Monthly Archives: Novembre 2015

Presentazione del progetto NA – Napoli Autonoma

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Gli organi d’informazione sono invitati alla conferenza stampa di presentazione del progetto NA Napoli Autonoma – legge d’iniziativa popolare – che si terrà martedì primo dicembre 2015 alle ore 12:30 in via Toledo 156 a Napoli, presso l’associazione DemA.

Interverranno:

Luigi de Magistris – Sindaco di Napoli

Flavia Sorrentino – Portavoce nazionale MO-Unione Mediterranea

RipartiaMO. Dal Sannio, dal Sud.

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MO – Unione Mediterranea ha scelto di aiutare i sanniti a ridipingere le loro case sporcate dal fango. Un piccolo gesto, quello della consegna dei bidoni di pittura bianca raccolti nel corso dell’iniziativa “RidipingiaMO il Sannio”, ma significativo per cercare di essere vicini ad un popolo così orgoglioso e voglioso di tornare alla normalità.

Un gesto che si va ad aggiungere alle migliaia di piccoli aiuti concreti che sono scattati in una fondamentale gara di solidarietà, per dare risposte ad un territorio che in un momento di difficoltà si è ritrovato abbandonato da molti esponenti istituzionali.

Siamo stati a Ponte, sabato 28 novembre, ed abbiamo potuto constatare quanto lavoro ci sia ancora da fare per ripristinare strade, mettere in sicurezza gli argini, riparare collegamenti elettrici e telefonici.

Un luogo simbolo del Sud, il Sannio abbandonato. Simbolo perché è parte di quel Mediterraneo interiore, dell’appennino meridionale, di quelle terre dell’osso, da sempre scomparse dai ragionamenti e dalle narrazioni politiche. Ed è invece proprio da lì, da quelle terre, che un movimento meridionalista e mediterraneo come il nostro può raccontare una nuova politica, che parli di un nuovo sviluppo e di nuove possibilità di integrazione, affinché quei luoghi non siano più solo e semplicemente posti da cui andarsene, ma possano essere visti anche come terre da recuperare, nella loro splendida identità che li rende ancora, tutt’oggi, luoghi speciali.

Crediamo che sia necessario ripartire dal Sud. E ripartire proprio da quei luoghi che sono ancora più Sud, più periferici, più dimenticati. Ed è per questo che non dimenticheremo le immagini del fango dal quale il Sannio sta orgogliosamente riemergendo.

Colpo di stato nelle ferrovie dello sfascio: vanno ai privati

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Le ferrovie italiane, dopo la spesa infrastrutturale di un centinaio di miliardi di euro riservata al solo Nord e la limitazione dell’uso costosissimo dell’alta velocità alle classi più agiate, fanno finalmente profitti, nella misura di 300 milioni e più di euro l’anno. E allora che cosa fa il “buongoverno” di Renzi? Usa questi soldi per migliorare la vergognosa situazione delle ferrovie al Sud, prive di binari e di treni? No. Li usa per migliorare il servizio pubblico ai pendolari, trasportati come sardine all’ammasso? Macché, l’ingegnoso Renzi fa invece qualcosa che la fellicità dei soliti gruppi finanziari, saldamente ancorati sotto l’arco alpino, gli stessi che hanno fatto lievitare i costi dell’AV a cifre da galera, sei volte il costo reale. Come dimostrato dal giudice Ferdinando Imposimato nel suo libro “Corruzione ad alta velocità”.

Le storiche ferrovie Italiane, costate soldi e sacrifici a milioni di cittadini che pagano le tasse, finiranno nelle mani dei privati: “Ma solo per il 40%”, precisa il ministro Delrio. Dopotutto è stato fatto lo stesso con le Poste, diventate, in mano ai privati, agenzie che forniscono di tutto alla clientela, servizi bancari, gadget, ricariche telefoniche, giornali caffè panini e birra, tranne il servizio pubblico postale, ormai carissimo e malfunzionante. E’ la legge del profitto privato, bellezza. Peggio ancora è andata alle autostrade, pagate con i soldi delle nostre tasse, e poi, ad ammortamento costi avvenuto, quando il pagamento del pedaggio non sarebbe più giustificabile, affidate ai privati, famiglia Benetton più che altri, che incassano pedaggi senza dover fare investimenti infrastrutturali. Guadagno puro e sicuro.

Il presidente delle FS, Marcello Messori si oppone alla privatizzazione, a suo avviso le ferrovie devono continuare a svolgere un servizio pubblico, mentre l’Amministratore delegato Michele Elia, pugliese, ahinoi meridionali, sembra seguire gli indirizzi governativi. Dopo gli inviti inascoltati di Renzi a Messori ed Elia a farsi da parte, il podestà fiorentino decide di fare il colpo di stato, dimissioni dei nove membri del Consiglio d’amministrazione con conseguente decaduta dei vertici. Così sarà garantito il totale disco verde alla svendita.

A chi andranno le ferrovie non è dato ancora sapere, come ancora non è chiaro se sarà privatizzato solo il settore circolazione treni, quello che produce i veri profitti, oppure se sarà privatizzata anche la rete dei binari e delle infrastrutture, che prevede costi di manutenzione elevati, la RFI. Ma ciò che pare più probabile è la solita statalizzazione delle perdite e l’ancora più solita privatizzazione dei guadagni. E’ l’ennesima cambiale pagata da Renzi alle potenti famiglie del Nord che lo hanno voluto al governo e lo difendono, anche con annunci pubblici a pagamento sui giornali.

Come riportato da Repubblica.it, “Per Stefano Fassina di Sinistra Italiana si tratta di un “ulteriore drammatico disinvestimento e peggioramento per i servizi di trasporto per i pendolari, già duramente colpiti dai continui tagli dei trasferimenti dal bilancio dello Stato alle Regioni e da tempo impoveriti dalla concentrazione degli investimenti dell’azienda sull’Alta Velocità”. Per il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, invece “si compie un passo importante verso la modernizzazione del settore e l’apertura del mercato anche nel nostro Paese”.

Ovviamente, a nessuno dei due viene in mente che se esiste una ferrovia di serie A, l’alta velocità, un paradiso riservato per il 95% a una sola parte del paese, il Centro-Nord, e se esiste una ferrovia di serie B, un purgatorio riservato ai pendolari, ne esiste anche una di serie C, l’inferno delle ferrovie al Sud, che viaggiano ad una velocità media di 40 km l’ora, peggio di un secolo fa, con intere regioni e importanti città scollegate tra loro, seppure i cittadini meridionali paghino più tasse di quelli del Nord, come evidenziato dal recente studio della CGIA di Mestre, mica di Lecce.

Si conclude così la svendita e dei beni pubblici ai privati, persino l’acqua, bene del Cielo e dunque pubblico per eccellenza, è in mano a loro, l’Italia è spolpata come un prosciutto, più di tutto a Mezzogiorno, dove se ne vede l’osso, senza averne assaggiato la polpa.

Napoli, autonomia e identità nella storia della città

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di Mattia Di Gennaro

Qualche giorno fa abbiamo presentato il Disegno di legge d’iniziativa popolare – Istituzione di Napoli Città Autonoma. Forse non tutti sanno che il concetto di indipendenza/autonomia non è cosa nuova nella quasi tri-millenaria storia della città di Napoli. Fondata dai greci di Cuma e Siracusa nell’ottavo secolo A.C., Napoli lega, da millenni, la propria vita politica, culturale ed economica al concetto di autonomia.

Di lingua e religione greca, la città partenopea mantenne la propria cultura sotto l’impero romano che rispettò sia le usanze sia l’auto governo della territorio, che era organizzato dalle fratrie, raggruppamenti a base familiare convocati per discutere e deliberare su questioni di interesse pubblico. In epoca imperiale ve ne erano ben nove, distinte in base al nume tutelare, mentre il potere legislativo era svolto dal senato con a capo un arconte di nomina elettiva; alle consultazioni partecipava spesso anche un demarco, rappresentate eletto dal popolo.

E per dare un saggio della forte identità espressa da Napoli in epoca imperiale basti pensare che l’imperatore Nerone, quando venne in città, si esibì in greco nel teatro dell’Anticaglia, omaggiando così la cultura del popolo napoletano. Inoltre, sempre la città partenopea, fu il fulcro della filosofia epicurea in un mondo che veniva sempre più costretto alla latinizzazione.

Alla caduta dell’impero romano, Napoli continuò a mantenere lingua e cultura greca entrando nella “sfera di influenza” dell’Impero bizantino, pure di matrice greca, mantenendo de facto la propria indipendenza: sono questi gli anni del ducato di Napoli, stato a tutti gli effetti autonomo sia sotto gli aspetti politici che economici.

Qualche secolo dopo, i normanni conquistarono le terre del sud della penisola italiana fondando il Regno di Sicilia, che diventerà Regno di Napoli, dopo la venuta degli Angioini e i Vespri Siciliani; e proprio nel 1282 Napoli diventò per la prima volta capitale di un regno indipendente, iniziando la sua crescita demografica ed economica.

Nel 1442, Napoli passò dai d’Angió agli Aragona, mantenendo, tuttavia, il rango di capitale; sotto Alfonso il Magnanimo, la città partenopea diventò centro fiorente del Rinascimento Italiano, meta di artisti e intellettuali di tutta Europa. Napoli restò capitale ancora per mezzo secolo fino a quando, nel 1503, divenne parte dell’Impero Spagnolo; non dobbiamo, però, pensare che la città partenopea fosse trattata alla stregua di una colonia, anzi!. L’autonomia fu in ogni caso garantita dal momento che l’amministrazione cittadina venne affidata ai rappresentanti dei Sedili, detti eletti. I Sedili di Napoli, già presenti fin dal periodo angioino, facevano capo alle famiglie nobiliari della città, con la possibilità per il popolo di eleggere il proprio rappresentante. Proprio lo stemma del sedile del Popolo è adottato ancora oggi come stemma cittadino.

Per farvi capire il grado di autonomia di cui godeva Napoli sotto gli spagnoli basti pensare al rifiuto del popolo napoletano all’introduzione dell’Inquisizione, istituzione che imperverserà ferocemente in altri luoghi d’Europa. Sotto gli spagnoli, Napoli crebbe e, alle soglie del Seicento, diventò, insieme a Londra e Parigi, il centro urbano più popoloso d’Europa: 300mila abitanti!

Gli anni vicereali, prima sotto la Spagna e poi sotto l’Austria non scalfirono il ruolo predominante della città che con Carlo di Borbone ritornerà, nel ‘700, ad essere capitale di un regno indipendente; proprio sotto i Borbone, Napoli diventò centro dell’Illuminismo, iniziando ad inanellare una serie di primati tecnologici e culturali. La crescita di Napoli non venne fermata neppure dalla conquista Napoleonica che, invece, rafforzò il nome di Napoli in Europa. La restaurazione e il ritorno ai Borbone coincise con gli anni dei primi sviluppi industriali in un’economia che, da lì a poco, inizierà a correre. Tuttavia, il destino di Napoli, di diventare una Londra, una Parigi venne infranto da Garibaldi e dal Risorgimento dei Savoia che fece tramontare il sole dell’indipendenza e instaurò l’Italia una, di cui Napoli non fu altro che un capoluogo di provincia. La storia di Napoli dopo l’unità d’Italia la sapete: un inesorabile declino che fece della terza città d’Europa la terza città italiana, spogliata del ruolo di capitale.

Oggi Napoli è ancora la terza città italiana per PIL ma solo ventiseiesima in Europa; tuttavia, il Pil prodotto dalla sola città metropolitana è superiore a quello di paesi come la Slovenia. Napoli può ancora aspirare a essere predominante in Europa e la sfida dell’autonomia proposta da MO – Unione Mediterranea può essere il banco di prova giusto.

E voi, cosa ne pensate?

Bassolino si candida. Il PD supera se stesso: dalla rottamazione alla supervalutazione dell’usato.

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Di Eva Fasano

C’era una volta un piccolo rottamatore fiorentino. Prima di diventare capo del Governo e dei ‪#‎nogufi‬ del PD, l’ex Sindaco di Firenze Matteo Renzi saltellava da una poltrona televisiva all’altra per promuovere la sua ricetta social e giovanilistica della politica e della sinistra in particolare, auspicando la rottamazione dei “vecchi dinosauri della politica”. Per alcuni Renzi era l’immagine del “nuovo che avanza” e forse lo è ancora.

A conti fatti però, i risultati e le proposte del giovanissimo presidente del consiglio non paiono tanto innovative: la questione meridionale è ancora ignorata e rimandata a data da destinarsi, le famiglie stentano ad arrivare a fine mese, il Jobs Act ha cancellato i diritti dei lavoratori, la burocrazia delle PA è tutt’altro che snellita, l’Italia conta ancora poco nell’Unione Europea, nessun progetto di legge sulle unioni civili è mai stato discusso e così via. Eppure se controlliamo sul dizionario Treccani online leggiamo
“(iron.) Per antonomasia, Matteo Renzi, esponente politico del Partito democratico”.

Dal punto di vista della rottamazione delle persone, largo ai giovani e agli onesti, notiamo che il nuovo Presidente della Regione Campania è il piddino Vincenzo De Luca, ex Sindaco di Salerno per vent’anni, con qualche difficoltà di comunicazione e ancor più trascurabili problemi giudiziari pendenti. Un neonato della politica, insomma.

Oggi, sabato 21 novembre 2015, Antonio Bassolino annuncia la sua candidatura a Sindaco di Napoli. In tal senso il PD ha superato sé stesso, passando dalla rottamazione alla supervalutazione dell’usato. Se De Luca è stato il sindaco sceriffo per vent’anni, Bassolino cos’è, il “nonno che avanza”?

Antonio Bassolino (Afragola, 1947), ex esponente del Partito Comunista Italiano, del PDS e dei DS, oggi nel Partito Democratico. È stato deputato, sindaco di Napoli dal 1993 al 2000, Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel primo governo D’Alema dal 1998 al 1999, Presidente della Regione Campania dal 2000 al 2010.

Non sappiamo some andranno le primarie del PD per individuare il candidato sindaco di Napoli, ma una cosa è certa: Bassolino ha asfaltato il Partito Democratico con due parole: “Mi candido”.

MO-Unione Mediterranea è felice per la candidatura di Bassolino, poiché essa ci sembra un’opportunità che i napoletani dovrebbero cogliere al volo. E’ arrivato il momento di scegliere da che parte stare e noi l’abbiamo già fatto.
La lista Mo! di Unione Mediterranea alle scorse regionali campane ha ottenuto la fiducia di 18 mila persone, che ringraziamo ancora, partendo dal nulla, ignorata da certi canali nazionali d’informazione, ricordiamo a tal proposito i casi Matrix di Canale 5 e Ansa, raccogliendo prima 7500 firme nelle piazze, tra i pendolari, poi facendo una campagna elettorale di soli 45 giorni con pochissimi mezzi e nessun finanziamento pubblico.

Con il progetto “Na – Napoli Autonoma” abbiamo realizzato l’unica, vera proposta innovativa per i partenopei e non prende ordini né da Roma né da Milano.

Manna avvelenata per Vincenzo De Luca

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Chiuso in una torre di ferro, De Luca “allucca”: “Olio bollente contro chi m’attacca, io questo Manna non lo conosco” e scarica tutte le colpe sul suo braccio destro, Mastursi, che avrebbe condotto a sua insaputa la trattativa, sullo scambio sentenza assolutoria-posto all’Asl, con Manna, marito della giudice Scognamiglio, che doveva giudicare sull’applicazione della legge Severino per De Luca, e a sentenza avvenuta lo avvisa via sms con un “è fatta”. Il coniuge a sua volta avvisa immediatamente “il braccio destro” del governatore con un “è andata come previsto”. Unica incognita la sede da dirigente Asl, a lui non piace Napoli, chissà perché, ma vuole la provincia, Benevento o Avellino. Scoperta la trattativa, la giudice Scognamiglio afferma: “Io non sapevo niente, con mio marito sono separata in casa.” Separata in casa ma non al telefono, visto che, andata in porto “la buona sentenza” per De Luca, lei dice al coniuge “Ora ti potrai mettere in vacanza”.

De Luca ribadisce la propria estraneità alla pantomima, in un incontro con i giornalisti, in cui però fornisce la propria versione ma non accetta domande. Insomma, sarebbe tutta colpa del fido segretario Mastursi che, per fare un favore non richiesto al governatore, sarebbe andato oltre il suo mandato. “Sì, gira e vota sì, chillo ‘o fatto è niro niro” si cantava un tempo. Fatto sta che il segretario s’è dimesso e, a meno che non parli, sarà difficile dimostrare il diretto coinvolgimento di De Luca. Che volete, il braccio sinistro non deve sapere quel che fa quello destro, e una mano lava l’altra. Dopotutto, sono state pagati appartamenti principeschi con vista Colosseo ad insaputa dell’acquirente, che volete che sia un posto da dirigente Asl con vista Irpinia?

Queste le notizie diffuse oggi, ancora da accertare. Intanto, mentre Renzi, in viaggio a Malta chissà se con il nuovo aereo da 200 milioni, tace, il ministro alla giustizia Orlando, già commissario PD in Campania, afferma che lui De Luca non l’avrebbe mai scelto. Al paese mio, si chiama scaricabarile per salvare la poltrona. Alla fine, detto per paradossale fantapolitica, chissà se Renzi scaricherà il tutto sui “gufi” dei giornali e sui politici dell’opposizione, facendo chiudere i primi e facendo dimettere in massa dal parlamento i secondi, per non avere più fastidi. Fatto sta che lo stesso De Luca ha invocato la chiusura del Fatto Quotidiano, unico grande giornale libero dai lacci della casta. Tuttavia le bravate ducesche di De Luca non ci meravigliano, ne ha dette e fatte tali e tante, non si sa se per caratteriale incontinente arroganza, o se per garantite protezioni dall’alto. Indimenticabili il suo incontro con Salvini e le sue frasi contro donne, Rom e immigrati.

Al di là dell’episodio, ciò che colpisce è la guerra in atto all’interno del PD, già spaccato con copiosa fuoruscita di capi, ma la cui resa dei conti è ancora tutta da venire, visto che lo stesso Orlando, dopo aver scaricato De Luca, se la prende anche con Renzi, che non avrebbe un progetto per il Paese ma che, per restare in sella, segue i desiderata dei partiti minori di Governo. Rosy Bindi contro Renzi e contro De Luca, Renzi contro Marino, chissà chi contro Crocetta, Bersani s’accontenta del nulla e tutti contro tutti. Resta la spina Emiliano, che non sanno ancora come affrontare. Divisioni politiche che mascherano una feroce guerra finanziaria per la gestione di mega appalti, cifre miliardarie da gestire a Milano, per il dopo-Expo, con la candidatura del suo stesso commissario unico, Giuseppe Sala, a Roma per fondi del Giubileo, a Napoli per i fondi all’area di Bagnoli, che Renzi vuole sottrarre alla legittima gestione di De Magistris, per affidare tutto il potere a un commissario da lui scelto.

E’ uno spettacolo, questo sì, “indecoroso”, nel paese più corrotto d’Europa, governato da Nord mediante una centrale del malaffare. Giustamente, nel paese più corrotto la capitale non può essere che Milano. Non che il Sud se la passi meglio, dopo i fatti di Sanremo dove 35 dipendenti comunali marcavano il cartellino a sbafo, è notizia di oggi che nella tormentata Messina, pur governata da un bravo sindaco, dodici consiglieri falsificavano la loro partecipazione alle riunioni di commissioni, per arrivare a fottersi oltre 2.000 euro di gettoni al mese, per una spesa di un milione di euro l‘anno.
Ovvio che, come diceva Salvemini, un governo ladro deve lasciare che si rubi in periferia, per garantirsi complicità e poter ricattare i feudatari, al Sud più di tutto per garantirsi l’assenso del ceto politico al sistema antimeridionale. Questa pseudo nazione ha bisogno di una rigenerazione totale, se mai sia stata generata, è necessario l’azzeramento e il rinnovamento dell’intero ceto politico, a Nord come a Sud. Tuttavia, abbiamo la sensazione che non mancherà molto alla cacciata dei mercanti dal tempio che liberi il Paese da questa razza padrona e il Sud dalla condizione coloniale cui quella l’ha ridotta.

Pd-Renzi e PdL-Salvini a Bologna. Il super partito anti-Sud.

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile
“Silvio non è ancora rimbambito come pensate voi cronisti” confessa l’Umberto ai giornalisti nella piazza grande di Bologna, cantata dal grande Lucio Dalla, un tempo ritrovo di cervelli pensanti e ora di omuncoli pesanti. A difendere la saviezza del vecchio amico, forse per far emergere quel poco che resta di quella propria, è quel Bossi padano, sotto processo per una truffa di 59 milioni di euro, che ha chiamato in correità i complici politici Salvini e Maroni, secondo lui veri gestori della sparizione e della spartizione di quella montagna di soldi.

Il Silvio, dichiarato non del tutto rimbambito dall’Umberto, che fa il padre nobile della combriccola leghista, è un ottuagenario milanese, già tesserato alla loggia P2, più volte capo di governo, poi condannato per mega evasione fiscale, e processato per induzione minorile alla prostituzione di una prorompente nipotina di Mubarak, di cui però ignorava sia la parentela che l’età, ancora inquisito per compra-vendita di senatori a botto di milioni e di donnine innamorate delle mazzette che elargiva loro. Ma questo è niente se non fosse che ha ispirato un partito il cui fondatore e suo braccio destro sta in galera per faccende di mafia. “Grillo è come Hitler” ha urlato dal palco Berlusconi, mentre s’alleava con Salvini e Meloni, fratelli e sorelle d’italiella, nostalgici del “quando c’era lui, caro lei”, e a loro volta amici di Forza nuova e casa Pound, che le nostalgie da Terzo Reich non se le fanno mancare.
E mentre il Silvio sproloquia, la piazza leghista lo fischia e rumoreggia, spingendo Salvini a battere il pugno sul leggio per far capire a Silvio che è tempo di lasciargli il microfono, ora è lui il capo, Salvini Matteo, autodefinitosi un nullafacente di Milano e prende il microfono per dire che Alfano è un cretino.

Se non fosse tutto tragicomicamente vero, si penserebbe ad una repubblica delle banane, e invece la sceneggiata tribale accade nella un tempo dotta Bologna: sarà per colpa della tropicalizzazione del clima che le banane ora crescono in Val Padana, mentre molti paesi del cosiddetto Terzo mondo sono avanti per onestà di governo e libertà di stampa?

A Bologna, è nato il nuovo partito della destra italiana unita, una destra di strada, imbarbarita in chiave xenofoba, dopo aver cavalcato per decenni l’antimeridionalismo più becero, ora messo da parte in nome del progetto di “sfondamento” leghista al Sud, mentre la destra storica da salotto, più colta e raffinata, ha scelto il partito di Renzi, meno rozzo ma più efficace nella gestione del potere. Un potere comunque riconducibile agli interessi della borghesia del Nord e del ceto politico parassitario del Sud a quella asservito, in cambio di briciole di ricchezze.

La grande borghesia finanziaria subalpina, che regge ininterrottamente il potere in Italia fin dalla sua fondazione, oggi governa per conto Renzi, continuando a fare ciò che ha sempre fatto: assorbire, anzi derubare le risorse dello Stato e utilizzare il Mezzogiorno come colonia interna da spremere per avere forza lavoro e risorse naturali a basso costo. Il tutto con la complicità delle mafie associate allo Stato. Mai governo italiano fu più antimeridionale di quello attuale. E questa sarebbe la cosiddetta “sinistra” di uno Stato pur ricco che ha un debito pubblico spaventoso, accumulato a botta di 100 o 200 miliardi di euro di corruzione l’anno, tra la più alta al mondo, maturata dalla spartizione di opere pubbliche alla stessa alta finanza che risiede nella Piazza Affari della fantomatica “capitale morale”, dove famiglie storiche di imprenditori settentrionali e politici mangiasoldi, formano la razza padrona che s’arricchisce smodatamente, maggiorando i costi fino a dieci volte il reale, com’è accaduto per l’alta velocità ferroviaria.

In quanto alla destra Salviniana di cui sopra, è il partito dei piccoli cumenda brianzoli, padroncini, allevatori, ‘gnurant e gran lavuratur con la mania degli sghei, e degli operai specializzati, anche figli e nipoti di immigrati meridionali, messi razzisticamente contro i loro cugini rimasti al Sud, da loro additati come colpevoli della perdita progressiva dei loro privilegi, al fine di nascondere le proprie colpe di arraffoni, come nel caso clamoroso delle multe miliardarie delle quote latte, pagate con i soldi destinati al sud.
Laddove la borghesia “illuminata” alla De Benedetti, patron di Repubblica e tessera numero 1 del PD, e iscritto ad altre logge, parla invece un linguaggio culturalmente avanzato, per mistificare l’uso funzionale di Renzi ai suoi progetti, e nasconde accuratamente il razzismo antimeridionale, additando i cattivi costumi meridionali come colpevoli del divario Nord-Sud.

In comune, sinistra e destra hanno l’interesse a finire di spolpare il Sud, e di impedire la sua crescita industriale, concorrenziale a quella loro. Un Sud che oggi più che mai non conta una mazza nel governo a zero ministri meridionali, che dirotta oltre l’80% delle sue risorse per “far ripartire il paese” al di sopra della linea gotica, al motto di “prima il Nord”. Ferrovie, strade, aeroporti, industrie, stanziamenti per dissesto idrogeologico, grandi opere, Nord tutto si fa per te, amor di Renzi e Salvini.

Siamo al regime, ma nessuno dimentichi che non esistono regimi incrollabili, oggi è crollato incredibilmente quello birmano per opera di una piccola grande donna, Aug San Suu Kyi, insignita di Nobel, che stravince con il 70% dei voti. Non dormano sonni tranquilli i gestori del regime italiano, ciò che sembra eterno è destinato a finire. A parte l’incognita a 5 Stelle che già agita i loro sonni, tanti piccoli meridionali consapevoli preparano il vero rovesciamento del regime italico: la fine della Questione meridionale.

Mezzogiorni d’Europa: cosa fanno Germania, Francia e Spagna per i loro “Sud” e cosa non fa (ancora) l’Italia

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di Mattia Di Gennaro

Eccellente inchiesta quella di Chiara Bussi su “IlSole24Ore” del 9 novembre 2015 che ci racconta di un’altra Europa, fatta di aree che producono meno ricchezza pro capite della media nazionale di riferimento e per questo destinatarie di misure di stimolo economico eccezionale: sono i “Mezzogiorni” d’Europa, con cui tutti i grandi Paesi europei hanno a che fare, a ribadire che la “questione meridionale” non è un cruccio solo italiano.

“Che cos’hanno in comune la Calabria, la spagnola Extremadura, il Land tedesco del Meclemburgo, la francese Piccardia e i territori d’Oltremare? Sono aree svantaggiate con un PIL pro capite ben al di sotto della media nazionale e un tasso di disoccupazione alle stelle”. Le similitudini per la giornalista continuano col fatto che tutte queste aree “beneficiano di misure ad hoc da parte dei governi nazionali”, cosa che i lettori dei post di MO – Unione Mediterranea sanno non essere propriamente vera.

Germania, Francia e Spagna negli ultimi anni hanno profuso attenzione e risorse per i loro “Sud” in nome dell’equità dei cittadini e dell’equo diritto degli stessi a beneficiare di diritti e trattamenti simili, indipendemente da dove essi abbiano la residenza.

Per citare qualche esempio, nei Land della ex-DDR, la Cassa depositi e prestiti tedesca ha dispensato, dagli anni ’90, ben 194 miliardi tra finanziamenti alle infrastrutture e aiuti alle imprese, con interventi che durano ancora oggi, associati ad altri pacchetti di stimoli all’economia che prevedono investimenti nella ricerca e nella creazione di poli d’eccellenza. Chiara Bussi ci racconta che anche la Spagna ha deciso di impostare il recupero delle aree svantaggiate attraverso il finanziamento di progetti in ricerca e sviluppo, in particolare nella Bioeconomia, mentre la Francia per il “suo Mezzogiorno” ha puntato soprattutto sul taglio delle imposte e la costituzione di aree a fiscalità agevolata, in perfetta conformità all’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che sancisce la possibilità per gli stati membri di programmare interventi a finalità regionale per sostenere lo Sviluppo Economico e la creazione dei posti di lavoro delle regioni europee più svantaggiate.

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E l’Italia? Per l’Italia, dopo anni di silenzio in cui il Sud sembrava sempre più abbandonato a sé stesso, il Governo Renzi ha annunciato la pianificazione di un piano di interventi straordinari, il famigerato MasterPlan per il Sud, che, per ora, si è risolto in tre slide colorate e dieci paginette, piene di chiacchiere senza concretezza. E non siamo solo noi di MO – Unione Mediterranea ad averlo affernato; nell’edizione de “IlSole24Ore” del 7 novembre scorso, Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, ha rintuzzato il Governo per il deficit di concretezza del documento: ”Il MasterPlan Sud, annunciato dal Presidente del Consiglio ai primi di agosto, colma una vistosa lacuna comunicativa, ma, non risponde alla “svolta” che fiduciosamente era attesa e che avrebbe dovuto trovare riscontro – sempre a detta del Consiglio – nella Legge di Stabilità. […] Si tratta di una razionalizzazione organizzativa che dovrà essere imperniata su 15 accordi di programma con altrettante amministrazioni regionali e metropolitane meridionali. […] Il tutto preceduto dal tronfale annuncio della disponibilità fino al 2023 di 95 miliardi tra fondi strutturali e cofinanziati e Fondo di sviluppo Coesione (che in realtà includono anche risorse destinate al CentroNord per oltre 20 miliardi di euro, ma non è il caso di sottilizzare)”.

Dopo le frecciate a Renzi, Laterza parte in un’inarrestabile elencazione degli effetti della crisi sul Mezzogiorno, snocciolando dati e distruggendo alcuni pregiudizi sul Sud assistito: “A parte gli storici divari nel Sud, la grande crisi ha ingoiato 600.000 posti di lavoro e 50 miliardi di Pil (su base annua). […] Dal 2008 al 2014 gli investimenti pubblici e privati sono crollati del 38%, nell’industria di oltre il 59%. Come è possibile? Non stiamo parlando del pezzo più sovvenzionato dell’apparato produttivo nazionale? Ebbene, decisamente no. Negli scenari Industriali del Centro Studi Confindustria emerge con chiarezza che tra il 2008 e il 2013 gli interventi di incentivazione concessi sono calati del 16,9% nel CentroNord (da 3,2 miliardi a 2,6) ma del 76,3% al Sud (da 5,5 a 1,3 miliardi). […] Insomma, negli ultimi anni, lo Stato ha rinunciato sostanzialmente, ad una politica di riequilibrio produttivo a beneficio dei territori più in ritardo”.

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Il Mezzogiorno, dunque, non può più essere liquidato con le solite promesse ma necessita di essere messo al centro della politica nazionale, anche perché a beneficiarne non sarebbero solo i residenti dell’Italia Mediterranea ma tutto il Paese. Il responsabile Mezzogiorno di Confindustria lo sa bene e afferma che “Tutto ciò ha senso [gli interventi di riequilibrio del sistema economico del Sud] nell’interesse nazionale. Perché il Mezzogiorno è il primo mercato per il sistema produttivo del resto del Paese. Perché per ogni euro investito al Sud, 40 centesimi diventano acquisti di beni e servizi nelle altre ripartizioni territoriali C’è di più. Contrariamente al luogo comune corrente, la spesa nel mezzogiorno è più bassa del 20% (2,394 euro in meno) rispetto al resto del Paese; del 25% circa se solo si considera il Settore Pubblico Allargato (Ferrovie, Anas, Enel). […] Contrariamente ad un altro luogo comune corrente, i dipendenti pubblici del Sud (diminuiti di 130mila unità tra il 2000 e il 2013) sono il 5% della popolazione residente, esattamente nella media nazionale”.

Dunque, interventi concreti mirati al Mezzogiorno non solo utili a tutta l’economia italiana ma quasi moralmente obbligati, data la dieta dimagrante che negli ultimi anni gli è stata imposta. Con un Sud che, riscoprendo e sfruttando la sua strategicità per il resto del Paese, potrà finalmente rivendicare la propria centralità e la propria autonomia, esattamente come MO – Unione Mediterranea auspica da tempo, incentrando il proprio programma per le prossime elezioni comunali di Napoli sull’autonomia della Capitale del Mezzogiorno.

Dopo-EXPO, altri 200 milioni. La goccia che trabocca.

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Nel giorno stesso in cui si scopre che il governo toglie 150 milioni di euro già destinati alla bonifica della Terra dei fuochi, e si scopre che Calabria, Sicilia e Campania sono state escluse dagli stanziamenti per il dissesto idrogeologico, Renzi annuncia un investimento pubblico di 200 milioni di euro ancora per l’Expo, ancora per Milano, dove su parte dell’area fieristica si farà un centro di eccellenza scientifico.
Nella città già ingolfata di ricchezza “assistita” e di ingiustificata supponenza da “capitale morale” dove l’esperienza Expo si è rivelata un fallimentare bluff, con una spesa pubblica di quasi 15 miliardi di Euro, in piccola parte per il fierone delle mancate meraviglie, ma in gran parte per fare opere pubbliche e infrastrutture di collegamento per Milano, come se ne avesse avuto bisogno, e in buona parte finiti in mazzette.

Sia ben chiaro, fare un centro di eccellenza scientifico, come dicono, per la ricerca nanotecnologica e alimentare, allo scopo di “migliorare la qualità della vita”, non ci vede contrari, anzi, ma ciò che si contesta è la concentrazione in una sola parte del paese, sempre la stessa, degli investimenti pubblici, mentre il Sud viene abbandonato a un destino infame. Il Mezzogiorno trattata come “bad company” di una nazione fondata sulla corruzione, tra le prime in classifica al mondo nel campo. Una nazione che attribuisce proprio alla città dove più che altrove si concentra la mazzetta, il ruolo di “capitale morale” è davvero inemendabile. E’ il riconoscimento del malaffare come motore guida del paese.

Ecco dunque gli attacchi mediatici contro la vera capitale d’Italia, pur corrotta, ma non più di Milano, ecco dunque gli attacchi contro la capitale del Sud, quella vituperata Napoli che rialza faticosamente la testa, grazie a un ceto politico comunale onesto (in Italia vi pare poco?) questa sì da proporre come “capitale morale”, visto che sono anni che non si hanno notizie clamorose di arresti, mazzette e tangenti, come del resto a Bari, a Messina ed altre città del Sud, premiate per le loro virtù amministrative. Forse che un Sud virtuoso non è concepibile? Non può appartenere all’idea dell’Italia? Eppure è proprio da queste città, i cui cittadini dallo Stato ricevono la metà dei finanziamenti destinati a quelli del Nord, che spira un vento di buona politica.

Senza entrare più di tanto nel merito del dopo-Expo, sul quale torneremo prossimamente, vi diciamo solo che, oltre i 200 milioni iniziali, costerà 145 milioni l’anno per la gestione delle attività. Parlare di sana ricerca alimentare, dopo aver consegnato l’Expo nelle mani delle multinazionali della cattiva alimentazione, quali Coca Cola e Mc Donald’s, è come regalare una pistola a un killer. Renzi dimentica che, proprio nei giorni scorsi, l’Organizzazione mondiale per la sanità ha definito altamente cancerogeni le carni lavorate così tanto prodotte e consumate al Nord e ha “benedetto”, ove ancora ve ne fosse bisogno, la dieta mediterranea come la migliore al mondo per la salute. Che le cime di rapa pugliesi, i pomodorini campani, il tonno calabrese e le melanzane siciliane, fossero un’eccellenza milanese non lo sapevamo.

Ma Renzi ha le cambiali da pagare, non solo quelle ad Alfano: Ponte sullo stretto, contanti a 3.000 euro e abolizione dell’art. 18, ma deve pagare soprattutto il cambialone alla borghesia del Nord, che ha sostenuto e finanziato dall’inizio il ducetto di Firenze, bravo nel fare il governo più antimeridionale della storia. Così come a suo tempo fece per il duce romagnolo. Ma questa è un’altra storia.

RidipingiaMO il Sannio: parte la raccolta di pittura bianca per riverniciare gli edifici distrutti dall’alluvione

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Il Sannio è in ginocchio. Anche se i riflettori mediatici si sono spenti, in terra sannitica perdura un grave stato di emergenza e i segni dell’alluvione devastante che ha colpito strade, scuole e aziende, sono ancora visibili.

L’ allarme ha interessato i paesi a ridosso dei corsi d’acqua e i piccoli centri, come Pontelandolfo, che in queste settimane hanno potuto contare sull’aiuto e la solidarietà dei volontari. MO-Unione Mediterranea si è messa in contatto con gli abitanti del posto per offrire un contributo concreto.

Le pareti delle abitazioni, delle scuole, dei negozi e delle aziende sono state interamente sporcate dal fango: servono fusti di pittura bianca per interni e pennelli per tinteggiare le pareti delle abitazioni. Servono subito. Ecco perchè abbiamo deciso di far partire una vera e propria campagna per ripulire e riverniciare il Sannio. Chiunque volesse darci una mano può consegnare i fusti di vernice bianca rivolgendosi al seguente recapito: 081418035 (telefonare ad orario negozio) e chiedere di Annamaria Pisapia. La raccolta dei bidoni terminerà Sabato 14 Novembre 2015.

Per tutti coloro che volessero dare un contribuito economico la Caritas Diocesana di Cerreto Sannita chiede aiuto attraverso una raccolta fondi, per aiutare le attività commerciali distrutte dall’alluvione affinché le famiglie possano essere accompagnate nel riprendere il loro lavoro necessario per sostenere la famiglia.

Il conto è intestato a Caritas Diocesana-Cerreto Sannita Bn ed è aperto presso la Banca Prossima. IBAN: IT57N0335901600100000106776 CAUSALE ALLUVIONE VALLE TELESINA E CAUDINA.

RidipingiaMO il Sannio.

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