Il sistema scolastico nel Regno delle Due Sicilie, prima e subito dopo l’unità

Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere.
I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria.
Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei.
Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa.
Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese più industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia.
Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra.
In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono, senza successo, di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero.
Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia.
La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Più tardi Gaetano Salvemini scriveva su La Voce: “Le scuole e tutti gli altri servizi pubblici nel Sud sono nati per motivi esclusivamente elettorali, hanno avuto fin dall’inizio personale volgare e ignorante, fornito di titoli esclusivamente elettorali”.
Francesco Antonio Cefalì

4 novembre: diamoci un taglio

Il 4 Novembre in Italia è la “Giornata dell’unità nazionale” e la “Giornata delle forze armate”: può sembrare un singolare accostamento, ma in realtà è un coerente filo rosso sangue che lega le due ricorrenze.

Anzitutto sembra difficile poter festeggiare al pensiero che l’Italia, con tutte le carenze che ha in ambito sociale e infrastrutturale – eminentemente al Sud – spenda oltre 20 miliardi di euro all’anno per mantenere in piedi la macchina bellica. Praticamente ogni ora che passa, spendiamo per armi, militari e guerra oltre 2 milioni di euro: sì, due milioni di euro all’ora senza sosta!
Quando poi si pensa che la maggior parte dei soldati sono meridionali (nell’ordine: pugliesi, campani e siciliani), mandati a morire in guerre che tutelano gli interessi dei potentati economici del Nord, allora si comprende che anche sotto questo profilo siamo solo carne da macello per i nostri padroni.
Il 4 novembre -anniversario della fine della I Guerra Mondiale con l’annessione di Trento e Trieste- dovrebbe, piuttosto, essere una buona occasione per riflettere su come liberarci di questo scomodo e oneroso fardello e sulle alternative alla guerra e alla difesa armata, che ci sono ma che naturalmente non incrociano gli interessi dei produttori di armi, delle gerarchie militari e dei bellicosi alleati dell’Italia.

Quanto all’altra ricorrenza odierna, quella dell’unità nazionale, verrebbe voglia di stendere un velo pietoso ma, in realtà, la virtù nobile della pietà in questo caso la si esercita più con la denuncia che con il silenzio.
Il fatto che i popoli si orientino a forme di unione, più o meno stringenti, può essere senz’altro un valore, ma la condizione perché di ciò si tratti e non di un tragico inganno, è che l’unità si realizzi e si mantenga in un clima di solidarietà, di sentire comune, di rispetto reciproco, di giustizia e verità.
Ora, tutti sappiamo, nonostante il lavaggio del cervello che subiamo a scuola, che la cosiddetta unità d’Italia avvenne grazie ad una guerra sanguinosa e ad una successiva repressione del dissenso, durata dieci lunghissimi anni, che fece quasi mezzo milione di morti. La storia ulteriore e l’esperienza quotidiana attuale, poi, ci dicono che quel rapporto di forza conquistatore-conquistato, cioè Nord e Sud d’Italia, non si è mai modificato. Lo Stato italiano, monarchico prima e repubblicano poi, ha sempre discriminato il Sud ed ha sempre fatto orecchi da mercante agli insulti razzisti che vengono lanciati al nostro popolo. Perché in 156 anni non si è mai avviato un programma educativo in favore degli italiani del Nord, affinché imparino a liberarsi del razzismo e ad avere rispetto verso il Sud? Semplice: perché non c’è interesse a farlo. Come non c’è interesse a smettere di trattare il Sud come una terra da sfruttare e un mercato da riempire di prodotti delle industrie settentrionali.

Questa non è unità, è colonizzazione: e non c’è nulla da festeggiare. Ma poiché nessun popolo può essere a lungo tenuto in scacco se smette di collaborare con i suoi oppressori e con gli ascari che fanno il loro gioco perverso, c’è speranza di sconfiggerla. Chi domina, ha comunque bisogno di una dose di collaborazione, volontaria o forzata, da parte delle vittime: se questa viene meno, quel regime implode. Allora, alla retorica di questo giorno rispondiamo dandoci un taglio: alle spese militari e al regime coloniale italiano. I meridionali che oggi festeggiano, invece, appaiono come quel tale dell’illustratore polacco Pawel Kuczynski: per scaldarsi ad un modestissimo focherello, sacrifica i pioli della scala che potrebbero farlo salire verso un destino ben più luminoso.

Confini

Monte San Biagio (oggi in provincia di Latina), frontiera nord-ovest del Regno delle Due Sicilie. Ancora è visibile il posto di dogana nella Torre Portella, situata sulla cosiddetta “terra di nessuno”, un fascia cuscinetto tra il nostro Regno e lo Stato Pontificio nella quale, appunto, si svolgevano le pratiche doganali. Attraverso questa porta passò anche Mozart l’11 maggio 1770, in viaggio verso Napoli.

Il concetto di confine travalica il senso politico-geografico e abbraccia differenti dimensioni della condizione umana. Ci sono, ad esempio, i confini interiori della nostra coscienza e del dialogo con noi stessi, o i confini immateriali come quelli dell’identità e della cultura di un popolo. La gestione sapiente dei confini invita a farne al tempo stesso luoghi di riservatezza e di dialogo, di consapevolezza e di incontro, mentre la violenza in tutte le sue forme, dalla manipolazione psicologica alla guerra, li considera barriere fastidiose od ostili da abbattere, per conquistare e sfruttare: che si tratti della libertà di pensiero di un individuo o della libertà di autodeterminarsi di un popolo. Saper stare sulla soglia è arte del rispetto e della mutua contaminazione, promozione reciproca e non tentativo di estirpare l’indipendenza dell’altro.

Davanti a questa testimonianza del passato che riporta alla memoria la violenza di un’invasione, il pensiero corre all’urgenza della riappropriazione di ciò che di più bello custodisce un confine, che non è certo la chiusura all’altro, al diverso, ma al contrario è l’apertura ad un’autostima di quel sé –individuale o collettivo- che fondi un amore libero per l’altro. I confini interiori, come quelli esterni, non sono barriere escludenti, ma segni del rispetto, dovuto e difeso, della capacità di scegliere chi essere e come esserlo.

Antonio Lombardi

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Comunicato “Terra di Lavoro”

COMUNICATO 1/16
Nella serata di lunedì 24 ottobre il circolo casertano “Terra di Lavoro” di MO Unione Mediterranea ha avuto il piacere di incontrare il Segretario nazionale del Movimento, Pierluigi Peperoni, eletto nell’ultimo congresso. C’è stata una serena e costruttiva discussione su ciò che il Movimento dovrebbe mettere in campo, sia sul piano prettamente politico che operativo. Gli attivisti del circolo hanno manifestato l’idea di allargare quanto più possibile la partecipazione, soprattutto di giovani, pensando di suddividere gli iscritti in simpatizzanti ed operativi, magari con qualche differenza nel costo della tessera. Ciò potrebbe favorire l’avvicinamento di chi, pur volendosi iscrivere al Movimento, non ha la possibilità economica per farlo e, nel contempo, potrebbe diventare da simpatizzante un attivista, quindi collaborare operativamente. Il Segretario si è impegnato a ragionare su questa proposta ed eventualmente portarla nelle sedi opportune. La discussione si è poi incentrata sui prossimi appuntamenti e su come affrontarli operativamente. Il circolo resterà, naturalmente, impegnato a seguire le vicende politiche sul territorio oltre a partecipare ad eventi di carattere sociale in modo da aumentare la visibilità della proposta politica del Movimento, continuando in questo senso sulla scia delle ultime elezioni amministrative che hanno visto il circolo casertano impegnato con propri candidati alla carica di consiglieri comunali del capoluogo. L’attenzione sarà focalizzata anche e soprattutto in questa fase, sulla prossima consultazione referendaria che vede il circolo sostenere le ragioni del no, soprattutto per le modifiche all’articolo 116 ed il relativo regionalismo differenziato. Gli attivisti saranno impegnati con banchetti informativi oltre a partecipare ad eventi organizzati sul territorio insieme ad altre organizzazioni. Proprio riguardo l’organizzazione di incontri e dibattiti gli attivisti hanno anticipato che a Caserta si organizzerà un incontro pubblico insieme ad altre realtà e naturalmente hanno manifestato la volontà che qualche esponente di spicco del Movimento partecipi. Il Segretario Peperoni ha naturalmente accolto tale richiesta per poi sciogliere la riunione dandosi appuntamento a breve oltre che partecipando, tramite il forum, alle discussioni e proposte dei vari circoli sparsi sul territorio.

Circolo “Terra di Lavoro”
Caserta

La riforma costituzionale vista da SUD

Ecco perché votereMO NO!

La chiamano “ Riforma delle riforme”, il proseguo di un cammino politico iniziato con ciò che  potrebbe essere definito  ‘presa al potere’ del Premier Matteo Renzi. Non esiste  espressione più adatta per la modalità  in cui Matteo Renzi è divenuto capo del Governo. Così, con un premier privo di un’ampia  base di consensi , sostenuto dai poteri forti nazionali, nominato da un parlamento scarsamente rappresentativo ed eletto attraverso una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, il  giorno 4 dicembre saremo chiamati a esprimerci sulla riforma costituzionale.

Ma procediamo per piccoli passi,  e spieghiamo perché MO! Unione Mediterranea milita tra le file del NO.

In questi mesi siamo stati bombardati mediaticamente da parole come “semplificazione”, “risparmio”, “virtuose”, inserite all’interno di   un linguaggio creato per adattarsi al volere del potente di turno. Le false dichiarazioni e mezze verità, però,  facilmente possono essere smentite.

Si fa passare, ad esempio, il concetto di semplificazione legislativa come salvezza da tutti i mali del sistema parlamentare italiano. In realtà,  se  si semplifica  nel senso indicato dai sostenitori del sì, con la fine del bicameralismo perfetto,  si ridurranno soltanto i tempi per  controllare su cosa si sta legiferando.

Risparmio. Non verranno ridotti i costi della politica, poiché ad essere depennate saranno solamente le indennità, mentre ben sappiamo che le spese politiche gravose, dipendono soprattutto dalla gestione degli immobili, dei servizi, del personale. Il risparmio, tanto sbandierato da Renzi e i suoi,  è stato quantificato dalla Ragioneria di Stato in 50 milioni di Euro all’anno. Meno di un caffè annuale per ogni italiano. Per questa cifra irrisoria, tolgono un pezzo di democrazia: i senatori, che continueranno ad avere comunque una voce importante su determinate leggi, quali ad esempio quelle di conversione dei decreti europei, non saranno più eletti dal popolo, ma – non si sa bene come – saranno scelti tra consiglieri regionali e sindaci dei comuni capoluogo. Il risparmio che ci vendono è in realtà una contrazione di diritti democratici.

Ancora di più si perderanno contrappesi democratici se i deputati dell’unica Camera saranno eletti con un sistema come l’Italicum, in cui la rappresentanza viene del tutto svilita, mortificata, con un premio di maggioranza abnorme in un sistema tripolare quale è l’Italia e i capilista bloccati scelti dalle segreterie di partito. La semplificazione sbandierata dai sostenitori del sì sarà in realtà una maggiore concentrazione di potere in mano al capo del partito di maggioranza relativa (molto relativa) che sceglierà il 55% dei seggi con percentuali che potranno, al primo turno, essere anche inferiori al 30%, mentre al ballottaggio si correrà il rischio di avere un’altissima percentuale di astenuti, se a quelli oramai fisiologici delle democrazie occidentali si aggiungeranno gli elettori della forza politica arrivata terza al primo turno.

Bisogna inoltre sottolineare che tra le modifiche proposte vi è l’innalzamento del numero di firme necessario per presentare una legge di iniziativa popolare che passa da 50.000 a 150.000. Si conferma che l’iniziativa popolare è temuta e se ne triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di democrazia diretta digitale con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

L’impatto della riforma sui territori del mezzogiorno

MO! Unione Mediterranea, vuol però dare, con tale  documento, una panoramica da Sud. Quali quindi gli effetti che si presenteranno  come particolarmente dannosi per le regioni meridionali? In particolare cosa succederebbe se dovesse passare la riforma e quindi venisse approvata  la modifica del Titolo V della Carta Costituzionale?

La riforma, con la  modifica del titolo V della Costituzione, riporta tutta una serie di materie  sotto l’egida esclusiva dello Stato, e toglie la possibilità per le regioni di legiferare in autonomia su tali materie.
L’art. 116 del Titolo V, modificato tra l’altro da Calderoli, prevede la possibilità per le Regioni ”virtuose” di poter ancora legiferare su alcuni temi importanti.
Cosa significa in realtà “virtuose”? Virtuose significa ricche, nell’attuale vocabolario del linguaggio politico. Vengono infatti definite virtuose le regioni che riescono a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio.

Di seguito uno specchietto riepilogativo delle materie di competenza.

Materie di competenza delle sole regioni “virtuose” Materie di competenza regionale Materie di competenza statale
• organizzazione della giustizia di pace;
• politiche sociali;
• istruzione;
• ordinamento scolastico;
• istruzione universitaria e ricerca scientifica e tecnologica;
• politiche attive del lavoro;
• istruzione e formazione professionale;
• commercio con l’estero;
• tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici;
• ambiente ed ecosistema;
• ordinamento sportivo;
• attività culturali e turismo;
• governo del territorio.
• rappresentanza delle minoranze linguistiche;
• pianificazione del territorio regionale e mobilità al
suo interno;
• dotazione infrastrutturale;
• programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali
• promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale;
• fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, servizi scolastici, di promozione
del diritto allo studio, anche
universitario;
• per quanto di interesse regionale, attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
• rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni;
• tutela e sicurezza del lavoro (per la parte non rientrante nelle politiche attive del lavoro);
• professioni;
• sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
• tutela della salute;
• alimentazione;
• protezione civile;
• porti e aeroporti civili;
• grandi reti di trasporto e di navigazione;
• ordinamento della comunicazione;
• produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
• previdenza complementare e integrativa;
• coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
• casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
• enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Va notato che da questa ripartizione vanno escluse le regioni a Statuto Speciale che mantengono tutti i poteri a loro attribuiti.

Il problema che si pone per le regioni del mezzogiorno è che, dato l’impianto normativo in vigore e gli squilibri economici cui sono sottoposte, l’obiettivo del pareggio di bilancio non è raggiungibile se non privando i cittadini dei servizi sociali che spetterebbero loro di diritto.

Quali rischi corrono le regioni non virtuose? Pensiamo, ad esempio, al caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive di vecchie centrali nucleari dismesse: quale sito sceglierà? Quello di una regione ricca in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia che sul proprio territorio non si stoccano scorie radioattive, o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo? Quali saranno i cittadini che avranno meno voce, meno autonomia di scelta?

Con tale riforma, dunque,  verrà attuato un regionalismo differenziato discriminante, ai danni di tutte le regioni del mezzogiorno ordinario che non avranno poteri decisionali in molti ambiti cruciali. Il nuovo testo modifica profondamente l’articolo 116 della costituzione definendo quindi 13 materie di competenza regionale differenziata disponendo quanto segue: le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese avranno maggiore autonomia legislativa, per tutte le altre tali materie tornano ad essere di competenza esclusiva dello Stato. Un “regionalismo differenziato”,  cui traduzione in termini di colonialismo interno è semplice: le regioni più ricche, ovvero quelle del nord, avranno notevole potere decisionale anche su temi cruciali, per quelle più povere deciderà invece lo stato centrale..

Già di per sé riconoscere diritti differenti, seppure su base regionale, a cittadini che in teoria dovrebbero appartenere allo stesso stato, in base a criteri meramente economici, rappresenta un inaccettabile passo indietro rispetto al concetto stesso di civiltà giuridica, tuttavia la questione diventa paradossale se si considera che le regioni più ricche, quelle in cui le entrate tributarie sono maggiori, godono di tale status anche a spese del sud.

Basti pensare a tutte le  riforme che strutturalmente, giorno per giorno, sottraggono risorse al Mezzogiorno. Solo per citarne alcune: il trasferimento al nord della proprietà di quasi tutte le banche meridionali, iniziato con la legge Amato 218/1990, il federalismo energetico (D.Lgs. 185/2008), grazie al quale produciamo più energia di quella che consumiamo, ne smistiamo l’eccesso al Nord ed in cambio paghiamo bollette più salate. Negli ultimi 10 anni le regioni meridionali hanno dovuto, inoltre, sopportare la vergognosa applicazione del federalismo fiscale che con trucchi come gli 0 per gli asili nido (700 milioni sottratti ai comuni del sud), meno fondi alla sanità nelle regioni dove l’aspettativa di vita è più bassa, meno fondi per la manutenzione stradale dove ci sono più disoccupati…

La “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.” Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

La sottrazione di risorse fiscali è particolarmente rilevante se si considera che mediamente oltre il 90% dei prodotti acquistati nel Mezzogiorno provengono da aziende con sede al nord e che in base a dati Bankitalia (anno 2012), ben il 96% delle aziende settentrionali ha come mercato di riferimento la nostra terra. A ciò va aggiunto che se per quanto riguarda il cosiddetto carrello della spesa possiamo contare ancora su una seppur minima possibilità di scelta, per tutta una serie di servizi irrinunciabili siamo invece pressoché costretti a comprare da aziende con sede legale al nord, dato che Enel, Eni, Snam Gas, Poste Italiane e Trenitalia, ma anche banche, assicurazioni, Tv e compagnie telefoniche non hanno mai la sede legale più a sud di Roma. Il regionalismo differenziato è già di per sé aberrante, in quanto sembra riproporre  su base regionale l’arcaico concetto di partecipazione alla democrazia in base al censo, tuttavia letto nel quadro complessivo rappresentato da federalismo energetico e fiscale e dall’assetto proprietario di banche, assicurazioni, grande distribuzione e altre grandi aziende del paese, esso significa per il Mezzogiorno essere condannato alla condizione di colonia interna “per costituzione”.

Si consuma in tal modo il disegno monopolistico dei commissariamenti e delle ricette nord- centriste applicate ai territori meridionali, ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate dalla Costituzione. Dopo 156 anni di mala unità, l’attuale governo, di fatto, sta tentando di costituzionalizzare il colonialismo interno.

Depauperamento di risorse, sfruttamento e differenzazione nella distribuzione di servizi socio-sanitari ci hanno messo in ginocchio con il volto chino di chi vien considerato inferiore dalla storia del passato e del presente; ora stanno cercando con ogni mezzo di non farci rialzare, di far affievolire l’impeto del riscatto.

Il 4 dicembre saremo chiamati ad esprime la scelta. Questa volta però l’astensionismo e la disinformazione potrebbero portare ad un esito rovinoso per il sud Italia; il voto dei cittadini viene contemplato dall’articolo 48 della Costituzione come un dovere civico, ma questo non basta. Il voto è in realtà, un potere, una delle poche forme di potere decisionale rimasteci .

AndiaMo a votare NO, consapevoli di quanto sia importante difendere le autonomie locali perché i nostri territori non si faranno governare senza tener conto della volontà delle popolazioni. VotiaMo No  per noi stessi e per la nostra terra,  per il   nostro diritto ad essere liberi ed a trascinare sul banco degli imputati le classi dirigenti corrotte dei partiti politici nazionali.

A chi è servito il fallimento del Banco di Napoli?

Di Lorenzo Piccolo

Con il decreto Salva Banche, e nello specifico con il trasferimento per legge al Ministero del Tesoro dell’intero capitale della SGA (Società per la Gestione di Attività), la bad bank dell’ex Banco di Napoli, la disponibilità di cassa della società, intorno a 500 milioni di euro, viene destinata al salvataggio del Monte Paschi di Siena: si tratta di un palese furto ai danni del Sud ma al tempo stesso si corre il rischio di porre la parola fine alla plurisecolare storia del Banco, oggi Fondazione Banco di Napoli.

Prima di spiegare le ragioni di tale posizione, va detto in premessa quanto segue: le banche se falliscono al Sud sono una zavorra per il sistema paese e vanno immediatamente liquidate, se invece falliscono al Nord diventano priorità nazionale e vanno salvate coi soldi di tutti. Se poi succede che con i fondi delle cosiddette banche fallimentari meridionali si arricchiscono, ed in più occasioni, le banche settentrionali, siamo all’apoteosi del sistema coloniale interno.

IL Monte dei Paschi di Siena ha infatti recentemente beneficiato di una ricapitalizzazione da parte dello Stato di 3,9 miliardi di euro e di una garanzia statale di 13 miliardi concessa sulle passività nell’ambito del regime italiano di garanzia a favore delle banche, operazione approvata dalla Commissione di Bruxelles per “motivi di stabilità finanziaria”. Come se tutto ciò non bastasse, il governo ha pensato bene di decidere che fosse proprio la SGA la principale società a dar vita ad “Atlante 2”, la nuova SGR pensata per affrontare le crisi bancarie ma che ad oggi ha il compito specifico di salvare MPS. Il fondo complessivo a disposizione dovrebbe arrivare a circa 3-3,5 miliardi, di cui 450 milioni dalla SGA, la quota più alta in assoluto. A titolo di raffronto basti pensare che colossi come Generali e UnipolSAI hanno versato, rispettivamente, appena 200 milioni la prima e 100 la seconda.

Qual è stato invece il trattamento riservato all’ex banco di Napoli?

Dal Febbraio 1995 al Dicembre 1995 viene posta in essere una severa ispezione della Banca d’Italia che punta il dito contro le sofferenze del Banco di Napoli, nel Giugno 1997 una cordata composta da BNL e dall’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (BN-Holding) acquista circa il 60% del capitale del Banco di Napoli per 62 miliardi di lire, una cifra ridicolmente bassa. Nel Luglio 2000 Il San Paolo Imi lo rileva a sua volta per circa 3mila miliardi, una valutazione ben 50 volte superiore a quella di appena tre anni prima. Grazie a tale straordinario guadagno, la BNL si salva da una profonda crisi finanziaria. Ma l’operazione fa bene anche alla banca piemontese, dato che, come scrisse Fabio Massimo Signoretti il 14 giugno 2000 su Repubblica, “con l’acquisto del Banco di Napoli, il gruppo San Paolo-Imi sale al vertice delle banche italiane con attività finanziarie totali per circa 580mila miliardi, di cui 230mila di risparmio gestito, 180.000 miliardi di impieghi e una rete di 2.100 sportelli.” Contemporaneamente Intesa priva il Banco di Napoli di qualsivoglia autonomia decisionale: il 31 dicembre 2002 il Banco di Napoli cessa di esistere come banca autonoma, ridotta a “sportello meridionale” della banca torinese, essenzialmente con la funzione di rastrellare risparmio privato al sud per investirlo a più settentrionali latitudini.

Come è possibile che una banca pressoché fallita in soli tre anni aumenti di 50 volte il suo valore di mercato? Per spiegare tale “miracolo” all’italiana (di natura coloniale, s’intende) va precisato che il Banco di Napoli “era sulla strada del risanamento tanto è vero che quello stesso anno, il 1997, avrebbe avuto un attivo di ben 142 miliardi – più del doppio del prezzo pagato da BNL-INA per la quota acquistata”; che “doveva parte delle sue esposizioni al fatto che durante l’era Ventriglia la Banca d’Italia gli aveva chiesto di anticipare alle imprese i soldi dei finanziamenti pubblici, quindi cifre che prima o poi sarebbero rientrate”; ed infine che “il 94% delle esposizioni che avevano decretato la fine del banco sarebbero rientrate attraverso la bad bank nel giro di sei anni, quindi i crediti dell’ex Banco di Napoli non si sono rivelati irrecuperabili nella severa misura a suo tempo certificata dagli ispettori della Banca d’Italia” come riportato da “Il caso del Banco di Napoli” di Emilio Esposito e Antonio Falconio.

Una versione dei fatti confermata anche da un altro libro inchiesta, “Miracolo Bad Bank. La vera storia della SGA a 20 anni dal crac del Banco di Napoli” di Mariarosaria Marchesano, in cui si parla di “quasi 6 miliardi di euro di crediti cattivi recuperati e restituiti allo Stato. Cinquecento milioni di euro di utili in cassa più altri 200 milioni previsti in arrivo dalle 4mila pratiche ancora inevase, su un totale di 37mila posizioni classificate vent’anni fa come sofferenze. Sono i numeri della Sga, la società con sede a Napoli nata come bad bank del vecchio Banco di Napoli, tracollato nel 1996 e venduto a gennaio del 1997 con un’asta pubblica promossa dal Tesoro. Una incredibile performance, un caso unico in Europa”.

Per queste ragioni, del resto, Francesco Fimmanò, giurista e consigliere della Fondazione Banconapoli, sostiene che la liquidità della SGA sono soldi del Banco di Napoli, e non esclude che l’eventualità di chiedere un maxi risarcimento alla bad bank. Del resto con quei soldi si potrebbero porre in essere alcune delle azioni indispensabili per creare sviluppo e ricchezza del territorio, a partire dal sostegno alle piccole imprese del Mezzogiorno, e invece l’attuale governo sceglie di utilizzarli per ripianare una parte delle perdite del Monte dei Paschi di Siena.

In sintesi l’operazione Banco di Napoli, con tutto il relativo e vergognoso Sputtanapoli che ne seguì sulla stampa, è in realtà servito, nell’ordine, prima per salvare la BNL dalla crisi in cui si trovava, poi per far diventare Intesa San Paolo una delle prime banche del paese, ed infine oggi per tamponare le perdite di MPS: pacco, doppio pacco e contro-paccotto, questa è la sintesi. Qualcuno, dagli alti “scranni” della stampa nazionale, ha anche la faccia tosta di chiedersi come mai dal profondo Sud ci sia chi non plauda ad una tale iniziativa, nel solco della salvaguardia dell’interesse bancario nazionale. La verità è che l’unica cosa di cui dovrebbero meravigliarsi è che non siano già arrivati fiumi di imprecazioni: ma solo perché, probabilmente, al momento le abbiamo esaurite tutte.

TUTELA DEL MARE CON L’AIR GUN: UN OSSIMORO POSSIBILE AL SUD

Un air gun (in italiano “arma ad aria compressa”) è uno strumento impiegato nelle prospezioni geofisiche in aree marine o grandi laghi che, attraverso l’emissione e la conseguente rapida espansione di bolle di aria compressa nel mezzo liquido, produce onde compressionali che, a seconda della velocità con cui vengono riflesse dai diversi sedimenti e/o rocce che incontrano, forniscono informazioni sulla stratigrafia del sottosuolo e quindi sulla presenza di idrocarburi.

Pertanto è una tecnica decisamente utile e pratica per l’individuazione di giacimenti di gas e petrolio in mare. Nulla ci sarebbe da ridire se non fosse che i picchi di pressione generati possono raggiungere i 260 decibel, valori estremamente dannosi per l’ecosistema marino, in particolare per i cetacei (un razzo al decollo produce “appena” 180 decibel!).
Ciò, tuttavia, non sembra essere fonte di preoccupazione e scrupoli per il nostro Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare che, negli ultimi tempi, sembra sfornare autorizzazzioni di ricerche di idrocarburi e decreti di compatibilità ambientale positivi per prospezioni con air gun con la stessa nonchalance di una contadina che sbacella piselli freschi in primavera guardando la TV.
Due giorni fa, il ministro Galletti ha autorizzato l’avvio di un enorme progetto di ricerca di idrocarburi della Schlumberger italiana, filiale con sede legale a Parma della Schlumberger Oilfield Services, colosso texano dei servizi per le società petrolifere. L’area interessata consta di ben 4285 chilometri quadrati dell’incantevole mare che bagna Puglia, Calabria e Basilicata, con tutte le creature che lo abitano.
Ed è di appena il giorno prima la notizia di due nuove autorizzazioni all’impiego della tecnica dell’air gun concesse dal nostro Ministero alla multinazionale australiana Global Petroleum Limited per eseguire prospezioni in un’area di 745 chilometri quadrati di mare davanti alle coste delle province di Bari e Brindisi, compreso il tratto davanti all’oasi naturale di Torre Guaceto con la sua preziosissima biodiversità.

Insomma, si fa ogni giorno più evidente la volontà di questo Ministero di tutelare gli interessi delle lobby petrolifere, piuttosto che ambiente, territorio e mare, come dovrebbe fare per sua stessa definizione, con buona pace delle bellezze naturali, vera ricchezza di un Sud trattato sempre più come una riserva da svuotare di tutte le sue risorse, senza rispetto e senza pudore.

Il valore universale e assoluto dell’infanzia

L’atteggiamento che una società riserva all’infanzia indica il grado di civiltà e i valori della cultura che ne è espressione.

Una società che non è in grado di proteggere e far crescere i bambini secondo i bisogni che essi esprimono, che non ne valorizza le potenzialità critiche, razionali ma anche creative ed emotive e non sa dare ascolto e risposta alle istanze affettive, di cura e tutela, di stabilità, non ha futuro o ha un futuro carico di incertezze e minacce.
I bambini rappresentano un valore universale e assoluto perché sono termine di un’irrinunciabile tensione etica, che deve poter essere condivisa da culture, parti politiche e popoli fra loro lontani e diversi.
In un tempo ove ogni esigenza, diversità, differenza ideologica, culturale o politica, ma anche ogni orientamento, interesse, individuale o collettivo, rischia di porsi su un piano competitivo e conflittuale che frammenta e oscura il valore indivisibile della persona umana, la responsabilità verso l’infanzia e la salvaguardia dei suoi diritti diventano valori e principi unificanti in grado di dare un nuovo slancio culturale ad una società in cerca di nuovi ideali.

La promozione di una nuova cultura a favore dell’Infanzia passa necessariamente attraverso il contrasto ai modelli adulto-centrici che, ancora oggi, permeano i comportamenti, le istituzioni, le leggi e la politica.
Il passaggio da una società adulto-centrica ad una civiltà in grado di rispondere alle esigenze di protezione e di futuro sostenibile a favore bambini e delle prossime generazioni, comporta l’assunzione dei valori della non violenza, della giustizia sociale, della compassione, della piena cittadinanza delle emozioni, della creatività e delle relazioni affettive.

Allora, io mi chiedo come può un amministratore, un rappresentante istituzionale della comunità, ma ancor più una mamma, distribuire volantini tra i corridoi delle scuole o aspettandoli all’uscita e strumentalizzare dei bambini al fine di una propaganda politica vergognosa. Difendiamo i nostri figli e difendiamoci da questa gente senza scrupoli che riveste un ruolo istituzionale, ci rappresenta, e soprattutto calpesta i nostri dirotti e la nostra dignità.

Vergogna… evidentemente si fa acqua da tutte le parti e… il come giustifica i mezzi!

LA COLONIZZAZIONE MENTALE III PARTE: DALL’ANNIENTAMENTO ALLA DECOLONIZZAZIONE

Di Antonio Lombardi

C’è un sottile messaggio che aleggia tra un gruppo di potere colonizzatore e la sua vittima colonizzata, è uno scambio che potrebbe riassumersi così:
– “Senza me non riuscirai a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difenderti!”.
– “Senza te non riuscirò a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difendermi!”.
Questa relazione sostiene tanto le insicurezze e paure del soggetto dominante, mascherate con la supponenza della superiorità, quanto le debolezze del soggetto dominato, che si aliena nell’abbraccio fatale con il suo oppressore. In realtà la dipendenza è reciproca: entrambi non hanno imparato ad essere liberi senza svalutare se stessi.

Il dominatore è un soggetto parassita e, nel rapporto con il dominato, l’invidia e la possessività giocano un ruolo centrale: il risultato è la distruzione e l’impoverimento di entrambi.
– “Senza la mia colonia meridionale, da usare e sfruttare, non potrò mantenere il livello alto dei miei servizi e del mio tenore di vita!”, dice il Nord.
– “Senza il mio colonizzatore settentrionale, che è più capace di me, non riuscirò a fare nulla di buono!”, risponde il Sud.

La relazione di dipendenza e di parassitismo viene mantenuta in piedi attraverso l’annientamento dell’identità, che si esprime in direzione di tre fondamentali orizzonti distruttivi: annientamento socio-culturale, annientamento ambientale, annientamento fisico. Ciascuno di essi contiene un preciso messaggio al soggetto dominato, che viene educato ad impararlo, ad introiettarlo, a farlo proprio, a condividerlo e a collaborarvi.

Sul piano socio-culturale il messaggio imposto è duplice.
Il primo è: “devi adeguarti al nostro modello di vita”, cioè devi vivere in maniera funzionale ai nostri vantaggi, la tua vita vale nella misura in cui contribuisce a rinforzarli.
Il secondo è: “quello che produci tu non vale quanto quello che produciamo noi”. Pensiamo alla concretizzazione di questo principio, ad esempio, nell’esclusione dai programmi scolastici degli autori meridionali, o nella messa in ombra degli artisti. Viene in mente, ad esempio, il caso paradossale di Luca Giordano, napoletano, che ancora vivente ebbe grande fama internazionale e che oggi l’Italia non elenca mai con i grandissimi miti della pittura. Oppure lo svilimento della lingua locale, attraverso l’equazione: se parli napoletano o siciliano, eccetera, sei ignorante, se parli italiano sei istruito. O, ancora, la valorizzazione assoluta di alcune tradizioni e l’abbandono all’oblio e alla morte di altre: un esempio? Il Palio di Siena, da un lato, che viene sollecitamente promosso (nonostante, tra l’altro, le forti riserve sul trattamento degli animali) e Piedigrotta, dall’altro, che non ha mai beneficiato di una campagna promozionale statale. Le tradizioni del Centronord valgono più di quelle del Sud.

Sul piano ambientale l’annientamento dell’identità opera sulla scorta di questo messaggio: “non devi ritrovare i luoghi della tua storia e del tuo esistere quotidiano”. Per questo si sostituiscono i simboli della comunità occupata, si cambiano i nomi delle strade, ma anche si devasta il territorio ed il paesaggio, si lascia che i beni culturali cadano in degrado.

Il terzo annientamento è quello fisico e il messaggio che lo anima è: “non devi esistere qui e ora nella tua diversità”. Le pratiche violente utilizzate sono lo sterminio (pensiamo alla repressione del 1860-70 nei territori delle Due Sicilie) e l’emigrazione forzata come espulsione dal territorio.

L’autonomia comincia quando la svalutazione di sé viene messa in discussione e si fanno passi avanti per recuperare verità, autostima e giustizia, prendendo concretamente, le distanze dal legame limitante.

Come può avvenire questo passaggio?
Il Mezzogiorno è rinchiuso e si lascia rinchiudere entro un confine pedagogico e politico, perdendo quote smisurate di libertà. Questo confine è tracciato anzitutto, come abbiamo già indicato, dall’abitudine indotta a pensarsi in funzione di qualcun altro, risultato di un preciso disegno educativo, cui generazioni di interessati maestri hanno dato corpo. L’idea centrale è che ad avere concretamente il potere economico e culturale e il diritto ad esercitarlo, possa essere scontatamente e legittimamente una sola parte della popolazione dell’Italia: quella del Nord e non quella del Sud.
Questa architettura pedagogico-politica presenta tuttavia un intrinseco ed inevitabile punto debole, puntualmente sottaciuto proprio per la sua “pericolosità”, cioè per la capacità di mettere in discussione tutto il sistema. Ed è proprio questo tallone di Achille a costituire, paradossalmente, la radice ultima sia del potere di dominio che della forza di cambiamento: il consenso e la collaborazione.
Il consenso va inteso come adesione cognitiva ed emotiva al sistema: lo considero giusto, mi piace.
La collaborazione è espressione del consenso, sul piano del comportamento: lo considero giusto, mi piace, obbedisco. La collaborazione può essere anche inconsapevole, presente nonostante il dissenso, il quale è il rifiuto cognitivo ed emotivo del sistema: è ingiusto, non mi piace.
Consenso e collaborazione acritici si esprimono in una miriade di forme quotidiane: da come si riempie il carrello della spesa, a dove si va in vacanza, a come si reagisce ad un programma televisivo, eccetera. Forme su cui si fonda tanto la possibilità di rinforzare le scelte operate dal sistema di potere, quanto di modificarle o persino di abbattere quel sistema stesso. Apprendere, educarsi ed educare alla capacità di dire “no” a quel disegno, per dire “sì” ad uno alternativo, è trasformare consenso e collaborazione da fattori di rischio ad opportunità di autonomia. È varcare il confine che soffoca il Sud, che ne recinta la mente e i comportamenti politici.

La colonizzazione mentale è il frutto di un lungo processo di apprendimento, di cui l’annientamento dell’identità rappresenta al tempo stesso l’innesco e l’obiettivo finale. Un movimento politico che si ponga l’obiettivo della liberazione della comunità messa sotto scacco, non può rinunciare a farsi carico anche di una responsabilità educativa, formativa e informativa. Aiutare a vedere, a vedere veramente. Solo un’attenta ed organizzata azione di questo tipo, infatti, può contrastare quel processo di annichilimento, questa guerra alla libertà e alla pace degli individui e della comunità assoggettata. Come ricorda il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura: “Poiché le guerre hanno inizio nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”.
Se guardi da lontano la tua condizione, non sarai consapevole dei pericolosi legami che stai intessendo e vedrai solo il tuo padrone. Ma se ti avvicini e fai attenzione, guardando le cose ad una ad una, così come sono, vedrai la libertà.

Nella foto: Oleg Shuplyak, Illusione ottica (2009).

LA COLONIZZAZIONE MENTALE II PARTE: LA COLONIZZAZIONE COME PRATICA EDUCATIVA

Di Antonio Lombardi

Nella breve I parte ho definito la colonizzazione mentale come “l’induzione alla soggezione psicologica e culturale accompagnata dalla giustificazione ad oltranza di coloro che la praticano”.

Spiegavo che questa mia definizione teneva conto di tre elementi fondamentali: 1) la volontarietà dell’azione di assoggettamento; 2) il suo radicamento in due aree: psicologica e culturale; 3) la persuasione, da parte dell’assoggettato, che l’oppressore abbia motivi validi per praticare la sottomissione.

Vediamo ora alcuni aspetti specifici di questo processo di colonizzazione nella prospettiva di pratica educativa.
Anzitutto non bisogna immaginarlo necessariamente in chiave totalizzante: questo significa che ciò che conta non è tanto l’occupazione completa di ogni spazio di produzione e riproduzione del pensiero e dei valori, quanto il controllo di alcuni gangli nevralgici. Per assoggettare il colonizzato è utile soprattutto pianificare “scientificamente” la veicolazione dei messaggi. In tal modo è immaginabile che persino una minoranza possa tenere in scacco una maggioranza incommensurabilmente più ampia. La storia della colonizzazione geografica e l’attualità di regimi dittatoriali ne contengono prove schiaccianti.

Un altro elemento chiave è la “supereducazione” di alcuni collaboratori interni alla comunità da sottomettere. La creazione, cioè, di un gruppo di affidabilissimi e devotissimi che, ben motivati, istruiti e premiati (in denaro, prestigio, privilegi, vantaggi, carriere, eccetera), concorrano a reggere l’impalcatura del pensiero unico coloniale. In realtà sono essi i protagonisti preziosi della grande opera: supereducati essi stessi, educano a loro volta, soprattutto smentendo (magari arrampicandosi sugli specchi) le voci del dissenso. In questo quadro vanno, ad esempio, ricondotti quegli storici che si prodigano nel ribattere colpo su colpo le nuove visioni del passato, generate da documenti inediti od osservazioni da prospettive inusuali e “non ortodosse”. Questo significa anche, ed ecco un altro perno del processo di colonizzazione mentale, la contestuale creazione di credenze e narrazioni ufficiali, la sacralizzazione della figura del colonizzatore accompagnata dallo svilimento del colonizzato come essere inferiore e dall’emarginazione dei narratori divergenti. In Italia questo meccanismo, ad esempio, si concretizza con l’attribuzione del marchio di “leghista” a coloro che mettono in discussione il cosiddetto Risorgimento, anche se le osservazioni critiche dovessero provenire da aree e soggetti palesemente scevri da quegli elementi che giustificherebbero una tale etichettatura politica. Emarginare per controllare; sacralizzare il nucleo concettuale e valoriale che costituisce la motivazione del controllo, rendendolo scontatamente intoccabile: un tabù. Gli stessi “padri” portatori dell’azione colonizzatrice finiscono per rientrare in questa interdizione sacrale: sempre al di sopra di critiche e di possibili riesami obiettivi. Chi avesse l’ardire di oltrepassare il confine della reverenza sarebbe velocemente da condannare.

Un ultimo interessante aspetto riguarda le forme di opposizione che comunque dovessero prodursi. Ebbene, mentre sono tollerate (o, in casi particolari, addirittura promosse) pratiche di obiezione di coscienza e noncollaborazione, come forma di libera espressione, questo diritto cade quando l’obiettivo è il sacro colonizzatore. Si potrà replicare quanto sia ovvio che ciò accada, altrimenti un regime non sarebbe tale. Certamente, ma quello che desidero sottolineare è che l’aspetto più stringente, nella cornice che abbiamo delineato, non è tanto l’attività repressiva in termini di privazione dell’integrità fisica, della libertà, della vita –che pure può esistere- quanto quella di coercizione psicologica, che può assumere forme anche assai dissimulate. Il paradosso della relazione di colonizzazione è che il colonizzatore offre margini di libertà di pensiero al colonizzato, lo fa sentire libero e liberato, gli riconosce persino un diritto al disaccordo, ma in realtà lo sta intrappolando come un cavallo coi paraocchi, affinché non imbizzarrisca.

Alla fine di questo processo educativo, quando la tua identità sarà stata spazzata via, saprai di te stesso quello che il tuo padrone vuole che tu sappia e avrai perfino la libertà di mettere in discussione tutto e tutti: eccetto lui e il suo valore. Questo è il vero potere e il volto senza maschera della colonizzazione mentale.
Nella foto: Magritte, L’invenzione della vita (1927)

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