha contribuito all’estinzione della consapevolezza meridionale.

La storia del Real Opificio Borbonico di Pietrarsa comincia nel 1837, quando  Ferdinando II di Borbone inaugura il grande piano industriale che porterà, appena due anni dopo, alla costruzione della prima tratta ferroviaria della penisola: lunga poco più di 7 chilometri, la Napoli-Portici rappresenta il primo passo per svincolare il Regno dalla dipendenza tecnologica inglese.

In breve tempo l’industria diventa il fiore all’occhiello della metal-meccanica della penisola, realizzando prodotti in ghisa ma soprattutto macchine e locomotive a vapore. Cresce lì, il primo nucleo industriale, precedendo di molto le storiche Fiat, Ansaldo e Breda: alla vigilia dell’unità vi lavorano ben 1050 operai.

Sorge spontaneo chiedersi quale sia la ragione per cui un gioiello tale, non trovi spazio nei libri di storia, eppure la risposta non potrebbe essere più banale:

dopo la conquista del Regno comincia una scellerata speculazione al ribasso della produzione meridionale.

Il Real Opificio di Pietrarsa viene venduto a un prezzo stracciato al signor Jacopo Bozza, imprenditore ed ex-impiegato borbonico, meritatosi tale regalo grazie all’entusiasmo riservato ai nuovi sovrani.
Nel giro di pochi mesi Pietrarsa perde più della metà dei suoi operai. Rimasti in poco più di quattrocento, questi ultimi si vedono sottrarre buona parte del salario, nonostante fossero aumentate le ore di lavoro.

A questo punto Pietrarsa, per la seconda volta, si fa primato italiano: alle tre del pomeriggio del 6 Agosto 1863, comincia la protesta degli operai che, una volta riunitisi nel cortile dell’Opificio, gridano sdegnati contro il nuovo direttore. Jacopo Bozza rifiuta qualsiasi dialogo e, spaventato, invoca l’aiuto delle forze dell’ordine.

In pochissimo tempo si presentano, baionette in canna, i bersaglieri piemontesi che senza esitare sparano ad altezza uomo.

Quanti morirono? I documenti ufficiali parlano di sette morti e una ventina di feriti ma in realtà la stampa coprì l’entità dell’accaduto; sarà difficile conoscere tutta la verità di quel tragico evento, negato dal patrio oblio.

Ciò che (non) ci è dato sapere, è che i primi operai nella storia d’Italia a combattere per i propri diritti furono quelli del Real Opificio di Pietrarsa.

Intitolare una via a questi martiri del lavoro non restituisce loro solo Rispetto e Riconoscenza.

Riporta al cuore dei cittadini meridionali di oggi una grande consapevolezza: non è vero che il Mezzogiorno è nato storpio e incapace, anzi, è stato per lungo tempo il primo motore dell’innovazione.

Orgoglio e identità possono far ripartire la fiducia di cui ha bisogno la terra nostra per tornare a camminare, senza più oppressori, sulla via della prosperità.

Sabato 19 Dicembre, alla biblioteca comunale di villa Bruno di San Giorgio a Cremano, alle ore 10.30 si terrà un incontro prima dell’inaugurazione della via: interverranno il sindaco G. Zinno e i relatori G. Di Fiore, M. Esposito, A. Vella e V. Gulì, che si ringraziano per l’impegno profuso al conseguimento di questo piccolo e importante successo.