Monthly Archives: Dicembre 2015

Un passo verso la decolonizzazione: perchè è importante cambiare la toponomastica delle città del Sud.

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Di Annamaria Pisapia

“Di fronte al mondo sistemato dal colonialista il colonizzato è sempre supposto colpevole” –Frantz Fanon “I Dannati della Terra” .

La colonizzazione del Sud, avviata 155 anni fa, potè espandersi grazie, anche, alla diffusione capillare su tutta la penisola, di una storiografia improntata all’annichilimento delle popolazioni del Mezzogiorno, della sua storia, della sua identità,  con l’intento di sottrargli forza e capacità. Un modello che si è sviluppato in maniera esponenziale e su cui la classe politica nord-centrica ha costruito la sua egemonia sul Sud. Fin dal 1860 la divulgazione storiografica fu affidata a quegli storici che vennero definiti “sabaudisti”.

Essi avevano il compito di divulgare la “Storia Patria” attraverso la mitizzazione dei Savoia. L’indottrinamento avveniva mediante compendi, letture e manuali, che venivano imposti nelle scuole elementari, così che l’imprinting (condizionamento)potesse fissarsi e forgiare le giovani menti.  In una Circolare Ministeriale del 26 novembre 1860 si legge: “La storia nazionale deve essere identificata con quella dei sovrani sabaudi…”. Ma, per la riluttanza di molti insegnanti, in special modo quelli del Mezzogiorno, ad adottare la nuova versione storiografica, il Ministro della P.I. Broglio, nel 1868 istituì una commissione d’inchiesta in cui spiegava: “ I maestri sono estranei in massima parte, quando non ostili, al nuovo corso politico inauguratosi nel 1861… specie nelle scuole degli ex territori pontifici e del Meridione…”  Così, al fine di un vigoroso attecchimento il Ministro Baccelli istituì delle “Conferenze Pedagogiche” da tenersi in tutta la penisola.

E’ inutile dire che da allora nulla è cambiato e  i libri di testo scolastici sono tuttora concepiti in maniera da alimentare la colonizzazione del Sud.  Colonizzazione che fu chiara fin da subito a eminenti politici, come il Deputato Proto Maddaloni,  il quale presentò una mozione parlamentare a riguardo il 20 novembre 1860, censurata dalla Commissione Parlamentare, e ad altri tra cui il Ministro Francesco Saverio Nitti, che non esitò a denunciare le condizioni cui era costretta a vivere Napoli: “…ridotta ormai a città capitale di una colonia…”. Da allora le condizioni in cui è  tenuta Napoli continuano, tuttora, ad essere quelle di una capitale colonizzata.  Condizioni che si sono negli ultimi decenni fatte sempre più evidenti, in cui non possiamo non riconoscere  quelle dinamiche innescate da quel fatidico 1860 e che sono proprie dei colonizzatori. Tra queste ne riconosciamo alcune, tuttora ben visibili: l’occultamento della storia, come già evidenziato, e  la distruzione dei segni del passato del popolo conquistato. Quest’ultima dinamica acquista una importanza rilevante, come ci insegna la semiotica, perché fa riferimento, inequivocabilmente, al predominio e marcazione del territorio. Il tutto viene attuato rimuovendo monumenti e toponimi da strade, vie, piazze, che vengono sostituiti da quelli dedicati ai nuovi governanti.

Questa lunga premessa si rendeva necessaria per focalizzare meglio l’attenzione su  uno dei punti fondamentali:” Napoli, così come l’intero Mezzogiorno, ahimè, prima di essere colonizzata economicamente continua ad esserlo mentalmente”. E fintanto che continuano ad esistere monumenti, strade, vie e piazze in ricordo di coloro che si resero rei del massacro del Sud la colonizzazione si autoalimenta.  E con essa l’educazione alla minorità. Tutto ciò ci depriva delle nostre radici, della nostra memoria e della nostra identità: indebolendoci e instillandoci un errato senso di colpa e di riconoscenza verso i nostri “liberatori”.

Pertanto ritengo di fondamentale importanza la rimozione di quei toponimi, dedicati a personaggi che si sono macchiati di delitti efferati contro il popolo napoletano. E, laddove possibile, di ripristinare l’antico toponimo. Considerando che: “La memoria del proprio passato restituisce dignità e identità ad un popolo e ne rafforza l’autostima”.

 

Costituzione “Segreteria Ponte” fino al 3° Congresso Nazionale di Unione Mediterranea.

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In seguito alle dimissioni del Segretario Enrico Inferrera, “per motivi legati alla indisponibilità di tempo occorrente per la riorganizzazione del movimento”, il Coordinamento nazionale di Unione Mediterranea ha provveduto alla costituzione di una “Segreteria Ponte”, organismo provvisorio, che ha il compito di affiancare il Presidente Francesco Tassone e la Portavoce Flavia Sorrentino fino al prossimo Congresso del MOvimento e di svolgere in maniera collegiale, le funzioni proprie della Segreteria.

La Segreteria Ponte è costituita da un coordinatore per ciascuna delle regioni rappresentate nel Coordinamento: Nicola Manfredelli per la Basilicata, Salvatore Procopio per la Calabria, Rosario Terracciano per la Campania, Martino Grimaldi per la Lombardia, Davide Abramo per il Piemonte, Crocifisso Aloisi per la Puglia e Placido Altimari per la Sicilia.

La Segreteria Ponte ha già determinato i prossimi passi da compiere per organizzare il terzo Congresso Nazionale, la campagna di tesseramento e le attività dei circoli territoriali in vista delle elezioni amministrative del 2016.

L’entusiasmo e la determinazione nel condurre questa battaglia di riscatto della nostra terra non ha subito battute d’arresto: MO-Unione Mediterranea è nata nella certezza di appartenere a chi ne ama lo scopo e, al di là delle difficoltà, lo persegue.

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Georisorse: forse non tutti sanno che…

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a cura di Giada Lieto

L’ultimo decreto del governo Renzi “Sblocca Italia” ammette la possibilità di procedere con le trivellazioni del sottosuolo marino alla ricerca di giacimenti di idrocarburi di cui, secondo l’amministrazione della Leopolda, il meridione sarebbe letteralmente ricca.

Unione Mediterranea Calabria si è occupata della spinosa questione durante il convegno tenutosi lo scorso 27 Novembre con il titolo “Il destino di una Georisorsa. Workshop sullo sfruttamento ecosostenibile del Mare Jonio”.

Durante il convegno , hanno presentato i loro interventi esperti e personalità varie i cui contenuti hanno avuto un unico fil rouge: la preoccupazione dell’impatto che siffatte operazioni potrebbero avere sul patrimonio geo marino del Mar Mediterraneo con gravissimi danni non solo alla fauna e alla flora ma anche e soprattutto alla salute dell’uomo , fruitore ultimo del patrimonio marino.

I dati mostrati nel convegno lasciano presagire che il sottosuolo marino mediterraneo non sarebbe così ricco di idrocarburi come vogliono farci credere.

Si stima addirittura che si tratti di circa 10 mila migliaia di tonnellate di petrolio, quantità piuttosto irrisoria a fronte dell’invasività degli strumenti utilizzati per la relativa estrazione.

La domanda che ci siamo posti è: è davvero così fondamentale pregiudicare una delle ricchezze più grandi del Meridione e dell’Italia in genere per ottenere una così irrisoria quantità di georisorse che basterebbe appena per qualche mese?

Ebbene, i grafici di seguito possono rendere di immediata evidenza le ragioni delle preoccupazioni nutrite a riguardo:

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Nella tabella si legge che il consumo medio di idrocarburi in un mese nel 2015 è pari a 4.982 migliaia di tonnellate, ossia la metà di quello che si suppone ci sia in tutto il Mar Mediterraneo.

Conclusioni simili possono essere raggiunte anche considerando i dati raccolti dal Mise e pubblicati dall’Unione Petrolifera Italiana:

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A fronte di questi dati incontrovertibili, risulta d’uopo procedere con un bilanciamento di interessi: da un lato , l’interesse (prettamente economico e speculativo) di estrarre una presunta quantità X di idrocarburi dal Mar Mediterraneo; dall’altro, quello di indubbia rilevanza economica, sociale e biologica di salvaguardare i nostri mari.

In particolare, tra i relatori riconosciamo Rosella Cerra, responsabile Ambiente di UM per la Calabria ed autrice di diverse osservazioni contro le istanze di ricerca nel mar Ionio, la quale ha rimarcato che la necessità di continuare l’azione di informazione fra la popolazione perché è ingiustificata sia l’attività di ricerca che quella di estrazione stando ai dati della Direzione Generale delle Risorse Minerarie ed Energetiche .

Quanto asserito dalla nostra Rosella risulta poi condiviso da personalità come Gianni Pavan, membro del gruppo di lavoro internazionale che ha steso le linee guida ACCOBAMS (Agreement on the Conservation of Cetaceans in the Black Sea, Mediterranean Sea) che attualmente sono in fase di aggiornamento, direttore del CIBRA (Centro Interdisciplinare di Bioacustica e Ricerche Ambientali) dell’Università di Pavia; Salvatore Critelli , ordinario di geologia all’Unical il quale ha, peraltro, preso parte nel 2005 al gruppo di lavoro che, a bordo della nave Explora dell’Istituto Nazionale di Oceonografia e Geologia Sperimentale, ha scandagliato i fondali del crotonese alla ricerca di faglie e vulcani sottomarini.

Accanto a tali esperti, ci sono poi coloro che del mare ci vivono come pescatori professionisti i quali temono che da tali trivellazioni possano derivare seri danni all’equilibrio della flora e fauna marina con effetti incontrollabili ed irreversibili.

La Calabria, come si nota dal convegno tenutosi, è particolarmente attenta a tale tema caldo tanto che ha intrapreso svariate azioni rivolte alla salvaguardia del nostro mare e territorio, dall’impugnazione del famoso articolo 38 dello sblocca Italia che svuota di valore e significato i ruoli stessi della regione in materia energetica, fino alla recentissima delibera di indizione del refendum “no-triv”  (ad oggi dieci sono le regioni firmatarie).

Per questa ragione , si auspica di porre tale tematica al centro del dibattito pubblico per dare una buona volta rilevanza alle ricchezze che il nostro territorio offre invece che limitarsi a depredarlo in maniera vile e senza senso.