Monthly Archives: Dicembre 2015

Perché (non) pagare il Canone Rai

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di Roberta Zaccuri e Fabio Vitiello

Dieci rate da dieci euro ciascuna. È questa l’ultima novità introdotta in materia di “Canone Rai”, che, ormai pare certo, a partire dal 2016 verrà addebitato direttamente nella bolletta della luce di migliaia di italiani. Condizione per l’addebito automatico sarà l’aver attivato un contratto per la fornitura di energia elettrica nel luogo in cui è registrata la propria residenza anagrafica: sulla base di questi due presupposti lo Stato sarà autorizzato a presumere l’esistenza in casa di un apparecchio TV. Il che equivale a dire che, se il privato cittadino ritiene di non essere tenuto al pagamento del canone, dovrà essere lui ad attivarsi per dimostrare l’insussistenza di quei presupposti, mediante invio di un’autocertificazione a cui potrà seguire il controllo di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. Quindi, in sostanza, a ciascuno di noi sarà automaticamente imposto il versamento di questi 100 euro, senza che lo Stato debba fare nulla per dimostrare che siamo effettivamente tenuti a farlo e basandosi sulla semplice presunzione dell’esistenza nelle nostre case di una TV – che, è appena il caso di ricordarlo, è un oggetto per il quale non esiste alcun registro dei beni, o elenco dei proprietari, nulla.

Ma su quali basi lo Stato pretende da noi questo pagamento?
Sul sito ufficiale della Rai (www.canone.rai.it) si legge che la Rai è concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo, ed è quindi obbligata a trasmettere programmi di attualità, cultura e approfondimento, dovendo nel contempo attenersi a “rigorosi limiti di affollamento pubblicitario” (chi non se ne era accorto?); vengono poi elencate tutte le trasmissioni che alimentano questa ricca offerta e che giustificano la nostra contribuzione al servizio, e alla fine è citato anche “un nuovo Televideo”… Fanno sul serio??
Ma allora, direte voi, se questo pagamento è dovuto per un “servizio” offerto dalla Rai, sarà sufficiente chiederne l’oscuramento e rinunciare alla visione di tutti i loro numerosi canali culturali e del loro Televideo e usare la TV soltanto per le reti private o a pagamento. Eh no, sarebbe troppo facile: non importa se di fatto guardi o no i canali Rai, quello che conta è solo che probabilmente in casa tua esista una TV.
E solo di passaggio, quasi per caso, questo “canone” o “abbonamento” viene chiamato per ciò che realmente è, e cioè un’imposta: sì, perché di fatto il “canone Rai” non è altro che un’imposta sul possesso della TV, dovuta allo Stato – e non alla Rai –, proprio come l’imposta sugli immobili che deve versare chi è proprietario di una casa (ma qui, badate bene, tra i presupposti del pagamento nemmeno si parla di “proprietà della TV”!). Tanto è vero che il versamento va effettuato direttamente all’Agenzia delle Entrate, che in caso di omissione può affidare l’incarico a Equitalia. Sì, avete capito bene, Equitalia: la società che si occupa della riscossione dei tributi in Italia. Più chiaro di così…
Una sola curiosità rimane aperta: cosa succederebbe se, vedendoci arrivare una bolletta della luce improvvisamente gonfiata senza alcuna ragione logica e oggettiva, tutti noi, mediterranei e non, decidessimo in massa di spedire all’Agenzia delle Entrate l’autocertificazione di cui parlavamo prima? Ci ritroveremmo davvero con i citofoni intasati dai funzionari che chiedono di entrare nelle nostre case per verificare che non abbiamo la TV?…

…e se ci rifiutassimo di aprire?

#Biocidio, “Quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”

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di Salvatore Merolla

Si è tenuto al Pala Banco di Brescia, davanti a tanti giovanissimi studenti, il convegno intitolato “ambiente salute legalità”. Sono mancate le istituzioni e non sembrava cosa nuova dal momento che, come hanno fatto presente dal palco, “quando l’ASL viene invitata ad eventi del genere non si presenta mai nessuno”. Erano presenti, però, tantissime associazioni ambientaliste (lombarde e non), ma anche giornalisti, dottori, magistrati e uomini di chiesa che si sono alternati dal palco, snocciolando dati che fanno sempre più rabbrividire, sbattendoti in faccia una realtà che dopotutto conosci, di cui hai sentito parlare tante volte ma che, ogni volta, è un pugno nello stomaco.

La direttrice dell’ARPA di Brescia, Maria Luisa Pastore, ha parlato di inquinamento da cromo esavalente. A Brescia sono inquinate le falde, inquinati i terreni e inquinato è pure tutto quello che ci viene coltivato sopra. Disastri causati da aziende come la Forzanini o la Baratti Inselvini, o ancora la Caffaro, che scaricava PCB (policlorobifenili) nei canali irrigui inquinando tutto il bresciano e costringendo il Comune ad un’ordinanza che vieta tutt’oggi il transito sulle zone contaminate non coperte da asfalto o cemento.

Ma qual è il filo conduttore che da Brescia arriva nel Meridione? Lo ha spiegato benissimo il professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo impegnato da anni in una battaglia che lega fortemente salute e ambiente. Il suo intervento è stato da lui definito “passionale” e subito tutto il Palabianco se n’è accorto tanta è stata la foga con cui ha affermato “quello che non ha unito il Risorgimento, lo sta unendo la monnezza”. E ha ragione il professore, il ciclo dei rifiuti ci “unisce”, nel senso che nel Sud-Italia ci sono zone in cui si muore delle stesse malattie riscontrabili nelle aree fortemente industrializzate del Nord (le industrie al Sud non arrivano, ma i loro effetti si). Ha spiegato che, nonostante una maggiore attenzione mediatica sui rifiuti urbani, quelli industriali li superano abbondantemente per pericolosità (e quantità, con un rapporto di quasi 5 a 1) e una buona parte di essi vengono smaltiti illegalmente, soprattutto nel Mezzogiorno. Ad esempio, “Per lo smaltimento di tonnellate di PCB stoccati a Bologna si pensò bene di spalmarli tra Acerra e Castelvolturno; hanno trasformato il granaio dell’antica Roma nella discarica d’Europa”.

Per evitare che questo accada ancora occore una rigorosa tracciabilità dei rifiuti e pene severe per chi commette crimini ambientali; purtroppo l’Italia è, come spesso accade, in forte ritardo su questi punti, avendo approvato una (lacunosa) legge sui reati ambientali solo a Maggio di quest’anno. Su quest’ultimo punto si sofferma anche il pm Raffaele Guariniello, rimarcando quanto fosse difficile colpire i responsabili di un disastro ambientale prima dell’introduzione dei suddetti reati nel codice penale.

Nel pomeriggio è arrivato anche l’intervento di Sandro Ruotolo, giornalista sotto scorta per le sue inchieste sul traffico dei rifiuti in Campania. Ruotolo ha parlato, tra le altre cose, delle eco-balle della Terra dei Fuochi e dei 450 milioni di euro stanziati dal Governo per “eliminarle” (fa notare che in realtà sono 150 milioni, gli altri sono da sbloccare nei prossimi 2 anni). Il giornalista ha sottolineato che non si capisce ancora in che modo possano essere eliminate, visto che, ad oggi, ancora non si sa esattamente cosa contengano. Verranno forse spostate? Per andare dove?

Insomma, dopo anni di battaglie dai territori e mobilitazioni popolari, il quadro generale è davvero drammatico, soprattutto considerando le troppe parole e i pochi fatti di una politica nazionale che non ha mai avuto davvero la volontà di affrontare il problema. E il Sud a pagarne ancora una volta le spese, ritrovandosi con le stesse malattie oncologiche delle zone industrializzate…ma senza le industrie!